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giovedì 5 gennaio 2012

La storia dei cittadini uniti contro le multinazionali

Ottimo video, questa volta in italiano, che spiega il precedente discorso del senatore Bernie Sanders e sottolinea le motivazioni per cui il peso delle corporation dovrebbe essere estremamente ridotto. Ovviamente si parla degli Stati Uniti d’America, ma è meglio imparare dagli errori altrui per evitare di ripeterli (in un futuro non troppo distante) a casa propria.

mercoledì 4 gennaio 2012

"A Corporation Is Not A Person!" - Senator Sanders

Interessante discorso del senatore Bernie Sanders sulla decisione della corte suprema di considerare le imprese come delle persone, riconoscendogli dei diritti.

Fa abbastanza impressione vedere accostate le parole "diritto" e "impresa", soprattutto in un periodo di grandi "contraddizioni" (che con un pizzico di supponenza, forse, potremmo anche definire "ingiustizie").
Si vede che la "più grande democrazia del mondo" è intrinsecamente altruista, dato che prima di pensare ai diritti dei suoi componenti (esseri umani) pensa a quelli delle imprese.

mercoledì 22 giugno 2011

Storie di Profitto: "Sangue infetto, vergogna di Stato"

Tutto in nome del profitto, che ignominia!
Fino a quando non prenderemo coscienza dei nostri diritti di esseri umani verremo quotidianamente "sacrificati sull'altare del profitto".

Mi chiedo a quali sofferenze sarebbero destinate persone di tale bassezza nell'inferno dantesco...


Sangue infetto, vergogna di Stato


"Caro Beppe,
chi ti scrive è il “Comitato vittime sangue infetto”, realtà nata spontaneamente da un gruppo eterogeneo di persone colpite dalla vicenda scandalosa del sangue infetto, la pagina più nera di Tangentopoli: quella scritta sulla pelle della gente.
Plasma umano, reperito a basso costo negli Stati Uniti (nei ghetti delle grandi metropoli e nelle carceri di Arkansas e Alabama) così come in alcuni Paesi centro-africani, fu introdotto in Italia a partire dagli anni Settanta in modo del tutto illegale. Sangue di provenienza illecita o non certificata, che, senza essere sottoposto ad alcun controllo, veniva trasfuso nei corpi ignari di cittadini in cerca di aiuto e improvvisamente affetti da nuove, impreviste malattie. Vittime non di un errore medico, ma di un piano premeditato fondato sulla connivenza tra la (mala) politica prezzolata (te li ricordi Poggiolini & co.?) e una ristretta cerchia di aziende farmaceutiche specializzate nel trattamento e nel commercio di emoderivati.
Da allora, quasi 4.000 morti e più di 80.000 infettati, una vera e propria strage “silenziosa” veicolata attraverso l’operato di “persone” prive di scrupoli il cui delitto, ancora impunito, è stato quello di utilizzare - senza i dovuti controlli e con la complicità di funzionari corrotti - sangue infetto reperito a basso costo.
Aids, epatite B e C, sono le malattie che hanno colpito le persone sottoposte a trasfusione di sangue infetto; vittime che ancora oggi, a distanza di più di vent’anni sono in attesa di quella giustizia che porti alla condanna dei responsabili di questa strage, causata dalla logica del profitto, nonché ad un equo risarcimento civile.
Dopo anni di estenuanti battaglie andate a vuoto, il nostro gruppo ha realizzato un sito www.vittimesangueinfetto.com nato dall'esigenza di tutte le vittime di avere un punto di riferimento, di discussione, di consulenza e di informazione reale su questa vicenda. Il sito è rivolto anche a tutte quelle vittime che una volta colpite, si sono chiuse in solitudine, per vergogna e per timore dell’isolamento sociale. Ma ti sembra possibile che dobbiamo anche vergognarci della nostra condizione? Non dovrebbero essere i responsabili di questi “delitti” a provare vergogna?
Un'ulteriore vergogna è rappresentata dal fatto che non è mai stato dato seguito a quanto previsto dalla legge 222/07, di cui alla finanziaria del 2008, con la quale sono stati stanziati 180 milioni di euro dal 2008 in un piano pluriennale, per chiudere tutto il contenzioso in essere con chi ha diritto al risarcimento. Contenzioso che all'epoca investiva 7.356 contagiati, che rappresentano solo una piccola parte del numero degli infettati che chiedono giustizia! Di quei soldi, nemmeno un centesimo ci è stato dato!
Non avendo avuto alcun riscontro dalle Istituzioni, relativamente alle nostre più che legittime richieste, lo scorso anno abbiamo organizzato, per un mese consecutivo, un presidio davanti Montecitorio con l'intento di sensibilizzare coloro che dovrebbero tutelarci e dare delle adeguate risposte; presidio sospeso a distanza di 30 gg, in attesa e con la speranza che tutte le azioni di sensibilizzazione alla nostra causa sortissero gli effetti desiderati.
Durante il presidio siamo venuti a contatto con giornalisti, politici, giudici, avvocati e persone implicate direttamente o indirettamente in questa vicenda, purtroppo fino ad oggi abbiamo ricevuto solo promesse mai mantenute. Anche le Associazioni preposte alla tutela dei nostri diritti hanno dimostrato poca trasparenza nei nostri confronti. Non possiamo più accettare di essere presi in giro! Ma in fondo, cos'è che abbiamo chiesto? E’ forse troppo pretendere che i responsabili di questo scempio vengano puniti? E' forse troppo chiedere che la nostra storia venga messa a conoscenza dell'opinione pubblica? E’ forse troppo pretendere il riconoscimento di un risarcimento economico uguale per tutti? Chi ci ripaga per le nostre vite distrutte? Chi ci ripaga per l’isolamento sociale cui siamo soggetti, perché considerati degli appestati? Chi ci ripaga per il fatto che nessuno ci prende a lavorare? Chi ci ripaga per lo “scippo” della nostra dignità? Se Tremonti intende mantenere i “conti puliti” con il sangue infetto dei malati, se lo può scordare! Oggi 21 giugno siamo stati sotto il Ministero dell'Economia e Finanza, nonché sotto Montecitorio e dopo molte insistenze, siamo stati ricevuti dalla d.ssa Piga alla quale abbiamo nuovamente rappresentato le nostre richieste.
Beppe, ti scriviamo per chiederti di darci voce, una voce per troppi anni rimasta inascoltata. Aiutaci ad abbattere il muro di omertà oramai ventennale riguardo a questa strage nascosta e “dimenticata” perché troppo scomoda! Hanno deciso di seppellirci ancor prima di morire ma non glielo permetteremo, siamo cittadini di questa Italia che traballa sotto il peso delle ingiustizie! Il nostro motto è “ADESSO E’ ORA DI DIRE BASTA” e, come dici sempre tu, loro non si arrenderanno mai, noi neppure!". Vittime del sangue infetto

