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venerdì 5 luglio 2013

TED - Ernesto Sirolli - Imprenditorialità e soluzioni

Interessante intervento di Ernesto Sirolli sul palco di TED. Oltre a raccontare la sua esperienza personale in Africa, all'interno di programmi internazionali di aiuto, Sirolli parla delle conoscenze acquisite sullo sviluppo e la nascita di imprese di successo. Imprese che oltre a realizzare le passioni di chi le fonda portano innovazione e sviluppo all'interno delle comunità d'appartenenza.

Buona visione



Seconda parte del video

venerdì 5 aprile 2013

EconomEtica: Convegno 8 Aprile - Milano

EconomEtica, centro interuniversitario per l'etica economica e la responsabilità sociale di impresa organizza a Milano il convegno "Etica, economia e diritto dei beni comuni. Forme di governance democratica e cooperativa."

Quando - 8 Aprile 2013
Dove - Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, via Sant’Antonio, 10 - Milano

Locandina dell'evento

Obiettivo del convegno è approfondire le forme alternative, rispetto al modello burocratico e a quello privato capitalistico, di governo e gestione dei commons e delle infrastrutture
di pubblica utilità, valutando il tema sia dal punto di vista dell’efficienza che dell’equità e adottando un approccio interdisciplinare che coinvolga, fra gli altri, economisti, aziendalisti, giuristi, filosofi, scienziati politici.
La giornata si svilupperà su tre momenti principali.
Il primo prevede di affrontare la definizione di beni comuni/bene comune da vari punti di vista: etico-filosofico, economico, giuridico e politico.
Successivamente sarà discussa una proposta riguardante la possibilità di prevedere assetti istituzionali della governance dei beni comuni/bene comune (incluse le fondamentali public utilities che abbiano un riferimento a un territorio identificabile) attraverso forme multi-stakeholder, democratiche e cooperative, non orientate alla massimizzazione del profitto ma ciò nondimeno efficienti.
Nel pomeriggio studiosi di varie discipline nonché rappresentanti delle parti sociali discuteranno i temi introdotti nel corso della mattinata in tre tavole rotonde rispettivamente incentrate su: aspetti giuridici ed economici inerenti la democrazia, il controllo e la governace dei beni comuni; aspetti di efficienza economica nella gestione dei beni comuni; esperienze e prospettive di partecipazione, co-determinazione e democrazia economica nella governance multi-stakeholder delle imprese e dei sistemi di governo locale dei beni comuni.
Il convegno trae origine da riflessioni e proposte emerse nell’ambito del progetto (PRIN) n. 20085BHY5T ed è l’occasione per presentare alcune conclusioni e analisi sviluppate all’interno del progetto stesso.

lunedì 18 febbraio 2013

Nasce l'Ufficio di Scollocamento per Imprenditori

L'associazione Paea lancia un'iniziativa dedicata al mondo dell'impresa. L'Ufficio di Scollocamento per Imprenditori si rivolge a chi vuole emanciparsi e iniziare un percorso di 'disintossicazione' dal business fine a se stesso. Il primo incontro di orientamento si terrà dal 5 al 7 aprile al Parco dell'Energia Rinnovabile in Umbria.


La crisi economica nei paesi occidentali sta diventando strutturale. Molte aziende non sono più competitive e stanno chiudendo o saranno costrette a farlo nei prossimi anni. Tante persone, giovani e meno giovani, dovranno inventarsi un nuovo lavoro. E fra questi gli imprenditori.

Diventa quindi indispensabile un cambio di paradigma per trasformare la crisi in opportunità, per sviluppare un modello di vita più sostenibile incentrato sul valore sociale e umano dei nuovi beni e servizi che verranno creati. Motore del cambiamento sarà come sempre l’individuo che si organizza, da solo o con altri, per creare nuova ricchezza per la società in cui vive. L'imprenditore è per sua natura creativo, flessibile e orientato al cambiamento e dunque può iniziare questo cammino.

Nasce con queste premesse, a un anno dall'avvio del progetto dell'Ufficio di Scollocamento da parte dell'associazione PAEA , un'iniziativa tutta dedicata al mondo dell'impresa. L'obiettivo è quello di fornire agli imprenditori le informazioni necessarie per convertire le proprie aziende alle nuove richieste del mercato: prodotti più utili, sani, sostenibili e rispettosi dell'ambiente e dell'individuo.

