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lunedì 23 febbraio 2015

Il capitalismo mafioso - Roberto Scarpinato (Video)

"Gli introiti derivanti dal nuovo mercato mondiale della droga (riferimento alle economie emergenti con conseguente aumento della domanda di beni e servizi illegali n.d.r.), sembrano destinati ad un salto di qualità tale da consegnare alle organizzazioni criminali transnazionali una quota di ricchezza, e quindi di potere globale, superiore a quella di alcuni stati e delle maggiori multinazionali. 
Gli analisti degli studi strategici internazionali prevedono che la successiva trasformazione in termini politici di tale potere economico comporterebbe la costruzione di una nuova gerarchia di fatto tra i poteri del mondo." 

Roberto Scarpinato

giovedì 18 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (11^ parte) + Bibliografia


 6 Conseguenze operative


Per sfruttare appieno i vantaggi delle cooperative, è necessario superare numerosi ostacoli. I relatori della Conferenza hanno individuato alcuni degli ostacoli che limitano lo sviluppo delle imprese cooperative e suggerito come  superarli. Le loro proposte possono essere riassunte in tre gruppi di raccomandazioni che riguardano le  autorità pubbliche, la comunità scientifica, i movimenti cooperativi e i donatori internazionali.


6.1 Introdurre regolamentazioni e politiche di sostegno adeguate 

Il primo gruppo di raccomandazioni riguarda l’adozione sia di coerenti meccanismi di regolazione, che  permettano la valorizzazione dei vantaggi competitivi delle cooperative, sia di politiche di sostegno in  grado di facilitarne l’avvio, l’espansione e il consolidamento. In Europa, le cooperative si sono  sviluppate più rapidamente nelle situazioni in cui la loro espansione non è stata ostacolata da una regolame
Per esempio, nei settori tradizionalmente pubblici, o di interesse pubblico, e che quindi beneficiano di  finanziamenti pubblici. Di conseguenza, anche i principi cooperativi elaborati dall’ICA dovrebbero  essere interpretati in un modo flessibile, aiutando la nascita di nuove forme di cooperazione enuove pratiche di governance.
Le cooperative dovrebbero essere trattate tenendo conto delle loro specificità, garantendo condizioni di  parità con i concorrenti (Münkner, 2012). Analogamente, la regolazione dei mercati dovrebbe essere coerente con il carattere delle imprese cooperative e progettata per massimizzare i benefici per la  collettività. Un problema, questo, che richiede di essere affrontato principalmente da parte delle agenzie pubbliche che hanno la responsabilità di regolare i mercati.
ntazione inadeguata, il loro ruolo è stato pienamente riconosciuto e non sono state confinate in settori specifici (V. Zamagni, 2012). Per sviluppare tutto il potenziale delle cooperative, una legislazione  sulle cooperative dovrebbe quindi riconoscerne pienamente la funzione ed essere abbastanza flessibile  da permettere loro di operare in qualsiasi settore in cui si dimostrino utili (Hansmann, 2012).
Altre aree d’intervento comprendono il sostegno all’avvio di nuove cooperative, al consolidamento delle cooperative esistenti e allo sviluppo di competenze all’interno del settore cooperativo. Le politiche  nazionali dovrebbero garantire che le cooperative abbiano accesso a tutti i servizi alle imprese.
Inoltre, i governi nazionali dovrebbero elaborare politiche di sostegno coerenti.
Dato il loro orientamento non speculativo, le cooperative dovrebbero essere soggette a un trattamento  fiscale più favorevole di quello previsto per le imprese di capitali.
Quando tuttavia prevede agevolazioni fiscali e benefici speciali, la legislazione cooperativa dovrebbe  comprendere obblighi specifici allo scopo di impedirne la demutualizzazione, come il vincolo di  indivisibilità del patrimonio.
In questo scenario, i movimenti cooperativi possono svolgere un ruolo chiave attraverso organizzazioni, federazioni e consorzi, nonché tramite lo sviluppo di fondi ad hoc che sostengano la creazione di nuove cooperative.
Infine, sia i governi nazionali e locali sia  il movimento cooperativo dovrebbero impegnarsi a costruire  collegamenti tra i movimenti cooperativi di paesi e regioni con un settore cooperativo ben sviluppato (es. l’Unione europea e il Nord America) e i movimenti di regioni dove le cooperative sono ancora poco presenti e non adeguatamente riconosciute. Esempi molto utili di una proficua cooperazione sono i  progetti promossi dal movimento Raiffeisen, dal movimento Desjardins e da diversi consorzi di  cooperative sociali italiani (Borzaga et al., 2008) con organizzazioni situate in paesi dove i movimenti  cooperativi sono allo stato nascente.




