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giovedì 4 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (4^ parte)

2.3 L’impatto economico delle cooperative




Com'è stato evidenziato da diversi relatori nel corso della Conferenza, la stima dell’impatto economico delle cooperative deve essere estesa oltre i soli parametri strettamente quantitativi. Per comprendere meglio il ruolo delle cooperative, è necessario cioè prestare attenzione anche al contributo che queste istituzioni offrono al funzionamento generale dei sistemi economici.

Le cooperative contribuiscono infatti al funzionamento dei sistemi economici in almeno cinque modi. Innanzitutto, esse svolgono un ruolo tutt’altro che marginale nella riduzione dei fallimenti del mercato, migliorando così il funzionamento del sistema economico e il benessere di una grande quantità di persone (Hansmann, 1996).
Questo contributo deriva dal differente tipo di proprietà e di governance che caratterizza le cooperative. La coesistenza di una pluralità di forme di impresa, con strutture proprietarie e obiettivi diversi, contribuisce a migliorare la competitività dei mercati, che a sua volta aumenta la varietà delle scelte offerte ai consumatori, aiuta a prevenire la formazione di monopoli, abbassa i prezzi, offre opportunità di innovazione, e riduce le asimmetrie informative.

In secondo luogo, le cooperative svolgono un ruolo chiave nella stabilizzazione dell’economia, specialmente nei settori caratterizzati da elevata incertezza e volatilità dei prezzi, come il credito e l’agricoltura.
Banche cooperative e credit unions sono un fattore di stabilizzazione del sistema bancario (Birchall, 2012). Come dimostrano le testimonianze storiche, il ruolo stabilizzatore delle cooperative è fondamentale durante i periodi di crisi. Inoltre, la presenza delle cooperative migliora la capacità delle società di rispondere all’incertezza associata alle trasformazioni economiche.

In terzo luogo, le cooperative contribuiscono a mantenere la produzione di beni e servizi vicina ai bisogni delle persone che esse servono. Le cooperative forniscono beni e servizi, spesso innovativi, in grado di soddisfare specifici bisogni dei loro soci piuttosto che rispondere alla logica della massimizzazione del profitto. Le cooperative, inoltre, spesso producono beni e servizi a redditività bassa o incerta, se non addirittura negativa, che le imprese di proprietà degli investitori non hanno interesse a produrre e che le autorità pubbliche non sono in grado di fornire. Tra i servizi con una redditività bassa o negativa sono compresi quelli sociali, sanitari, educativi, nonché altri servizi alla persona e alla comunità. In caso di redditività negativa, le cooperative possono raggiungere il punto di pareggio grazie alla loro capacità di attrarre risorse da fonti diverse – come il lavoro volontario e le donazioni – o attraverso politiche di discriminazione del prezzo.
L’esperienza delle cooperative dimostra che il lavoro volontario e le donazioni sono particolarmente importanti specie nella fase di avvio dell’impresa. Questo vale per tutti i tipi di cooperative ed è indipendente dall’ambiente in cui operano.

In quarto luogo, le cooperative tendono a porsi in una prospettiva di lungo periodo, in quanto assumono il ruolo di strutture produttive per le comunità nelle quali operano e, in genere, si preoccupano anche del benessere delle generazioni future.
Coerentemente con il terzo principio dell’ICA riguardante la partecipazione economica dei soci, numerosi statuti di cooperative destinano una parte del surplus prodotto a un fondo di riserva collettivo e indivisibile, che non appartiene ai singoli soci ma deve essere utilizzato a vantaggio di tutti, comprese le future generazioni. In alcuni paesi, la prospettiva di lungo periodo delle cooperative è rafforzata da leggi che le obbligano a trasferire parte del loro surplus annuale a un fondo indivisibile; questo significa che parte dei loro profitti e l’intero patrimonio devono essere usati per promuovere gli interessi della comunità.

In quinto luogo, le cooperative contribuiscono a una più equa distribuzione del reddito. Dal momento che le cooperative sono nate per soddisfare i bisogni dei loro soci, e non per accumulare e distribuire profitti ai loro proprietari, esse tendono più delle altre imprese a ridistribuire le loro risorse a favore dei lavoratori, aumentando i salari o l’occupazione, o dei consumatori, facendo pagare loro prezzi più bassi.

martedì 2 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (3^parte)

2.2 Le dimensioni del settore cooperativo



Per comprendere il ruolo effettivo e le reali potenzialità delle imprese cooperative è quindi necessario innanzitutto quantificare in modo realistico la dimensione complessiva del settore. Dalle informazioni a disposizione, pur frammentate, risulta evidente che le cooperative giocano un ruolo economico significativo.

Le Nazioni Unite hanno stimato che la vita di quasi 3 miliardi di persone – ovvero, metà della popolazione mondiale – è resa più sicura grazie alle imprese cooperative (ICA , 2012).
Nel mondo il numero dei soci di cooperative è tre volte maggiore di quello degli azionisti di imprese di capitali, e nei BRIC – paesi in rapida crescita economica – i soci delle cooperative sono quattro volte più numerosi dei possessori di azioni (Mayo, 2012). L’appartenenza ad almeno una cooperativa coinvolge, a livello globale, tra gli 800 milioni (ICA , 2012) e il miliardo di persone (Worldwatch Institute, 2012). Secondo l’ICA , le cooperative sono attive in tutti i paesi del modo e la loro importanza è particolarmente significativa nelle comunità più povere.

Com’è stato evidenziato dai contributi presentati alla conferenza di Euricse, la presenza delle cooperative è oggi particolarmente rilevante in diversi settori.
In Europa, le cooperative agricole hanno una quota complessiva di mercato pari a circa il 60%, per quanto riguarda la trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, e a circa il 50% per quanto riguarda la fornitura di materie prime. Negli Stati Uniti, le cooperative agricole hanno una quota di mercato di circa il 28% nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e di circa il 26% nella fornitura di materie prime (Valentinov et al., 2012).

Nel mondo, operano circa 53.000 cooperative di credito. In Europa, le banche di credito cooperativo sono circa 4.200, con 63.000 sportelli. Queste banche hanno 50 milioni di soci (circa il 10% della popolazione del continente), 181 milioni di clienti, un patrimonio di 5,65 miliardi di Euro, una quota di mercato media del 20% circa, e occupano 780.000 persone (V. Zamagni, 2012).

Nel settore della vendita al dettaglio, 3.200 cooperative di consumo danno lavoro, solo in Europa, a 400.000 persone e hanno 29 milioni di soci, 36.000 punti vendita e 73 miliardi di Euro di fatturato.
Per quanto riguarda i servizi di pubblica utilità, la presenza di cooperative è piuttosto importante negli Stati Uniti, dove circa 1.000 cooperative elettriche controllano il 40% della rete nazionale di distribuzione dell’elettricità, coprendo il 75% del territorio nazionale e servendo 37 milioni di soci e relative famiglie (V. Zamagni, 2012). Le cooperative svolgono inoltre un ruolo importante nella gestione delle risorse idriche in Argentina e in Bolivia, dove una sola grande cooperativa che gestisce i servizi idrici urbani serve circa 700.000 clienti (Mori, 2012).

I lavoratori hanno organizzato cooperative in numerosi settori. In Italia, ci sono più di 25.000 cooperative di lavoro (Pérotin, 2012). In Spagna, delle circa 14.000 nuove cooperative create tra il 1998 e il 2008, il 75% sono cooperative di lavoro (Díaz-Foncea, 2012). La distribuzione settoriale di queste cooperative tende a variare da un paese all’altro: in Francia, le cooperative di lavoro sono numerose nella manifattura e nelle costruzioni, mentre nei servizi la loro numerosità è minore; in Uruguay, invece, è vero il contrario, poiché la quota più bassa si riscontra nella manifattura, e quella più alta nei trasporti e nei servizi (Pérotin, 2012).

Secondo l’International Cooperative and Mutual Insurance Federation, nel 2008 il 25% del mercato mondiale delle assicurazioni era di tipo cooperativo, con percentuali particolarmente alte in Germania (44%), in Francia (39%), in Giappone (38%), negli Stati Uniti e in Canada, entrambi con il 30% (V. Zamagni, 2012).

Le cooperative sociali, che sono diffuse soprattutto in alcuni paesi europei e in Canada, rappresentano una nuova forma di impresa cooperativa che punta in modo esplicito a migliorare il benessere collettivo. Per le sue caratteristiche, la cooperativa sociale si colloca tra la cooperativa tradizionale e l’organizzazione non-profit, e in generale combina il coinvolgimento di una pluralità di soggetti portatori di interessi (i soci della cooperativa) con il perseguimento di obiettivi di interesse generale. In Italia, dove questo tipo di cooperativa è più sviluppato, nel corso degli ultimi due decenni le cooperative sociali sono diventate i principali produttori di servizi di welfare. Da quando sono state istituite, le cooperative sociali italiane hanno registrato un tasso di crescita medio annuo compreso fra il 10% e il 20%. Nel 2008, erano registrate 13.938 cooperative sociali che occupavano circa 350.000 lavoratori, utilizzavano 5.000 volontari e servivano 4,5 milioni di utenti (Andreaus et al., 2012).

