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giovedì 18 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (11^ parte) + Bibliografia


 6 Conseguenze operative


Per sfruttare appieno i vantaggi delle cooperative, è necessario superare numerosi ostacoli. I relatori della Conferenza hanno individuato alcuni degli ostacoli che limitano lo sviluppo delle imprese cooperative e suggerito come  superarli. Le loro proposte possono essere riassunte in tre gruppi di raccomandazioni che riguardano le  autorità pubbliche, la comunità scientifica, i movimenti cooperativi e i donatori internazionali.


6.1 Introdurre regolamentazioni e politiche di sostegno adeguate 

Il primo gruppo di raccomandazioni riguarda l’adozione sia di coerenti meccanismi di regolazione, che  permettano la valorizzazione dei vantaggi competitivi delle cooperative, sia di politiche di sostegno in  grado di facilitarne l’avvio, l’espansione e il consolidamento. In Europa, le cooperative si sono  sviluppate più rapidamente nelle situazioni in cui la loro espansione non è stata ostacolata da una regolame
Per esempio, nei settori tradizionalmente pubblici, o di interesse pubblico, e che quindi beneficiano di  finanziamenti pubblici. Di conseguenza, anche i principi cooperativi elaborati dall’ICA dovrebbero  essere interpretati in un modo flessibile, aiutando la nascita di nuove forme di cooperazione enuove pratiche di governance.
Le cooperative dovrebbero essere trattate tenendo conto delle loro specificità, garantendo condizioni di  parità con i concorrenti (Münkner, 2012). Analogamente, la regolazione dei mercati dovrebbe essere coerente con il carattere delle imprese cooperative e progettata per massimizzare i benefici per la  collettività. Un problema, questo, che richiede di essere affrontato principalmente da parte delle agenzie pubbliche che hanno la responsabilità di regolare i mercati.
ntazione inadeguata, il loro ruolo è stato pienamente riconosciuto e non sono state confinate in settori specifici (V. Zamagni, 2012). Per sviluppare tutto il potenziale delle cooperative, una legislazione  sulle cooperative dovrebbe quindi riconoscerne pienamente la funzione ed essere abbastanza flessibile  da permettere loro di operare in qualsiasi settore in cui si dimostrino utili (Hansmann, 2012).
Altre aree d’intervento comprendono il sostegno all’avvio di nuove cooperative, al consolidamento delle cooperative esistenti e allo sviluppo di competenze all’interno del settore cooperativo. Le politiche  nazionali dovrebbero garantire che le cooperative abbiano accesso a tutti i servizi alle imprese.
Inoltre, i governi nazionali dovrebbero elaborare politiche di sostegno coerenti.
Dato il loro orientamento non speculativo, le cooperative dovrebbero essere soggette a un trattamento  fiscale più favorevole di quello previsto per le imprese di capitali.
Quando tuttavia prevede agevolazioni fiscali e benefici speciali, la legislazione cooperativa dovrebbe  comprendere obblighi specifici allo scopo di impedirne la demutualizzazione, come il vincolo di  indivisibilità del patrimonio.
In questo scenario, i movimenti cooperativi possono svolgere un ruolo chiave attraverso organizzazioni, federazioni e consorzi, nonché tramite lo sviluppo di fondi ad hoc che sostengano la creazione di nuove cooperative.
Infine, sia i governi nazionali e locali sia  il movimento cooperativo dovrebbero impegnarsi a costruire  collegamenti tra i movimenti cooperativi di paesi e regioni con un settore cooperativo ben sviluppato (es. l’Unione europea e il Nord America) e i movimenti di regioni dove le cooperative sono ancora poco presenti e non adeguatamente riconosciute. Esempi molto utili di una proficua cooperazione sono i  progetti promossi dal movimento Raiffeisen, dal movimento Desjardins e da diversi consorzi di  cooperative sociali italiani (Borzaga et al., 2008) con organizzazioni situate in paesi dove i movimenti  cooperativi sono allo stato nascente.




6.2 Sviluppare pratiche di governance e di gestione coerenti


Il secondo gruppo di raccomandazioni riguarda lo sviluppo di una cultura manageriale coerente con i valori e i principi delle cooperative. Tra i soci e i dirigenti dovrebbe essere sviluppata una maggiore consapevolezza circa le caratteristiche intrinseche che contraddistinguono le imprese cooperative. Allo stesso tempo, dovrebbe essere eliminata la pratica, molto diffusa, di adattare alle cooperative le modalità di gestione delle imprese for-profit.
Per sfruttare appieno le specificità delle imprese cooperative, ed evitare che queste siano superate dalle imprese for-profit anche nell’adozione di comportamenti cooperativi, dovrebbero essere adottate pratiche di gestione più coerenti con i valori e i principidella cooperazione. I movimenti cooperativi
e le università dovrebbero impegnarsi a sostenere la ricerca di nuove modalità di gestione e di nuovi modelli di governance e a sviluppare le capacità manageriali dei leader cooperativi attraverso corsi di formazione innovativi e corsi universitari basati sui più recenti risultati dell’attività di ricerca. L’esperienza delle cooperative, ovunque nel mondo, dimostra che le situazioni di maggior successo  sono quelle dove le cooperative agiscono insieme come un sistema di imprese, attraverso federazioni, consorzi o gruppi.
In questo modo esse riescono meglio a sfruttare i vantaggi di scala e ad offrire ai soci assistenza gestionale e tecnica efficace, servizi commerciali e di marketing, percorsi di formazione e sostegni alla  progettazione.
Dovrebbe, invece, essere valutata attentamente la tendenza delle cooperative a crescere di dimensione.  Nelle economie basate sempre più sulla conoscenza, le imprese più efficienti possono, infatti, essere piccole e organizzate in reti. A tale riguardo, le cooperative hanno degli specifici vantaggi che derivano dal radicamento nelle comunità locali e dalle forme di governance partecipate.
Uno sforzo per rafforzare le pratiche di networking aiuterebbe le cooperative a realizzare economie di scala e a sfruttare opportunità che le singole imprese non sarebbero altrimenti in grado di sfruttare.