Tratto da: www.beppegrillo.it

lunedì 23 maggio 2011

A cosa servono gli antibiotici? A far $oldi, ovvio.

NEGLI USA GLI ANIMALI D’ALLEVAMENTO CONSUMANO L’OTTANTA PER CENTO DI TUTTI GLI ANTIBIOTICI

Da anni gli scienziati preoccupati per la minaccia rappresentata da batteri resistenti agli antibiotici nella produzione di animali destinati all’alimentazione umana cercano di calcolare l’esatta quantità di antibiotici cui gli allevatori fanno ricorso ogni anno.
Finalmente la Food and Drug Administration (ente statunitense preposto al controllo alimentare e farmacologico, ndt) ha divulgato i dati da lungo attesi. Degli antibiotici venduti nel 2009 e destinati sia ad esseri umani sia a animali per alimentazione umana, quasi l’ottanta percento era riservato a bestiame e pollame. Il totale generale per il 2009: 13.1 milioni di chilogrammi.
Per un’ampia parte questi antibiotici non sono mai stati destinati a contrastare infezioni batteriche; invece, con tutta probabilità gli allevatori li hanno somministrati in modo continuo in dosi esigue tramite mangimi e acqua allo scopo di accelerare il tasso di crescita dei loro animali. Questa prassi ha destato le preoccupazioni di numerosi esperti di salute pubblica.
La crescente minaccia rappresentata dalla resistenza agli antibiotici è in gran parte imputabile all’uso improprio e smodato di antibiotici per quanto riguarda esseri umani e animali, uso che determina un incremento di “super-batteri”.