In contrasto con l’opinione comune, che le considera organizzazioni di nicchia, i dati dimostrano che le cooperative sono presenti in un’ampia gamma di settori. Inoltre, in alcuni paesi esse sono più grandi (per numero di occupati) delle imprese convenzionali e, talvolta, possono anche essere più capitalizzate. Recenti studi empirici mostrano, inoltre, che nelle cooperative i livelli di occupazione sono più stabili che nelle imprese di capitali: mentre le imprese di capitali tendono a variare i livelli di occupazione, le cooperative (soprattutto quelle di lavoro) fanno variare i salari, salvaguardando i posti di lavoro (Pérotin, 2012).

Riassumendo, il contributo delle cooperative al reddito e all’occupazione è, in generale, importante, anche se non omogeneo. Nonostante la crisi e il processo di demutualizzazione che ha spinto, negli ultimi due decenni, molte cooperative a trasformarsi in imprese di capitali, il numero complessivo delle cooperative non sembra essere diminuito.

domenica 30 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (2^parte)

Parte seconda

2. L'importanza delle cooperative

Con approcci diversi e da varie prospettive, i partecipanti alla conferenza hanno offerto una serie di informazioni di tipo sia storico che statistico, volte a evidenziare l’importanza delle cooperative.


2.1 Gli insegnamenti della storia

Le cooperative esistono da circa duecento anni. Operano in tutti i campi dell’attività economica e hanno dimostrato spesso una longevità maggiore delle imprese di capitali. Il modello cooperativo ha mostrato un’elevata capacità di adattamento alle mutevoli condizioni economiche e sociali e nel corso del tempo sono emerse nuove forme di cooperazione in grado di soddisfare bisogni economici e sociali emergenti.

Le cooperative si sono sviluppate in paesi caratterizzati da condizioni politiche, livello di sviluppo economico, contesti storici e culturali molto diversi. Quasi ovunque nel mondo sono presenti cooperative di consumo, cooperative agricole, società di mutuo soccorso, cooperative di credito e cooperative di lavoro. Alcuni tipi di cooperative hanno avuto una crescita straordinaria in determinati paesi: le cooperative di credito in Germania, le cooperative di abitazione nel Regno Unito e Svezia, e le cooperative di lavoro in Francia e Italia. Alla fine del XIX secolo, le cooperative svolgevano un ruolo importante anche nell’Europa centrale e orientale. Esempi interessanti di iniziative autonome erano presenti, prima della presa di potere da parte dei movimenti socialisti, in Repubblica Ceca, Bulgaria, Serbia e Polonia (Borzaga et al., 2008).
Le cooperative svolgono un ruolo chiave anche nei paesi in via di sviluppo, sebbene spesso non siano istituzionalizzate e neppure legalmente riconosciute (Münkner, 2012).

Quando hanno cominciato a diffondersi, le cooperative hanno rappresentato una reazione difensiva e spontanea alle difficili condizioni generate dalla rivoluzione industriale o alla povertà rurale. Successivamente, in molti paesi e regioni le cooperative hanno garantito una rilevante e spesso crescente quota di reddito e occupazione. Lo sviluppo cooperativo non si è mai del tutto interrotto, tanto che anche di recente sono emersi nuovi tipi di cooperative – per esempio, cooperative sociali e di comunità – per fornire alle comunità locali e alle persone svantaggiate servizi caratterizzati da un’offerta insoddisfacente, specie nell’area dei servizi sociali, educativi e di integrazione lavorativa. Inoltre, nuove cooperative sono nate per aiutare le comunità locali a sfruttare meglio le loro risorse (Hagedorn, 2012).

La storia mondiale delle cooperative offre, quindi, insegnamenti utili per comprenderne il fondamento logico. Essa dimostra che il motivo principale del successo e della longevità delle cooperative va ricercato nel fatto che il loro scopo non è la massimizzazione del profitto per gli investitori, ma il soddisfacimento dei bisogni delle comunità. Le cooperative sono cioè soggetti orientati a risolvere problemi collettivi. Esse si sono diffuse e hanno resistito ai cambiamenti economici perché godono di alcuni vantaggi specifici rispetto alle imprese di proprietà degli investitori, svolgendo ruoli che queste ultime non riescono o non sono disposte a svolgere. Le cooperative di utenza e di consumatori sono state create per minimizzare i costi di intermediazione, ridurre i prezzi di vendita al dettaglio e garantire la qualità dei prodotti; le cooperative di produttori, in particolare quelle agricole, sono nate per contrastare il debole potere di mercato dei produttori; le cooperative di lavoro sono sorte per offrire ai soci l’opportunità di autogestire le loro imprese.
Le società di mutuo soccorso sono state create dai lavoratori o dalle comunità locali per fornire un’assistenza e un’assicurazione comune. Con l’obiettivo di soddisfare i bisogni dei soci, le cooperative hanno contribuito a migliorare la qualità della vita di una grande – e spesso svantaggiata – parte della società.
Numerose politiche pubbliche in materia di welfare sono state realizzate attingendo alle innovazioni pionieristiche e alle relative sperimentazioni realizzate dalle cooperative e dalle società di mutuo soccorso.

A partire dall’inizio del XX secolo, tuttavia, in Europa la maggior parte dei servizi di interesse generale sono passati sotto la competenza dello Stato come parte del processo di costruzione del welfare state.
Di conseguenza, questi servizi sono stati spesso sottratti al controllo cooperativo e mutualistico e sono stati finanziati e forniti pubblicamente, per legge, a tutti i cittadini.
Questa tendenza è stata peraltro introdotta in tempi recenti, dal momento che, dalla fine del XX secolo, in molti paesi le cooperative – anche di nuova istituzione – hanno ripreso a svolgere un ruolo importante nella fornitura di alcuni di questi servizi.

Le testimonianze storiche confermano inoltre che le cooperative sono in grado sia di sopravvivere alle crisi meglio degli altri tipi di imprese, che di affrontarne meglio gli effetti. La storia delle cooperative di consumo britanniche durante il XIX secolo è una storia di crescita prolungata, che è stata solo marginalmente rallentata dagli effetti delle periodiche recessioni (Birchall, 2012). Durante la Grande depressione degli anni Trenta, le cooperative di gestione dell’elettricità e delle telecomunicazioni hanno contribuito a trasformare l’economia rurale degli Stati Uniti. Durante gli anni Sessanta, a New York si è creato un movimento cooperativo che è stato in grado di alloggiare 27.000 famiglie (Birchall e Hammond Ketilson, 2009). In Europa, durante la ristrutturazione economica degli anni Settanta, le cooperative di lavoro hanno recuperato diverse imprese in crisi e hanno dimostrato un tasso di fallimento più basso delle imprese for-profit. Anche nel corso dell’attuale crisi le cooperative stanno dando un’ulteriore prova della loro capacità di resistenza e di ripresa.

venerdì 28 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (1^parte)

Nei prossimi giorni pubblicherò a "puntate" il documento riassuntivo della conferenza "Promoting the understanding of cooperatives for a better world", tenutasi a Venezia lo scorso anno.
In quell'occasione la comunità scientifica ha discusso le caratteristiche, i limiti e le potenzialità dell'impresa cooperativa; uno strumento, ancora relativamente sconosciuto al grande pubblico, che potrà rappresentare - se ben utilizzato - la soluzione ai problemi posti dall'attuale crisi e la base per la costruzione di un nuovo modello socio-economico.