6.2 Sviluppare pratiche di governance e di gestione coerenti


Il secondo gruppo di raccomandazioni riguarda lo sviluppo di una cultura manageriale coerente con i valori e i principi delle cooperative. Tra i soci e i dirigenti dovrebbe essere sviluppata una maggiore consapevolezza circa le caratteristiche intrinseche che contraddistinguono le imprese cooperative. Allo stesso tempo, dovrebbe essere eliminata la pratica, molto diffusa, di adattare alle cooperative le modalità di gestione delle imprese for-profit.
Per sfruttare appieno le specificità delle imprese cooperative, ed evitare che queste siano superate dalle imprese for-profit anche nell’adozione di comportamenti cooperativi, dovrebbero essere adottate pratiche di gestione più coerenti con i valori e i principidella cooperazione. I movimenti cooperativi
e le università dovrebbero impegnarsi a sostenere la ricerca di nuove modalità di gestione e di nuovi modelli di governance e a sviluppare le capacità manageriali dei leader cooperativi attraverso corsi di formazione innovativi e corsi universitari basati sui più recenti risultati dell’attività di ricerca. L’esperienza delle cooperative, ovunque nel mondo, dimostra che le situazioni di maggior successo  sono quelle dove le cooperative agiscono insieme come un sistema di imprese, attraverso federazioni, consorzi o gruppi.
In questo modo esse riescono meglio a sfruttare i vantaggi di scala e ad offrire ai soci assistenza gestionale e tecnica efficace, servizi commerciali e di marketing, percorsi di formazione e sostegni alla  progettazione.
Dovrebbe, invece, essere valutata attentamente la tendenza delle cooperative a crescere di dimensione.  Nelle economie basate sempre più sulla conoscenza, le imprese più efficienti possono, infatti, essere piccole e organizzate in reti. A tale riguardo, le cooperative hanno degli specifici vantaggi che derivano dal radicamento nelle comunità locali e dalle forme di governance partecipate.
Uno sforzo per rafforzare le pratiche di networking aiuterebbe le cooperative a realizzare economie di scala e a sfruttare opportunità che le singole imprese non sarebbero altrimenti in grado di sfruttare.




6.3 Promuovere la visibilità delle cooperative


Il terzo gruppo di raccomandazioni riguarda misure e azioni specifiche volte a favorire una migliore comprensione del fondamento logico delle cooperative e ad aumentare la loro visibilità come istituzioni capaci di svolgere ruoli strategici in campo sia economico che sociale.
I relatori della Conferenza hanno dimostrato che vi sono tutte le condizioni per elaborare nuove teorie, in grado di suggerire come sfruttare al meglio il potenziale delle cooperative. Ma i ricercatori dovrebbero impegnarsi a superare la frammentazione che ha finora caratterizzato gli studi cooperativi e a sviluppare ricerche più sistematiche, guidate da ipotesi realistiche sia sui meccanismi che possono essere impiegati dagli agenti economici, che sulle motivazioni che guidano le loro azioni. Dal canto loro, gli istituti di ricerca e di statistica dovrebbero produrre e diffondere adeguate informazioni sulle imprese cooperative, mentre le università e i centri di ricerca dovrebbero elaborare nuovi approcci teorici per  spiegare, e aiutare a comprendere, il fondamento logico e i vantaggi competitivi delle forme cooperative.
Servendosi dei risultati delle ricerche più recenti, i movimenti cooperativi internazionali e le istituzioni pubbliche dovrebbero promuovere adeguate iniziative per migliorare la visibilità delle cooperative. D’altra parte, la comunità scientifica e i movimenti cooperativi – a ogni livello: locale, nazionale e internazionale – dovrebbero adottare strategie di comunicazione più efficaci perdiffondere i risultati delle ricerche. I movimenti cooperativi dovrebbero in particolare impegnarsi per far crescere la consapevolezza delle amministrazioni pubbliche, dei politici e delle comunità circa il contributo che le cooperative possono concretamente offrire alle economie locali e ai sistemi di welfare.
Infine, i donatori internazionali dovrebbero sostenere attivamente il riconoscimento delle cooperative, in particolare in quei paesi che sono ancora privi di una legislazione, e promuovere azioni in grado di favorire lo sviluppo delle imprese cooperative.


