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venerdì 19 luglio 2013

La piramide marina che produce energia - Enel R115

20/06/2013

Con una capacità di 100 kW, la macchina marina R115 convertirà in elettricità l’energia prodotta dalle onde del mare. EGP punta sull’innovazione con una nuova tecnologia economicamente competitiva

Con Enel Green Power l'energia viene dal mare: il 19 giugno la marina di Pisa ha infatti salutato il varo della R115, un’innovativa macchina per la conversione dell'energia dalle onde.
Con una capacità installata di 100 kW, la macchina marina R115 convertirà in elettricità l’energia prodotta dalle onde del mare dell’Arcipelago Toscano, a Punta Righini (Castiglioncello). Sarà in grado di produrre circa 220 MWh all’anno, sufficienti a soddisfare i consumi di oltre 80 famiglie.“ È il primo passo di quella che credo sarà un'avventura molto più lunga” ha dichiarato l’AD di EGP Francesco Starace nell’intervista rilasciata in occasione del varo.



Il nuovo generatore è stato progettato in modo da sfruttare a pieno le possibilità offerte dal bacino del Mediterraneo: è adatto infatti per applicazioni anche in aree a bassa intensità energetica da moto ondoso o in fondali non particolarmente profondi, come le coste italiane o mediterranee in genere.
In termini energetici, tenuto conto delle ore equivalenti e dell’efficienza delle macchine, la produzione complessiva stimata della R115 è pari a circa 60GWh/kmq. In termini economici, dunque, la macchina è competitiva con le altre tecnologie rinnovabili già all’inizio della fase produttiva commerciale, anche in funzione dei ridotti costi operativi e di manutenzione.
40South Energy Srl, la divisione italiana di 40South Energy, si occuperà dell’installazione e messa in esercizio della macchina, il cui assemblaggio sottomarino sarà completato nelle prossime settimane. Assicurerà, inoltre, la manutenzione ordinaria e straordinaria. Dopo un periodo di test, Enel Green Power prevede di rafforzare la collaborazione con 40South Energy sullo scenario internazionale.
EGP conferma dunque la propria vocazione all’innovazione, e accogliendo nel proprio portafoglio questa nuova tecnologia incrementa ulteriormente il già ampio spettro di tecnologie a disposizione.



Tratto da: http://www.enelgreenpower.com/it-IT/events_news/news/release.aspx?iddoc=1659344

mercoledì 18 luglio 2012

Cosa portiamo a casa da Riva

Abbiamo fatto un azzardo e un po’ tremato ma, alla fine, possiamo dire che il Convegno di Riva del Garda dal titolo “La cooperazione per un mondo migliore”, è stato un successo.
Abbiamo voluto aprirlo con la mattinata dedicata ai ragazzi delle scuole superiori, ai loro docenti, ai loro dirigenti e ai loro genitori. E’ stato molto importante e speriamo di aver contribuito a “seminare”. La parte dove i giovani studenti sono stati i protagonisti è stata molto bella ed entusiasmante. La fatica di due giorni di relazioni e interventi è stata sopportata da moltissimi cooperatori attenti e la cosa ci riempie di soddisfazione perché la forte riflessione era diretta a noi soci. Si è scelto di valorizzare l’anno della cooperazione non attraverso una celebrazione ma puntando sull’analisi della situazione a livello macro e sui compiti nuovi o rinnovati che la proposta cooperativa ha di fronte.
Tutti gli autorevoli intervenuti nel convegno hanno sostanzialmente concordato sul punto che sempre di più viene riportato in evidenza da filoni di pensiero fra loro anche molto diversi ma che hanno al centro la preoccupazione intorno alla libertà degli uomini e delle donne, sull’attenzione da focalizzare circa i bisogni della persona, sull’impegno per la non marginalizzazione e la povertà di ampie fasce della popolazione mondiale. Oggi le grandi religioni e quelle minori, il pensiero sociale laico, l’economia e la politica alte, convergono sulla convinzione che o riusciamo ad apportare sostanziali riforme alla logica dell’accumulazione, alle modalità della crescita e cerchiamo di ragionare e concretizzare stili di sviluppo che effettivamente vadano a beneficio della maggioranza, oppure, se la strada è unicamente questa che conosciamo, la certezza è che, prima o poi, si va a sbattere e violentemente.
La “pratica cooperativa” deve prima affiancarsi e progressivamente sostituire la “pratica della competizione”. Abbiamo visto che anche con le più buone intenzioni il mercato è difficilmente regolabile. Tutta la discussione sulle norme da applicare al mercato è sostanzialmente falsa. Il mercato capitalistico è questo. La storia ha dimostrato che ci possono essere altri tipi di mercato e mi riferisco alla situazione precedente l’avvento dell’industrializzazione, ma sono per l’appunto “altri”. Quindi se pensiamo a qualche cosa di libero ma diverso, la forma che si evidenzia in prima istanza è la cooperativa.
Il contrario esatto della posizione residuale che si vorrebbe riservarle. Un’altra questione è uscita con forza e trova conferma anche nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI. Dice l’enciclica: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo. Il perseguimento, da parte del movimento cooperativo, del pensiero globale come “superiore” e necessario rispetto al pensiero tecnologico e specialistico, è anch’esso un modo per affrontare la realtà non solo dal punto di vista del desiderio dei mercati, che sono soggetti in carne ed ossa con precise ideologie e strategie di accumulazione, ma da quello delle persone comuni e delle loro legittime aspirazioni ed esigenze.
Per l’autunno abbiamo messo in cantiere ulteriori spazi di pensiero in occasione anche del 120esimo anniversario della Cooperazione di Credito Trentino. Crediamo sarà necessario che le considerazioni sulla concretezza cooperativa si trasformino in ragionamenti e comunicazione circa il peso economico effettivo della cooperazione nel contesto del nostro territorio e sulle strategie necessarie per consolidarla ulteriormente.