Indice: (data di pubblicazione)
1. Gli obiettivi della conferenza (28/6)

2. L’importanza delle cooperative
2.1. Gli insegnamenti della storia (30/6)
2.2. La dimensione del settore cooperativo (2/7)
2.3. L’impatto economico delle cooperative (4/7)
2.4. Il valore sociale delle cooperative (6/7)

3. Gli ostacoli allo sviluppo cooperativo
3.1. I limiti della legislazione cooperativa (8/7)
3.2. Una regolazione inadeguata dei mercati (8/7)
3.3. Le incertezze delle politiche di sostegno (10/7)
3.4. Le pratiche di gestione e di governance incoerenti (10/7)

4. Comprendere le cooperative
4.1. I limiti della teoria economica convenzionale (12/7)
4.2. I nuovi sviluppi teorici (14/7)

5. Le tendenze in atto e le sfide (16/7)

6. Conseguenze operative (18/7)
6.1. Introdurre regolamentazioni e politiche di sostegno adeguate
6.2. Sviluppare pratiche di governance e di gestione coerenti
6.3. Promuovere la visibilità delle cooperative

7. Riferimenti bibliografici (18/7)


Prima parte:
1. Gli obiettivi della conferenza

Le imprese cooperative sono organizzazioni importanti. In tutti i paesi, le cooperative
contribuiscono allo sviluppo economico, sostengono la crescita occupazionale e favoriscono una più equilibrata redistribuzione della ricchezza. Inoltre, grazie all’impegno materiale e intellettuale dei cooperatori esse realizzano diverse attività innovative, in particolare con riguardo all’offerta di nuovi servizi di interesse generale e di prodotti che migliorano la qualità della vita di intere comunità, anche in settori tecnologici di punta.
Il ruolo e l’importanza delle cooperative sono diventati più evidenti in seguito alla crisi finanziaria ed economica globale. Nella maggior parte dei paesi, le cooperative hanno risposto alla crisi meglio delle imprese di capitali. La capacità di ripresa delle cooperative comincia a essere riconosciuta, e sia gli opinion maker che i policy maker appaiono oggi più interessati che in passato a capire il ruolo che le cooperative possono svolgere per affrontare le drammatiche conseguenze della crisi globale e per riformare il sistema che ha contribuito a generarla. Questa crescente consapevolezza è confermata anche dall’attenzione che le cooperative e le loro organizzazioni stanno ricevendo da parte dei media, delle istituzioni internazionali e dei social networks.
Ciò nonostante, le cooperative non hanno ancora ottenuto tutta l’attenzione che meritano, soprattutto a seguito del diffuso conformismo nell’interpretare il funzionamento dell’economia, malgrado la crescente incapacità della teoria economica convenzionale di spiegare i principali fenomeni che caratterizzano le società contemporanee.
Fin dalla metà degli anni Settanta, infatti, e in particolare a seguito del crollo dei regimi socialisti, un forte e crescente “fondamentalismo di mercato”, proveniente da New York e Washington, ha influenzato profondamente la politica economica in tutto il mondo (Ferri, 2012). Questo “fondamentalismo” propone una visione secondo cui il miglior modo di promuovere il progresso umano è tramite meccanismi di allocazione delle risorse fondati su mercati auto-regolati e popolati da agenti razionali.
Inoltre, esso considera l’impresa di capitali la forma ideale di organizzazione della produzione di beni e servizi e misura l’efficienza esclusivamente attraverso la capacità delle imprese di creare valore per i loro azionisti, cioè massimizzando i profitti (Ferri, 2012).
Le principali implicazioni di questo approccio sono state l’adozione di politiche di liberalizzazione e di privatizzazione orientate a dare più spazio al mercato, e la sottovalutazione di tutte le forme imprenditoriali diverse dall’idealtipo dell’impresa for-profit. Di conseguenza, le cooperative sono state considerate degli “incidenti”, o delle eccezioni o, al più, delle organizzazioni transitorie destinate a scomparire a seguito della piena affermazione del mercato. Sono pochi gli osservatori che, al contrario, vedono nelle cooperative un tipo specifico di organizzazione produttiva che popola il sistema economico allo stesso titolo delle imprese di proprietà di capitali (Grillo, 2012).
Il predominio di questa interpretazione riduttiva ha affievolito l’interesse dei policy maker e dei ricercatori per le cooperative.
L’attenzione ad esse dedicata non è stata proporzionale alla loro importanza e gli studi finora realizzati risultano piuttosto limitati se confrontati con la vastità delle ricerche che si occupano invece del funzionamento delle imprese for-profit e dei mercati.
Inoltre, la maggior parte degli studi sulla cooperazione sono basati su ipotesi molto discutibili. Le specificità delle cooperative, che le distinguono dalle imprese familiari e da quelle di capitali, non sono state sufficientemente analizzate né tantomeno spiegate. Non è ancora disponibile una teoria
generale in grado di spiegare la sopravvivenza e la crescita delle cooperative. Questa mancanza di un’interpretazione convincente ha impedito lo sviluppo di indicatori adatti a misurare l’impatto economico e sociale delle imprese cooperative. Inoltre, un’applicazione acritica di indicatori progettati per stimare l’efficienza di imprese for-profit ha consolidato un’immagine delle cooperative come forme imprenditoriali arcaiche o eccentriche, che sopravvivono grazie a tradizioni ormai superate, a speciali protezioni legislative, o all’intervento statale (Ferri, 2012).
Lo scarso interesse per le cooperative e per le imprese de facto gestite in modo cooperativo hanno impedito un’accurata valutazione della diffusione e dell’impatto di queste organizzazioni. A seconda dei contesti le cooperative sono definite e riconosciute in modi molto diversi o non lo sono affatto.
Nei paesi dove le cooperative non sono legalmente riconosciute, le persone spesso costituiscono comunque imprese collettive, ma non le chiamano “cooperative”, come accade quando gli agricoltori si associano per trasformare o vendere i loro prodotti o quando le comunità servite in modo inadeguato dalle banche commerciali creano cooperative di credito informali. Inoltre, gli standard statistici
internazionali adottati dalla maggior parte dagli istituti nazionali di statistica non sono costruiti
in modo da fornire indicazioni sulle forme di proprietà delle imprese. Di conseguenza, le statistiche disponibili sulle cooperative sono generalmente insoddisfacenti: dati completi esistono soltanto per alcuni paesi, ma sono anch’essi spesso poco affidabili.
Queste carenze, considerate nel loro insieme, riducono la visibilità delle imprese cooperative e ne limitano sia l’utilizzo che lo sviluppo. La mancanza d’interesse per la comprensione del ruolo e delle ricadute delle cooperative sul benessere economico e sociale fa sì che le cooperative non
siano comunemente riconosciute come un importante modo di gestire attività imprenditoriali. Inoltre, la trasmissione di conoscenze e di informazioni sulle cooperative è limitata o del tutto assente nella maggior parte dei programmi d’istruzione, sia pubblici che privati. Di conseguenza, le cooperative si trovano spesso in difficoltà a reclutare personale qualificato e finiscono per replicare le pratiche di gestione, le strategie organizzative e le metodologie di valutazione d’impatto delle imprese di capitali.
È necessario superare la contraddizione che oppone realtà e riconoscimento delle cooperative. Questa necessità è accentuata dall’attuale crisi, che può essere in larga parte ricondotta al prevalere della convinzione che i comportamenti competitivi sono più importanti di quelli cooperativi e che il mercato, da solo, è in grado di assicurare crescita e benessere. Queste convinzioni hanno favorito una regolamentazione inadeguata dei mercati finanziari e generato profonde e crescenti disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, un cattivo uso delle risorse non-rinnovabili e la diffusione di modelli di consumo che minacciano irresponsabilmente l’ambiente.
La maggior parte degli osservatori concorda nel ritenere che questa crisi non può essere affrontata solo con politiche convenzionali che, nella migliore delle ipotesi, possono solo attenuare alcune delle sue conseguenze più drammatiche. È di fondamentale importanza elaborare nuovi paradigmi e individuare nuovi assetti istituzionali. Grazie alla loro capacità di coniugare efficacemente obiettivi economici, sociali ed ecologici, le cooperative hanno il potenziale per contribuire ad
alleviare e superare la crisi, indicando vie d’uscita alternative a quelle attualmente proposte.
C’è, quindi, bisogno di costruire modelli interpretativi in grado di spiegare il funzionamento delle imprese cooperative, e al tempo stesso di proporre interpretazioni innovative del funzionamento dei sistemi economici e delle istituzioni che li governano.
In questo contesto, la conferenza organizzata da Euricse ha offerto una riflessione multidisciplinare sul modo in cui forme diverse di cooperazione e di imprese cooperative possono contribuire a realizzare un’economia sostenibile e una società più giusta. La conferenza ha permesso un’ampia discussione sui fondamenti logici, sul ruolo e sulla dimensione delle cooperative nei vari settori economici. Le teorie esistenti sono state analizzate criticamente e confrontate con l’evidenza empirica. Si sono così create le condizioni per la produzione di una nuova conoscenza empirica e per l’elaborazione di interpretazioni teoriche in grado di migliorare la comprensione delle potenzialità e dei limiti delle imprese cooperative. I principali risultati sono riassunti qui di seguito.
Nella seconda sezione sono riassunti gli insegnamenti della storia e alcuni dati che dimostrano l’importanza delle cooperative con riguardo al loro contributo allo sviluppo economico e sociale. La terza sezione individua i principali ostacoli che impediscono il pieno sfruttamento dei vantaggi competitivi delle cooperative, fra i quali vanno annoverati una legislazione inadeguata, una regolazione spesso poco coerente dei mercati e pratiche manageriali poco coerenti. La quarta sezione
passa brevemente in rassegna gli sviluppi teoretici che possono aiutare a spiegare meglio la natura e il fondamento logico delle imprese cooperative, analizzando sia i limiti delle interpretazioni convenzionali sia le potenzialità offerte dalle più recenti innovazioni teoriche. La quinta sezione analizza le tendenze in atto e le sfide che le cooperative devono affrontare, mentre la sesta sezione
riassume alcune raccomandazioni rivolte alla comunità scientifica, alle autorità pubbliche e ai movimenti cooperativi.






giovedì 14 febbraio 2013

Giulio Sapelli - Attualità e Futuro

L'intervento integrale al convegno "La Cooperazione per un mondo migliore" di Riva del Garda del professor Giulio Sapelli, ordinario di storia economica all'Università degli Studi di Milano.

mercoledì 13 febbraio 2013

Come sarà il capitalismo cinese?