(Fonte: Center for a Livable Future, 23-12-2010, http://tinyurl.com/4svn6gk)

Tratto da Nexus

sabato 21 maggio 2011

Cibo S.p.a. - Documentari

"Robert Kenner svela ciò che avviene nelle grandi industrie alimentari e che ci viene tenuto deliberatamente nascosto, con il consenso delle istituzioni. È una denuncia feroce e impressionante di un sistema votato esclusivamente al profitto, che ignora i rischi per la salute pubblica e che fa della produttività il suo unico credo.
Per la prima volta il regista americano è riuscito a documentare questa politica perversa e a raccogliere prove significative e testimonianze di persone che operano nel sistema produttivo alimentare."


giovedì 27 gennaio 2011

Changing Paradigm




Non possiamo conoscere il mondo in cui i bambini che oggi iniziano il loro percorso scolastico si ritroveranno quando saranno adulti.

Per questo motivo è essenziale fornire ai bimbi di oggi strumenti mentali che li rendano in grado di affrontare al meglio il loro futuro.

Il sistema scolastico che conosciamo è in grado di preparare i nostri figli al mondo in cui vivranno da adulti?

Per affrontare con successo situazioni nuove e inaspettate è importante saper pensare in maniera creativa, trovare idee innovative, immaginare tutte le possibili soluzioni.

Ma questo tipo di approccio non è quello che viene applicato nel sistema scolastico, che anzi tende ad appiattire la creatività insita in ognuno di noi, ad uniformarci secondo un unico standard, a pensare in maniera univoca.

Sir Ken Robinson definisce la creatività come "il processo dell'avere idee originali che hanno valore".

Esse creano l'innovazione che plasma l'evolversi della società.

lunedì 24 gennaio 2011

LA PRIGIONE INVISIBILE

UN’ ECONOMIA A MISURA DI RIBELLE
DI FEDERICO ZAMBONI

Il libero mercato è il grande alibi del Potere.
Il denaro è il suo strumento fondamentale.
Il lavoro la sua arma di ricatto. La risposta è dare vita a circuiti alternativi e autogestiti

Siamo sotto assedio: assai più che negli scorsi decenni ciascuno di noi, privati cittadini estranei all’establishment economico e politico, è sottoposto a un attacco sistematico che mina i fondamenti stessi della sua vita nella società contemporanea. La si potrebbe definire sinteticamente “la strategia Marchionne”, se non fosse che in questo modo si rischia di scaricare su un singolo soggetto, e su una singola impresa, la responsabilità di un fenomeno assai più ampio e coerente. A rigore, anzi, è persino sbagliato parlare di fenomeno, nel senso di qualcosa che si manifesta nella realtà ma le cui ragioni sono ancora tutte da indagare.

In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte alle prime manifestazioni concrete, e inequivocabili, di un disegno che non solo ha dimensioni molto più vaste ma che soprattutto poggia su una logica tanto precisa quanto incrollabile: l’uso del lavoro dipendente come suprema arma di ricatto, e quindi di asservimento, nei confronti della popolazione.



Il ragionamento è elementare. Eppure merita di essere esplicitato, in modo da essere certi di condividerlo. L’unica cosa alla quale è impossibile rinunciare, oggi, è una fonte di reddito che assicuri almeno la copertura dei bisogni fondamentali; e quella fonte di reddito non può che essere, nella stragrande maggioranza dei casi, il proprio lavoro, solitamente al servizio di altri. Quello che dovrebbe essere un diritto, connaturato al proprio status di cittadini e all’aspirazione naturale a diventare parte attiva della comunità cui si appartiene, si tramuta in una sorta di privilegio, che verrà concesso solo a chi darà prova di meritarselo.

Non solo e non tanto per il suo apporto professionale, quanto per la sua totale sottomissione al datore di lavoro. E, per estensione, agli interessi e ai diktat dei potentati che stanno ancora più in alto.

Apparentemente si sottoscrive un contratto di lavoro. Nei fatti si formula una promessa di fedeltà. Il suddito si inchina al suo Signore. Il Signore, bontà sua, gli consente di servirlo.

Oltre che elementare il ragionamento è spietato, ma questo può sorprendere solo gli ingenui: secondo i tipici dettami dell’iperliberismo, che non esita a sacrificare qualsiasi principio etico al conseguimento del massimo profitto, le condizioni di vita delle persone vengono prese in esame soltanto per le ripercussioni che provocano sui processi economici. Gli individui, per così dire, sono un male necessario.

La cui esistenza si giustifica esclusivamente in base a certe necessità di funzionamento del ciclo di produzione e consumo. Un ciclo che in qualche misura li presuppone, ma che al tempo stesso li trascende.

Il loro, per dirla in termini tecnici, è un “valore d’uso”. Ed essendo visti come parti di un meccanismo, anziché come esseri umani da rispettare in quanto tali, e da aiutare nello sviluppo delle proprie attitudini migliori, l’ulteriore conseguenza è la loro sostanziale intercambiabilità.