diego.schelfi@ftcoop.it

Tratto dalla rivista: Cooperazione Trentina. N°4 – Aprile 2012

venerdì 29 giugno 2012

A Bruxelles l’ “altro” Consiglio Europeo - Another road for europe? may be

Centocinquanta persone provenienti da differenti Paesi di tutto il Continente hanno partecipato giovedì 28 giugno a Bruxelles, in un’aula del Parlamento Europeo, al Forum “Another Road for Europe” (in appendice l’elenco delle realtà presenti). Data e luogo scelti non a caso: il giorno d’avvio del decisivo vertice del Consiglio d’Europa, a meno di trecento metri dall’edificio dove sono in riunione i Capi di governo degli stati dell’Unione per discutere di crisi dell’Eurozona.

Il Forum, nato dall’omonimo appello e introdotto dagli interventi dei promotori Rossana Rossanda e Mario Pianta, ha visto un confronto a tutto campo tra economisti, sociologi e politologi insieme ad esponenti dei movimenti sociali, delle organizzazioni sindacali, della società civile, con partiti e parlamentari europei (Verdi e Sinistra, ma anche Socialisti e democratici, compreso qualche nostrano PD). E’ impossibile dare qui conto per intero della ricchezza della discussione, prolungatasi per quasi dieci ore, ma cercheremo di segnalarne gli spunti più significativi.


DOMARE LA FINANZA

Il Forum si è articolato in tre sessioni di lavoro. La prima, dedicata a moneta unica, mercati finanziari, debito e politiche fiscali, è stata introdotta da Trevor Evans (della rete di economisti che redigono periodicamente il rapporto Euromemorandum) con un intervento che ha denunciato la condizione di “democrazia sospesa” a fronte dello strapotere della finanza e sottolineato come il dibattito ufficiale sia condizionato a monte da un’ “analisi fuorviante del problema”, in cui viene rimosso come l’origine della crisi del debito sovrano europeo sia da collocare nella crisi dei mutui statunitensi del biennio 2007-2008. Le banche europee sono state “affogate dai sub-prime” che avevano cartolarizzato, gli Stati europei sono corsi in loro soccorso facendo lievitare il debito pubblico e le minori entrate fiscali, in conseguenza della recessione di produzione e consumi, hanno fatto il resto.

A partire da questa lettura, Evans ha presentato una serie di proposte, poi in parte riprese e sintetizzate nel comunicato finale, tra le quali l’introduzione della settimana lavorativa di trenta ore, strumenti di “controllo sociale delle multinazionali” (l’attenzione critica è stata soprattutto puntata sulle centrali finanziarie – ha sostenuto – ma gli attori principali, anche delle dinamiche speculative, sono prevalentemente le grandi corporation), la ridefinizione della “posizione dell’Unione Europea nel mondo”, in particolare nel rapporto con il suo Sud, e la riduzione del consumo delle materie prime, anche per tagliare le emissioni di gas serra.