Jinping, il nuovo Segretario del partito comunista cinese, ha fatto il suo primo viaggio ufficiale dopo la nomina a Shenzen, città industriale, trasformata in zona economica speciale nel 1980, simbolo della trasformazione del Paese e laboratorio delle riforme verso il mercato. Il gesto ha una forte valenza simbolica, in marcato contrasto con il suo predecessore Hu Jintao che inaugurò invece la propria leadership con una gita a Xi Baipo, una delle basi rivoluzionarie di Mao.
Oltre i simboli, non è chiaro quale sarà la direzione di marcia che verrà impressa dal nuovo leader. La Cina è ormai giunta a una fase cruciale nell'evoluzione della sua peculiarissima "economia di mercato socialista". Per quanto il 70% del suo prodotto interno lordo sia riconducibile al settore privato e gli stimoli del mercato pervadano tutto il Paese, in realtà il loro moto è ancora tenuto a briglia stretta dal Partito, che controlla gran parte delle leve economiche. Lenin sosteneva che nelle economie di mercato le vette del processo decisionale erano nelle mani dei capitalisti e nelle economie socialiste in quelle del Partito. La Cina è riuscita a fare un frullato denso e indistinguibile di questi due sistemi di governo. Ma probabilmente nei prossimi anni dovrà separarne i composti. Un lavoro molto esaustivo condotto dal National Bureau of Economic Research americano e dall'Institute of Economics and Finance di Hong Kong, coordinato da Joseph Fan e Randall Morck, ha setacciato tutti i nodi cruciali del sistema economico cinese per identificare dove siano in effetti collocate le leve del comando. Il libro parla soprattutto di governance e di regole e analizza i processi decisionali nelle aziende grandi e piccole, la finanza, la regolamentazione dei mercati, l'accumulo di risparmi delle famiglie e delle imprese. E conclude appunto che il ruolo dello Stato è ancora essenziale.
Ad esempio il Partito Comunista Cinese gestisce tutte le nomine del management di alto livello nelle banche, nelle aziende di Stato e in molte società private, oltre che, naturalmente, nelle agenzie di regolamentazione. La carriera di un giovane brillante può alternare posizioni nel business e nell'amministrazione pubblica. Questo avviene anche negli Stati Uniti e in Europa. Ma diversamente dall'occidente, in Cina la progressione professionale dipende di fatto da un unico organismo e dunque dalle dimostrazioni di lealtà verso il partito. I francesi definiscono questo processo pantouflage, sciabattare, ossia come passare da una stanza all'altra di casa, una processo molto interno senza visibilità, regole e controlli. La forza del sistema cinese è che la carriera comunque si fonda sul merito, ma è una selezione che per quanto severissima non sempre riflette le direzioni del mercato.
Se poi consideriamo le imprese quotate sulla borsa cinese, secondo lo studio del National Bureau, circa due terzi di queste sono a controllo pubblico. Il rimanente terzo è fatto da un mix di imprese private o filiali delle stesse imprese pubbliche. A prescindere dall'azionista di riferimento, tutte queste società hanno una governance strutturata a tre livelli. Un board duale alla tedesca (consiglio di gestione e sorveglianza) e un comitato del Partito comunista, guidato da un segretario. Il comitato svolge un ruolo importantissimo in tutte le decisioni strategiche e può revocare le decisioni dell'amministratore delegato e dei consigli di amministrazione.
Ovviamente una grandissima parte del l'economia cinese è fatta di piccole e medie imprese non quotate, dove la proprietà privata è molto più diffusa. Ma anche in queste i fili di controllo del partito sono presenti, anche se in modo più blando. Comunque sia, ciascuna impresa opera poi in un sistema di regole, con autorità e leggi spesso poco trasparenti e poco allineate con il mercato. Ad esempio il codice di Corporate Governance è disegnato su standard occidentali, ma la nomina e le carriere dei giudici ancora una volta dipendono dal Partito che ha anche la facoltà di rovesciare le decisioni dei tribunali.
Ora il peculiarissimo frullato di mercato sociale cinese è stato certamente una formidabile ricetta di sviluppo e di transizione non traumatica. Ma non è chiaro come debba evolvere per il futuro. Non bisogna infatti dimenticare che la Cina è ancora un Paese a reddito medio basso. Per quanto diverse stime prevedano che il prodotto interno lordo supererà gli Stati Uniti nel 2015, questo deve essere diviso per un miliardo e trecento milioni di persone. Il reddito pro capite è oggi pari a circa 3.700 dollari (a parità di potere d'acquisto), contro i 46mila dell'America e i 17mila della Corea del Sud. La Cina, dunque, sarà presto la più grande economia del mondo, rimanendo un Paese a reddito medio basso. E dunque, paradossalmente, il suo mercato sociale, se ancora tale, sarà il sistema istituzionale nazionale più importante del pianeta.
In realtà, più l'economia cresce e diventa complessa, più saranno necessari sistemi di controllo decentrati. Diversi economisti sottolineano come i Paesi emergenti abbiano bisogno di meno leader di azienda veramente capaci e innovativi di quanto non sia necessario a sostenere la crescita delle economie mature. Le operazioni economiche da mettere in atto, le attività di impresa sono più semplici e si possono basare su tecnologie e procedure importate. Quando la Cina avrà raggiunto la Corea del Sud la riproduzione di attività già pronte e definite non sarà sufficiente. Bisognerà innovare, mettere a punto prodotti di qualità superiore in molti settori e per farlo ci vorrà capitale, un sistema che premi la creatività e si possa permettere di far scomparire attività inefficienti.

Insomma più mercato e meno sociale, il frullato dovrà a poco a poco cambiare colore. La sostenibilità dello straordinario sviluppo del Paese dipenderà dal successo di questa transizione. Detto questo come il mercato sociale cinese si è dimostrato un esperimento istituzionale totalmente innovativo, è molto probabile che anche la sua evoluzione in chiave occidentale ci riserverà sorprese e soluzioni che ancora oggi non siamo in grado di prevedere.
barba@unimi.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Capitalizing China, a cura di Joseph
P.H. Fan e Randall Morck, The University of Chicago Press e Nber, pagg. 402, $ 110,00


Tratto da: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-23/come-sara-capitalismo-cinese-081851.shtml?uuid=AbxZGcEH

sabato 28 luglio 2012

Cooperazione: un modello attuale e credibile

Due giorni per approfondire il modello cooperativo. E per riflettere sulla sua attualità. Riva del Garda ha ospitato il convegno sulla cooperazione nell’anno internazionale proclamato dall’Onu. Una visione del mondo che ha ancora molto da dire alla società in crisi economica e di valori.

di Walter Liber


La cooperazione come risposta ai fallimenti del mercato e alle crisi della società? Scordatevelo, non è di questo che si è parlato a Riva del Garda. No al modello che vorrebbe la cooperazione correre in aiuto alle società di capitale che licenziano ai primi segnali di crisi, no ad una cooperazione emarginata a fare da supplenza per i periodi critici, e magari tornare nell’oblio quando le cose vanno bene.
Sì invece ad una cooperazione che interpreta con lucidità, innovazione e responsabilità una società alla ricerca di nuovi valori ed orizzonti, che si interroga sul proprio modello e ridefinisce la propria missione.
In realtà anche la crisi di cui stiamo vivendo le fasi più drammatiche ci insegna che serve una visione nuova del vivere civile, del fare impresa, dell’essere in rapporto con gli altri. “L'impresa capitalistica da sola non ha futuro, serve la diversità”, ha detto lo storico dell’economia Giulio Sapelli, uno dei relatori di punta al convegno di Riva. “Le società non stanno insieme sui conflitti, serve l'amore gli uni per gli altri.
Il bene comune consente al mercato di funzionare, lo tempera. Le società funzionano bene se hanno una economia polifonica”.
Lo hanno spiegato bene illustri studiosi che si sono avvicendati sul palco. Mauro Magatti, preside di Sociologia alla Cattolica di Milano, non nasconde che “i livelli di diseguaglianza sono aumentati in tutti i paesi occidentali. È come se le economie mature avessero segato il ramo su cui erano sedute”. Veniamo fuori da un ventennio in cui i tecnicismi ci hanno abituato ad avere tutto. La finanza che correva dietro ai debitori ha provocato alla fine la bolla immobiliare negli Stati Uniti, quando i debitori non sono più riusciti a pagare i loro debiti. Con le conseguenze a tutti note.
E allora, come si fa a tenere su l'economia e ripagare il debito nello stesso tempo? Di nuovo Magatti: “la solidità della crescita economica passa attraverso lo sviluppo di una comunità. Occorre delineare un nuovo orizzonte di senso, sapendo che la crescita della società non può significare espansione. Essere competitivi è una condizione necessaria, ma non può essere la motivazione”.
Centrale sarà sempre di più il tema delle alleanze. Occorre individuare, oggi nuove categorie di beni da mettere accanto a quelli materiali: ad esempio l'ambiente, la qualità della vita, i beni relazionali. Tanto spazio che è ancora inesplorato, e sui cui la cooperazione ha molto da dire.
Un economista tra i più convinti della validità del modello cooperativo come Stefano Zamagni ha spiegato molto bene a quattrocento studenti trentini la specificità cooperativa rispetto all’impresa capitalistica.
“il capitalista massimizza il profitto, il cooperatore condivide i fini. Nell’azione comune ognuno mantiene la titolarità delle proprie azioni, di cui è responsabile”.