7 Riferimenti bibliografici

 


Andreaus, Michele, Carini, Chiara, Carpita, Maurizio and Costa, Ericka (2012) ‘La cooperazione Sociale in Italia: Un’Overview’, Euricse Working Paper no. 27/12. Available online: http://euricse.eu/sites/euricse.eu/files/db_uploads/documents/1331543460_n1984.pdf (accessed 30 July 2012).

Ben-Ner, Avner and Ellman, Matthew (2012) ‘The Contributions of Behavioral Economics to Understanding and Advancing the Sustainability of Worker Cooperatives’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Birchall, Johnston (2012) ‘The Potential of Co-operatives during the Current Recession: Theorizing Comparative Advantage’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Birchall, Johnston and Hammond Ketilson, Lou (2009) ‘Resilience of the Cooperative Business Model in Times of Crisis’, Geneva: Sustainable Enterprise Programme, International Labour Organization.

Borzaga, Carlo, Galera, Giulia and Nogales, Rocío (eds.) (2008) Social Enterprise: A New Model for Poverty Reduction and Employment Generation, Bratislava, Slovakia: United Nations Development Programme Regional Bureau for Europe and the Commonwealth of Independent States

Dasgupta, Partha (2012) ‘New Frontiers of Cooperation in the Economy’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Defourny, Jacques and Nyssens, Marthe (2012) ‘Social Cooperatives: When Social Enterprise Meets the Cooperative Tradition’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Díaz-Foncea, Millán (2012) ‘Sociedades Cooperativas y Emprendedor Cooperativo: Análisis de los Factores Determinantes de su Desarrollo’, Ph.D. thesis, University of Zaragoza.

Ferri, Giovanni (2012) ‘Credit Cooperatives: Challenges and Opportunities in the New Global Scenario’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Grillo, Michele (2012) ‘Competition Rules and the Cooperative Firm’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Hagedorn, Konrad (2012) ‘Natural Resource Management: the Role of Co-operative Institutions and Governance’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Hansmann, Henry B. (1996) The Ownership of Enterprise, Cambridge, MA : Harvard University Press.

Hansmann, Henry B. (2012) ‘All Firms are Cooperatives–and so are Governments’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Heath, Joseph (2006) ‘The Benefits of Cooperation’, Philosophy and Public Affairs 34(4): 313–51.
International Co-operative Alliance (2012) ‘Statistical Information on the Co-operative Movement’. Available online: http://www.ica.coop/coop/statistics.html#members (accessed 26 July 2012).

Jones, Derek C. and Kalmi, Panu (2012) ‘Economies of Scale versus Participation: A Co-operative Dilemma?’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

MacPherson, Ian (2012) ‘Cooperatives’ Concern for the Community: From Members towards Local Communities’ Interests’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Mayo, Ed (2012) ‘Global Business Ownership 2012: Members and Shareholders across the World’, Manchester: Cooperatives UK.

Mori, Pier A. (2012) ‘Customer-ownership and Public Services’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Münkner, Hans-H. (2012) ‘Worldwide Regulation of Co-operative Societies: An Overview’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Pérotin, Virginie (2012) ‘Workers’ Cooperatives: Good, Sustainable Jobs in the Community’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Valentinov, Vladislav, Tortia, Ermanno and Iliopoulos, Constantine (2012) ‘Agricultural Cooperatives’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Worldwatch Institute (2012) ‘Membership in Co-operative Businesses Reaches 1 Billion’. Available online: http://www.worldwatch.org/membership-co-operative-businesses-reaches-1-billion (accessed 26 July 2012).