Da cui discende, tra l’altro, l’assoluta disinvoltura con cui si procede alle delocalizzazioni: all’imprenditore che sposta gli impianti all’estero non interessa affatto il danno che subiranno i suoi concittadini, ma solo il vantaggio aziendale che gliene può derivare. In una nazione degna di tal nome verrebbe perseguito penalmente per condotta antisociale o, quanto meno, privato della cittadinanza; nelle finte nazioni di oggi lo si considera del tutto normale: e anzi, come dimostrano proprio le recenti vicende della Fiat, ci si interroga su come fare per convincerlo a riservare un po’ di lavoro ai suoi connazionali.

Un autentico paradosso: nello stesso momento in cui i rapporti si irrigidiscono a senso unico, smantellando i contratti collettivi e riducendo al minimo le tutele normative (fino a mettere in discussione il delicatissimo e irrinunciabile settore della sicurezza1), la sopraffazione indossa la maschera della generosità. Non solo si rimuove l’idea di sfruttamento, ma la si rovescia nel suo esatto opposto. Il padrone è un benefattore. Il lavoratore è il suo beneficato. Lo stipendio è una via di mezzo tra il compenso dovuto e una regalia, dispensata da qualcuno che in fondo, e in qualsiasi momento, potrebbe decidere di sbaraccare tutto e andarsene chissà dove. A “beneficare” qualcun altro.

Chi vende e chi compra

Nelle società occidentali è più difficile rendersene conto, visto che le dinamiche sono spezzettate a tal punto che non tutti riescono a coglierne l’intima interconnessione, ma a ben vedere succede qualcosa di molto simile a ciò che raccontava John Steinbeck in Furore. Costretta a lasciare l’Oklahoma negli anni della Grande Depressione, la famiglia Joad finisce in California e si mette a lavorare per dei latifondisti locali. I quali, non contenti di pagare dei salari da fame e di speculare così sull’enorme offerta di manodopera, pensano bene di completare l’opera inducendo i braccianti ad alloggiare sulle loro terre, ovviamente in baracche da quattro soldi, e a rifornirsi presso un emporio ubicato anch’esso in prossimità dei campi coltivati e, guarda un po’, di proprietà degli stessi possidenti terrieri.

Un circolo vizioso, a suo modo perfetto. Il lavoro è sottopagato, il cibo e tutto il resto sono costosi. Le occasioni di profitto raddoppiano. Prima si lucra sulla retribuzione, ovvero su ciò che si acquista, poi sui prezzi delle merci, ovvero su ciò che si vende. Il povero resta povero sia perché guadagna poco, sia perché spende troppo. Il povero è in trappola. Se non soggiace alla schiavitù perde i mezzi di sussistenza. Se china la testa riesce a sopravvivere, sempre che le privazioni non lo schiantino, ma non ha più nessuna scelta. E quindi nessuna autonomia.

Cambiato quel che va cambiato, la situazione attuale è analoga. Il cittadino medio viene spremuto una prima volta sul posto di lavoro, e una seconda nel momento in cui deve procurarsi i beni e i servizi, ivi inclusi gli eventuali finanziamenti bancari, di cui ha bisogno. O di cui crede di avere bisogno, per effetto di quell’ulteriore forma di manipolazione e di asservimento che è costituita dai bisogni indotti. In altre parole, egli è vittima di una sorta di intermediazione coatta. È come portare la farina al proprietario del mulino e poi comprare il pane da lui. Peccato che la farina si sia costretti a cederla a basso prezzo, mentre il pane lo si paga a peso d’oro.

Questa intermediazione obbligata, di cui non si parla mai e che comunque verrebbe spiegata come l’esito naturale della libera iniziativa e della conseguente divisione dei ruoli, implica la perdita di qualunque controllo sull’organizzazione complessiva. E, dunque, il venir meno di ogni possibilità di sottrarsi alle iniquità che ne scaturiscono. Non solo ci si indebolisce, nello sforzo interminabile di cavarsela e, tutt’al più, di salire qualche gradino sulla scala del benessere. Quel che è peggio, si contribuisce a rendere sempre più forti le oligarchie che tirano i fili, diventandone di fatto i fiancheggiatori, i solerti esecutori, i complici magari involontari ma ugualmente affidabili.