Ne è seguito un dibattito ampio: per Antonio Tricarico (re:common) bisogna capire “come riappropriarsi a livello europeo della finanza pubblica e sganciarla dalla speculazione finanziaria privata”, ad esempio – ha suggerito – rilanciando il ruolo delle banche d’investimento pubbliche, oggi dipendenti dal mercato finanziario. Per Jorgos Vassilikos, con il controllo dell’Eurogruppo, cioè della riunione dei ministri economici, sui bilanci nazionali si avvera il “sogno antidemocratico” descritto dal rapporto della Trilateral del 1975. Mentre sono impressionanti le cifre fornite da Andrea Banares (Fondazione Responsabilità Etica): il debito pubblico italiano corrisponde a meno dell’un per cento delle migliaia di miliardi di dollari in prodotti derivati, controllati dalle quattro più importanti banche d’affari di Wall Street. E solo in Italia il peso dei derivati è cresciuto negli ultimi vent’anni del 642 %, venticinque volte più del Pil. E’ la temporalità dei mercati finanziari, e della loro crisi in rapporto a quella della politica a risultare drammaticamente asimmetrica: per Banares, con la risoluzione del Parlamento Europeo a favore dell’introduzione della Tobin Tax, ovvero della tassazione delle transazioni finanziarie (TTF), si apre “uno spiraglio”, ma ci sono voluti vent’anni di campagne (e la portata della crisi) per arrivare a questa decisione politica, peraltro non ancora esecutiva, mentre bastano pochi millesimi di secondo per una decisione finanziaria dagli “effetti nocivi” devastanti.

Problematico, a mio avviso, l’intervento di Klaus Suehl (Rosa Luxemburg Stiftung): la sua insistenza, al ritorno da un viaggio ad Atene, sulla “necessaria solidarietà” da portare ai “popoli vittime della crisi” non può essere considerato solo un retaggio da cultura terzomondista anni Sessanta, ma è molto più rilevatore di un atteggiamento diffuso nella sinistra tedesca, che rischia di inibire invece la ricerca di una pratica sociale e politica comune del comune spazio europeo.

Sono seguiti gli interventi dei parlamentari europei: il ritorno rispetto alle questioni poste, e riassumibili nell’urgenza di stabilire forme di controllo sociale e democratico sulle dinamiche dei mercati finanziari, è stato senza alcun dubbio positivo, ma è difficile nascondere la sorpresa per il fatto che pure gli eurodeputati del Partito Democratico italiano, con alcuni tratti di involontaria comicità, quando “giocano in trasferta” appaiano quasi “estremisti”, dimentichi del sostegno generosamente offerto al Governo Monti e alle sue politiche.

A chiudere la sessione poche, ficcanti parole di Rossana Rossanda: a ricordare, dopo gli interventi di esponenti della CES (la Confederazione europea dei sindacati), come di fronte al quadro descritto non solo nessuno immagini l’indizione di uno sciopero generale continentale, ma addirittura i sindacati in Europa non si facciano “neppure una telefonata fra di loro”. Certo, le organizzazioni sindacali – ha aggiunto – non hanno più “alcun effettivo potere, ma sono troppo tranquilli per questo”. Insomma, la sinistra che lei ha conosciuto è stata sconfitta, negli ultimi trent’anni in Europa, ma “almeno, cominciate a parlarvi tra di voi.”


EVITARE UNA GRANDE DEPRESSIONE

La seconda sessione, in mattinata, si è occupata di “green new deal”, occupazione, conversione ecologica e beni comuni. Introdotta da Danny Lang (rete degli Economistes atterrés) intorno all’interrogativo su come “migliorare lavoro e welfare, senza tornare all’impossibile riproposizione del vecchio modello industrialista”, la relazione di Pascal Petit (Université Paris XIII) ha preso le mosse dalla constatazione che la stessa agenda politica neoliberista è diventata “ostaggio della finanza, controproducente rispetto ai suoi stessi fini”, insomma è andata “troppo in là”, trovandosi incastrata nella sua stessa “trappola ideologica”. Tutti i suoi paesi modello, di diversi modelli comunque sotto il segno del neoliberismo trionfante, sono in crisi, anche quando la nascondono: vale per gli Stati Uniti, così come per Germania e Gran Bretagna. E servono certo strumenti giuridici più avanzati per mettere a nudo e contenere gli effetti delle “debolezze” del sistema finanziario, ma non guasta anche il ricorso al “caro vecchio sistema del boicottaggio” di banche e istituzioni finanziarie. Questo per arrivare a rivedere e rafforzare le basi fondamentali dei servizi pubblici, anche a livello locale, molto erose negli ultimi vent’anni.