Zamagni, Stefano (2102) ‘The Impact of Cooperatives on Civil and Connective Capital’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

Zamagni, Vera (2012) ‘Interpreting the Roles and Economic Importance of Cooperative Enterprises in a Historical Perspective’, paper presented at the Euricse Conference in Venice.

martedì 16 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (10^ parte)


5 Le tendenze in atto e le sfide



Il futuro riserva grandi sfide per le cooperative.

La crisi globale non solo ha dimostrato che le cooperative possono essere più resilienti delle imprese di proprietà degli investitori, ma ha anche messo in luce i limiti del modello predominante di organizzazione economica, centrato sull’azione di due soli tipi di istituzioni: le imprese for-profit coordinate dal mercato e le organizzazioni pubbliche basate sul principio di autorità. La crisi ha confermato l’incapacità delle imprese for-profit di assicurare, da sole, il massimo benessere, in particolare quando gli scambi non sono in grado di recare vantaggi a entrambe le parti di ogni transazione. Inoltre, la crisi ha reso evidente l’incapacità delle agenzie pubbliche di fronteggiare i fallimenti del mercato e delle imprese for-profit e di affrontare la crescita e la diversificazione dei bisogni. La crisi ha dimostrato che le politiche di privatizzazione basate sulla redistribuzione delle funzioni e dei ruoli tra imprese for-profit e agenzie pubbliche non sono una soluzione soddisfacente. Infatti, le strategie di liberalizzazione e privatizzazione che sono state perseguite dalla maggior parte dei governi fin dagli anni Ottanta hanno portato a risultati insoddisfacenti. Esse hanno favorito un aumento esponenziale delle disuguaglianze, un cattivo uso delle risorse non-rinnovabili e una crescita dell’incertezza e della povertà. 

La consapevolezza dei limiti di un’organizzazione economica che sopravvaluta i comportamenti concorrenziali ed egoistici sta già portando molti operatori ad adottare pratiche di responsabilità sociale e strategie di gestione innovative, che enfatizzano anche fra le imprese for-profit il meccanismo della cooperazione. Non sorprende, quindi, che un numero crescente di osservatori consideri l’espansione delle varie forme di cooperazione come una possibile via di uscita dalla crisi. Di conseguenza, si aprono nuove opportunità di sviluppo per modelli sia  tradizionali che innovativi di cooperazione.
Le cooperative tradizionali svolgeranno un ruolo sempre più determinante in attività come l’offerta di credito e di abitazioni, il sostegno all’agricoltura e la creazione di posti di lavoro. Le banche cooperative e le credit union sono destinate a svilupparsi poiché esse hanno dimostrato di essere meno rischiose delle grandi banche d’affari e sono ancora in grado di rafforzare le relazioni fiduciarie e attrarre nuovi clienti. Le cooperative agricole diventeranno sempre più importanti per garantire la sopravvivenza degli agricoltori e della produzione agricola, a fronte dei bisogni alimentari connessi alla crescita della popolazione mondiale. Inoltre, le cooperative agricole possono svolgere un importante ruolo anche nell’assicurare la sicurezza alimentare, la tutela dell’ambiente e la promozione di un modello di sviluppo sostenibile. Con la sicurezza del posto di lavoro in diminuzione e i tassi di disoccupazione in rapido aumento, i numerosi esempi di nuove cooperative di lavoro e di acquisizioni di imprese da parte dei lavoratori indicano che le cooperative potranno svolgere un ruolo sempre più importante, anche nel salvaguardare posti di lavoro e creare nuova occupazione.