6.3 Promuovere la visibilità delle cooperative


Il terzo gruppo di raccomandazioni riguarda misure e azioni specifiche volte a favorire una migliore comprensione del fondamento logico delle cooperative e ad aumentare la loro visibilità come istituzioni capaci di svolgere ruoli strategici in campo sia economico che sociale.
I relatori della Conferenza hanno dimostrato che vi sono tutte le condizioni per elaborare nuove teorie, in grado di suggerire come sfruttare al meglio il potenziale delle cooperative. Ma i ricercatori dovrebbero impegnarsi a superare la frammentazione che ha finora caratterizzato gli studi cooperativi e a sviluppare ricerche più sistematiche, guidate da ipotesi realistiche sia sui meccanismi che possono essere impiegati dagli agenti economici, che sulle motivazioni che guidano le loro azioni. Dal canto loro, gli istituti di ricerca e di statistica dovrebbero produrre e diffondere adeguate informazioni sulle imprese cooperative, mentre le università e i centri di ricerca dovrebbero elaborare nuovi approcci teorici per  spiegare, e aiutare a comprendere, il fondamento logico e i vantaggi competitivi delle forme cooperative.
Servendosi dei risultati delle ricerche più recenti, i movimenti cooperativi internazionali e le istituzioni pubbliche dovrebbero promuovere adeguate iniziative per migliorare la visibilità delle cooperative. D’altra parte, la comunità scientifica e i movimenti cooperativi – a ogni livello: locale, nazionale e internazionale – dovrebbero adottare strategie di comunicazione più efficaci perdiffondere i risultati delle ricerche. I movimenti cooperativi dovrebbero in particolare impegnarsi per far crescere la consapevolezza delle amministrazioni pubbliche, dei politici e delle comunità circa il contributo che le cooperative possono concretamente offrire alle economie locali e ai sistemi di welfare.
Infine, i donatori internazionali dovrebbero sostenere attivamente il riconoscimento delle cooperative, in particolare in quei paesi che sono ancora privi di una legislazione, e promuovere azioni in grado di favorire lo sviluppo delle imprese cooperative.


7 Riferimenti bibliografici

 


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Borzaga, Carlo, Galera, Giulia and Nogales, Rocío (eds.) (2008) Social Enterprise: A New Model for Poverty Reduction and Employment Generation, Bratislava, Slovakia: United Nations Development Programme Regional Bureau for Europe and the Commonwealth of Independent States

Dasgupta, Partha (2012) ‘New Frontiers of Cooperation in the Economy’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

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Ferri, Giovanni (2012) ‘Credit Cooperatives: Challenges and Opportunities in the New Global Scenario’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Grillo, Michele (2012) ‘Competition Rules and the Cooperative Firm’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

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Hansmann, Henry B. (1996) The Ownership of Enterprise, Cambridge, MA : Harvard University Press.

Hansmann, Henry B. (2012) ‘All Firms are Cooperatives–and so are Governments’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

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Zamagni, Vera (2012) ‘Interpreting the Roles and Economic Importance of Cooperative Enterprises in a Historical Perspective’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

martedì 16 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (10^ parte)


5 Le tendenze in atto e le sfide



Il futuro riserva grandi sfide per le cooperative.

La crisi globale non solo ha dimostrato che le cooperative possono essere più resilienti delle imprese di proprietà degli investitori, ma ha anche messo in luce i limiti del modello predominante di organizzazione economica, centrato sull’azione di due soli tipi di istituzioni: le imprese for-profit coordinate dal mercato e le organizzazioni pubbliche basate sul principio di autorità. La crisi ha confermato l’incapacità delle imprese for-profit di assicurare, da sole, il massimo benessere, in particolare quando gli scambi non sono in grado di recare vantaggi a entrambe le parti di ogni transazione. Inoltre, la crisi ha reso evidente l’incapacità delle agenzie pubbliche di fronteggiare i fallimenti del mercato e delle imprese for-profit e di affrontare la crescita e la diversificazione dei bisogni. La crisi ha dimostrato che le politiche di privatizzazione basate sulla redistribuzione delle funzioni e dei ruoli tra imprese for-profit e agenzie pubbliche non sono una soluzione soddisfacente. Infatti, le strategie di liberalizzazione e privatizzazione che sono state perseguite dalla maggior parte dei governi fin dagli anni Ottanta hanno portato a risultati insoddisfacenti. Esse hanno favorito un aumento esponenziale delle disuguaglianze, un cattivo uso delle risorse non-rinnovabili e una crescita dell’incertezza e della povertà. 