Ricchi di proposte, anche pratiche, per un rilancio in chiave ecologica e sociale dell’economia, gli interventi di Etienne Lebeau (Joint Social Conference), Giulio Marcon (sbilanciamoci!), Thomas Coutrot (Attac France) e Michele De Palma (FIOM). Quest’ultimo, in particolare, ha ricordato come oggi l’esercizio stesso della contrattazione sia impossibile per milioni di lavoratrici e lavoratori in Europa e come manchi un autentico sindacato europeo, una “coalizione di lavoratori” in grado di imporre un contratto continentale unico, incardinato su minimi salariali, limiti all’orario, diritti e superamento della precarietà. Per De Palma non basta discutere che cosa fa la finanza, ma è necessario interrogarsi su “quale crescita”, ragionare sull’intero processo produttivo, impedendo che la responsabilità per produzioni inquinanti e nocive sia scaricata, col ricatto, sui lavoratori. Allo stesso modo è indispensabile introdurre un reddito garantito per le giovani generazioni, per evitare che su di esse possa esercitarsi il ricatto della disoccupazione: uno strumento per “ricostruire autonomia, da Marchionne come dalla Lehman Brothers”.

Per l’economista Mariana Mazzucato (Open University, GB), bisogna “provocare i sindacati”, la loro è una strategia tutta difensiva e l’offensiva è ancora debole. Eppure servirebbe per porre con forza una grande questione redistributiva della ricchezza, “non solo per costruire un nuovo welfare, ma per andare a prendersi le risorse là dove si produce effettivamente valore.” E più risorse pubbliche andrebbero indirizzare proprio per investire nella ricerca delle tecnologie verdi.

Sian Jones (European Anti-Poverty Network) ha sottolineato la paradossale scarsa attenzione che viene dedicata, nel tempo della crisi, alle politiche di welfare: “l’agenda sociale europea sembra essere sparita”. E invece nuovi servizi sociali di protezione dovrebbero essere coniugati con le campagne contro razzismo e discriminazione. Ed è il momento giusto per pretendere una Direttiva dell’Unione Europea che disciplini livelli comuni ed universali di “reddito minimo”.

Il contributo dell’attivista bulgara Mariya Ivancheva (European Alternatives) ha riportato l’attenzione sul tema dei beni comuni. Ci sono lotte di cui poco si sa a livello continentale: proprio in una Bulgaria apparentemente pacificata, migliaia di persone si sono negli ultimi mesi mobilitate contro la politica silvicola dell’Unione Europea, che serve ad avallare la sistematica distruzione di migliaia di ettari di foreste nei Balcani. Tommaso Fattori (Forum dei movimenti per l’acqua) ha insistito su come il conflitto intorno ai “commons” stia al centro in Europa della battaglia per il “recupero dal basso di sovranità da parte di cittadini”. Per Jason Nardi (Social Watch), infine, bisogna de-industrializzare la produzione agricola, cancellarne il sovvenzionamento per incentivare gli investimenti veri, contribuire alla riduzione dei consumi, con scelte da “imporre anche in modo proattivo”.

Il giro di tavolo dei rappresentanti istituzionali è stato aperto da uno Stefano Fassina (PD) molto più prudente e “governativo” di chi lo aveva preceduto, ma che di fronte alla crescita innegabile dei divari sociali ha sottolineato il bisogno di “alleggerire la pressione fiscale sui cittadini lavoratori”, altrimenti si rischia nel breve termine il “rifiuto dell’Europa”. Dopo Marisa Matias (parlamentare portoghese della GUE), ha preso la parola Nichi Vendola che, in un’ottica politica, ha segnalato come tra crisi della sinistra, cioè “crisi di un punto di vista autonomo” sul mondo, e crisi dell’Europa, cioè di un “modello di incivilimento che aveva stabilito un rapporto culturale e costituzionale tra lavoro e libertà”, vi sia uno strettissimo rapporto. Tanto che “rinnovamento della sinistra e costruzione europea” stanno sul medesimo terreno. In qualità di amministratore locale, ha denunciato i paradossi del Patto di stabilità, che impedisce di spendere “per reagire alla crisi” le risorse virtuosamente accumulate; quello della difficoltà a difendersi dalla speculazione finanziaria, per cui la Regione Puglia è stata forse l’unico ente locale a riuscire a rinegoziare il proprio debito in derivati con un colosso come Merrill Lynch, ma il comune cittadino cliente di una banca non viene mai informato dei rischi che corrono i suoi risparmi investiti; quello infine del potere e della decisione democratica: “quanto conto io in realtà?” si è chiesto, se sono eletto da un milione di cittadini ma mi viene imposta la privatizzazione forzata di beni comuni quali l’acqua e l’energia.