La via d’uscita

Non è ancora un progetto operativo, se non in minima parte. Non lo è perché, per essere messo in pratica e cominciare a produrre i suoi effetti, richiede un numero di persone molto più alto di quelle che leggono abitualmente il Ribelle e ne condividono le istanze. Inoltre, ognuno dei diversi gruppi dovrebbe essere concentrato in una stessa zona, in modo che gli aderenti possano interagire tra loro in modo assiduo e sistematico. Dando vita, così, a una rete di relazioni economiche – anche economiche – che tendano all’autosufficienza.

Se questo è l’obiettivo finale, che è bene fissare più per sapere dove si sta andando che non per illudersi di poter completare il percorso, alcuni passi si possono muovere immediatamente. O almeno tenersi pronti a farlo, come se ci si stesse preparando a un viaggio (una migrazione) che avrà inizio non appena le condizioni generali lo permetteranno.

Proprio come in un viaggio, quindi, i primi atti da compiere riguardano i preliminari. Uno, studiare attentamente le mappe. Due, pianificare la parte logistica. Tre, last but not least, predisporsi mentalmente ad affrontare quello che ci aspetta, immaginando le difficoltà che si incontreranno e le possibili soluzioni.

Fuor di metafora, le mappe sono quelle della realtà economica circostante, a livello sia macro che micro. La logistica riguarda i mezzi materiali e le persone su cui possiamo contare. Lo scopo del viaggio è uscire dal circolo vizioso di cui si è detto: invece di immettere tutti i nostri atti economici nei circuiti già esistenti, pagando pegno alle loro sperequazioni strutturali, vanno creati dei circuiti alternativi che si basino su altri principi e che mirino ad altri risultati, in antitesi alle speculazioni di grande e di piccolo cabotaggio che ormai sono la regola in qualsiasi attività. Una prima ipotesi, per iniziare da qualcosa che dipende solo da noi, è quella di supplire alla carenza di denaro con prestazioni gratuite reciproche. v Beninteso: non in una logica di scambio “uno a uno”, che altrimenti non farebbe che riprodurre lo stesso approccio utilitaristico delle normali transazioni economiche, ma in una prospettiva di supporto disinteressato e amichevole in cui il vero motore è la solidarietà. O, piuttosto, il piacere, tipico della gratuità, di fare delle cose insieme per il gusto di farle. Ti serve una mano? Se posso te la do. Se e quando le posizioni si dovessero rovesciare spero che tu possa fare altrettanto. Non per risparmiare sulla spesa che dovrei sostenere per acquisire la collaborazione di uno sconosciuto, ma per continuare a trasformare l’esistenza occhiuta dell’ometto liberale nella vita generosa dell’uomo libero.

A molti può sembrare pura utopia, ma è solo perché sono talmente impregnati di una visione economicistica da trovare impensabile ciò che dovrebbe essere del tutto normale. E che in fondo sopravvive, anche se confinato nella dimensione sempre più ristretta dei rapporti amicali. O famigliari, se la famiglia ha conservato qualcosa di sano.

Viceversa, questo tipo di slancio andrebbe recuperato non solo nella sfera del tempo libero ma anche in quella lavorativa. La verità, semmai la si fosse dimenticata, è semplice e gratificante: tra persone leali, e non obnubilate dalla smania di guadagnare di più e di fare carriera a ogni costo, si collabora meglio. Ci si parla con franchezza. Ci si libera di quel sottofondo di competizione, e di antagonismo, che avvelena tanti ambienti di lavoro, inducendo tutti a stare in guardia e a condividere solo lo stretto indispensabile, nel timore che i “colleghi” se ne possano servire in modo scorretto.

È un po’ come con la decrescita: sta diventando una necessità, ma dovrebbe essere innanzitutto una scelta. Recuperare forme di organizzazione economica differenti, come le vere cooperative e le vere Casse di risparmio, è sempre di più una risposta obbligata, in tempi di crescente disoccupazione e di finanza speculativa. Ma dovrebbe essere un’affermazione totalmente libera, degna di chi non si ribella al sistema attuale perché è escluso da certi privilegi ma perché quei privilegi li rifiuta. Non è solo che li trova iniqui e quindi sbagliati. È che non sa cosa farsene.

Federico Zamboni
www.ilribelle.com
10.01.2011

Note:
1) Il 25 agosto 2010 il ministro Tremonti ha dichiarato che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». In seguito si è corretto sostenendo che il suo vero bersaglio erano i controlli eccessivi e di stampo burocratico, mentre la sicurezza sul lavoro rimane «una conquista irrinunciabile della civiltà occidentale».

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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