La consapevolezza dei limiti di un’organizzazione economica che sopravvaluta i comportamenti concorrenziali ed egoistici sta già portando molti operatori ad adottare pratiche di responsabilità sociale e strategie di gestione innovative, che enfatizzano anche fra le imprese for-profit il meccanismo della cooperazione. Non sorprende, quindi, che un numero crescente di osservatori consideri l’espansione delle varie forme di cooperazione come una possibile via di uscita dalla crisi. Di conseguenza, si aprono nuove opportunità di sviluppo per modelli sia  tradizionali che innovativi di cooperazione.
Le cooperative tradizionali svolgeranno un ruolo sempre più determinante in attività come l’offerta di credito e di abitazioni, il sostegno all’agricoltura e la creazione di posti di lavoro. Le banche cooperative e le credit union sono destinate a svilupparsi poiché esse hanno dimostrato di essere meno rischiose delle grandi banche d’affari e sono ancora in grado di rafforzare le relazioni fiduciarie e attrarre nuovi clienti. Le cooperative agricole diventeranno sempre più importanti per garantire la sopravvivenza degli agricoltori e della produzione agricola, a fronte dei bisogni alimentari connessi alla crescita della popolazione mondiale. Inoltre, le cooperative agricole possono svolgere un importante ruolo anche nell’assicurare la sicurezza alimentare, la tutela dell’ambiente e la promozione di un modello di sviluppo sostenibile. Con la sicurezza del posto di lavoro in diminuzione e i tassi di disoccupazione in rapido aumento, i numerosi esempi di nuove cooperative di lavoro e di acquisizioni di imprese da parte dei lavoratori indicano che le cooperative potranno svolgere un ruolo sempre più importante, anche nel salvaguardare posti di lavoro e creare nuova occupazione.

Inoltre, ci sono molti nuovi settori dove il potenziale delle cooperative non è ancora stato sfruttato pienamente. Questi comprendono i servizi alla persona e, in particolare, i servizi sociali, educativi e sanitari. Si tratta di servizi caratterizzati da una domanda crescente e sempre più diversificata, in situazioni dove l’offerta pubblica è limitata e in contrazione, mentre la  qualità dell’offerta privata forprofit è variabile e incerta. Considerazioni analoghe valgono per  le mutue, che sono chiamate a compensare la diminuita copertura dell’assistenza sanitaria, in  particolare quella per la non autosufficienza, da parte degli enti previdenziali pubblici.
Un altro settore in espansione riguarda i servizi di comunità, compresa la gestione di istituzioni culturali, risorse idriche, smaltimento dei rifiuti, trasporto pubblico e fonti rinnovabili di energia.  Tutte queste attività sono caratterizzate da situazioni di monopolio naturale o da una redditività limitata e incerta. In queste condizioni, le imprese cooperative sono più adatte a gestire servizi di interesse generale grazie alla loro natura partecipativa e ai loro modelli di governance.
Un ambito di attività in crescita è anche quello dell’istituzionalizzazione delle reti di collaborazione tra piccole imprese manifatturiere e di servizi alle imprese. Le cooperative  possono gestire efficacemente alcune di queste attività comuni, comprese quelle di ricerca e  sviluppo, promuovendo l’espansione dei mercati e aumentando la produttività e la  competitività delle imprese associate.
I relatori della Conferenza hanno offerto vari esempi di nuovi tipi di cooperative e di modalità innovative di organizzazione delle cooperative tradizionali. Ciononostante, è apparso evidente che scambi di esperienze condotti in modo più efficace sarebbero di aiuto al processo di apprendimento reciproco, favorendo una ripresa e un rafforzamento delle cooperative in tutto il mondo.

 

domenica 14 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (9^ parte)

4.2  I nuovi sviluppi teorici







Per comprendere l’esistenza delle imprese cooperative è necessario invece innanzitutto assumere che lo scambio attraverso il mercato è soltanto uno dei possibili meccanismi di coordinamento in grado di generare benefici collettivi. Esso è, infatti, capace di gestire gli scambi in modo efficiente solo quando tutti gli individui che vi prendono parte ricevono benefici proporzionali al loro impegno.
Ma vi sono anche meccanismi alternativi, basati sulla gerarchia o sulla cooperazione, che possono generare benefici collettivi.
Infatti, sia le agenzie pubbliche che le imprese private, che si basano su un mix di questi diversi meccanismi, sono istituzioni sociali più efficienti del mercato ogni qualvolta si verificano fallimenti dello stesso. Tuttavia, non tutte le imprese private e le agenzie pubbliche hanno le stesse caratteristiche. Sia le agenzie pubbliche che le imprese di proprietà degli investitori si basano largamente sulla gerarchia.
Inoltre, soprattutto queste ultime sono in gran parte organizzate secondo relazioni contrattuali che replicano la logica degli scambi di mercato. Le imprese di capitali possono, infatti, essere considerate come “mercati privati”, nei quali le interazioni fra agenti economici sono basate prevalentemente sull’autointeresse e sugli scambi monetari (Heath, 2006). Di conseguenza, le imprese di proprietà degli investitori spesso tendono a risultare inefficienti quando si verificano le stesse condizioni che causano il fallimento del mercato.

Diversamente dalle imprese di capitali, le imprese cooperative si basano ampiamente sul meccanismo della cooperazione volontaria.
La possibilità di ricorrere al meccanismo cooperativo genera, in particolari condizioni e per diversi tipi di transizioni, dei veri e propri vantaggi competitivi. Le cooperative detengono vantaggi specifici soprattutto quando il coordinamento non può essere realizzato unicamente facendo leva sull’autointeresse degli agenti e su incentivi esclusivamente economici. Ci sono, infatti, diverse situazioni nelle quali i guadagni collettivi possono essere realizzati a condizione che gli agenti sociali abbiano fiducia l’uno nell’altro, adottino comportamenti cooperativi piuttosto che comportamenti egoistici e attivino motivazioni e comportamenti altruistici o basati sulla reciprocità.