UN’EUROPA DEMOCRATICA

La sessione pomeridiana, e conclusiva, è stata dedicata alla partecipazione e ai processi reali di “decision making” a livello continentale. Monica Frassoni (copresidente dei Verdi europei) non si è limitata a denunciare lo storico deficit democratico delle istituzioni comunitarie e lo “squilibrio di poteri” nel rapporto di governance tra i loro stessi organismi con la triangolazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio, in rigoroso ordine crescente di peso effettivo. Ma ha segnalato anche i rischi connessi ad un “permanente andare avanti e indietro” nella costruzione europea.

Rossana Rossanda si è domandata perché i popoli europei non credano nell’Europa, e la vocazione europeista sia rimasta una cultura politica d’élite, proprio nel continente che aveva inventato la democrazia come “forma di distribuzione del potere in una società”. La risposta sta nel vizio d’origine degli accordi di Maastricht del 1992, quando la comunità è stata fondata su un elemento estraneo alla politica, cioè l’economia. E, all’interno di questa, sull’elemento più astratto, cioè la moneta. La rappresentatività di chi governa realmente in Europa è quella delle forze economiche dominanti, perché si è passati dal “rapporto tra sovrano e popolo a quello tra forze economiche e forze politiche”, con le seconde al diretto servizio delle prime. Perciò la sfida dovrebbe consistere nella costruzione di un potere politico che sia, in chiave contemporanea, almeno all’altezza della settecentesca “divisione dei poteri” e dell’ottocentesco riconoscimento dei “diritti del lavoro”.

Susan George ha puntato in particolare la sua attenzione sul documento Van Rompuy-Draghi-Barroso-Juncker, in queste ore in discussione al Consiglio: un “manifesto antidemocratico” che consegna poteri enormi ad autorità non elette da nessuno, che procede “rapidamente” su una strada che deve essere bloccata dall’ “unità di un fronte del rifiuto”. E di fronte al quale non abbiamo tanto tempo.

E’ seguito un nutritissimo dibattito tra i cui contributi “dal basso” segnalo qui, al volo per ragioni di spazio, quelli di Hilary Wainwright (rivista Red Pepper), Pier Virgilio Diastoli (European Movement e Permanent Forum Civil Society), Pierre Jonckheer (presidente della Green European Foundation), Fabienne Orsi (Attac France), gli indignados di Barcellona Daniel Seco e Sergi Diaz, Raffaella Bolini (Arci), Walter Meier (Transform) e Roberto Musacchio (Altramente), tutti con accenti diversi orientati all’importanza di un processo costituente di uno spazio democratico europeo, a partire da un’idea non formale ma conflittuale di democrazia. Tra di essi particolare forza ha avuto il contributo di Lorenzo Marsili (European Alternatives) nel richiamare alla necessità di “fare politica a livello europeo”. Dopo aver citato i casi in cui ciò non è avvenuto, dallo sciopero generale continentale contro le politiche di austerity, alla difesa della Grecia dall’attacco subito e in corso, fino al rifiuto del fiscal compact – e non a caso il cruciale vertice del Consiglio europeo non ha visto contrapporsi alcuna visibile forma di protesta – Marsili ha indicato nell’esigenza che i partiti “cedano sovranità”, verticale e orizzontale; nell’elaborazione di una vera e propria “strategia politica” comune a livello continentale; nella costruzione di un programma di movimenti e società civile in vista del voto europeo del 2014, gli obiettivi minimi di questa fase.

La stessa Rossanda, in chiusura, è tornata sulla preferenza per un’ “ipotesi costituente transnazionale”, perché è la portata del cambiamento in atto a richiederla; mentre Mario Pianta ha indicato le tappe successive di un “lavoro congiunto” che qui ha avuto inizio.


MA … CONCLUSIONI PROVVISORIE

Credo che la discussione di Bruxelles abbia fatto compiere a tutti i suoi partecipanti un significativo passo in avanti. Le molto ragionevoli misure keynesiane di governo della finanza e di stimolo ad uno sviluppo non distruttivo e sostenibile, che qui sono state illustrate e che in parte sono recepite dal comunicato finale (riprodotto qui sotto), iniziano infatti a descrivere i contorni di una proposta di alternativa larga, immediatamente collocata sul terreno sociale ed ecologico. Questa proposta può davvero essere considerata patrimonio comune e condiviso delle differenti esperienze che qui si sono ritrovate.