L'Ufficio di Scollocamento per Imprenditori
si rivolge a chi vuole emanciparsi e iniziare un percorso di 'disintossicazione' dal business fine a se stesso , da un modello economico e di società che non gli appartiene più o che forse non gli è mai appartenuto. Spesso infatti gli imprenditori applicano modelli stereotipati non aderenti alle loro vere inclinazioni e sensibilità.

L'ufficio di Scollocamento per Imprenditori guarda a tutti quelli che vogliono impegnarsi per una nuova etica del lavoro e del fare impresa. Un cambio di vita che può essere radicale, lasciando il lavoro attuale e inventandosene uno nuovo, o graduale, iniziando a diversificare la propria attività cogliendo le opportunità che questa fase di cambiamento offre.



Il primo incontro si tiene dal 5 al 7 aprile 2013 presso il PeR – Parco dell’Energia Rinnovabile (Frattuccia – Terni), il più importante Centro in Italia che coniuga tecnologie alternative, energie rinnovabili, efficienza energetica, recupero e uso dell'acqua piovana, sede di un presidio Slow Food e di progetti innovativi.

Tra i relatori - testimoni ed esperti - ci saranno: Alessandro Ronca , imprenditore e fondatore del Parco dell'Energia Rinnovabile; Massimo Calì , creatore di un team di professionisti specializzati nella gestione delle crisi aziendali e nel supporto a imprenditori in difficoltà; Paolo Ermani, autore insieme a Simone Perotti del libro Ufficio di Scollocamento (Chiarelettere, 2012) e presidente dell'associazione PAEA; Emanuele Carissimi, fondatore e presidente del Gruppo Acquisto Terreni di Scansano; Randa Romero , psicologa e psicoterapeuta, formatrice esperta di pensiero creativo.


Tratto da: http://www.ilcambiamento.it/culture_cambiamento/nasce_ufficio_scollocamento_imprenditori.html




mercoledì 5 dicembre 2012

Le cooperative battono la crisi: i dati del primo rapporto sulla cooperazione in Italia

Una straordinaria crescita occupazionale. L’occupazione nelle cooperative ha continuato a crescere anche nei primi nove mesi del 2012 (+2,8%), portando il numero degli addetti delle circa 80.000 imprese del settore a quota 1.341.000 (+36.000 rispetto all’anno precedente). Si conferma così un trend positivo e l’andamento anticiclico di questo segmento produttivo. Negli anni della crisi, tra il 2007 e il 2011, a fronte di un calo dell’1,2% dell’occupazione complessiva e del 2,3% nelle imprese, gli occupati nelle cooperative hanno registrato un aumento dell’8%. Le cooperative contribuiscono al 7,2% dell’occupazione creata dal sistema delle imprese in Italia. I settori in cui forniscono l’apporto più rilevante sono il terziario sociale (dove il 23,6% dei lavoratori è occupato in cooperative), in particolare il comparto sanità e assistenza sociale (49,7%), i trasporti e la logistica (24%), i servizi di supporto alle imprese (15,7%). Le cooperative presentano anche una struttura dimensionale più ampia rispetto alle imprese tradizionali: a fronte di una media di 3,5 addetti per impresa, le cooperative ne contano 17,3. È quanto emerge dal «1° Rapporto sulla cooperazione in Italia» realizzato dal Censis per l’Alleanza delle Cooperative Italiane.

QUI la sintesi dello studio.
QUI lo studio completo.

Bene le cooperative sociali, in difficoltà l’edilizia. A fare da traino alla crescita dell’occupazione sono state le cooperative sociali, che hanno registrato un vero e proprio boom di addetti nel periodo 2007-2011 (+17,3%), proseguito nell’ultimo anno (+4,3%). Anche l’ampia area del terziario (commercio e distribuzione, logistica e trasporti, credito, servizi alle imprese) ha registrato un +9,4% di occupati nel quadriennio della crisi e un +3,4% nel 2012. Il settore agricolo invece è rimasto sostanzialmente fermo nel quadriennio (+0,5%) ed è in forte affanno nell’ultimo anno (-3,8%). E non si arresta la crisi del comparto edile: -9,3% gli occupati nel periodo 2007-2011 e -1,6% nel 2012.