Quando accordi intertemporali basati sulla fiducia garantiscono guadagni superiori a quelli che possono derivare da altri tipi di contratti, le cooperative possono cogliere meglio di altre forme di impresa i vantaggi risultanti dalle economie di scala: questa è la situazione che si verifica, per esempio, nelle cooperative agricole. Quando è necessaria la condivisione del rischio da parte di un elevato numero di soci, le mutue e le cooperative di assicurazione riescono a raggiungere soluzioni più efficienti di quelle basate sugli scambi di mercato. Quando l’efficienza presuppone che gli agenti “dicano la verità”, le cooperative possono gestire in modo efficiente la trasmissione di informazioni. Infine, quando i beni e i servizi prodotti sono caratterizzati da esternalità positive, che non possono essere internalizzate a causa dell’impossibilità di addebitare ai beneficiari il pieno valore del prodotto attraverso il sistema dei prezzi, le cooperative possono produrre comunque il bene o il servizio.
Poiché queste situazioni sono molto diffuse in tutte le economie si può sostenere che esiste un grande spazio di azione per diversi tipi di cooperative, comprese le cooperative che perseguono in modo esplicito finalità sociali
 

Questa interpretazione del ruolo delle cooperative e, più in generale, del pluralismo delle istituzioni economiche consente di sostenere che le caratteristiche distintive delle cooperative sono fondamentali. Queste caratteristiche comprendono l’indivisibilità del ruolo economico e non-economico delle cooperative, i principi che guidano l’azione cooperativa e i vincoli in base ai quali le cooperative operano. Tutte queste caratteristiche sono infatti coerenti con gli specifici problemi di coordinamento che i diversi tipi di cooperative affrontano.
Questa interpretazione del ruolo delle cooperative ha quattro importanti conseguenze. Essa dà innanzitutto ragione dei vantaggi in termini di efficienza che caratterizzano le cooperative rispetto agli scambi di mercato, alle imprese di proprietà degli investitori e alle istituzioni pubbliche.
In particolare, le cooperative traggono specifici vantaggi dal fatto che il loro agire si basa in modo significativo sulle motivazioni intrinseche dei soci e non solo sull’interesse personale (e le analisi di efficienza dovrebbero tenerne conto. Cfr S. Zamagni, 2012). Inoltre, le cooperative sono meno soggette a comportamenti di free riding rispetto alle altre istituzioni.

In secondo luogo questa interpretazione da ragione della vitalità delle cooperative.
Le imprese cooperative sopravvivono e prosperano soprattutto nei settori dove sono più efficienti i meccanismi di coordinamento diversi dal mercato e in cui le motivazioni non egoistiche giocano un ruolo determinante.
È il caso del settore del credito, dove le organizzazioni basate su relazioni fiduciarie contribuiscono a migliorare gli scambi di informazioni. Così come nel settore agricolo, dove la cooperazione fra agricoltori permette il conseguimento di importanti economie di scala in attività dove la divisione del lavoro è difficile o può generare seri problemi di qualità del prodotto (Valentinov et al., 2012). Altro esempio è quello delle mutue, dove l’efficienza dipende dal numero dei soggetti assicurati e delle cooperative sociali, che operano in ambiti caratterizzati da esternalità positive che non possono essere internalizzate.

In terzo luogo questa interpretazione aiuta a spiegare il potenziale delle cooperative. Con il quadro teorico proposto, le cooperative hanno ancora un grande potenziale di sviluppo in tutto il mondo. Nei paesi in via di sviluppo l’opportunità di ottenere benefici collettivi attraverso meccanismi cooperativi è favorita dai bassi livelli di reddito, dal limitato sviluppo degli scambi di mercato e da sistemi di welfare largamente incompleti. Nei paesi industrializzati, vi è ancora una domanda crescente e diversificata di molti servizi, come i servizi sociali e di comunità, che sono caratterizzati da esternalità positive.
Infine questa interpretazione consente anche di analizzare i limiti delle imprese cooperative. In particolare, quando i mercati diventano più concorrenziali, le cooperative tendono a perdere i vantaggi competitivi che le caratterizzavano in precedenza.
Ciononostante, l’evoluzione verso mercati più concorrenziali si verifica solamente in alcuni settori e a precise condizioni; in particolare in quei settori dove la divisione del lavoro può essere spinta e i fallimenti del mercato possono essere attenuati o eliminati dall’evoluzione stessa del mercato o attraverso la regolamentazione. Quando i mercati diventano più concorrenziali, le cooperative possono tuttavia svolgere ancora un ruolo positivo, a condizione che esse adottino strategie di marketing o soluzioni organizzative che aumentino il valore aggiunto dei loro prodotti.

Ricapitolando, la decisione di creare imprese cooperative di vario tipo, la loro sopravvivenza e il loro contributo all’economia e alla società possono essere spiegati dai vantaggi che esse hanno rispetto alle imprese for-profit e alle istituzioni pubbliche. La Conferenza di Euricse ha fatto chiarezza su almeno due questioni importanti. In primo luogo, i relatori hanno messo in discussione, da diverse prospettive, l’idea che le cooperative siano imprese marginali e che gli scambi di mercato e le imprese di capitali siano inevitabilmente le istituzioni sociali più efficienti. Questa convinzione si basa, infatti, su teorie che presentano numerosi limiti. In secondo luogo, i relatori hanno dimostrato che ci sono oggi le condizioni per sviluppare una nuova linea di ricerca teorica più coerente con i risultati delle analisi storiche ed empiriche sulle cooperative.
Sebbene siano necessari ulteriori sviluppi teorici, queste riflessioni hanno importanti implicazioni pratiche.

mercoledì 10 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (7^ parte)




3.3 Le incertezze delle politiche di sostegno

 