Inoltre, ci sono molti nuovi settori dove il potenziale delle cooperative non è ancora stato sfruttato pienamente. Questi comprendono i servizi alla persona e, in particolare, i servizi sociali, educativi e sanitari. Si tratta di servizi caratterizzati da una domanda crescente e sempre più diversificata, in situazioni dove l’offerta pubblica è limitata e in contrazione, mentre la  qualità dell’offerta privata forprofit è variabile e incerta. Considerazioni analoghe valgono per  le mutue, che sono chiamate a compensare la diminuita copertura dell’assistenza sanitaria, in  particolare quella per la non autosufficienza, da parte degli enti previdenziali pubblici.
Un altro settore in espansione riguarda i servizi di comunità, compresa la gestione di istituzioni culturali, risorse idriche, smaltimento dei rifiuti, trasporto pubblico e fonti rinnovabili di energia.  Tutte queste attività sono caratterizzate da situazioni di monopolio naturale o da una redditività limitata e incerta. In queste condizioni, le imprese cooperative sono più adatte a gestire servizi di interesse generale grazie alla loro natura partecipativa e ai loro modelli di governance.
Un ambito di attività in crescita è anche quello dell’istituzionalizzazione delle reti di collaborazione tra piccole imprese manifatturiere e di servizi alle imprese. Le cooperative  possono gestire efficacemente alcune di queste attività comuni, comprese quelle di ricerca e  sviluppo, promuovendo l’espansione dei mercati e aumentando la produttività e la  competitività delle imprese associate.
I relatori della Conferenza hanno offerto vari esempi di nuovi tipi di cooperative e di modalità innovative di organizzazione delle cooperative tradizionali. Ciononostante, è apparso evidente che scambi di esperienze condotti in modo più efficace sarebbero di aiuto al processo di apprendimento reciproco, favorendo una ripresa e un rafforzamento delle cooperative in tutto il mondo.

 

venerdì 29 marzo 2013

C’è un solo governo possibile, il resto è inganno - Giulio Sapelli

L’economista, storico e intellettuale Giulio Sapelli e l’unica via per evitare il disastro economico, sociale e culturale dell’Italia e dell’Europa: federalizzazione del continente, nuova Banca Pubblica, riforma Bce sul modello Fed, divieto di speculazione finanziaria, tasse al massimo del 35%

di: Pier Paolo Flammini


Probabilmente lui è l’intellettuale (non economista che è riduttivo: ma intellettuale perché economista, storico e anche sociologo nel senso di conoscitore della psicologia umana e sociale, la quale non si piega a direttive imposte) che inserito in un governo potrebbe davvero condurre una battaglia per la “vita” anziché la morte dell’Italia e dell’Europa, oramai in mano ad una banda di scriteriati senza forza. Sto parlando di Giulio Sapelli. E’ anche da considerarsi un moderato, dunque capace di imporre un deciso cambio di marcia senza incutere timore nel mondo produttivo (che sta morendo e che probabilmente si getterà sempre più su posizioni estreme se non ci saranno cambiamenti).

Dunque l’Italia è “col fiato sospeso” (si fa per dire) nell’attesa di un nuovo governo. Ma governo-per-fare-cosa? Non mi interessa chi avrà il potere. Io voglio un governo che faccia sue le proposte scritte da Giulio Sapelli su “Ilsussidiario.net” lo scorso 23 gennaio:

PRIMO TEMPO

Una Banca nazionale a proprietà pubblica per la continuazione dell’attività delle imprese di ogni dimensione e filiera concedendo prestiti alle imprese e non entrando nel loro capitale” per “fondare una banca per lo sviluppo su base nazionale che rastrelli fondi da tutte le risorse esistenti dallo Stato”: questo per impedire la moria di piccole e medie imprese e la perdita di lavoro, “una catastrofe nazionale”. Questo, scrive Sapelli, “implica la riforma radicale dello Statuto della Bce sull’orma di quello della Fed. La banca deve essere uno strumento monocratico”. Inoltre Sapelli incita alla creazione di “imprese cooperative di ogni tipo e in ogni settore, così da creare lavoro, crediti al consumo, beni a basso prezzo, occupazione e lavoro e massimizzare occupazione e non profitto”.

SECONDO TEMPO
“Da ciò deriverà un aumento del debito pubblico: di qui la rinegoziazione essenziale e totale di tutti i trattati europei che non hanno nessuna giustificazione economica e giuridica (…) ne deve derivare l‘eliminazione dei tetti di deficit e dei tetti pluriennali che non hanno altro scopo che imporre un dominio deflazionistico (ovvero una contrazione di salari e stipendi, ndr) teutonico su tutta l’Europa, seguendo le orme di idee economiche già sviluppatesi in Germania alla metà degli anni Trenta e bovinamente accettate da banchieri centrali incompetenti e politici collegati alle grandi banche d’affari che speculano su quelle decisioni”.
Ancora, aggiunge l’economista torinese, “farlo rapidamente implica impedire che l’esplosione dell’euro accompagni l’esplosione umana e sociale che si avvicina; e non si tratta – si badi bene – di scioperi, rivolte, ecc. I lavoratori e la gente comune e per bene sono troppo disillusi, stanchi, anomici per ribellarsi collettivamente: assisteremo ad atti isolati o di piccoli gruppi molto violenti e tutti disperati”.