Ma non si può fare a meno di sentirsi in sintonia con le realistiche “sgradevoli” considerazioni di Rossanda. Bisogna imparare tutti a dirsi la verità. E soprattutto le verità scomode. Realizzare anche solo un decimo dei ragionevoli obiettivi indicati dal Forum implicherebbe ed implica un drastico rovesciamento dei rapporti di forza, sociali e politici, dati. Insomma, per dirla con una formula: l’alternativa si presenta finalmente “ricca di contenuti”, ma drammaticamente “povera di forza”.

La discussione intorno alla questione democratica in Europa impone allora il tentativo di rispondere alla domanda: da dove partire affinché l’alternativa non risulti velleitaria?

La sensazione, più che una previsione che, di questi tempi, nessuno dovrebbe azzardarsi a fare, è che “Loro” cioè i signori riuniti a trecento metri di distanza nel palazzo del Consiglio stiano accelerando il processo di unificazione politica, certo sotto il segno delle politiche economiche neoliberiste e del deficit democratico, che fino a questo punto ci hanno portato. Quando si affrontano i temi dell’Unione fiscale e di quella bancaria è di questo processo che stiamo assistendo al consolidarsi.

E, allora mai come oggi, vi è la necessità che faccia irruzione sulla scena, su questa scena, un potere costituente radicalmente democratico, che sia nutrito da una nuova stagione di conflitto sociale in Europa. Perciò questa necessità marcia di pari passo con l’affermarsi di una capacità di pensare ed agire con modalità costituenti innovative, anche nelle relazioni tra di noi, nel campo di chi vuole costruire l’alternativa. E’ il tema delle “coalizioni” e riguarda tutti perché nessuno può più dirsi né esercitarsi da autosufficiente. Nel nostro piccolo, con le giornate di Francoforte, ci abbiamo provato. Ma l’idea delle coalizioni in Europa, da verificare nel vivo dei conflitti del presente, deve interessare ogni piano, quello dei movimenti sociali così come quello sindacale, tra le autonomie locali così come sul piano direttamente politico. E, allo stesso tempo, tra questi differenti livelli dev’essere instaurata una nuova dialettica intessuta di relazioni reali.

Ecco dunque il limite, ma anche la sfida stimolante che la discussione di Bruxelles ci consegna. Perché, come ha detto un certo Cesare Prandelli, “abbiamo capito che oltre alla tecnica, ci vuole la qualità e il cuore.” E se si mettono in campo tutti e tre questi elementi, si può provare sul serio a mandare a casa i custodi del “rigore” (così come si è fatto con quelli “dei rigori”) che schiacciano la democrazia, la vita e i diritti di milioni di donne e uomini d’Europa.

di Beppe Caccia

Bruxelles, 28 giugno 2012

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Il comunicato finale (versione italiana a cura di Gloria Bertasi)

Cinque proposte chiave

del Forum «Un'altra strada per l'Europa»

Bruxelles, 28 giugno 2012

Un'alternativa all'inerzia del Consiglio Europeo.

I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un'altra strada per l'Europa» del 28 giugno 2012 presso il Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.

Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:

Confrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea - segnata dall'interazione tra la crisi bancaria e la crisi del debito pubblico - la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di credito di ultima istanza nei fondi obbligazionari di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con comune senso di responsabilità dell'Eurozona, usando accordi istituzionali che potrebbero essere attuati senza dilazione; il debito deve essere valutato da un audit pubblico.

E' necessario un radicale ridimensionato del settore finanziario con una tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un'estensione del controllo sociale, nello specifico sulle banche che ricevono fondi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da supportare investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.

Le politiche di austerità dovrebbero essere rovesciate e il pesante condizionamento imposto ai Paesi che ricevono fondi emergenziali europei andrebbe rivisitato; la pericolosa costrizione del Patto di stabilità va rimossa cosicché i paesi possano difendere le spese pubbliche, sociali e i salari mentre l'UE assume un ruolo più ampio nello stimolare la domanda, promuovere la massima occupazione e imboccare un nuovo corso di crescita sostenibile. Inoltre, le politiche europee dovrebbero investire nell'armonizzazione fiscale, mettere la parola fine alla competizione fiscale e spostare il peso fiscale dal lavoro a una più elevata tassazione di profitti e ricchezza.

L'azione dovrebbe partire ora per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:

Un «new deal» verde può fornire una via d'uscita alla recessione in Europa con importanti investimenti a sostegno di una transizione ecologica verso la sostenibilità, aprendo così a posti di lavoro d'alta qualità, ampliando le conoscenze in nuovi ambiti d'innovazione e allargando le possibilità d'azione a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.

La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l'Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti, così come si è sviluppata con la crisi, dev’essere rovesciata. L'obiettivo è raggiungere una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più significativo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un'opportunità per compiere scelte tra le proposte alternative per l'Europa all'interno e trasversalmente negli Stati membri dell'Unione.