La reazione alla crisi. Il mondo della cooperazione è stato capace di reagire positivamente alla crisi, difendendo l’occupazione e cercando nuovi spazi di mercato. Secondo l’indagine del Censis, la maggioranza delle cooperative (il 40,2%) sta attraversando una fase stazionaria, il 24,6% vive un periodo di consolidamento, il 17,4% è in crescita e solo il 17,7% si trova in gravi difficoltà. Le più colpite dalla crisi sono le piccole cooperative, meno attrezzate per rispondere alla difficile congiuntura. Il 31% delle cooperative con meno di 10 addetti (contro il 14,6% di quelle con 10-19 addetti, il 10,5% di quelle con 20-49 addetti e l’8% di quelle con più di 50 addetti) si trova in una fase di ridimensionamento.

I ritardi della Pa, principale ostacolo allo sviluppo. Al primo posto tra le problematiche che hanno condizionato gli ultimi anni di attività delle cooperative ci sono i ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione (lo dichiara il 34,4% delle imprese), poi il calo della domanda (32,3%), i ritardi nei pagamenti da parte dei clienti privati (26%), il costo eccessivo di carburanti ed energia (24,9%).

Le previsioni per il 2013. La maggioranza delle cooperative si prepara ad affrontare il nuovo anno con la sensazione che si dovrà attendere ancora per arrivare a una effettiva ripresa. Gli obiettivi prioritari delle cooperative per l’immediato futuro vedono al primo posto la riduzione dei costi (41,2%) e l’accesso a nuovi mercati (35,3%).

Un settore a forte vocazione femminile. Le donne rappresentano il 52,2% dell’occupazione nelle cooperative e ricoprono il 29,1% dei posti nei consigli di amministrazione. Nel 17,9% delle cooperative più della metà degli occupati e dei consiglieri di amministrazione è costituita da donne. Le cooperative a prevalenza femminile sono presenti soprattutto nel sociale (51,2%) e nei servizi (30,9%).

Fiducia e radicamento nel territorio, valori fondanti. Tra i fattori di competitività indicati dalle cooperative c’è al primo posto il rapporto di fiducia con utenti e consumatori (64%), poi il forte radicamento nel territorio (48,5%), la qualità dei prodotti e servizi offerti (35,5%), il coinvolgimento delle risorse umane (32,8%). Forte è la rivendicazione di una cultura e una prassi aziendali diverse da quelle che ispirano l’azione delle imprese tradizionali, più attente al valore della persona e alle relazioni umane.

La persona al centro del modello d’impresa. Le cooperative riconoscono il valore delle proprie risorse umane – i soci – come elemento fondante della propria identità. Diverse sono le pratiche adottate per venire incontro alle esigenze dei lavoratori e per promuoverne la crescita professionale. La maggioranza delle cooperative (il 56%) è impegnata nel garantire un’organizzazione del lavoro flessibile che permetta autonomia e incentivi la responsabilizzazione, il 37% porta avanti programmi di promozione della crescita professionale dei giovani soci attraverso corsi di aggiornamento e promozioni di carriera, il 16,2% ha adottato misure volte a favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per le donne (asili nido in azienda, banche delle ore), il 7,9% strumenti di welfare integrativo per i propri dipendenti (fondi pensionistici, sanità complementare), il 7,4% meccanismi di supporto per gli immigrati che lavorano nella cooperativa. È forte anche l’impegno per far crescere la cultura cooperativa: il 33,6% ha adottato misure per favorire una maggiore partecipazione dei soci alle assemblee (dislocazione in più sedi, orari favorevoli alle donne) e il 30,5% strumenti di formazione destinati ai soci.

Guardare oltre confine. Le cooperative sono generalmente poco orientate a operare sui mercati esteri: complessivamente, solo il 7,4% esporta e il 2,2% è impegnato in joint venture con imprese straniere. Il primato dell’internazionalizzazione spetta all’agroalimentare, dove il 26,3% delle cooperative è presente all’estero. Se il principale mercato di riferimento per chi opera all’estero è quello comunitario, si segnala una significativa presenza anche nei mercati extra Ue, in particolare Stati Uniti e Canada (il 19,4% delle cooperative presenti all’estero), Russia e Paesi dell’Est (15,7%), Corea e Giappone (12,2%), Cina (10,4%), Medio Oriente e Paesi del Golfo (10,4%), Nord Africa (10,3%). Il 12,9% delle cooperative che attualmente non sono presenti all’estero intende avviare nei prossimi anni iniziative oltre i confini nazionali.