Le cooperative spesso beneficiano di politiche pubbliche progettate per sostenere l’avvio e il consolidamento di iniziative imprenditoriali. Poiché tali misure sono talvolta volte a sostenere le cooperative, c’è una diffusa convinzione che le cooperative siano favorite rispetto alle imprese di capitali. Si tratta tuttavia di una conclusione semplicistica. Anzi, le politiche che sostengono le cooperative sono spesso deboli o contraddittorie.
In alcuni paesi, le politiche negano alle cooperative il pieno riconoscimento dello status di impresa, e così facendo ne impediscono l’accesso ai benefici previsti per le altre imprese. Per esempio, i sussidi di disoccupazione e l’adesione agli istituti previdenziali sono talvolta negati ai soci o ai lavoratori delle cooperative. In altri paesi, la legislazione talvolta impone alle cooperative obblighi gravosi che invece non si applicano alle imprese di proprietà degli investitori.
Questo accade, per esempio, quando le cooperative sono tenute a rispettare regole come l’indivisibilità del patrimonio, ma in forza del principio di concorrenza non sono ammesse ad alcuna agevolazione fiscale.
O quando, nel caso opposto, capita che le cooperative non abbiano diritto a beneficiare di incentivi e agevolazioni fiscali che sono invece concessi alle altre organizzazioni nonprofit, anche se esse perseguono gli stessi obiettivi sociali e d’interesse generale, e sottostanno alle medesime regole.


 

3.4 Pratiche di gestione e di governance incoerenti

 

In quanto si pongono obiettivi economici cercando, al tempo stesso, di rimanere fedeli ai loro valori e principi fondatori, le cooperative devono affrontare numerose sfide. Tra queste vi sono le difficoltà ad adottare pratiche di gestione e di contabilità che ne riflettano l’etica.
Le pratiche manageriali tradizionali si rivelano spesso inadeguate alla gestione di un’impresa cooperativa. La mancanza di programmi d’istruzione e formazione professionale progettati per soddisfare le esigenze delle cooperative portano spesso il management ad adottare pratiche e strumenti incoerenti con la missione delle cooperative.
Mentre in molti settori le cooperative sono cresciute sia nel numero che nella dimensione, e hanno dato dimostrazione di efficienza, la loro capacità di gestione costituisce spesso un punto debole (V. Zamagni, 2012). Replicare le pratiche di gestione delle imprese di capitali porta a trascurare la ricerca e lo sviluppo di modelli alternativi che sarebbero più efficienti e coerenti con la forma proprietaria cooperativa.
Una gestione incoerente ha diverse conseguenze negative: incoraggia le cooperative a imitare le pratiche delle imprese di proprietà degli investitori; impedisce alle cooperative di sfruttare i loro principali vantaggi, in particolare quelli che derivano dal coinvolgimento attivo dei soci; e favorisce la demutualizzazione da parte di soci e di manager opportunisti.
La mancanza di pratiche di gestione coerenti si verifica, in particolare, quando le cooperative crescono di dimensione e aumenta l’eterogeneità degli interessi dei soci. In linea di principio, questo problema può essere gestito attraverso strategie di governance innovative. Tuttavia, le cooperative sono spesso intrappolate tra tendenze isomorfiche e soluzioni di governance ideologiche. Così, la sperimentazione di strategie innovative può essere ostacolata dall’accettazione passiva di modelli di governante tradizionali, basati esclusivamente su assemblee e commissioni elette secondo il principio “una testa, un voto” (Hansmann, 2012). Al contrario l’esperienza dimostra che ci sono varie modalità di governance attraverso le quali le cooperative possono essere gestite mantenendo ridotti i costi di proprietà, anche nel caso di imprese di grandi dimensioni e quando sono in gioco interessi eterogenei.
Tuttavia, si tratta di strategie innovative che sono state raramente studiate in profondità e adeguatamente formalizzate, e di conseguenza sono poco diffuse. I relatori della Conferenza hanno portato alcuni esempi di questi processi. Gli studi di caso, come quello su Mondragón e sulle banche di credito cooperativo in Finlandia, hanno dimostrato che l’adattamento istituzionale è un importante fattore di successo. Grazie alla loro capacità di adattarsi al cambiamento delle condizioni di contesto, attraverso la progettazione di soluzioni di governance innovative, entrambi questi gruppi cooperativi hanno dimostrato di poter prosperare e al tempo stesso di riuscire a mantenere un modello di gestione democratica (Jones e Kalmi, 2012).





lunedì 8 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (6^ parte)

3 Gli ostacoli allo sviluppo delle cooperative


Le cooperative devono spesso affrontare diversi ostacoli che ne frenano lo sviluppo. Essi sono in parte dovuti a strutture giuridiche deboli, a politiche e regole di mercato inadeguate e a pratiche manageriali scarsamente efficienti.


3.1 I limiti della legislazione cooperativa


Mentre la regolazione delle imprese di capitali è relativamente uniforme nei vari paesi, la legislazione sulle cooperative varia considerevolmente da un paese all’altro e in alcuni paesi non esiste affatto. Queste differenze sono difficili da capire, dato il notevole sforzo fatto a livello internazionale per promuovere una concezione condivisa dei valori e dei principi delle cooperative, come evidenziato nella Dichiarazione dell’ICA sull’Identità cooperativa del 1995 (un documento ufficialmente riconosciuto dall’ONU nel 2001 e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2002. Cfr Münkner, 2012). Questa mancanza di uniformità ha due implicazioni principali: essa limita la visibilità e l’uso della forma cooperativa e ostacola l’internazionalizzazione delle imprese cooperative, indebolendo le collaborazioni tra cooperative che hanno sede in paesi diversi.