La (bio)diversità cooperativa, un valore

“La filosofia cooperativa è moderna e post moderna – ha ricordato il direttore della Federazione Carlo Dellasega introducendo la tavola rotonda internazionale sulla diversità cooperativa – gli individui vincono se stanno insieme”. “Stiamo passando da un modello economico interamente basato sul mercato – ha osservato Carlo Borzaga, presidente di Euricse – a un altro modello dove, probabilmente, consumeremo meno beni e dove la domanda di qualità sarà maggiore della quantità”.
Maria Mercedes Placencia, sottosegretario al ministero dello sviluppo sociale dell’Ecuador, ha portato l’esperienza del paese sudamericano in cui il modello cooperativo di economia solidale rappresenta l’ossatura di un grande progetto di sviluppo economico e sociale. In Ecuador, su quasi 22 mila società di economia popolare e solidale, il 31% è cooperativa pari a 6.979 realtà. Rappresentano il 40% dell’occupazione nazionale.
In Inghilterra, negli ultimi vent’anni, si è assistito a un autentico rinascimento delle cooperative. Tutto è partito dalla creazione di una banca cooperativa. “Quell’esperienza – ha affermato Linda Shaw, vicedirettrice di Co-operative College di Manchester – ha fatto da traino per un revival di questa forma di impresa che esprime numeri importanti in particolare nel settore del consumo”.
“Sostanzialmente i vantaggi della presenza cooperativa nel mercato – ha concluso Borzaga – sono riassumibili nella maggiore libertà data alle persone, nell’avvicinare la produzione ai bisogni reali, nel garantire livelli di concorrenza più elevata a beneficio del consumatore”. Borzaga ha anche dimostrato con i numeri che laddove, in Italia, c’è maggiore intensità di credito cooperativo, il tasso di interesse dei prestiti cala e l’interesse sui depositi cresce a tutto vantaggio del risparmiatore.

mercoledì 4 luglio 2012

QUELLA MONETA CHIAMATA WIR

Ottimo articolo sulle potenzialità e il significato della banca "Wir" e della cooperazione.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"

di Massimo Amato

Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).



Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.

Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.

La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.

Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.


Cos’è una banca?

Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.

Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.

Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.

Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.


Arriva Zimmermann

Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.

I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.

Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).

La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.

La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.

I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.

Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.

Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.

Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…

D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.

Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.


Umanizzare l’economia

Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».

L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.

martedì 19 giugno 2012

Lenin - "Sulla Cooperazione" 1923

Interessanti riflessioni del leader russo sulla cooperazione e il suo ruolo nella costruzione della "società socialista".

Ogni volta che penso al Socialismo, soprattutto a quello di stampo sovietico, mi vengono in mente le parole di Sandro Pertini: "... Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.
Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, privandomi della libertà io la rifiuterei. ...Ecco come io sono socialista...
"


Pubblicato nella Pravda, nn. 115 e 116, 26 e 27 maggio 1923.
Trascritto dall'Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare) e da Pagine rosse, Gennaio 2003


"Mi pare che da noi non si stimi abbastanza la cooperazione. Non tutti comprenderanno che ora, dopo la rivoluzione d'Ottobre e indipendentemente dalla Nuova politica economica (al contrario, a questo riguardo dobbiamo dire: proprio grazie alla Nuova politica economica), la cooperazione acquista da noi un'importanza del tutto esclusiva. I sogni dei vecchi cooperatori abbondano di chimere. Essi sono sovente ridicoli, con le loro fantasticherie. Ma in che consiste la loro irrealtà? Nel non comprendere l'importanza principale, radicale della lotta politica della classe operaia per l'abbattimento del dominio degli sfruttatori. Ora quest'abbattimento da noi ha avuto luogo, ed ora molto di quanto sembrava fantastico, perfino romantico, perfino banale nei sogni dei vecchi cooperatori, diventa una realtà delle più autentiche.

Infatti, da noi, una volta che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, una volta che a questo potere dello Stato appartengono tutti i mezzi di produzione, da noi, effettivamente, non ci resta che da organizzare la popolazione in cooperative. Nelle condizioni di un massimo raggruppamento della popolazione nelle cooperative, si arriva automaticamente a quel socialismo, che prima aveva suscitato un'ironia legittima, dei sorrisi, del disprezzo fra le persone convinte a giusta ragione della necessità della lotta di classe, della lotta per il potere politico, ecc. Ed ecco che non tutti i compagni si rendono conto dell'importanza gigantesca, incommensurabile che acquista ora per noi l'organizzare la popolazione della Russia in un sistema di cooperative. Con la Nep abbiamo fatto una concessione al contadino in quanto mercante, al principio del commercio privato; appunto da ciò deriva (contrariamente a quanto si crede) l'importanza gigantesca della cooperazione. In sostanza, l'organizzare in misura sufficientemente ampia e profonda la popolazione russa in cooperative nel periodo della Nep, è tutto quanto ciò occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell'interesse privato, dell'interesse commerciale privato, con la verifica, e con il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell'interesse privato all'interesse generale che prima rappresentava un ostacolo insormontabile per molti, per moltissimi socialisti. In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l'alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall'alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione.

Ed è appunto questa condizione che viene sottovalutata da molti dei nostri attivisti nel loro lavoro pratico. Da noi si guarda la cooperazione con disprezzo, non comprendendo l'importanza esclusiva che ha la cooperazione, anzitutto, dal punto di vista di principio (i mezzi di produzione appartengono allo Stato), in secondo luogo, dal punto di vista del passaggio a un ordine nuovo per la via più semplice, facile e accessibile ai contadini.

Appunto in ciò sta di bel nuovo l'essenziale. Una cosa è fantasticare in merito ad ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare questo socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa costruzione. Tale stadio noi l'abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che, avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente.

Nel passare alla Nep, abbiamo esagerato non nel senso che abbiamo prestato troppa attenzione al principio dell'industria libera e del commercio libero, ma, nel passare alla Nep, abbiamo esagerato nel senso che abbiamo dimenticato di pensare alla cooperazione e che ora non l'apprezziamo sufficientemente e ne abbiamo cominciato già a dimenticare la gigantesca importanza nei due aspetti su indicati del suo significato.

Qui intendo intrattenermi col lettore su quanto praticamente si può e si deve subito fare, partendo da questo principio "cooperativo".

Con quali mezzi si può e si deve subito sviluppare questo principio "cooperativo", in modo da renderne chiaro ad ognuno la sua funzione socialista?

Bisogna porre politicamente la cooperazione in modo tale, che non soltanto le cooperative godano in generale e sempre di determinati vantaggi, ma in modo che questi vantaggi siano vantaggi puramente materiali (il saggio di interesse bancario, ecc.). È necessario concedere alle cooperative crediti statali in misura tale, che superino sia pure di poco i crediti concessi da noi alle aziende private, che si avvicinino ad esempio a quelli concessi all'industria pesante, ecc.

Ogni regime sociale sorge solo con l'appoggio finanziario di una classe determinata. È inutile ricordare quante centinaia e centinaia di milioni di rubli costò il sorgere del capitalismo "libero". Ora dobbiamo comprendere e mettere in pratica questa verità: che attualmente il regime sociale che dobbiamo appoggiare in modo straordinario è il regime cooperativo. Ma dobbiamo appoggiarlo nel vero senso della parola, cioè quest'appoggio non è sufficiente intenderlo come appoggio di una forma qualsiasi di cooperazione; quest'appoggio dev'essere inteso come appoggio di quella cooperazione, alla quale partecipano veramente le vere masse della Popolazione. Dare un premio al contadino che partecipa alla cooperazione, è una forma certamente giusta; ma contemporaneamente, bisogna verificare questa partecipazione, e verificare il grado di coscienza ed il pregio; ecco in che cosa sta il nocciolo della questione. Quando un cooperatore arriva in un villaggio e apre colà uno spaccio cooperativo, la popolazione, a dire il vero, non prende nessuna parte alla sua fondazione; ma, guidata dal proprio interesse, vorrà ben presto provare a parteciparvi.