Nel rischio di un collasso, le politiche europee devono cambiare strada e un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste - specialmente nel Parlamento europeo - è imprescindibile per portare l'Europa fuori dalla crisi generata da neoliberalismo e finanza e verso una democrazia effettiva.


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Il comunicato finale (testo originale inglese)


Five Key Proposals for Another Road for Europe

Brussels, 28 June 2012

An alternative to European Council inaction

from the Forum “Another Road for Europe”


150 participants to the International Forum “Another Road for Europe” held on June 28, 2012 at the European Parliament in Brussels have discussed viable alternatives to the lack of remedial action on Europe’s crisis that is expected from the European Council in Brussels.

The practical actions that have been demanded include the following. As a matter of urgency:

1. Facing the dramatic acceleration of Europe’s financial crisis – marked by the interaction between a banking crisis and the public debt crisis – the European Central Bank must immediately act as a lender of last resort in the government bond market. The public debt problem has to be solved with a common responsibility of the eurozone, using institutional arrangements that could be put in place without delay; debt has to be evaluated by a public audit.

2. A radical downsizing of the financial sector is needed, with a financial transaction tax, limitations on speculative finance and capital movements, and an extension of social control in particular over banks receiving public funds. The financial system should be transformed, so that it supports socially and environmentally sustainable productive investment.

3. Austerity policies should be reversed and the heavy conditionality imposed on countries receiving EU emergency funds should be revised; the dangerous constraints of the “fiscal compact” need be removed, so that countries can defend public expenditure, welfare and wages, while the EU assumes a greater role in stimulating demand, promoting full employment and taking a new course of sustainable and equitable growth. Moreover, European policies should move towards fiscal harmonization, putting an end to tax competition, and shifting the tax burden away from labour and to a higher taxation of profits and wealth.

Action should start now for longer term changes in the following directions:

4. A green new deal can provide a way out of Europe’s recession, with large investments supporting an ecological transition toward sustainability, providing high quality jobs, expanding capabilities in new innovative fields and enlarging possibilities for action at the local level, especially on public goods.

5. Democracy has to be expanded at all levels in Europe; the European Union has to be reformed and the concentration of power in the hands of more powerful states that has taken place with the crisis has to be reversed. The aim is to achieve greater citizens’ participation, a major role for the European Parliament, and a much more significant democratic control over key decisions. The next European Parliament elections in 2014 must represent an opportunity for making choices amongst alternative proposals for Europe within and across European Member States.

Facing a risk of collapse, Europe’s policies need to change course, and an alliance between civil society, trade unions, social movements and progressive political forces - notably in the European Parliament - is required to lead Europe out of the crisis created by neoliberalism and finance and towards a fully fledged democracy.



Information in five languages and the original appeal “Another road for Europe” can be found at www.anotherroadforeurope.org.

For information and contacts:

anotherroadforeurope@gmail.com

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Le organizzazioni partecipanti al Forum: Active Citizenship Network, Altramente, Arci, Attac France, Attac Germany, Attac Finland, Centro studi Alternativa Comune, Corporate Europe Observatory, Economistes Atterrés, Euromemorandum, European Alternatives, European Anti-Poverty Network, European Federalist Movement, Fiom-Cgil, Green European Foundation, il Manifesto, Joint Social Conference, New Economics Foundation, OpenDemocracy.net, Red Pepper, Rete@sinistra, Rosa Luxemburg Stiftung, Sbilanciamoci!, Social Watch Italian coalition, Soundings, Transform! Europe, Transnational Institute, in collaborazione con i gruppi al Parlamento Europeo “The Greens EFA” e “GUE / NGL”.


tratto da: http://www.globalproject.info

mercoledì 13 aprile 2011

Una crisi del petrolio comporta una crisi alimentare - L'esperienza cubana e le possibili soluzioni

Visto che in questi giorni le “rivoluzioni” in Nord Africa hanno riportato in primo piano il problema del petrolio, vorrei qui riproporre un documentario di estremo interesse che ripercorre la crisi energetica – e non solo, che Cuba ha dovuto affrontare negli anni ‘90.
Se si dovesse verificare una crisi energetica state certi che la prima conseguenza sarebbe una crisi alimentare.
Cuba ha attraversato una crisi di questo genere, e ne è uscita ricorrendo alla permacultura e rivoluzionando il suo sistema alimentare. Sarebbe il caso di iniziare a sviluppare queste soluzioni anche in Italia, una sorta di prevenzione, perché se mai si dovesse verificare una crisi simile dubito fortemente che riusciremmo ad uscirne come ha fatto Cuba…


sabato 26 marzo 2011

Un esempio di Business Plan per un' Economia Alternativa - Ecoliving

Sempre in tema di soluzioni e possibili alternative.