Inoltre, la legislazione cooperativa tende spesso a essere restrittiva piuttosto che facilitante. In alcuni paesi la legislazione limita i settori nei quali le cooperative possono operare e le attività che esse possono svolgere. Ulteriori ostacoli sono causati dall’imposizione di soglie elevate per il numero minimo di soci o per la quantità di risorse finanziarie richieste per creare nuove imprese cooperative. Inoltre, specialmente in quei paesi dove le cooperative sono ancora classificate come entità non-imprenditoriali, esistono limitazioni agli obiettivi che esse possono perseguire e ai tipi di operazioni commerciali che possono effettuare.
La scarsa considerazione nella quale sono generalmente tenute le cooperative ha indotto alcuni legislatori nazionali a permettere, o addirittura favorire, la demutualizzazione delle cooperative. Questo è accaduto, per esempio, dove la legge ha permesso la trasformazione delle società di mutuo soccorso e delle cooperative in imprese for-profit, con il conseguente rischio che le scelte di trasformazione siano state determinate da comportamenti opportunistici di alcuni soci o da una dirigenza interessata principalmente a ottenere il controllo del patrimonio accumulato dalle cooperative stesse.


3.2 Una regolazione inadeguata dei mercati

Le cooperative possono essere ostacolate nella loro capacità di sfruttare appieno i propri vantaggi competitivi dalla regolazione dei mercati in cui operano. Mentre in alcuni casi questa è neutrale o addirittura favorevole alle cooperative, in altri essa può limitare lo sviluppo delle cooperative stesse. La Conferenza di Euricse ha evidenziato alcuni esempi di regolazione del mercato che hanno effetti negativi sullo sviluppo delle cooperative.

Quando è progettata senza tenere conto delle specificità delle diverse forme di impresa, la regolazione dei mercati finanziari può impedire lo sviluppo delle cooperative di credito. Gli standard internazionali di contabilità e le regole finanziarie internazionali, come nel caso degli Accordi di Basilea, limitano lo sviluppo e la crescita delle cooperative quando impongono regimi di capitalizzazione, sistemi di gestione della liquidità e meccanismi di governance che non tengono conto delle specificità del modello cooperativo (Grillo, 2012). L’incapacità di riconoscere la specifica natura delle cooperative può causare costi di regolazione sproporzionati e ridurre l’accesso al credito da parte delle piccole imprese e delle famiglie (Ferri, 2012).

Analogamente, nel settore dei servizi pubblici le autorità antitrust, nel cercare di difendere i consumatori dall’eccesso di potere del mercato, possono finire per imporre regole e vincoli che causano inutili costi aggiuntivi alle imprese cooperative. Questo accade perché le regole sono definite avendo come unico riferimento le imprese di capitali.
Quando le cooperative sono coinvolte, alcuni di questi vincoli di regolazione risultano ridondanti e generano costi non giustificati, in quanto i consumatori sono già tutelati dalla natura stessa della proprietà cooperativa.
Una situazione simile si verifica nel settore dei servizi d’interesse generale, nel quale le cooperative possono essere danneggiate da procedure basate su criteri che non considerano le differenze intrinseche tra imprese cooperative e imprese di proprietà degli investitori.

sabato 6 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (5^parte)


2.4 Il valore sociale delle cooperative


Fin dalla loro nascita, le cooperative sono state non solo istituzioni economiche, ma anche attori sociali, esplicitamente impegnati nell’affrontare i problemi delle comunità locali e di gruppi di soggetti che si trovavano in uno stato di bisogno.



Questo ruolo sociale delle cooperative è stato spesso evidenziato, ma raramente è stato analizzato in modo sistematico.
L’impatto sociale delle cooperative è più di una funzione aggiuntiva o di un’esternalità positiva: si tratta di un valore che viene generato volontariamente ed è parte integrante della loro attività.
Tuttavia, l’impatto sociale positivo generato dalle cooperative varia in base al tipo di cooperativa, al contesto e alla fase storica.

Accanto alle specificità regionali e settoriali, va innanzitutto ricordato che le cooperative hanno spesso costituito una risposta istituzionale a situazioni estreme di bisogno che minacciavano la vita delle persone, e dunque che le cooperative frequentemente si sono formate grazie all’azione congiunta di gruppi sociali che condividevano un’identità collettiva (Defourny e Nyssens, 2012). Il focus delle prime cooperative differiva in relazione alla natura del gruppo di riferimento coinvolto: nel Regno Unito erano i consumatori; in Francia gli artigiani; in Germania gli agricoltori, gli artigiani urbani e i commercianti (Münkner, 2012). Per Raiffeisen, la funzione sociale delle cooperative rimandava all’idea di un cristianesimo di azione, per Schulze-Delitzsch al principio di contare sulle proprie forze, per i Pionieri di Rochdale all’aspirazione all’emancipazione dei lavoratori e, infine, per Victor Huber al tema dell’autodidattica attiva.

Testimonianze storiche dimostrano che rispetto alle imprese di proprietà degli investitori le soluzioni cooperative sono più inclusive e più orientate a perseguire obiettivi d’interesse generale, con un impatto positivo sul benessere collettivo. Le cooperative di credito puntano spesso ad affrontare il problema dell’esclusione finanziaria; le cooperative di consumo garantiscono spesso l’approvvigionamento di beni di prima necessità, assicurando così la sopravvivenza di intere famiglie; le cooperative agricole sono il principale strumento istituzionale attraverso cui gli agricoltori rispondono al potere di mercato detenuto dalla grande distribuzione organizzata e cercano così di mantenere il loro ruolo di produttori indipendenti e di proteggere le economie locali. Se le prime iniziative cooperative erano fortemente radicate in una “coscienza collettiva” orientata a migliorare il benessere delle comunità (Defourny e Nyssens, 2012), nel corso degli anni esse si sono fortemente differenziate in base al paese e al settore nel quale operano. Nei paesi dove i mercati sono più sviluppati, le cooperative hanno attenuato il loro impegno sociale e in alcuni casi si sono evolute in forme imprenditoriali che differiscono dalle imprese di capitali solamente per il diverso modo in cui sono assegnati i diritti di proprietà, piuttosto che in virtù delle loro finalità sociali. In altre aree, al contrario, le cooperative si sono evolute in imprese più orientate verso la comunità, intesa del significato più ampio del termine.
Negli ultimi decenni sono stati creati nuovi tipi di cooperative con un obiettivo sociale esplicito, e molti di essi operano in nuovi settori di attività. Molte nuove cooperative, per esempio, rispondono al bisogno di promuovere la giustizia sociale, proteggere l’ambiente e favorire l’integrazione sociale e professionale di persone svantaggiate. In queste cooperative, i benefici collettivi non si riducono semplicemente al valore economico prodotto, ma rappresentano un modo fondamentale per motivare i soci a impegnarsi nell’attività (Defourny e Nyssens, 2012).