Questo problema presenta anche un altro lato. Ci resta ben poco da fare, dal punto di vista di un europeo "civilizzato" (che sappia anzitutto leggere e scrivere), per costringere ognuno a partecipare, e a partecipare non in modo passivo, ma in modo attivo, alle operazioni cooperative. In sostanza ci è rimasta "soltanto" una cosa da fare: rendere la nostra popolazione talmente "civilizzata", ch'essa comprenda tutti i vantaggi che dà la partecipazione generale alla cooperazione, e che organizzi questa partecipazione. "Soltanto" questo. Ora non abbiamo bisogno di nessun'altro genere di saggezza per passare al socialismo. Ma per realizzare questo "soltanto", è necessario tutto un rivolgimento, tutta una tappa di sviluppo culturale di tutta la massa popolare. Perciò la nostra regola dev'essere: il meno possibile di artifici, il meno possibile di intricato. La Nep a questo riguardo rappresenta un progresso, nel senso che essa si adatta al livello del contadino più comune, che non esige da questi niente di superiore. Ma per ottenere a mezzo della Nep che assolutamente tutta la popolazione partecipi alle cooperative, per questo è necessaria un'intiera epoca storica. Se tutto va per il meglio, noi possiamo attraversare quest'epoca in uno o due decenni. Eppure questa sarà un'epoca storica speciale, e senza di essa, senza un'istruzione elementare generale, senza un grado sufficiente di comprensione, senz'aver abituato sufficientemente la popolazione a servirsi dei libri e senza una base materiale per questo, senza una certa garanzia, diciamo, contro il cattivo raccolto, la carestia, ecc., - senza tutto ciò, noi non raggiungeremo il nostro scopo. Tutto sta ora nel saper unire lo slancio rivoluzionario, l'entusiasmo rivoluzionario di cui abbiamo già dato prova, e dato prova in misura sufficiente e che abbiamo coronato da un successo completo, nel saperlo unire (qui sarei quasi propenso a dire) con la capacità di essere un mercante intelligente e colto, il che è del tutto sufficiente per un buon cooperatore. Per capacità di essere mercante, io intendo la capacità di essere un mercante colto. Se lo mettano bene in testa gli uomini russi o semplicemente i contadini che pensano: dal momento che commercia, significa che ha le capacità d'un mercante. Ciò è del tutto falso. Egli commercia, ma da questo alla capacità di essere un mercante colto, c'è una grande distanza. Egli commercia ora alla maniera asiatica, ma per saper essere un buon mercante, bisogna commerciare all'europea. Da ciò lo divide un'epoca intiera.

Concludo. Una serie di privilegi economici, finanziari e bancari alla cooperazione: in ciò deve consistere l'appoggio del nostro Stato socialista al nuovo principio di organizzazione della popolazione. Ma in questo modo il compito è prospettato soltanto in linee generali, perché resta ancora da precisare, da descrivere dettagliatamente tutto il suo contenuto pratico; ossia bisogna saper trovare la forma dei "premi" (e stabilire le modalità per il loro assegnamento) che noi concediamo per il lavoro in pro della cooperazione, la forma di premi con la quale si aiuti sufficientemente la cooperazione, la forma di premi con la quale si possano formare dei cooperatori colti. E il regime dei cooperatori inciviliti, data la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, data la vittoria di classe del proletariato sulla borghesia, questo è il regime del socialismo."

4 gennaio 1923


"Ogni qualvolta ho trattato l'argomento della Nuova politica economica, ho citato il mio articolo del 1918 sul capitalismo di Stato [1]. Ciò ha suscitato più volte i dubbi di alcuni giovani compagni. Ma i loro dubbi si riferivano soprattutto a problemi politici astratti.

Sembrava loro che non si potesse chiamare capitalismo di Stato un regime in cui i mezzi di produzione appartengono alla classe operaia e a questa classe operaia appartiene il potere dello Stato. Però essi non hanno notato che del termine "capitalismo di Stato" me ne son servito: in primo luogo, per stabilire il legame storico tra la nostra posizione attuale e la posizione da me presa nella polemica contro i cosiddetti comunisti di sinistra; e già allora ho dimostrato che il capitalismo di Stato sarebbe superiore al nostro regime economico attuale; per me l'importante era di stabilire il legame succedaneo del capitalismo di Stato abituale col capitalismo di Stato insolito, addirittura del tutto insolito, del quale parlai presentando al lettore la nuova politica economica. In secondo luogo, per me quel che è sempre stato importante, è l'obiettivo pratico. Ora, l'obiettivo pratico della nostra nuova politica economica consiste nell'ottenere delle concessioni; queste sarebbero già state indubbiamente nelle nostre condizioni un puro tipo di capitalismo di Stato. Ecco come io consideravo gli argomenti sul capitalismo di Stato.

Ma c'è ancora un aspetto del problema, nel quale possiamo aver bisogno del capitalismo di Stato o, almeno, di un confronto con esso. È quel che riguarda la cooperazione.

È indubbio che le cooperative, nelle condizioni di uno Stato capitalistico, sono istituzioni collettive capitaliste. È pure indubbio che, nelle condizioni della nostra realtà economica attuale, quando da noi coesistono delle aziende capitaliste private - non altrimenti però che sulla terra appartenente a tutta la società, e non altrimenti che sotto il controllo del potere di Stato appartenente alla classe operaia - e delle imprese di tipo socialista conseguente (quando i mezzi di produzione appartengono allo Stato, come il terreno su cui è impiantata l'azienda, e tutta l'azienda nel suo insieme), allora sorge ancora la questione di un terzo tipo di imprese, le quali, dal punto di vista di principio, non formavano prima un gruppo particolare, e precisamente: le aziende cooperative. In regime di capitalismo privato le aziende cooperative differiscono dalle aziende capitaliste, come le aziende collettive dalle aziende private. In regime di capitalismo di Stato le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste di Stato, in primo luogo come aziende private, in secondo luogo come aziende collettive. Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia.

Ecco una circostanza della quale da noi non si tiene sufficientemente conto quando si discute sulla cooperazione. Si dimentica che la cooperazione assume nel nostro paese, grazie alla particolarità del nostro regime statale, un'importanza del tutto esclusiva. Se si prescinde dalle concessioni, le quali, a proposito, non hanno avuto da noi uno sviluppo più o meno considerevole, nelle nostre condizioni la cooperazione coincide di regola completamente col socialismo.

Spiego il mio pensiero. In che cosa consiste l'irrealtà dei piani dei vecchi cooperatori, a partire da Robert Owen? Nell'aver sognato la trasformazione pacifica della società contemporanea mediante il socialismo, senza tener conto di una questione cardinale, come quella della lotta di classe, della conquista del potere politico da parte della classe operaia, dell'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice. E perciò abbiamo ragione nel considerare questo socialismo "cooperativo"come del tutto fantastico, romantico e persino banale nel suo sogno di trasformare mediante la semplice organizzazione cooperativa della popolazione i nemici di classe in collaboratori di classe e la lotta di classe in pace di classe (cosiddetta pace civile).

È indubbio che, dal punto di vista del compito fondamentale d'oggigiorno, noi avevamo ragione, poiché, senza la lotta di classe per il potere politico nello Stato, non si può realizzare il socialismo.

Ma guardate come le cose sono mutate, ora che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, che il potere politico degli sfruttatori è abbattuto e che tutti i mezzi di produzione (esclusi quelli che lo Stato operaio lascia volontariamente per un certo tempo e a certe condizioni di concessione agli sfruttatori) si trovano nelle mani della classe operaia.

Ora abbiamo il diritto di dire che il semplice sviluppo della cooperazione s'identifica per noi (salvo la "piccola" riserva sopra indicata) con lo sviluppo del socialismo. Contemporaneamente siamo obbligati a riconoscere che tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subito un cambiamento radicale. Questo cambiamento radicale consiste nell'aver dapprima posto il centro di gravità, e dovevamo porlo, sulla lotta politica, sulla rivoluzione, sulla conquista del potere, ecc. Ora invece il centro di gravità si sposta fino al punto di trasferirsi al pacifico lavoro organizzativo "culturale". Sono pronto a dire che per noi il centro di gravità si trasporta sul lavoro culturale, se non fossimo impediti dai rapporti internazionali, dall'obbligo di lottare per la nostra posizione su scala internazionale. Ma se lasciamo questo da parte e ci limitiamo ai rapporti economici interni, allora oggi il centro di gravità del nostro lavoro si porta veramente sul lavoro culturale.