"Macro Società Cooperativa ed Ecosphera, impresa sociale volta all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate che si occupa di servizi ecologici, hanno vinto un bando finanziato da Regione Emilia Romagna (Assessorato alla Scuola, Formazione Professionale Università e Lavoro), Unione Europea (Fondo Sociale Europeo) e Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, per sviluppare un business plan finalizzato alla realizzazione di un centro innovativo dell'economia alternativa.

Sono partner del progetto anche SEI international, Golden Book, Consorizio Solidarietà Sociale di Forlì-Cesena, Fedragri, Ass. Clan-Destino Forlì (promotori d’interesse), Ass. Movimento Impatto Zero (MIZ) cesena (promotori d’interesse), AICCON, Coop. IL CAMMINO di Forlì, Facoltà di Economia di BO, AITR turismo responsabile.


L'intento è quello di dare vita e gestire un centro, "Piazza Giardino", capace di riunire e stimolare attività di natura locale (km 0) commerciali, artigianali e di servizi, all'interno di una cultura di tutela dell'ambiente, del territorio e della salute, e di superamento dell'attuale sistema di consumo.

Si cercherà quindi di creare un circuito di imprese, enti, associazioni, singoli privati che collaboreranno allo sviluppo di uno spazio polivalente in grado di offrire un'ampia gamma di prodotti e servizi, e favorire scelte d'acquisto consapevoli, basate su informazioni complete e trasparenti sulle caratteristiche e la provenienza di prodotti e servizi, libere da manipolazioni pubblicitarie.
Particolare attenzione verrà data anche all'aspetto sociale di scambio di beni e servizi anche gratuiti.

Il centro dovrebbe essere realizzato in una prima fase presso un capannone di 1000 metri quadrati, circondato da un'ampia area parcheggio, che si trova tra Forlì e Cesena in via Giardino, allo svincolo della E45, una location chiave per la facile raggiungibilità e per la vicinanza rispetto ai principali capoluoghi di provincia dell'area (20 minuti da Forlì, Ravenna, Rimini, 40 minuti da Bologna e Pesaro). Inoltre, il capannone, messo a disposizione dalla Cooperativa Macro, si trova all'interno di un terreno di 5200 m/q, dei quali il 60% è edificabile secondo il piano regolatore.

L'idea di questo progetto nasce dalla volontà di vari soggetti, persone fisiche e imprese profit e non profit, di coniugare le varie esperienze sviluppate e consolidate nel proprio ambito di attività, a partire dalle caratteristiche comuni che li contraddistinguono: l'ecocompatibilità, il risparmio energetico, il consumo critico, le attività ad elevato valore sociale.

Il progetto è favorito dal particolare momento storico ed economico che stimola il recupero della tradizione cooperativa e associativa così radicata in Romagna.
In particolare, saranno valorizzate le esperienze e le competenze maturate dai promotori da anni presenti e attivi nel territorio.
Si prevede di realizzare il centro all'interno di una struttura ecocompatibile ad elevato risparmio energetico e di dotarlo di un supermercato alla spina, basato sulla vendita di prodotti sfusi, biologici, equo-solidali e a chilometro zero.


L'idea-progetto è giustificata da alcuni trend che si stanno verificando nei consumi dove, secondo il recente rapporto dell'Osservatorio dei Consumi, sempre più italiani dichiarano di comperare prodotti biologici e locali perchè più salubri e rispettosi dell'ambiente. Inoltre alcune esperienze quali negozi di detersivi alla spina o primi punti vendita di prodotti a km 0 stanno nascendo e crescendo bene all'interno del panorama italiano.


L'obiettivo è quindi di dotare la compagine sociale di uno strumento (Business plan) in grado di fornire un supporto di pianificazione e implementazione del progetto, verificando l'idea imprenditoriale di base nonché la sostenibilità delle diverse attività economiche che si vogliono implementare.

Il nuovo soggetto imprenditoriale che andrebbe a crearsi, includerebbe a vari livelli i partner iniziali nonché i membri della compagine, borsisti e non, che avranno realizzato lo studio di fattibilità. Esso si occuperebbe del coordinamento e dell'amministrazione del centro nel suo complesso, incluse quella degli spazi dedicati a eventi, convegni e meeting, e gestirebbe direttamente l'attività di core business del supermercato."