La “Dichiarazione dei principi e dell’identità cooperativa”, adottata dall’ICA nel 1995, ha introdotto un settimo principio, l’“interesse per la comunità”, che articola e dà nuova vita alla dimensione sociale dei vari tipi di cooperative (MacPherson, 2012).
L’inserimento di questo principio è stato deciso per contrastare la tendenza delle cooperative a enfatizzare esclusivamente i benefici economici per i propri soci, attraverso la distribuzione degli utili in proporzione alla loro partecipazione, più che l’impatto sociale. Confermando il collegamento tra la cooperativa e la sua comunità, questo principio ne mette in evidenza due caratteristiche distintive: l’attenzione delle cooperative alle conseguenze sociali delle loro azioni e la loro responsabilità nel prendersi cura delle comunità nelle quali operano. L’impegno
delle cooperative verso la comunità genera vantaggi competitivi, com’è dimostrato dall’esperienza delle cooperative di credito che devono la loro forza al radicamento locale e al coinvolgimento nella comunità. Inoltre, considerati gli obiettivi delle cooperative e le loro forme di governance partecipate, esse hanno una capacità intrinseca di rispondere alle nuove sfide delle comunità attraverso la creazione di nuove imprese in un’ampia gamma di settori (MacPherson, 2012).


L’orientamento sociale delle cooperative genera numerosi effetti benefici.
In primo luogo, grazie al loro radicamento nelle comunità – che è facilitato dalla partecipazione di una pluralità di soggetti, compresi i soci, i beneficiari e i lavoratori – le cooperative contribuiscono a far crescere il capitale sociale e a rafforzare le relazioni fiduciarie. Le cooperative, quindi, possono essere considerate strumenti efficaci per sviluppare comportamenti civici che, a loro volta, generano virtù sociali (Dasgupta, 2012). L’influenza positiva che le cooperative hanno sulla coesione sociale scaturisce dalla loro capacità di istituzionalizzare regole che garantiscono la realizzazione di transazioni reciprocamente vantaggiose. Le cooperative fondano la loro attività sul principio di reciprocità che scaturisce dall’interdipendenza delle utilità dei soci, così che essi tendono ad avere una disposizione pro-sociale poiché condividono un obiettivo comune (che spesso coincide con il bene comune). Inoltre, poiché le cooperative incentivano i propri soci a mantenere gli impegni presi, esse possono essere considerate delle istituzioni che traducono in uno specifico contratto l’accordo informale fra persone che mettono in comune le proprie risorse. Le cooperative, quindi, possono essere considerate un “tutore” esterno di comportamenti socialmente orientati (Dasgupta, 2012).

In secondo luogo, attraverso la tutela dei redditi e dei posti di lavoro, le cooperative aiutano a risolvere molti problemi che altrimenti ricadrebbero sotto la responsabilità delle politiche pubbliche. Le cooperative hanno dimostrato, meglio delle imprese di capitali, capacità di creare e garantire posti di lavoro anche in condizioni di mercato difficili. In alcuni paesi, le acquisizioni da parte dei lavoratori dell’impresa nella quale lavorano aumentano quando si presenta il rischio di perdere il lavoro. Come hanno dimostrato recenti esperienze in diversi paesi, le cooperative possono salvare posti di lavoro, quando si verifica una crisi profonda (Pérotin, 2012). Vi è una crescente e diffusa consapevolezza che la disoccupazione abbia effetti più estesi delle sole conseguenze economiche, in particolare sulla salute delle persone. Se le cooperative di lavoro creano o preservano i posti di lavoro, gli effetti positivi si registrano, quindi, anche sulla spesa pubblica e sulla salute dei lavoratori. Inoltre, quando le cooperative integrano l’offerta pubblica dei servizi di welfare fornendo nuovi servizi che ne colmano le lacune, esse creano al tempo stesso anche nuovi posti di lavoro.

In terzo luogo, le cooperative non si limitano a creare generiche opportunità di lavoro; esse spesso privilegiano i lavoratori svantaggiati, esclusi, o a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. In alcuni paesi, le cooperative privilegiano esplicitamente i lavoratori discriminati dalle imprese di proprietà degli investitori e forniscono loro un’adeguata formazione on-the-job per aiutarli a superare gli svantaggi che li condizionano (Defourny e Nyssens, 2012).
I benefici sociali generati dalle cooperative sono raramente presi in considerazione dalle analisi d’impatto che mettono a confronto le performance dei diversi tipi di imprese, poiché queste analisi sono generalmente condotte in base a criteri di pura efficienza. La maggior parte di questi confronti sono quindi sbilanciati a favore delle imprese di capitali, poiché non considerano né gli scopi sociali, né i benefici intrinseci derivanti dalla natura dell’impresa cooperativa e neppure i benefici collettivi che essa genera. Questo approccio non solo è viziato da un punto di vista epistemologico, ma è anche incapace di sviluppare politiche adeguate (S. Zamagni, 2012).

venerdì 5 luglio 2013

TED - Ernesto Sirolli - Imprenditorialità e soluzioni

Interessante intervento di Ernesto Sirolli sul palco di TED. Oltre a raccontare la sua esperienza personale in Africa, all'interno di programmi internazionali di aiuto, Sirolli parla delle conoscenze acquisite sullo sviluppo e la nascita di imprese di successo. Imprese che oltre a realizzare le passioni di chi le fonda portano innovazione e sviluppo all'interno delle comunità d'appartenenza.