La cooperazione, un modello innovativo per la ripresa. Il sistema delle cooperative ha dimostrato una buona capacità di tenuta di fronte alla crisi e ora può costituire per il Paese un valido modello di riferimento per la ripresa. Ne sono convinti i cooperatori: il contributo più importante che la cooperazione può dare è per il 30,3% il ruolo in termini di tenuta occupazionale, per il 26,1% la promozione di un modo di fare impresa diverso da quello tradizionale, più attento al valore della persona e della comunità, per il 19,1% lo sviluppo di modelli di gestione dei servizi più orientati alla partecipazione e alla responsabilizzazione degli utenti finali, per il 12% la tendenza a intervenire in settori nuovi in cui si concentrano maggiori possibilità di sviluppo, per il 10,6% la capacità di presidiare i settori in cui il ruolo pubblico tende a venire meno.


Questi sono i principali risultati del «1° Rapporto sulla cooperazione in Italia», realizzato dal Censis per l’Alleanza delle Cooperative Italiane, che è stato presentato oggi a Roma da Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis, e discusso da Luigi Marino, Presidente dell’Alleanza delle Cooperative Italiane, Giuliano Poletti e Rosario Altieri, Copresidenti dell’Alleanza delle Cooperative Italiane, con le conclusioni di Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti.


Tratto da: http://cooperazioneintoscana.blogspot.it/2012/11/le-cooperative-battono-la-crisi-i-dati.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+GenereGenerazioniEGentiNellaCooperazioneToscana+%28Genere+Generazioni+e+Genti+nella+cooperazione+toscana%29

martedì 19 aprile 2011

Stream of thoughts e soluzioni - La rete di imprese sociali

È l’una e zero uno – per gli amanti dei numeri – accendo il pc. Voglio finire di leggere l’ultimo aggiornamento di Barnard (15°) che avevo iniziato la sera prima. Carico la pipa e l'accendo. Il mio zippo non funziona, cioè funziona, ma non propriamente.. storia lunga. Ora ho finito il tabacco – Borkum Riff Original, ottimo tabacco sebbene sia il primo e l’unico che abbia mai fumato - domani dovrò comprarlo. Vado sul sito di Paolo, trovo un articolo fresco di giornata; bene, penso, ha ripreso a scrivere regolarmente.
Faccio i primi tiri, i migliori. Comincio a leggere.. Oh no, ancora su quanto sia inutile scrivere da un pc, quanto sia inutile il mero informarsi ecc. Concordo, certo, penso che ha ragione, che è logico; non serve assolutamente a nulla informarsi e basta, così come non serve a nulla manifestare e basta, e parlare o scrivere solamente. È logico. Continuo a tirare, ora un po’ nervosamente, non capisco dove voglia arrivare. Proseguo. Leggo che i seguaci di Saviano, Travaglio e Grillo sono dei deficienti, che i ringraziamenti che riceve lo irritano solamente, merda. Quasi mi ustiono con il fornello, che nel frattempo è diventato quasi incandescente.

È vero, i personaggi citati parlano di cose quasi irrilevanti a confronto di quelle che in questi ultimi mesi sta scrivendo Paolo, ma non credo che sia di qualche utilità chiamare “deficiente” un deficiente. Tra l’altro non credo che le persone che seguono questi personaggi lo siano, deficienti. Credo che siano semplicemente delle persone alla ricerca di soluzioni per migliorare il contesto in cui vivono, e che agiscano sulla base delle informazioni di cui dispongono. Sarebbero dei deficienti se dopo aver letto certe cose, e riflettuto su di esse, tornassero alle loro “lotte” contro Berlusconi &co.

Partiamo da questo presupposto: da soli non si possono fare rivoluzioni.
Volenti o nolenti chiunque voglia mettere in piedi un progetto ha bisogno di altre persone.
Tra parentesi, quanto appena detto non è sempre vero. Credo, infatti, che per cambiare le cose – o fare una rivoluzione, come preferite – serva avere il “potere”.
Ora, questo potere può essere di tre tipi: 1.Militare – 2.Economico – 3.Sociale.
Scartiamo a priori quello militare, visto che dei semplici cittadini non avranno mai quel tipo di potere, e nel XXI secolo non ci sono Rubiconi da attraversare. Verosimilmente è da scartare anche il secondo tipo di potere, quello economico, in quanto nessun cittadino comune ha immensi capitali da poter investire. Rimane il potere sociale, ovvero la capacità di costruire intorno alle proprie idee o progetti un consenso che permetta a quelle idee e progetti di diventare realtà.
Qui torniamo al solito problema: non basta volere qualcosa per averla realmente, bisogna analizzare e pianificare l’azione affinché dia il risultato sperato.
È il discorso della comunicazione, già affrontato in “Lettera aperta a Paolo Barnard”.