Davanti a noi si pongono due compiti fondamentali, che costituiscono un'epoca. Si tratta del compito di trasformare il nostro apparato statale, che proprio non vale nulla e che abbiamo ereditato al completo dall'epoca precedente; in cinque anni di lotta non abbiamo modificato nulla seriamente in questo campo perché non ne abbiamo avuto il tempo, e non lo potevamo avere. Il nostro secondo compito consiste nel lavoro culturale per i contadini. E questo lavoro culturale fra i contadini ha come scopo economico appunto la cooperazione. Se potessimo riuscire a organizzare tutta la popolazione nelle cooperative, noi staremmo già a piè fermo sul terreno socialista. Ma questa condizione implica un tale grado di cultura dei contadini (precisamente dei contadini come una massa enorme), che è impossibile organizzare tutta la popolazione in cooperative senza una vera rivoluzione culturale.

I nostri avversari ci hanno detto più volte che noi intraprendiamo un'opera insensata, nel voler impiantare il socialismo in un paese che non è abbastanza colto. Ma si sono ingannati; noi abbiamo cominciato non da dove si doveva cominciare secondo la teoria (di ogni genere di pedanti), e da noi il rivolgimento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur tuttavia oggi ci troviamo.

Ora a noi basta di compiere questa rivoluzione culturale per diventare un paese completamente socialista; ma per noi questa rivoluzione culturale comporta delle difficoltà incredibili, sia di carattere puramente culturale (poiché siamo analfabeti), che di carattere materiale (poiché per diventare colti è necessario un certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, è necessaria una certa base materiale)."

6 gennaio 1923 Lenin


[1]. Lenin allude al suo articolo Sull'infantilismo di "sinistra" e sullo spirito piccolo-borghese (vedi Opere, vol. 27, pp, 293-322).


tratto da: http://www.marxists.org/italiano/lenin/1923/1/sullacooperazione.htm

domenica 11 marzo 2012

Dichiarazione internazionale di identità cooperativa.

L’Alleanza Cooperativa Internazionale (International Co-operative Alliance; in sigla ICA) in occasione del XXXI Congresso del Centenario (Manchester, 20-22 settembre 1995) ha adottato, tra l’altro, una Dichiarazione d’Identità Cooperativa che definisce cosa essa sia e quali siano i suoi valori e i suoi principi basilari.
Questa Dichiarazione ha lo scopo di guidare le organizzazioni cooperative verso il XXI secolo e… oltre. Per quanto riguarda la revisione dei valori e dei principi, questo è il terzo aggiornamento compiuto dall’ICA. Il primo è stato nel 1937 e il secondo nel 1966. Tutti aggiornamenti per spiegare come i principi cooperativi debbano essere interpretati nel mondo contemporaneo.
Le revisioni sono una fonte di forza per il movimento cooperativo e dimostrano come il suo pensiero possa essere applicato ad un mondo in continua evoluzione.
In tutta la sua storia il movimento cooperativo è cambiato e continuerà a farlo anche nel futuro.
In queste trasformazioni vi è sempre il rispetto per tutti gli esseri umani e il credere che essi possono migliorare se stessi economicamente e socialmente attraverso l’aiuto reciproco.
Inoltre il movimento cooperativo crede che le procedure democratiche applicate alle attività economiche siano fattibili, auspicabili ed efficienti.
E ritiene che organizzazioni economiche democraticamente controllate contribuiscano al bene comune. Su queste prospettive filosofiche nodali sono fondati i sette principi fondamentali della cooperazione: sette comandamenti di ferro e, contemporaneamente, sette linee guida per giudicare il comportamento e per assumere delle decisioni.
Anche nella Dichiarazione del 1995 sono elencati sette principi: adesione libera e volontaria; controllo democratico dei soci; partecipazione economica dei soci; autonomia ed indipendenza; educazione, formazione ed informazione; collaborazione tra cooperative; interesse verso la comunità.
I primi tre principi essenzialmente si riferiscono alle dinamiche interne di ogni cooperativa; gli ultimi quattro riguardano sia le caratteristiche interne che i rapporti esterni di esse.

Definizione
Una cooperativa è un’associazione autonoma di persone che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni attraverso la creazione di una società di proprietà comune e democraticamente controllata.

Valori
Le cooperative si fondono sui valori dell’autosufficienza (il fare da sé), dell’autoresponsabilità, della democrazia, dell’uguaglianza, dell’equità e solidarietà. Fedeli allo spirito dei propri padri fondatori, i soci delle cooperative credono nei valori etici dell’onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell’attenzione verso gli altri.

Principi
I principi cooperativi sono linee guida con cui le cooperative mettono in pratica i propri valori.

1° Principio: Adesione libera e volontaria
Le cooperative sono organizzate volontarie aperte a tutte le persone in grado di utilizzarne i servizi offerti e desiderose di accettare le responsabilità connesse all’adesione, senza alcuna discriminazione sessuale, sociale, razziale, politica o religiosa.

2° Principio: Controllo democratico da parte dei soci.
Le cooperative sono organizzazioni democratiche, controllate dai propri soci che partecipano attivamente alla definizione delle politiche e all’assunzione delle relative decisioni. Gli uomini e le donne eletti come rappresentanti sono responsabili nei confronti dei soci. Nelle cooperative di primo grado, i soci hanno gli stesso diritti di voto (una testa, un voto), e anche le cooperative di altro grado sono ugualmente organizzate in modo democratico.

3° Principio: Partecipazione economica dei soci
I soci contribuiscono equamente al capitale delle proprie cooperative e lo controllano democraticamente. Almeno una parte di questo capitale è, di norma, proprietà comune della cooperativa. I soci, di norma, percepiscono un compenso limitato sul capitale sottoscritto come condizione per l’adesione. I soci destinano gli utili ad alcuni o a tutti gli scopi: sviluppo della cooperativa, possibilmente creando delle riserve, parte delle quali almeno dovrebbero essere indivisibili; erogazione di benefici per i soci in proporzione alle loro transazioni con la cooperativa stessa, e sostegno ad altre attività approvate dalla base sociale.

4° Principio: Autonomia ed indipendenza
Le cooperative sono organizzazioni autonome, di mutua assistenza, controllate dai soci. Nel caso in cui esse sottoscrivano accordi con altre organizzazioni (incluso i governi) o ottengano capitale da fonti esterne, le cooperative sono tenute ad assicurare sempre il controllo democratico da parte dei soci e mantenere l’autonomia della cooperativa stessa.

5° Principio: Educazione, formazione ed informazione
Le cooperative s’impegnano ad educare ed a formare i propri soci, i rappresentanti eletti, i manager e il personale, in modo che questi siano in grado di contribuire con efficienza allo sviluppo delle proprie società cooperative. Le cooperative devono attuare campagne di informazione allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, particolarmente i giovani e gli opinionisti di maggiore fama, sulla natura e i benefici della cooperazione.

6° Principio: Cooperazione tra cooperative
Le cooperative servono i propri soci nel modo più efficiente e rafforzano il movimento cooperativo lavorando insieme, attraverso le strutture locali e nazionali, regionali ed internazionali.

7° Principio: Interesse verso la comunità
Le cooperative lavorano per uno sviluppo durevole e sostenibile delle proprie comunità attraverso politiche approvate dai propri soci.

giovedì 9 febbraio 2012

2012 International Year of Cooperatives - Lo strumento per cambiare il mondo

L'impresa cooperativa rappresenta lo strumento concreto tramite il quale, a mio parere, si riuscirà a creare un mondo migliore. Ovviamente non basta disporre dello strumento per creare qualcosa, ma bisogna sapere come utilizzarlo; a questo proposito mi auguro che a breve possa nascere un movimento cooperativo internazionale che abbia chiari gli obiettivi da raggiungere e le strategie per perseguirli, perché solo dal coordinamento dell'intero movimento cooperativo potranno scaturire le strategie efficaci per cambiare il mondo.
Come scriveva Gramsci nei Quaderni del carcere: "lo sviluppo è verso l'internazionalismo, ma il punto di partenza è nazionale".


venerdì 3 febbraio 2012

L'Argentina cresce grazie ad un piano in stile MMT

"Sono tempi di crisi economica. Proprio per questo, può essere importante “rispolverare” la storia recente di un Paese, l’Argentina, che 10 anni fa è stato lo “specchio di dove andrà il Mondo”, come recitava una scritta comparsa sui muri di Buenos Aires durante i giorni delicati e violenti del dicembre 2001. Il processo con il quale l'Argentina è uscita dalla crisi economica si mostra come una nuova strada per governare uno Stato. Ma andiamo con ordine, ripercorrendo la storia. Dopo il governo peronista, che la vide tra le dieci economie più floride del pianeta, l’Argentina a partire dal 1976 sprofondò in una vertiginosa recessione economica sotto ben tre dittature e vari governi pseudo democratici che erano sotto il ricatto del Fondo Monetario Internazionale e degli Usa (dal ’91 il tasso di cambio tra peso e dollaro era fisso). Un modo di governare che ha succhiato fino al midollo le risorse argentine, costringendo i cittadini a vedere i propri risparmi messi in banca portati fuori dal Paese, fino a farla diventare il debito pubblico pro-capite più alto del mondo. Nel pieno della crisi economica del 2001, alcune province raggiungevano il 71% di denutrizione infantile, la disoccupazione reale il 42% e le fabbriche cessavano di lavorare o chiudevano miseramente.