Buona visione



Seconda parte del video

mercoledì 18 luglio 2012

Cosa portiamo a casa da Riva

Abbiamo fatto un azzardo e un po’ tremato ma, alla fine, possiamo dire che il Convegno di Riva del Garda dal titolo “La cooperazione per un mondo migliore”, è stato un successo.
Abbiamo voluto aprirlo con la mattinata dedicata ai ragazzi delle scuole superiori, ai loro docenti, ai loro dirigenti e ai loro genitori. E’ stato molto importante e speriamo di aver contribuito a “seminare”. La parte dove i giovani studenti sono stati i protagonisti è stata molto bella ed entusiasmante. La fatica di due giorni di relazioni e interventi è stata sopportata da moltissimi cooperatori attenti e la cosa ci riempie di soddisfazione perché la forte riflessione era diretta a noi soci. Si è scelto di valorizzare l’anno della cooperazione non attraverso una celebrazione ma puntando sull’analisi della situazione a livello macro e sui compiti nuovi o rinnovati che la proposta cooperativa ha di fronte.
Tutti gli autorevoli intervenuti nel convegno hanno sostanzialmente concordato sul punto che sempre di più viene riportato in evidenza da filoni di pensiero fra loro anche molto diversi ma che hanno al centro la preoccupazione intorno alla libertà degli uomini e delle donne, sull’attenzione da focalizzare circa i bisogni della persona, sull’impegno per la non marginalizzazione e la povertà di ampie fasce della popolazione mondiale. Oggi le grandi religioni e quelle minori, il pensiero sociale laico, l’economia e la politica alte, convergono sulla convinzione che o riusciamo ad apportare sostanziali riforme alla logica dell’accumulazione, alle modalità della crescita e cerchiamo di ragionare e concretizzare stili di sviluppo che effettivamente vadano a beneficio della maggioranza, oppure, se la strada è unicamente questa che conosciamo, la certezza è che, prima o poi, si va a sbattere e violentemente.
La “pratica cooperativa” deve prima affiancarsi e progressivamente sostituire la “pratica della competizione”. Abbiamo visto che anche con le più buone intenzioni il mercato è difficilmente regolabile. Tutta la discussione sulle norme da applicare al mercato è sostanzialmente falsa. Il mercato capitalistico è questo. La storia ha dimostrato che ci possono essere altri tipi di mercato e mi riferisco alla situazione precedente l’avvento dell’industrializzazione, ma sono per l’appunto “altri”. Quindi se pensiamo a qualche cosa di libero ma diverso, la forma che si evidenzia in prima istanza è la cooperativa.
Il contrario esatto della posizione residuale che si vorrebbe riservarle. Un’altra questione è uscita con forza e trova conferma anche nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI. Dice l’enciclica: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo. Il perseguimento, da parte del movimento cooperativo, del pensiero globale come “superiore” e necessario rispetto al pensiero tecnologico e specialistico, è anch’esso un modo per affrontare la realtà non solo dal punto di vista del desiderio dei mercati, che sono soggetti in carne ed ossa con precise ideologie e strategie di accumulazione, ma da quello delle persone comuni e delle loro legittime aspirazioni ed esigenze.
Per l’autunno abbiamo messo in cantiere ulteriori spazi di pensiero in occasione anche del 120esimo anniversario della Cooperazione di Credito Trentino. Crediamo sarà necessario che le considerazioni sulla concretezza cooperativa si trasformino in ragionamenti e comunicazione circa il peso economico effettivo della cooperazione nel contesto del nostro territorio e sulle strategie necessarie per consolidarla ulteriormente.

diego.schelfi@ftcoop.it

Tratto dalla rivista: Cooperazione Trentina. N°4 – Aprile 2012

mercoledì 4 luglio 2012

QUELLA MONETA CHIAMATA WIR

Ottimo articolo sulle potenzialità e il significato della banca "Wir" e della cooperazione.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"

di Massimo Amato

Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).



Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.

Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.

La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.

Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.


Cos’è una banca?

Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.

Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.

Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.

Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.


Arriva Zimmermann

Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.

I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.

Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).

La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.

La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.

I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.

Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.

Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.

Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…

D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.

Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.


Umanizzare l’economia

Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».

L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.

giovedì 27 gennaio 2011

Changing Paradigm




Non possiamo conoscere il mondo in cui i bambini che oggi iniziano il loro percorso scolastico si ritroveranno quando saranno adulti.

Per questo motivo è essenziale fornire ai bimbi di oggi strumenti mentali che li rendano in grado di affrontare al meglio il loro futuro.

Il sistema scolastico che conosciamo è in grado di preparare i nostri figli al mondo in cui vivranno da adulti?

Per affrontare con successo situazioni nuove e inaspettate è importante saper pensare in maniera creativa, trovare idee innovative, immaginare tutte le possibili soluzioni.

Ma questo tipo di approccio non è quello che viene applicato nel sistema scolastico, che anzi tende ad appiattire la creatività insita in ognuno di noi, ad uniformarci secondo un unico standard, a pensare in maniera univoca.

Sir Ken Robinson definisce la creatività come "il processo dell'avere idee originali che hanno valore".

Esse creano l'innovazione che plasma l'evolversi della società.