TERZO TEMPO
Ridefinizione dei poteri del Parlamento europeo eliminando le commissioni e smantellando la burocrazia europea centralizzata. La federalizzazione dell’Europa riporterà agli stati competenze e poteri. Il Parlamento dovrà votare la rinegoziazione del debito pubblico europeo su scala mondiale, eliminando derivati e altri strumenti di distruzione finanziaria di massa secondo le indicazioni già redatte dall’ex governatore della Banca d’Inghilterra Lord King – e da Paul Volcker per il Presidente Obama – e sino ad oggi inascoltate, spezzando in due l’industria finanziaria e tornando in tutto il mondo, e in primis in tutta Europa, alle regole di governance precedenti la famigerata legge Amato in Italia e alle famigerate altre leggi che abolirono il Glass Steagall Act voluto da Roosevelt dopo la crisi del 1929″. Infine la necessità di ridurre le imposte sulle imprese al 35%, ridurre le tasse sul lavoro, introdurre il contratto di apprendistato.

Altre vie non ce ne sono. Purtroppo i nostri politici e l’intera classe dirigente (quasi tutta quella che è sfilata in questi giorni per le consultazioni con Bersani) o sono collusi col potere finanziario, o, nel caso migliore, sono imbottiti di ideologia neoliberista e quindi non riescono neanche a pensare uno scenario diverso dall’attuale follia europea. Banca pubblica nazionale, ripristino del Glass Steagall Act, revisione di tutti i trattati sono concetti estranei persino ai sindacalisti, incomprensibili dalle associazioni imprenditoriali, estranei alla cultura da anime belle della cultura. Ci attendono brutti tempi.

sabato 16 febbraio 2013

Il DEBITO PUBBLICO STATUNITENSE IN DIECI PUNTI

di Warren Mosler

1. Qualsiasi governo (pienamente sovrano), che sia l’emittente della sua valuta nazionale, non ha necessità di “guadagnare” denaro per pagare i propri debiti denominati in valuta nazionale come dobbiamo fare noi privati cittadini.

2. Per pagare i nostri debiti, utilizziamo quello che viene chiamato “corso legale”. Sappiamo che la contraffazione di valuta è un crimine. Quindi dobbiamo procurarcela guadagnando un reddito, o prendendola a prestito, oppure vendendo delle attività. Il denaro è un credito esigibile a vista nelle mani di chi lo detiene.

3. Quando un governo (pienamente sovrano) riceve da noi la valuta di sua emissione (moneta), riceve la stessa moneta che esso stesso ha emesso. Quindi non ottiene nulla che non possa creare lui stesso: il “prendere a prestito” del governo non è la stessa cosa del prendere a prestito del privato.

4. Quando il governo che emette la propria valuta “prende a prestito” del denaro da un soggetto privato, riceve il denaro precedentemente emesso in cambio di un “titolo del Tesoro”, chiamato anche “strumento di debito”. Così, il governo fa questo: sostituisce un credito immediatamente esigibile (che i titolari possono utilizzare su richiesta per pagare debiti al governo o ad altri soggetti privati) con un altro credito, un titolo del Tesoro, che non può essere utilizzato per effettuare pagamenti fino alla scadenza. I privati (che desiderano guadagnare un interesse su un’attività che sanno di poter vendere rapidamente se necessario) sono disponibili ad acquistarlo. In termini più semplici: se io uso 1,000 dollari del saldo del mio conto corrente bancario per acquistare un titolo del Tesoro, sto scambiando un credito di 1,000 dollari che potrei usare ora per pagare le tasse o per estinguere delle passività nei confronti di altri soggetti privati con un titolo che mi dà il diritto di ricevere un importo contrattualmente definito di denaro più gli interessi in date future contrattualmente definite.