Concludo ricordando una cosa a chi legge: agire “contro” serve a ben poco; agire pensando che il cambiamento possa arrivare da qualcun altro, serve a ben poco (es. manifestare per le morti bianche, contro la mafia ecc. aspettandosi che “chi di dovere” faccia qualcosa). L’unica cosa sensata da fare – a mio avviso – è creare il cambiamento che vogliamo, ma crearlo in prima persona senza demandare niente a nessuno. Quindi l’unica cosa sensata da fare è aprire il capitolo delle soluzioni.

Personalmente ho in mente un progetto preciso, su cui ho già iniziato a lavorare – pur essendo ancora alla fase di analisi. La soluzione che per vari motivi considero come la più sensata ed efficace è la creazione di una rete capillare di imprese sociali che sopperiscano – per iniziare – a tutti i bisogni primari di chi lavora al loro interno o le sostiene da fuori: cibo, casa, energia, lavoro. Il fine sarebbe la creazione, tramite questa rete, di un’alternativa socio-economica concreta.
Si potrebbe anche pensare di creare un corrispettivo del WIR svizzero per questa rete di imprese, pro e contro, è tutto da analizzare, da discutere appunto.
Questa è il progetto che personalmente porterò avanti e sul quale mi concentrerò; ad oggi non ho ancora sentito un progetto più sensato. Aspetto con curiosità il capitolo sulle soluzioni di Paolo e l’apertura di una discussione costruttiva, obiettiva e razionale in quella direzione.

Ora il fornello della pipa dovrebbe essersi raffreddato, vediamo di riaccenderla.


Davide B.



P.S. Quanto espresso sopra sono opinioni personali, passibili di errori e di critiche (le quali sono anzi caldamente incoraggiate).

lunedì 21 marzo 2011

PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?

DI VIVENC NAVARRO
vnavarro.org

L’articolo chiama l’attenzione sulla corrente popolare a favore dell’apertura di banche statali pubbliche sia a livello statale che federale, che sta avendo una gradita accoglienza negli Usa, tanto è vero che diversi governatori federali stanno dando spazio a progetti d’apertura di queste nuove banche per facilitare l’erogazione di credito. Questa nuova corrente è in crescendo negli Usa, dopo le catastrofi combinate dalle banche private messe anche a confronto con gli ottimi risultati ottenuti dalle banche pubbliche in quegli Stati che hanno già potuto appoggiarsi ad esse ed affrontare così meglio la crisi economica. L’articolo mette anche in risalto come le grandi cifre erogate per l’ipotetico salvataggio delle banche private, negli Stati Uniti come in Spagna, avrebbero potuto essere destinate all’apertura di questi nuovi istituti di credito.

C’è una notizia che sicuramente non avrete letto nei principali mass media informativi: la nuova corrente che assale gli Stati Uniti (epicentro della crisi finanziaria globale) e che, visti i risultati trova un grande sostegno popolare, propone la creazione di banche pubbliche sia a livello statale che federale.

Ciò è in parte dovuto alla grande disistima di cui gode attualmente la banca privata in quel Paese.

Secondo gli ultimi sondaggi sono le banche le istituzioni meno affidabili nella società americana. Nonostante le enormi erogazioni di fondi pubblici che le banche hanno ricevuto, è ancora difficile per le piccole e medie imprese, nonché per la maggior parte dei privati cittadini, ottenere credito bancario.

Anzichè fare uso dei fondi pubblici, come la stessa parola dice, per compiere una funzione sociale, in questo caso l’offerta di credito, le grandi banche hanno adoperato gli aiuti statali per continuare le loro solite speculazioni (causa tra l’altro della odierna crisi) e per aumentare ancora di più i premi e gli stipendi dei loro dirigenti. Ne consegue una logica e forte insoddisfazione della popolazione verso le banche.

La risposta positiva che si riscontra in quegli Stati che usufruiscono già di queste realtà bancarie, e un’altra ragione per la quale ci sono sempre un maggior numero di politici che, dietro pressione degli elettori, propongono l’ attuazione di queste banche statali pubbliche.

La più conosciuta fra tutte è la Banca Statale dello stato del North Dakota, fondata novantuno anni fa, il cui capitale d’inizio furono i ricavati delle tasse statali e che sono ancora oggi la sua principale fonte di liquidità.