Fu proprio nelle fabbriche - come raccontato magistralmente nel documentario “The Take” (La presa) di Naomi Klein - che si assistette alle prime reazioni, non coordinate ed un po' confuse, che però hanno introdotto un nuovo modo di pensare alla risoluzione dei problemi dell’industria: gli stessi operai, intuendo il clima generale e con gli imprenditori pronti alla fuga col malloppo residuo, occuparono le fabbriche, presero possesso dei mezzi di produzione e si assunsero gli oneri della gestione (ancora oggi, dopo aver ottenuto riconoscimento giuridico, solo poche di quelle hanno dovuto chiudere). Oltre i lavoratori, a scendere in strada furono diversi movimenti: come i “piqueteros”, disoccupati che intrapresero il blocco delle merci come moderno strumento di lotta; o le “caceloras”, donne che battevano rumorosamente le loro pentole con le posate; e tanti cittadini che assaltavano bancomat e ingressi delle banche come unico segno di protesta e di rabbia per aver perso i loro risparmi. Quella che si combattè per le strade delle grandi città argentine nel dicembre 2001 e nei mesi successivi fu una vera e propria battaglia, con le sue vittime (37 morti) e i suoi nemici da combattere nelle Istituzioni (4 governi furono costretti alle dimissioni in poche settimane).

Fino a quando, con l’elezione di Nestor Kirchner e la sconfitta di Carlos Menem (presidente per la decade dal 1989 al ’99), cominciò ad intravedersi uno sbocco e una proposta politica di governo alla gravissima situazione. La politica industriale kirchneriana ha visto la rinazionalizzazione di aziende precedentemente privatizzate. Il provvedimento più importante e coraggioso, però, è stata la dichiarazione del default dell’Argentina per ristrutturare il debito. Kirchner impose un forte sconto sulle obbligazioni (75% circa, con sentenze di condanna da Usa e Germania), rinegoziò contratti con fornitori di servizi, ma soprattutto ripianò il suo debito pubblico con il Fmi: «abbiamo potuto costruire un’Argentina diversa. Abbiamo ottenuto una storica cancellazione di 100 miliardi di dollari di debito privato». Una politica che, sebbene abbia estromesso l’Argentina dai mercati finanziari, ha consentito negli anni 2000 un rilancio dell’economia reale e una risoluzione delle questioni sociali del Paese. Con interventi a sostegno dei consumi della classe media impoverita e dei ceti popolari, questo Stato vanta adesso una crescita annuale dal 7 al 10%, oltre a poste, aerolinee, sistema pensionistico e acqua ristatalizzate. Gli investimenti nella scuola sono del 6.5% del Pil nella scuola (dal 2% iniziale) e a più di un milione di ragazzi delle scuole medie viene fornito un notebook pagato interamente con fondi statali.

La svolta progressista di questi anni, inevitabilmente, non è stata solo economica, ma civile: nozze omosessuali, abrogazione delle leggi di impunità verso la dittatura militare e apertura di migliaia di processi contro le violazioni di diritti umani di quel periodo (1976-1983) che causò 30.000 desaparecidos (giovani oppositori politici "scomparsi"). In politica estera, inoltre, l’impegno su basi socialiste coi Paesi vicini, Brasile e Venezuela su tutti, ha concesso al Sud America di non diventare la fabbrica a basso costo degli Stati Uniti. Un successo che ha trovato conferma anche nell’ultimo esito elettorale del 2011: Cristina Fernandez Kirchner (moglie di Nestor) è di nuovo presidente col 54% dei voti, senza passare per ballottaggi. Nessun Paese al Mondo è il “paese delle meraviglie” e nessun Governo dovrà mai essere esente da vigilanza e osservazione critica, ma l'evoluzione dei fatti storici avvenuti in Argentina, è di sicuro una speranza per chi vede uno sviluppo diverso per il futuro del Mondo."

tratto da: http://liniziativa.net//news/?id_news=1160&Crisi+globale%3A+il+caso+Argentina%2C+10+anni+dopo+&path=17

lunedì 23 gennaio 2012

RIMINI 24, 25, 26 Febbraio - Summit Modern Money Theory

Il Summit sulla MMT si terrà a Rimini, i prossimi 24, 25 e 26 Febbraio. Il luogo è il 105 Stadium. Personalmente ho confermato la presenza; spero che possa essere un punto di partenza per un'importante cambiamento del paradigma economico.

Per chi fosse interessato all'evento, o ai temi che esso discute: http://www.democraziammt.info/

Di seguito quanto apparso sul sito di Barnard, organizzatore del Summit:



"Devo sapere con precisione quanti di voi DAVVERO verranno al Summit MMT, che si terrà al 105 STADIUM, PIAZZALE PASOLINI 1/C RIMINI, DAL 24 FEBBRAIO SERA AL 26 POMERIGGIO, nei seguenti orari: Venerdì 24: dalle 21 alle 22,30 – Sabato 25: dalle 09 alle 12,30, dalle 15 alle 19 circa e dalle 21 alle 22,30 – Domenica 26 dalle 09 alle 12,30 e dalle 15 alle 18,30 circa.

Perché vi chiedo questo?

Perché DEVO PAGARE MIGLIAIA DI EURO DI STRUTTURE SULLA BASE DI QUANTI PARTECIPANO, ED E’ INACCETTABILE GETTARE UNA MONTAGNA DI SOLDI DONATI SE POI LA META’ DI VOI NON SI PRESENTA.

Mi dovete dire CON IMPEGNO ADULTO se veramente ci sarete o meno.

Quindi:

1) RISPONDETE QUI paolo.barnard@yahoo.it CON UNA MAIL CON INTESTAZIONE TASSATIVA “CONFERMO”. UNA MAIL PER PERSONA. NO A MAIL CON PIU’ NOMI.

NOTA IMPORTANTE: E’ ESSENZIALE ESSERCI DAL VENERDI’ SERA, DOVE VERRANNO DETTE COSE FONDAMENTALI PER TUTTO L’EVENTO. Significa essere a Rimini entro le 19 del Venerdì 24, tassativo, per registrazione e accesso.

2) Chi è incerto, o sa di non venire, NON RISPONDA A QUESTA MAIL. Chi è incerto NON E’ escluso dal Summit, verrà mantenuta una quota di posti di riserva sufficiente per tutti, data l’ampiezza dello Stadium.

3) Invitiamo ciascuno a portare la ricevuta del proprio bonifico, da esibire all’entrata.

Per favore, non ci fate contare persone che poi non verranno, questo danneggia tutti.

COME ALLOGGIARE A POCO:

Contattate la persona che si occuperà del booking alberghiero: Simona Pozzi tel. 02-34934404 interno 205, cellulare 342-3913741. Offrono per il Summit MMT camere scontate da 2-3-4 letti a costi da 25/30 euro a notte con prima colazione a Rimini. E’ il meno che siamo riusciti a ottenere. Non tutti gli alberghi sono a distanza di cammino dal 105 Stadium, quindi incoraggiamo il ‘car-pooling’.

ATTENZIONE: AVETE 10 GIORNI DA OGGI PER CHIAMARE E OTTENERE LE CAMERE AL PREZZO SCONTATO STABILITO. CHIUNQUE PRENOTI DOPO QUESTO PERIODO POTREBBE DOVER PAGARE UN PREZZO UN PO’ SUPERIORE.



Per il programma completo visitare nei prossimi giorni http://www.democraziammt.info/ o paolobarnard.info.



RISPONDETE SUBITO. Grazie davvero. Questo è un evento storico. P.B.



p.s. La iscrizioni sono ancora aperte, anche il c/c bancario, e se arriveranno altri fondi meglio per tutti.

Ricordo il c/c che è IBAN: IT77D 02008 02455 000101640115

Banca Unicredit, Bologna, ag. Bologna Dante, via Dante1/E

Intestatario: Paolo Rossi (il secondo cognome Barnard è omesso dal conto)

Attenzione1: scrivere nella causale “Summit MMT Italia” col proprio nome e cognome."