5. Vero: i governi possono deliberatamente stabilire una varietà di limiti su quanto denaro possono “prendere in prestito”. Negli Stati Uniti, questo limite è dettato da un articolo del codice degli Stati Uniti. La logica, per quanto possa sembrare strano, è quella di stabilire un limite alla quantità di denaro che i soggetti privati sono autorizzati a convertire in titoli del Tesoro. In altre parole, se il governo ha raggiunto il limite, non può più offrire nuovi titoli del Tesoro e quindi i soggetti privati non possono più convertire il loro denaro in essi. Pertanto, contrariamente a quanto comunemente si crede, questo non causa un blocco dell’attività del governo o un’insolvenza sugli strumenti “di debito” federali.

6. I governi, tuttavia, possono anche stabilire dei limiti per le proprie spese. Negli Stati Uniti, la Fed non può offrire al Tesoro uno scoperto di conto corrente: quindi, se il Tesoro non può finanziare la propria spesa con entrate fiscali o con la vendita di “strumenti di debito”, non può spendere. Imporre un limite è una scelta politica che potrebbe causare un blocco dell’attività del governo o un default.

7. Di conseguenza, un blocco dell’attività del governo o un default è anche un evento che può essere causato unicamente da un autolesionistico rifiuto di effettuare pagamenti. I soggetti privati possono trovarsi in situazioni in cui il crescente indebitamento può costringerli a ridurre la spesa o a fare default sul proprio debito. Per contro, i governi con crescente indebitamento affrontano un’alternativa completamente diversa: onorare le proprie obbligazioni o rifiutarsi di pagarle.

8. Altri esempi di vincoli auto-imposti comprendono: il sistema basato sulla parità aurea (quando la moneta emessa non deve superare una certa quota delle riserve auree), il comitato valutario (quando la moneta emessa non deve superare una certa quota di riserve in valuta estera). L’unico vincolo che ha senso è quello di adattare la misura della differenza tra la spesa e le tasse in modo da non causare un eccesso di domanda aggregata rispetto alla capacità produttiva esistente, così da provocare inflazione.

9. Per finire (e non che questo abbia alcuna reale possibilità di accadere con l’attuale sistema di operatori sul mercato primaro), cosa pensate che potrebbe succedere se il governo degli Stati Uniti dovesse fronteggiare una situazione in cui ci sono pagamenti di interessi in scadenza per 1 milione di dollari, e il Tesoro avesse un saldo zero sul suo conto presso la Fed? Il governo degli Stati Uniti dichiarerebbe default e volontariamente distruggerebbe 1 milione di dollari di ricchezza finanziaria privata a tutti i possessori di titoli USA negli Stati Uniti e all’estero, oppure il Congresso degli Stati Uniti lascerebbe gestire al Tesoro una somma tratta allo scoperto e gli lascerebbe pagare i conti?

10. Prima di rispondere, considerate che a) l’opzione del default implica brutali danni finanziari e politici, b) aumentare il limite è tecnicamente e funzionalmente semplice, equo, e privo di conseguenze sul reale standard di vita.

Tradotto da Giovanna Pagani
Qui Testo Originale
http://www.mecpoc.org/wp-content/uploads/downloads/2010/12/U.S.-Public-Debt-in-10-Bullets5-_3_.pdf


Tratto da:http://memmt.info/site/il-debito-pubblico-statunitense-in-dieci-punti/





















mercoledì 4 luglio 2012

QUELLA MONETA CHIAMATA WIR

Ottimo articolo sulle potenzialità e il significato della banca "Wir" e della cooperazione.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"

di Massimo Amato

Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).



Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.

Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.

La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.

Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.


Cos’è una banca?

Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.

Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.

Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.

Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.


Arriva Zimmermann

Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.

I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.

Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).

La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.

La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.

I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.

Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.

Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.

Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…

D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.

Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.


Umanizzare l’economia

Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».

L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.

giovedì 5 gennaio 2012

La storia dei cittadini uniti contro le multinazionali

Ottimo video, questa volta in italiano, che spiega il precedente discorso del senatore Bernie Sanders e sottolinea le motivazioni per cui il peso delle corporation dovrebbe essere estremamente ridotto. Ovviamente si parla degli Stati Uniti d’America, ma è meglio imparare dagli errori altrui per evitare di ripeterli (in un futuro non troppo distante) a casa propria.