Lo statuto interno della banca proibisce qualunque tipo d’investimento in attività speculative ed esige oltretutto la riconversione degli utili nel proprio territorio. E’ stata una delle banche con più profitti e meno afflitta dalla crisi finanziaria che devasta il Paese. E’ stata anche una delle poche banche a prevenire la bolla immobiliare evitando di conseguenza di praticare ipoteche spazzatura (i mutui subprime).

Così come scrive Ellen Brown nel suo libro Web of Debt, questa banca pubblica è la diretta responsabile del fatto che nel North Dakota non ci sia stato il deficit di credito che hanno avuto la maggior parte degli stati USA.

E’ questo l’esempio che altri stati stanno pensando d’imitare.

Si sono create così un’ondata di proposte governative che in stati come il Vermont, Virginia, Michigan e Washington cercano di mettere in pratica la realizzazione a tutti gli effetti di queste banche statali.

Tutto ciò in risposta al malessere generale della popolazione che non ne può più dell'odierno sistema bancario e dello spreco di fondi pubblici. Davanti a questo diversi parlamentari hanno proibito che i depositi dello Stato vengano impiegati dalle banche d’investimento (Investiments Banks) che altro non fanno che mettere a rischio il denaro pubblico coi loro investimenti speculativi.

L’altro fatto importante che non ha trovato eco nei maggiori mezzi d’informazione e persuasione spagnoli è l’inizio del sorgere di voci che negli Stati Uniti trovano una grande ricettività nell'opinione pubblica e persino in alcuni settori del Congresso Statunitense, ma non ancora carpiti dalle lobbies bancarie. Tra queste, c’è quella del premio nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, che in un recente articolo su The Nation, dichiarava che i 700.000 milioni di dollari spesi per aiutare le banche, avrebbero dovuto essere utilizzati per avviare una banca pubblica, evitando agli USA l’enorme problema di credito che oggi ha. Secondo Joseph Stiglitz questo capitale poteva significare la creazione di una banca pubblica, dalla quale sarebbe stato possibile realizzare un'attività creditizia di 7.000 milioni di dollari (seguendo così il criterio di sicurezza di 1 a 10, ancora più conservatore di quello di 1 a 30 che è la pratica bancaria più diffusa). Questo importo rappresenta una quantità molto più grande di quella di cui ha bisogno oggi il Paese. Stiglitz conclude nel suo articolo, che l’aiuto alle banche non è stato in realtà un mezzo per facilitare il credito, ma bensì un intervento statale il cui primordiale scopo era quello di salvare banchieri ed azionisti.

Queste notizie che non si sono lette nei più grandi mezzi d’informazione e persuasione spagnoli, sono molto importanti per la Spagna, dato che la stessa domanda dovrebbe essere fatta nel nostro Paese. Perché il governo spagnolo ha investito tanti soldi per riscattare le banche, con scarsi risultati nell’erogazione di credito? La popolazione, così come la piccola e media impresa (coloro che creano più posti di lavoro nel settore privato in Spagna), hanno grandi difficoltà a ottenere credito nonostante il fatto che il governo abbia investito somme enormi in aiuti alle banche. Sarebbe stato molto più efficace e solidale se lo Stato Spagnolo (con i soldi spesi ad aiutare i banchieri e i loro azionisti) avesse creato una banca pubblica, così come so per certo, il Sig. Stiligtz suggerì alle autorità spagnole e che a quanto pare, non ebbero nessuna risposta.

E il fatto di non aver tenuto conto del suggerimento è, ancora una volta, l’esempio lampante dell'importanza di cui godono le banche in Spagna (vera forza di potere nel nostro Paese) con a capo la Banca di Spagna, il cui governatore (nominato dal governo socialista) è il massimo esponente del pensiero liberista, pensiero che ha causato l'enorme crisi in atto, e che ancora oggi domina la cultura economica del Paese. La nazionalizzazione delle banche o la creazione di banche pubbliche è uno dei nostri più grandi tabù, uno dei tanti che abbiamo nella cultura politica ed informativa nel Paese, che dovrebbe sparire per poter consentire un vero e proprio dibattito sulla situazione bancaria spagnola, che contrariamente alla saggezza convenzionale che respira il Paese, avrebbe bisogno di attuare cambi radicali nei sistemi di proprietà, nei sistemi del governo e nelle sue funzioni.

Vicenç Navarro, cattedratico di Politiche Pubbliche. Università Pompeu Fabra. Professore di Public Policy nella The Johns Hopkins University.

Titolo originale: "¿Por qué no banca pública? "

Fonte: http://www.vnavarro.org
Link
16.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA