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martedì 9 luglio 2013

Giulio Sapelli - La crisi e la crescita

Ottimo intervento di Giulio Sapelli sulle caratteristiche della crisi e le possibili soluzioni.
 
"Non si esce dalla crisi economica se non ricostruendo il senso di giustizia". 
Un percorso tutt'altro che scontato quello delineato da Sapelli per uscire dall'attuale condizione di crisi, che non si limita a semplici formulette matematiche, ma comprende la necessità di maggiore cultura, specialmente all'interno della "classe dirigente".






venerdì 29 marzo 2013

C’è un solo governo possibile, il resto è inganno - Giulio Sapelli

L’economista, storico e intellettuale Giulio Sapelli e l’unica via per evitare il disastro economico, sociale e culturale dell’Italia e dell’Europa: federalizzazione del continente, nuova Banca Pubblica, riforma Bce sul modello Fed, divieto di speculazione finanziaria, tasse al massimo del 35%

di: Pier Paolo Flammini


Probabilmente lui è l’intellettuale (non economista che è riduttivo: ma intellettuale perché economista, storico e anche sociologo nel senso di conoscitore della psicologia umana e sociale, la quale non si piega a direttive imposte) che inserito in un governo potrebbe davvero condurre una battaglia per la “vita” anziché la morte dell’Italia e dell’Europa, oramai in mano ad una banda di scriteriati senza forza. Sto parlando di Giulio Sapelli. E’ anche da considerarsi un moderato, dunque capace di imporre un deciso cambio di marcia senza incutere timore nel mondo produttivo (che sta morendo e che probabilmente si getterà sempre più su posizioni estreme se non ci saranno cambiamenti).

Dunque l’Italia è “col fiato sospeso” (si fa per dire) nell’attesa di un nuovo governo. Ma governo-per-fare-cosa? Non mi interessa chi avrà il potere. Io voglio un governo che faccia sue le proposte scritte da Giulio Sapelli su “Ilsussidiario.net” lo scorso 23 gennaio:

PRIMO TEMPO

Una Banca nazionale a proprietà pubblica per la continuazione dell’attività delle imprese di ogni dimensione e filiera concedendo prestiti alle imprese e non entrando nel loro capitale” per “fondare una banca per lo sviluppo su base nazionale che rastrelli fondi da tutte le risorse esistenti dallo Stato”: questo per impedire la moria di piccole e medie imprese e la perdita di lavoro, “una catastrofe nazionale”. Questo, scrive Sapelli, “implica la riforma radicale dello Statuto della Bce sull’orma di quello della Fed. La banca deve essere uno strumento monocratico”. Inoltre Sapelli incita alla creazione di “imprese cooperative di ogni tipo e in ogni settore, così da creare lavoro, crediti al consumo, beni a basso prezzo, occupazione e lavoro e massimizzare occupazione e non profitto”.

SECONDO TEMPO
“Da ciò deriverà un aumento del debito pubblico: di qui la rinegoziazione essenziale e totale di tutti i trattati europei che non hanno nessuna giustificazione economica e giuridica (…) ne deve derivare l‘eliminazione dei tetti di deficit e dei tetti pluriennali che non hanno altro scopo che imporre un dominio deflazionistico (ovvero una contrazione di salari e stipendi, ndr) teutonico su tutta l’Europa, seguendo le orme di idee economiche già sviluppatesi in Germania alla metà degli anni Trenta e bovinamente accettate da banchieri centrali incompetenti e politici collegati alle grandi banche d’affari che speculano su quelle decisioni”.
Ancora, aggiunge l’economista torinese, “farlo rapidamente implica impedire che l’esplosione dell’euro accompagni l’esplosione umana e sociale che si avvicina; e non si tratta – si badi bene – di scioperi, rivolte, ecc. I lavoratori e la gente comune e per bene sono troppo disillusi, stanchi, anomici per ribellarsi collettivamente: assisteremo ad atti isolati o di piccoli gruppi molto violenti e tutti disperati”.

TERZO TEMPO
Ridefinizione dei poteri del Parlamento europeo eliminando le commissioni e smantellando la burocrazia europea centralizzata. La federalizzazione dell’Europa riporterà agli stati competenze e poteri. Il Parlamento dovrà votare la rinegoziazione del debito pubblico europeo su scala mondiale, eliminando derivati e altri strumenti di distruzione finanziaria di massa secondo le indicazioni già redatte dall’ex governatore della Banca d’Inghilterra Lord King – e da Paul Volcker per il Presidente Obama – e sino ad oggi inascoltate, spezzando in due l’industria finanziaria e tornando in tutto il mondo, e in primis in tutta Europa, alle regole di governance precedenti la famigerata legge Amato in Italia e alle famigerate altre leggi che abolirono il Glass Steagall Act voluto da Roosevelt dopo la crisi del 1929″. Infine la necessità di ridurre le imposte sulle imprese al 35%, ridurre le tasse sul lavoro, introdurre il contratto di apprendistato.

Altre vie non ce ne sono. Purtroppo i nostri politici e l’intera classe dirigente (quasi tutta quella che è sfilata in questi giorni per le consultazioni con Bersani) o sono collusi col potere finanziario, o, nel caso migliore, sono imbottiti di ideologia neoliberista e quindi non riescono neanche a pensare uno scenario diverso dall’attuale follia europea. Banca pubblica nazionale, ripristino del Glass Steagall Act, revisione di tutti i trattati sono concetti estranei persino ai sindacalisti, incomprensibili dalle associazioni imprenditoriali, estranei alla cultura da anime belle della cultura. Ci attendono brutti tempi.

domenica 24 marzo 2013

Terza Guerra Mondiale, incubo alle porte?

La crisi dell’Eurozona e poi una guerra di proporzioni globali. I due schieramenti: Russia-Cina vs Europa-USA. Alcuni scenari prebellici: collasso europeo, caso Cipro, alleanza Australia-USA e contesa coreana

Se guerra ci sarà, sarà entro il 2015. Almeno su questo concordano economisti e analisti. L’allarme è stato già lanciato da Kyle Bass fondatore del gruppo statunitense Hayman Capital Management, secondo cui la crisi dell’Eurozona si concluderà con una guerra di proporzioni globali. Fine della crisi e inizio della guerra potrebbe essere il default finanziario di alcuni Paesi periferici dell’Eurozona, come Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro (quest’ultimo ormai imminente). Tra l’altro, la storia si ripeterebbe: anche la crisi del 1929 determinò l’emergere delle dittature e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Anzi, proprio la finanza internazionale sta combattendo la sua guerra per il predominio e lo svuotamento delle democrazie e degli Stati, servendosi dei media, dei politici-camerieri e degli stessi governi che crea. Ma questa guerra - almeno per ora - non si combatte sul campo di battaglia, ma nelle redazioni dei giornali, nelle televisioni, nelle banche, nelle agenzie di rating, nelle multinazionali.
Nessun vuoto allarmismo o panico. Bass parte da una semplice considerazione: il debito nei mercati creditizi internazionali ha raggiunto il 340% della produttività globale. Tra l’altro, i segni di questo tragico avvento sarebbero sempre più evidenti.

LE PROBABILI ALLEANZE -Innanzitutto, si moltiplicano le alleanze politico-finanziarie: da un lato, l’asse russo-cinese, dall’altro l’asse europeo-statunitense. Ad esempio, l’accordo Australia-USA permette alle navi da guerra e agli aerei americani di utilizzare il territorio australiano come base strategica. E da un momento all’altro il nucleare iraniano potrebbe accendere un conflitto latente.
Secondo alcuni, gli schieramenti sarebbero già pronti: da una parte USA, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada e Australia (ad aggiungersi Unione Europea, Turchia, Sudafrica, Cile e Colombia), dall’altra Cina, Corea del Nord, Iran e Siria, con l’inserimento di Russia, alcuni Paesi africani e la maggioranza dei Paesi sudamericani che adottano una politica anti-occidentale (si paventa un nuovo default argentino).
Esempio lampante dei futuri schieramenti sono le vicende che hanno caratterizzato il 2012. La NATO non è riuscita a impedire la rielezione di Putin, nonostante il NED (National endowment for democracy), ONG pro-atlantica per eccellenza, avesse influenzato con discrezione la stampa russa. E il veto russo-cinese ha fermato l’avanzata americana in Siria (qui l’insurrezione è fabbricata e condotta dall’estero).
La Siria è poi alleata della Russia, mentre l’Iran è il principale partner commerciale della Cina, a cui fornisce abbondanti quantità di petrolio. Il vice primo ministro russo delegato agli affari militari, Dimitri Rogozin, ha pure precisato che «ogni attacco contro l’Iran sarà considerato una minaccia diretta alla sicurezza della Russia». Di conseguenza, la presenza di truppe militari anglo-statunitensi si è rinforzata nello stretto di Hormuz (lo stretto che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran) da gennaio 2012, con il massiccio trasferimento di basi navali e aeree.

SCENARI PREBELLICI - Il 2013 potrebbe delineare scenari prebellici. Prima il collasso dell’economia di una Unione Europea di forte matrice tedesca che non è mai riuscita ad esprimere una unitaria e serie politica economica, poi una Germania balbettante e il caso Cipro (Spagna, Portogallo e Italia sono sull’orlo del precipizio).

Inoltre, lo scorso 11 marzo è saltato l’armistizio tra le due Coree. La Corea del Nord ha considerato estinto l'armistizio del 1953 con la Corea del Sud, dopo l'avvio delle esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seoul, considerate dalla Repubblica popolare nordcoreana un test per l’invasione del suo territorio (si aggiunga l'inasprimento delle sanzioni delle Nazioni Unite dopo il terzo test nucleare a febbraio).
A breve ci saranno anche le elezioni in Iran (si attendono decisioni sulla politica nucleare che sarà adottata) e Israele (necessario rielaborare anche la politica nei confronti della Palestina e del Medio Oriente). Si aggiunga il conflitto siriano (il regime di Assad è alleato con la Russia) e la contesa cino-giapponese delle Isole Senkaku, oltre all’accordo militare tra il primo ministro australiano Julia Gillard e il presidente Barack Obama (l’Australia giocherà la sua parte nell’eventualità di un attacco statunitense in Asia).
La guerra sul campo potrebbe essere lo spettro alle porte. Per ora, la guerriglia è quella della guerra finanziaria, silenziosa grazie alla muta informazione, alla menzogna e all’attacco gratuito e vendicativo. Intanto, le pedine prendono posto sulla scacchiera.



Tratto da: http://www.tzetze.it/2013/03/terza-guerra-mondiale-incubo-alle-porte.html

lunedì 11 febbraio 2013

Verso una nuova finanza. Pubblica e sociale

Oltre trecento persone hanno risposto sabato 2 febbraio all'appello di Attac Italia, Centro nuovo modello di sviluppo, Re:Common, Rivolta il Debito, Smonta il Debito. L'obiettivo è favorire la nascita di una rete che lavori su due temi: audit sul debito pubblico (anche quello degli enti locali) e ri-pubblicizzazione di Cassa depositi e prestiti


"La finanza è come un aspiratore, che può funzionare in maniera reversibile al 100%,
violando il principio dell'entropia. Puoi usarlo per estrarre ricchezza dalla collettività, per destinarla ai mercati. Oppure, girando la leva, puoi scegliere di estrarre ricchezza dei mercati, per realizzare l'interesse della maggioranza. Per questo, la finanza pubblica è uno strumento importante. Ed è per questo che noi dobbiamo lavorare per ri-appropriarcene, con un approccio trasformativo". Antonio Tricarico, di Re:Common, ha introdotto così, a Roma, la prima assemblea nazionale della nascente rete "Per una nuova finanza pubblica e sociale".
Al Teatro Valle Occupato, convocati da Attac Italia, Centro nuovo modello di sviluppo, Re:Common, Rivolta il Debito, Smonta il Debito, sabato 2 febbraio oltre 300 persone hanno risposto all'appello: "METTIAMOLI IN CRISI! PER UNA NUOVA FINANZA PUBBLICA".
"Il nostro obiettivo è arrivare a costruire un Forum per una nuovo finanza pubblica -ha spiegato Marco Bersani, di Attac Italia, tra gli animatori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua-. È un percorso complicato, ma interessante e -soprattutto- necessario. Perché in questo Paese -ha aggiunto Bersani- viviamo numerose conflittualità che hanno tutte almeno un significato in comune: cercano di de-mercificare alcuni beni. A questi conflitti, affianchiamo un percorso per de-finanziarizzare la società. Perché non solo re-immettere ricchezza nella società. Tra i beni che, a mio avviso, devono star fuori dal mercato c'è anche il credito.
Per questo -ha spiegato Bersani- proporremmo due percorsi: una riguarda il debito, l'altro Cassa depositi e presiti", quest'ultimo divenuta nel corso dell'ultimo anno e mezzo una sorta di "fondo sovrano", una banca d'investimenti privata forte della capacità d'investire il risparmio postale di 12 milioni di famiglie italiane.
"Questa campagna è necessaria per rompere la nuova ideologia, quella che dice 'privato è obbligatorio'. Oggi che il debito è un problema fondamentale, e ogni volta che un gruppo di persone avanza una rivendicazione la risposta che viene data è che non ci sono soldi a disposizione. Per questo, i movimenti devono risalire a monte. Per il momento siamo intervenuti sugli effetti, ma non basta più: bisogna intervenire sulle cause".

Per questo è essenziale ri-appropriarsi della finanza, e in particolare di quella pubblica. "Ciò significherebbe, tra l'altro, togliere linfa vitale ai mercati finanziari -come ha spiegato Tricarico-. Quei mercato che sono, oggi, gli espropriatori della ricchezza collettiva, i soggetti che si servono dell'aspirapolvere.
Le due aree di lavoro su finanza degli enti locali e Cassa depositi e presiti sono centrali -secondo l'esponente di Re:Common-, perché sono gli ambiti in cui si assiste alla riconfigurazione del potere del capitalismo italiano".
Secondo Tricarico "i soldi ci sono, e sono fin troppi". Cdp -infatti- ha una liquidità di oltre 120 miliardi di euro. Per questo, è opportuno "organizzare i risparmiatori postali", spesso ignari di finanziare la Cassa. "Gli italiani devono arrivare a dire 'non con i nostri soldi', parlando al plurale, pensandosi come collettività" spiega Tricarico, che per Re:Common si occupa del programma "Nuova finanza pubblica". Che insiste: "La riappropriazione della finanza è una risposta alla crisi. Prevede una traiettoria lunga. Intorno a Cdp, per quanto sia importante, c'è un silenzio assordante. È passato nell'ombra il deciso regalo fatto nelle ultime settimane alle fondazioni bancarie, azioniste fino ad oggi al 30%, per restare in Cassa. E non c'è nessuno, nell'arco costituzionale, che dica 'le vogliamo buttare fuori'".

All'assemblea di Roma è intervenuto, tra gli altri, Gigi Malabarba, in rappresenza di "Ri-Maflow", ovvero del gruppo di persone che nel milanese ha occupato "una fabbrica chiusa nelle scorse settimane, dopo un ciclo di lotte, dopo un'occupazione durante la fase di amministrazione straordinaria".
Al "termine del periodo di cassa integrazione -ha raccontato Malabarba- un gruppo di operai, che non hanno trovato che lavori al nero, hanno deciso di ri-appropriarsi di quel luogo e anche dei macchinari. La Maflow lavorava nel ciclo dell'auto. Ovviamente non abbiamo intenzione di restare in quell'ambito, e proponiamo una riconversione in senso ecologico". Il suffiso "Ri", davanti a Maflow significa "riuso, riciclo, riappropriazione, rivolta il debito, rivoluzione". "Vorremmo poter lavorare in funzione delle esigenze sociali, portando un beneficio alla collettività -racconta Malabarba-. La forma giuridica sarà quella di una cooperativa, e il modello quello di un'autogestione: perché c'interessa una nuova finanza pubblica? Perché è l'unica che potrebbe dar gambe a un progetto che punta a garantire produzione e reddito. È la finanza che ci serve, a sostegno di un progetto di autogestione operaia".


Tratto da: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3906

giovedì 23 agosto 2012

La crisi economica, Marx e la Dottrina sociale della Chiesa

Il prof. STEFANO ZAMAGNI parla di limiti del capitalismo finanziario. ecco la sua intervista rilasciata alla giornalista Fausta Speranza

In questo momento di seria crisi economica, su alcuni organi di stampa compaiono commenti che a diverso titolo richiamano Karl Marx, in particolare le critiche dell’economista dell’800 al capitalismo. Alcuni sottolineano le sue previsioni del collasso del sistema capitalistico, altri soprattutto le sue fortissime critiche al mondo bancario. Delle osservazioni di Marx, dei limiti del capitalismo ma anche del contributo della dottrina sociale della Chiesa, elaborata da Leone XIII fino alla Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, Fausta Speranza ha parlato con l’economista Stefano Zamagni:

R. – Di fronte alle indiscutibili aporie e all’inadeguatezza del capitalismo, ci sono due atteggiamenti. L’uno, è quello di Marx e di altri che hanno seguito la sua guida, e che dice: “Il capitalismo va abbattuto”. L’altra posizione è quella di chi dice: “Il capitalismo è un sistema economico che ha una sua dinamica, che ammette l’evoluzione”, e quindi ammette di essere superato, più che abbattuto. Questa, ad esempio, è la posizione della Dottrina sociale della Chiesa.

D. – Parliamo un po’ di alcuni limiti del capitalismo che si evidenziano in particolare oggi, con questa crisi che abbiamo …

R. – Tre sono i limiti. Il primo è quello dell’aumento endemico-sistemico delle disuguaglianze sociali; il secondo limite è proprio la negazione del concetto di limite e soprattutto del limite delle risorse ambientali, energetiche eccetera. E questo oggi ha svelato il lato tragico, perché la tematica ambientale è sotto gli occhi di tutti. Il terzo limite è quello che riguarda la relazione tra l’area dell’economico, cioè del mercato, e l’area del politico: questo è un punto su cui la Caritas in veritate ha scritto e ha detto parole veramente illuminanti. E cioè l’Encliclica di Benedetto XVI ha spiegato che il capitalismo tende a fagocitare anche la sfera politico-democratica. In altre parole, la logica capitalistica va a modificare le relazioni che prevalgono dentro la sfera democratica. E questo è un problema serio.

D. – Sicuramente si rimette al centro la persona: è così? E’ questo che lei dice non da teologo ma da economista…

R. – Esatto, è chiaro. Però bisogna dire bene; bisogna dire persona umana. Perché? Perché anche altre correnti di pensiero parlano di persona per significare l’individuo isolato oppure per significare il soggetto che è parte di una collettività. Quella della Dottrina sociale della Chiesa è la prospettiva del personalismo, che rifiuta sia l’individualismo sia il comunitarismo. L’individualismo vede solo l’individuo; il comunitarismo vede solo il collettivo, la classe, eccetera...

D. – Adesso parliamo – come dire – di un sintomo, e cioè la crisi della bolla finanziaria e la crisi del sistema bancario. Tornando a Marx, leggiamo che definiva i banchieri "banditi" oppure "classe di parassiti". Senza pensare a questi termini, ma c’è qualcosa di sbagliato nel sistema?

R. – E’ chiaro che la crisi finanziaria ha avuto come suo detonatore la bolla immobiliare nella forma del subprime in America, della speculazione immobiliare in Paesi come la Spagna, eccetera. Però, attenzione: questo è il sintomo di un fenomeno più profondo. La crisi di cui stiamo parlando ha radici profondissime che sono nella perdita del concetto di persona umana e nell’esaltazione dell’avidità o – come qualcuno l’ha chiamata – l’esaltazione della società obesa. L’obeso è uno che mangia non perché abbia necessità di soddisfare un bisogno ma per un’affermazione del proprio io sugli altri. E’ esattamente la conseguenza di quanto dicevo prima, cioè della separazione tra mercato e democrazia. La crisi è incominciata nel momento in cui la democrazia ha subito un vuoto politico. C’è una grave responsabilità della classe politica tutta, - occidentale e soprattutto anglosassone – nell’aver abdicato al proprio ruolo che è quello di indicare la via per il bene comune e aver lasciato fare al mercato speculativo. Poi, questo lasciar fare ha preso – nel caso concreto – la via del subprime. Però, attenzione a non confondere, appunto, lo strumento, in questo caso il subprime, con la natura profonda di questa crisi.

mercoledì 22 agosto 2012

Banca Etica alla Conferenza delle “Community Development Credit Unions” di Atlanta

di Tiziano Barizza, responsabile IT Banca Etica.

Banca Etica è invitata a partecipare ai lavori della Conferenza annuale delle CDCU e a presentare la propria esperienza, con particolare riguardo alle relazioni della banca con il mondo cooperativo, nell’anno internazionale delle cooperative.

Si decide che sia io a partecipare, coadiuvato da Dedagroup Spa, nostro fornitore di sistemi informativi e co-sponsor dell’evento.

I lavori iniziano mercoledì 13 e terminano sabato 16 giugno, ma c’è anche lo spazio di un pomeriggio per una visita alla città sorniona e ordinata.

Le CDCU sono delle banche, ma che non vogliono essere chiamate tali: “ le banche – sostengono – sono quelle che hanno provocato i disastri finanziari americani, noi lavoriamo con le nostre comunità, per le persone più povere”.

In effetti i lavori della conferenza sono incentrati su “come servire gli underserved”, i non-bancabili. Uno dei temi fondamentali è come riuscire a continuare a concedere credito a queste fasce di persone, per le loro esigenze ordinarie e per le loro attività economiche, in un contesto di situazione economica e finanziaria sempre peggiore.

Quando chiedo “con quali strumenti provvedono alla raccolta del risparmio necessario” la risposta è molto netta: “lavoriamo con comunità che hanno bisogno di soldi, hanno bisogno di credito, il loro risparmio è marginale”. Questa è la ragione per cui la maggior parte delle risorse da destinare al credito proviene da fondi istituzionali, fund raising e donazioni diffuse. Ma di questi tempi non è facile raccogliere fondi nemmeno negli Stati Uniti, che da sempre sono inclini alla donazione.

Nello spazio che mi è stato riservato nel corso della conferenza, presento l’esperienza ed i principi istituzionali e operativi di Banca Etica. Ne sono emotivamente ripagato con ringraziamenti generosi, ma soprattutto con scambi reciproci di condivisione ed uniformità di principi ed obbiettivi, con manifestazioni di gratitudine perché “non si sentono soli”. Ci sono altri che lottano in questa battaglia e che sono disposti a scambiare le loro esperienze ed i loro problemi.

Si parla di cooperative, di metodi di lavoro, di esperienze italiane. E la diversità culturale emerge in tutta la sua evidenza tra mondi ai due lati dell’oceano.

L’esperienza cooperativa sta facendo breccia negli Stati Uniti, sta portando risultati ed opportunità, ma propone ed impone anche una sfida culturale, in un mondo ispirato principalmente alle capacità ed ai risultati personali ed individuali.

Il momento di crisi internazionale però, come ogni fase di difficoltà, porta in sé i germi del cambiamento, per le CDCU come per Banca Etica. Due mondi a confronto che devono trovare al proprio interno le soluzioni per continuare a vivere e ad operare, ma sono obbligati oramai a guardare ‘al di fuori’, preservando comunque la propria specificità.



tratto da: http://www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-etica-alla-conferenza-annuale-della-federazione-delle-%E2%80%9Ccommunity-development-credit-unions%E2%80%9D-di-atlanta/?utm_source=Non+Con+I+Miei+Soldi!+Newsletter&utm_campaign=4f2ef55215-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email

mercoledì 4 luglio 2012

QUELLA MONETA CHIAMATA WIR

Ottimo articolo sulle potenzialità e il significato della banca "Wir" e della cooperazione.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"

di Massimo Amato

Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).



Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.

Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.

La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.

Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.


Cos’è una banca?

Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.

Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.

Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.

Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.


Arriva Zimmermann

Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.

I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.

Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).

La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.

La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.

I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.

Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.

Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.

Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…

D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.

Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.


Umanizzare l’economia

Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».

L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.

venerdì 29 giugno 2012

A Bruxelles l’ “altro” Consiglio Europeo - Another road for europe? may be

Centocinquanta persone provenienti da differenti Paesi di tutto il Continente hanno partecipato giovedì 28 giugno a Bruxelles, in un’aula del Parlamento Europeo, al Forum “Another Road for Europe” (in appendice l’elenco delle realtà presenti). Data e luogo scelti non a caso: il giorno d’avvio del decisivo vertice del Consiglio d’Europa, a meno di trecento metri dall’edificio dove sono in riunione i Capi di governo degli stati dell’Unione per discutere di crisi dell’Eurozona.

Il Forum, nato dall’omonimo appello e introdotto dagli interventi dei promotori Rossana Rossanda e Mario Pianta, ha visto un confronto a tutto campo tra economisti, sociologi e politologi insieme ad esponenti dei movimenti sociali, delle organizzazioni sindacali, della società civile, con partiti e parlamentari europei (Verdi e Sinistra, ma anche Socialisti e democratici, compreso qualche nostrano PD). E’ impossibile dare qui conto per intero della ricchezza della discussione, prolungatasi per quasi dieci ore, ma cercheremo di segnalarne gli spunti più significativi.


DOMARE LA FINANZA

Il Forum si è articolato in tre sessioni di lavoro. La prima, dedicata a moneta unica, mercati finanziari, debito e politiche fiscali, è stata introdotta da Trevor Evans (della rete di economisti che redigono periodicamente il rapporto Euromemorandum) con un intervento che ha denunciato la condizione di “democrazia sospesa” a fronte dello strapotere della finanza e sottolineato come il dibattito ufficiale sia condizionato a monte da un’ “analisi fuorviante del problema”, in cui viene rimosso come l’origine della crisi del debito sovrano europeo sia da collocare nella crisi dei mutui statunitensi del biennio 2007-2008. Le banche europee sono state “affogate dai sub-prime” che avevano cartolarizzato, gli Stati europei sono corsi in loro soccorso facendo lievitare il debito pubblico e le minori entrate fiscali, in conseguenza della recessione di produzione e consumi, hanno fatto il resto.

A partire da questa lettura, Evans ha presentato una serie di proposte, poi in parte riprese e sintetizzate nel comunicato finale, tra le quali l’introduzione della settimana lavorativa di trenta ore, strumenti di “controllo sociale delle multinazionali” (l’attenzione critica è stata soprattutto puntata sulle centrali finanziarie – ha sostenuto – ma gli attori principali, anche delle dinamiche speculative, sono prevalentemente le grandi corporation), la ridefinizione della “posizione dell’Unione Europea nel mondo”, in particolare nel rapporto con il suo Sud, e la riduzione del consumo delle materie prime, anche per tagliare le emissioni di gas serra.

Ne è seguito un dibattito ampio: per Antonio Tricarico (re:common) bisogna capire “come riappropriarsi a livello europeo della finanza pubblica e sganciarla dalla speculazione finanziaria privata”, ad esempio – ha suggerito – rilanciando il ruolo delle banche d’investimento pubbliche, oggi dipendenti dal mercato finanziario. Per Jorgos Vassilikos, con il controllo dell’Eurogruppo, cioè della riunione dei ministri economici, sui bilanci nazionali si avvera il “sogno antidemocratico” descritto dal rapporto della Trilateral del 1975. Mentre sono impressionanti le cifre fornite da Andrea Banares (Fondazione Responsabilità Etica): il debito pubblico italiano corrisponde a meno dell’un per cento delle migliaia di miliardi di dollari in prodotti derivati, controllati dalle quattro più importanti banche d’affari di Wall Street. E solo in Italia il peso dei derivati è cresciuto negli ultimi vent’anni del 642 %, venticinque volte più del Pil. E’ la temporalità dei mercati finanziari, e della loro crisi in rapporto a quella della politica a risultare drammaticamente asimmetrica: per Banares, con la risoluzione del Parlamento Europeo a favore dell’introduzione della Tobin Tax, ovvero della tassazione delle transazioni finanziarie (TTF), si apre “uno spiraglio”, ma ci sono voluti vent’anni di campagne (e la portata della crisi) per arrivare a questa decisione politica, peraltro non ancora esecutiva, mentre bastano pochi millesimi di secondo per una decisione finanziaria dagli “effetti nocivi” devastanti.

Problematico, a mio avviso, l’intervento di Klaus Suehl (Rosa Luxemburg Stiftung): la sua insistenza, al ritorno da un viaggio ad Atene, sulla “necessaria solidarietà” da portare ai “popoli vittime della crisi” non può essere considerato solo un retaggio da cultura terzomondista anni Sessanta, ma è molto più rilevatore di un atteggiamento diffuso nella sinistra tedesca, che rischia di inibire invece la ricerca di una pratica sociale e politica comune del comune spazio europeo.

Sono seguiti gli interventi dei parlamentari europei: il ritorno rispetto alle questioni poste, e riassumibili nell’urgenza di stabilire forme di controllo sociale e democratico sulle dinamiche dei mercati finanziari, è stato senza alcun dubbio positivo, ma è difficile nascondere la sorpresa per il fatto che pure gli eurodeputati del Partito Democratico italiano, con alcuni tratti di involontaria comicità, quando “giocano in trasferta” appaiano quasi “estremisti”, dimentichi del sostegno generosamente offerto al Governo Monti e alle sue politiche.

A chiudere la sessione poche, ficcanti parole di Rossana Rossanda: a ricordare, dopo gli interventi di esponenti della CES (la Confederazione europea dei sindacati), come di fronte al quadro descritto non solo nessuno immagini l’indizione di uno sciopero generale continentale, ma addirittura i sindacati in Europa non si facciano “neppure una telefonata fra di loro”. Certo, le organizzazioni sindacali – ha aggiunto – non hanno più “alcun effettivo potere, ma sono troppo tranquilli per questo”. Insomma, la sinistra che lei ha conosciuto è stata sconfitta, negli ultimi trent’anni in Europa, ma “almeno, cominciate a parlarvi tra di voi.”


EVITARE UNA GRANDE DEPRESSIONE

La seconda sessione, in mattinata, si è occupata di “green new deal”, occupazione, conversione ecologica e beni comuni. Introdotta da Danny Lang (rete degli Economistes atterrés) intorno all’interrogativo su come “migliorare lavoro e welfare, senza tornare all’impossibile riproposizione del vecchio modello industrialista”, la relazione di Pascal Petit (Université Paris XIII) ha preso le mosse dalla constatazione che la stessa agenda politica neoliberista è diventata “ostaggio della finanza, controproducente rispetto ai suoi stessi fini”, insomma è andata “troppo in là”, trovandosi incastrata nella sua stessa “trappola ideologica”. Tutti i suoi paesi modello, di diversi modelli comunque sotto il segno del neoliberismo trionfante, sono in crisi, anche quando la nascondono: vale per gli Stati Uniti, così come per Germania e Gran Bretagna. E servono certo strumenti giuridici più avanzati per mettere a nudo e contenere gli effetti delle “debolezze” del sistema finanziario, ma non guasta anche il ricorso al “caro vecchio sistema del boicottaggio” di banche e istituzioni finanziarie. Questo per arrivare a rivedere e rafforzare le basi fondamentali dei servizi pubblici, anche a livello locale, molto erose negli ultimi vent’anni.

Ricchi di proposte, anche pratiche, per un rilancio in chiave ecologica e sociale dell’economia, gli interventi di Etienne Lebeau (Joint Social Conference), Giulio Marcon (sbilanciamoci!), Thomas Coutrot (Attac France) e Michele De Palma (FIOM). Quest’ultimo, in particolare, ha ricordato come oggi l’esercizio stesso della contrattazione sia impossibile per milioni di lavoratrici e lavoratori in Europa e come manchi un autentico sindacato europeo, una “coalizione di lavoratori” in grado di imporre un contratto continentale unico, incardinato su minimi salariali, limiti all’orario, diritti e superamento della precarietà. Per De Palma non basta discutere che cosa fa la finanza, ma è necessario interrogarsi su “quale crescita”, ragionare sull’intero processo produttivo, impedendo che la responsabilità per produzioni inquinanti e nocive sia scaricata, col ricatto, sui lavoratori. Allo stesso modo è indispensabile introdurre un reddito garantito per le giovani generazioni, per evitare che su di esse possa esercitarsi il ricatto della disoccupazione: uno strumento per “ricostruire autonomia, da Marchionne come dalla Lehman Brothers”.

Per l’economista Mariana Mazzucato (Open University, GB), bisogna “provocare i sindacati”, la loro è una strategia tutta difensiva e l’offensiva è ancora debole. Eppure servirebbe per porre con forza una grande questione redistributiva della ricchezza, “non solo per costruire un nuovo welfare, ma per andare a prendersi le risorse là dove si produce effettivamente valore.” E più risorse pubbliche andrebbero indirizzare proprio per investire nella ricerca delle tecnologie verdi.

Sian Jones (European Anti-Poverty Network) ha sottolineato la paradossale scarsa attenzione che viene dedicata, nel tempo della crisi, alle politiche di welfare: “l’agenda sociale europea sembra essere sparita”. E invece nuovi servizi sociali di protezione dovrebbero essere coniugati con le campagne contro razzismo e discriminazione. Ed è il momento giusto per pretendere una Direttiva dell’Unione Europea che disciplini livelli comuni ed universali di “reddito minimo”.

Il contributo dell’attivista bulgara Mariya Ivancheva (European Alternatives) ha riportato l’attenzione sul tema dei beni comuni. Ci sono lotte di cui poco si sa a livello continentale: proprio in una Bulgaria apparentemente pacificata, migliaia di persone si sono negli ultimi mesi mobilitate contro la politica silvicola dell’Unione Europea, che serve ad avallare la sistematica distruzione di migliaia di ettari di foreste nei Balcani. Tommaso Fattori (Forum dei movimenti per l’acqua) ha insistito su come il conflitto intorno ai “commons” stia al centro in Europa della battaglia per il “recupero dal basso di sovranità da parte di cittadini”. Per Jason Nardi (Social Watch), infine, bisogna de-industrializzare la produzione agricola, cancellarne il sovvenzionamento per incentivare gli investimenti veri, contribuire alla riduzione dei consumi, con scelte da “imporre anche in modo proattivo”.

Il giro di tavolo dei rappresentanti istituzionali è stato aperto da uno Stefano Fassina (PD) molto più prudente e “governativo” di chi lo aveva preceduto, ma che di fronte alla crescita innegabile dei divari sociali ha sottolineato il bisogno di “alleggerire la pressione fiscale sui cittadini lavoratori”, altrimenti si rischia nel breve termine il “rifiuto dell’Europa”. Dopo Marisa Matias (parlamentare portoghese della GUE), ha preso la parola Nichi Vendola che, in un’ottica politica, ha segnalato come tra crisi della sinistra, cioè “crisi di un punto di vista autonomo” sul mondo, e crisi dell’Europa, cioè di un “modello di incivilimento che aveva stabilito un rapporto culturale e costituzionale tra lavoro e libertà”, vi sia uno strettissimo rapporto. Tanto che “rinnovamento della sinistra e costruzione europea” stanno sul medesimo terreno. In qualità di amministratore locale, ha denunciato i paradossi del Patto di stabilità, che impedisce di spendere “per reagire alla crisi” le risorse virtuosamente accumulate; quello della difficoltà a difendersi dalla speculazione finanziaria, per cui la Regione Puglia è stata forse l’unico ente locale a riuscire a rinegoziare il proprio debito in derivati con un colosso come Merrill Lynch, ma il comune cittadino cliente di una banca non viene mai informato dei rischi che corrono i suoi risparmi investiti; quello infine del potere e della decisione democratica: “quanto conto io in realtà?” si è chiesto, se sono eletto da un milione di cittadini ma mi viene imposta la privatizzazione forzata di beni comuni quali l’acqua e l’energia.


UN’EUROPA DEMOCRATICA

La sessione pomeridiana, e conclusiva, è stata dedicata alla partecipazione e ai processi reali di “decision making” a livello continentale. Monica Frassoni (copresidente dei Verdi europei) non si è limitata a denunciare lo storico deficit democratico delle istituzioni comunitarie e lo “squilibrio di poteri” nel rapporto di governance tra i loro stessi organismi con la triangolazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio, in rigoroso ordine crescente di peso effettivo. Ma ha segnalato anche i rischi connessi ad un “permanente andare avanti e indietro” nella costruzione europea.

Rossana Rossanda si è domandata perché i popoli europei non credano nell’Europa, e la vocazione europeista sia rimasta una cultura politica d’élite, proprio nel continente che aveva inventato la democrazia come “forma di distribuzione del potere in una società”. La risposta sta nel vizio d’origine degli accordi di Maastricht del 1992, quando la comunità è stata fondata su un elemento estraneo alla politica, cioè l’economia. E, all’interno di questa, sull’elemento più astratto, cioè la moneta. La rappresentatività di chi governa realmente in Europa è quella delle forze economiche dominanti, perché si è passati dal “rapporto tra sovrano e popolo a quello tra forze economiche e forze politiche”, con le seconde al diretto servizio delle prime. Perciò la sfida dovrebbe consistere nella costruzione di un potere politico che sia, in chiave contemporanea, almeno all’altezza della settecentesca “divisione dei poteri” e dell’ottocentesco riconoscimento dei “diritti del lavoro”.

Susan George ha puntato in particolare la sua attenzione sul documento Van Rompuy-Draghi-Barroso-Juncker, in queste ore in discussione al Consiglio: un “manifesto antidemocratico” che consegna poteri enormi ad autorità non elette da nessuno, che procede “rapidamente” su una strada che deve essere bloccata dall’ “unità di un fronte del rifiuto”. E di fronte al quale non abbiamo tanto tempo.

E’ seguito un nutritissimo dibattito tra i cui contributi “dal basso” segnalo qui, al volo per ragioni di spazio, quelli di Hilary Wainwright (rivista Red Pepper), Pier Virgilio Diastoli (European Movement e Permanent Forum Civil Society), Pierre Jonckheer (presidente della Green European Foundation), Fabienne Orsi (Attac France), gli indignados di Barcellona Daniel Seco e Sergi Diaz, Raffaella Bolini (Arci), Walter Meier (Transform) e Roberto Musacchio (Altramente), tutti con accenti diversi orientati all’importanza di un processo costituente di uno spazio democratico europeo, a partire da un’idea non formale ma conflittuale di democrazia. Tra di essi particolare forza ha avuto il contributo di Lorenzo Marsili (European Alternatives) nel richiamare alla necessità di “fare politica a livello europeo”. Dopo aver citato i casi in cui ciò non è avvenuto, dallo sciopero generale continentale contro le politiche di austerity, alla difesa della Grecia dall’attacco subito e in corso, fino al rifiuto del fiscal compact – e non a caso il cruciale vertice del Consiglio europeo non ha visto contrapporsi alcuna visibile forma di protesta – Marsili ha indicato nell’esigenza che i partiti “cedano sovranità”, verticale e orizzontale; nell’elaborazione di una vera e propria “strategia politica” comune a livello continentale; nella costruzione di un programma di movimenti e società civile in vista del voto europeo del 2014, gli obiettivi minimi di questa fase.

La stessa Rossanda, in chiusura, è tornata sulla preferenza per un’ “ipotesi costituente transnazionale”, perché è la portata del cambiamento in atto a richiederla; mentre Mario Pianta ha indicato le tappe successive di un “lavoro congiunto” che qui ha avuto inizio.


MA … CONCLUSIONI PROVVISORIE

Credo che la discussione di Bruxelles abbia fatto compiere a tutti i suoi partecipanti un significativo passo in avanti. Le molto ragionevoli misure keynesiane di governo della finanza e di stimolo ad uno sviluppo non distruttivo e sostenibile, che qui sono state illustrate e che in parte sono recepite dal comunicato finale (riprodotto qui sotto), iniziano infatti a descrivere i contorni di una proposta di alternativa larga, immediatamente collocata sul terreno sociale ed ecologico. Questa proposta può davvero essere considerata patrimonio comune e condiviso delle differenti esperienze che qui si sono ritrovate.

Ma non si può fare a meno di sentirsi in sintonia con le realistiche “sgradevoli” considerazioni di Rossanda. Bisogna imparare tutti a dirsi la verità. E soprattutto le verità scomode. Realizzare anche solo un decimo dei ragionevoli obiettivi indicati dal Forum implicherebbe ed implica un drastico rovesciamento dei rapporti di forza, sociali e politici, dati. Insomma, per dirla con una formula: l’alternativa si presenta finalmente “ricca di contenuti”, ma drammaticamente “povera di forza”.

La discussione intorno alla questione democratica in Europa impone allora il tentativo di rispondere alla domanda: da dove partire affinché l’alternativa non risulti velleitaria?

La sensazione, più che una previsione che, di questi tempi, nessuno dovrebbe azzardarsi a fare, è che “Loro” cioè i signori riuniti a trecento metri di distanza nel palazzo del Consiglio stiano accelerando il processo di unificazione politica, certo sotto il segno delle politiche economiche neoliberiste e del deficit democratico, che fino a questo punto ci hanno portato. Quando si affrontano i temi dell’Unione fiscale e di quella bancaria è di questo processo che stiamo assistendo al consolidarsi.

E, allora mai come oggi, vi è la necessità che faccia irruzione sulla scena, su questa scena, un potere costituente radicalmente democratico, che sia nutrito da una nuova stagione di conflitto sociale in Europa. Perciò questa necessità marcia di pari passo con l’affermarsi di una capacità di pensare ed agire con modalità costituenti innovative, anche nelle relazioni tra di noi, nel campo di chi vuole costruire l’alternativa. E’ il tema delle “coalizioni” e riguarda tutti perché nessuno può più dirsi né esercitarsi da autosufficiente. Nel nostro piccolo, con le giornate di Francoforte, ci abbiamo provato. Ma l’idea delle coalizioni in Europa, da verificare nel vivo dei conflitti del presente, deve interessare ogni piano, quello dei movimenti sociali così come quello sindacale, tra le autonomie locali così come sul piano direttamente politico. E, allo stesso tempo, tra questi differenti livelli dev’essere instaurata una nuova dialettica intessuta di relazioni reali.

Ecco dunque il limite, ma anche la sfida stimolante che la discussione di Bruxelles ci consegna. Perché, come ha detto un certo Cesare Prandelli, “abbiamo capito che oltre alla tecnica, ci vuole la qualità e il cuore.” E se si mettono in campo tutti e tre questi elementi, si può provare sul serio a mandare a casa i custodi del “rigore” (così come si è fatto con quelli “dei rigori”) che schiacciano la democrazia, la vita e i diritti di milioni di donne e uomini d’Europa.

di Beppe Caccia

Bruxelles, 28 giugno 2012

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Il comunicato finale (versione italiana a cura di Gloria Bertasi)

Cinque proposte chiave

del Forum «Un'altra strada per l'Europa»

Bruxelles, 28 giugno 2012

Un'alternativa all'inerzia del Consiglio Europeo.

I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un'altra strada per l'Europa» del 28 giugno 2012 presso il Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.

Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:

Confrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea - segnata dall'interazione tra la crisi bancaria e la crisi del debito pubblico - la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di credito di ultima istanza nei fondi obbligazionari di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con comune senso di responsabilità dell'Eurozona, usando accordi istituzionali che potrebbero essere attuati senza dilazione; il debito deve essere valutato da un audit pubblico.

E' necessario un radicale ridimensionato del settore finanziario con una tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un'estensione del controllo sociale, nello specifico sulle banche che ricevono fondi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da supportare investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.

Le politiche di austerità dovrebbero essere rovesciate e il pesante condizionamento imposto ai Paesi che ricevono fondi emergenziali europei andrebbe rivisitato; la pericolosa costrizione del Patto di stabilità va rimossa cosicché i paesi possano difendere le spese pubbliche, sociali e i salari mentre l'UE assume un ruolo più ampio nello stimolare la domanda, promuovere la massima occupazione e imboccare un nuovo corso di crescita sostenibile. Inoltre, le politiche europee dovrebbero investire nell'armonizzazione fiscale, mettere la parola fine alla competizione fiscale e spostare il peso fiscale dal lavoro a una più elevata tassazione di profitti e ricchezza.

L'azione dovrebbe partire ora per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:

Un «new deal» verde può fornire una via d'uscita alla recessione in Europa con importanti investimenti a sostegno di una transizione ecologica verso la sostenibilità, aprendo così a posti di lavoro d'alta qualità, ampliando le conoscenze in nuovi ambiti d'innovazione e allargando le possibilità d'azione a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.

La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l'Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti, così come si è sviluppata con la crisi, dev’essere rovesciata. L'obiettivo è raggiungere una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più significativo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un'opportunità per compiere scelte tra le proposte alternative per l'Europa all'interno e trasversalmente negli Stati membri dell'Unione.

Nel rischio di un collasso, le politiche europee devono cambiare strada e un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste - specialmente nel Parlamento europeo - è imprescindibile per portare l'Europa fuori dalla crisi generata da neoliberalismo e finanza e verso una democrazia effettiva.


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Il comunicato finale (testo originale inglese)


Five Key Proposals for Another Road for Europe

Brussels, 28 June 2012

An alternative to European Council inaction

from the Forum “Another Road for Europe”


150 participants to the International Forum “Another Road for Europe” held on June 28, 2012 at the European Parliament in Brussels have discussed viable alternatives to the lack of remedial action on Europe’s crisis that is expected from the European Council in Brussels.

The practical actions that have been demanded include the following. As a matter of urgency:

1. Facing the dramatic acceleration of Europe’s financial crisis – marked by the interaction between a banking crisis and the public debt crisis – the European Central Bank must immediately act as a lender of last resort in the government bond market. The public debt problem has to be solved with a common responsibility of the eurozone, using institutional arrangements that could be put in place without delay; debt has to be evaluated by a public audit.

2. A radical downsizing of the financial sector is needed, with a financial transaction tax, limitations on speculative finance and capital movements, and an extension of social control in particular over banks receiving public funds. The financial system should be transformed, so that it supports socially and environmentally sustainable productive investment.

3. Austerity policies should be reversed and the heavy conditionality imposed on countries receiving EU emergency funds should be revised; the dangerous constraints of the “fiscal compact” need be removed, so that countries can defend public expenditure, welfare and wages, while the EU assumes a greater role in stimulating demand, promoting full employment and taking a new course of sustainable and equitable growth. Moreover, European policies should move towards fiscal harmonization, putting an end to tax competition, and shifting the tax burden away from labour and to a higher taxation of profits and wealth.

Action should start now for longer term changes in the following directions:

4. A green new deal can provide a way out of Europe’s recession, with large investments supporting an ecological transition toward sustainability, providing high quality jobs, expanding capabilities in new innovative fields and enlarging possibilities for action at the local level, especially on public goods.

5. Democracy has to be expanded at all levels in Europe; the European Union has to be reformed and the concentration of power in the hands of more powerful states that has taken place with the crisis has to be reversed. The aim is to achieve greater citizens’ participation, a major role for the European Parliament, and a much more significant democratic control over key decisions. The next European Parliament elections in 2014 must represent an opportunity for making choices amongst alternative proposals for Europe within and across European Member States.

Facing a risk of collapse, Europe’s policies need to change course, and an alliance between civil society, trade unions, social movements and progressive political forces - notably in the European Parliament - is required to lead Europe out of the crisis created by neoliberalism and finance and towards a fully fledged democracy.



Information in five languages and the original appeal “Another road for Europe” can be found at www.anotherroadforeurope.org.

For information and contacts:

anotherroadforeurope@gmail.com

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Le organizzazioni partecipanti al Forum: Active Citizenship Network, Altramente, Arci, Attac France, Attac Germany, Attac Finland, Centro studi Alternativa Comune, Corporate Europe Observatory, Economistes Atterrés, Euromemorandum, European Alternatives, European Anti-Poverty Network, European Federalist Movement, Fiom-Cgil, Green European Foundation, il Manifesto, Joint Social Conference, New Economics Foundation, OpenDemocracy.net, Red Pepper, Rete@sinistra, Rosa Luxemburg Stiftung, Sbilanciamoci!, Social Watch Italian coalition, Soundings, Transform! Europe, Transnational Institute, in collaborazione con i gruppi al Parlamento Europeo “The Greens EFA” e “GUE / NGL”.


tratto da: http://www.globalproject.info

sabato 24 dicembre 2011

Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Saltiamo, e lui è saltato. - di Paolo Barnard

Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Voleva dire “Saltiamo in aria, è confermato. Draghi si assuma le responsabilità. Voglio che si metta agli atti che io mi ero dissociato”. E salta come i topi dalla classica nave. Precisamente questo. Saltiamo in aria.

Ieri è trapelata una notizia che non può più lasciare incertezze. La notizia è questa: la Swift, che è l’agenzia belga che gestisce i codici elettronici per le transazioni finanziarie (si legga codice Swift, Iban ecc.) è stata contattata da due banche di “stazza globale” che le chiedevano di fornirgli i vecchi codici per i sistemi di gestione delle vecchie valute europee, cioè Drakme e Lire. Cioè: diteci i codici per tornare a scambiare Drakme e Lire nei pagamenti. Non so se si è capito. Sanno che saltiamo in aria, si stanno preparando alla nostra uscita dall’Euro, all’esplosione dell’Eurozona, adesso, oggi. Sto parlando di quelli che le cose le sanno davvero, non i politici che voi ascoltate, ma le mega banche. E non solo.

Il governo britannico ha dato ordine alle sue forze di sicurezza di preparare l’evacuazione di emergenza dei cittadini inglesi da Spagna e Portogallo, nel caso di “una implosione delle banche” di questi due Paesi.

Fonte: il Wall Street Journal.

Ancora: i tassi sui titoli di Stato britannici a 10 anni hanno toccato ieri il minimo storico dal 1890. No, non ho sbagliato a scrivere, non è 1980, ma proprio 1890. Mettete le due notizie insieme: chi sa le cose, sa che l’Euro salta in (almeno) Italia e Grecia; chi sa le cose, si avventa sui titoli di Stato della Gran Bretagna che ha moneta sovrana, se ne frega dell’enorme debito pubblico inglese (149,1% del PIL, fonte: The Office for National Statistics UK) e li compra mentre si liberano dei nostri. Il governo inglese vede crollare i tassi che paga (per loro fortuna), i nostri schizzano alle stelle (per nostra rovina).

Ancora: le grandi banche francesi sono fallite, sono già fallite, perché chi sa le cose, sa che la loro esposizione al debito italiano e greco è enorme, impossibile da saldare per Italia e Grecia con la moneta Euro, e soprattutto impossibile da saldare perché noi saltiamo in aria. La maggiori banche italiane falliranno con le francesi, che si trascineranno le tedesche, le austriache e poi tutto il resto. Per salvare le banche, occorrerebbe un Quantitative Easing (un salvataggio fatto dalla Banca Centrale Europea a forza di denaro pompato nelle riserve delle banche fallite) nell’ordine di dieci volte i miseri 489 miliardi di Euro che Draghi gli ha messo a disposizione. (non sarebbero soldi dei contribuenti, come erroneamente tutti strillano, ma semplicemente denaro inventato dal nulla dalla BCE a fronte di collaterale delle banche)

Bini Smaghi questo chiedeva ieri l’altro. Ma salvare le banche non è solo immorale (andrebbero nazionalizzate, e poi salvati i non-speculatori e le aziende), è anche inutile, perché anche se le banche si ritrovassero con le riserve piene di soldi, non tornerebbero a prestare a economie ridotte da straccioni dalle politiche di austerità che ci hanno imposto. Risultato: le banche ci fanno fallire sia che le si salvi, sia che non lo si faccia e le si lasci fallire.

A fronte di questo, ecco cosa ha fatto Draghi. Nulla, anzi, ha ribadito il suo NO al salvataggio dei titoli di Stato dei Paesi come Italia e Grecia: “La scorsa settimana, la Bce ha praticamente azzerato l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario” (fonte Il Sole 24 Ore). Tradotto per tutti: il nocciolo del reattore nucleare sta fondendo, Draghi si è girato dall’altra parte, e nel farlo ha anche chiuso i circuiti di raffreddamento del nocciolo. Saltiamo in aria, si torna alla Lira ma senza un’economia da sani di mente come la Modern Money Theory, cioè sarà un macello sociale mai visto in 60 anni. Questo è ciò che ci aspetta al 99,9%. Saltiamo e la Swift lo sa bene, le banche lo sanno bene.

p.s. (E se invece accade lo 0,1%? In quel caso faranno l’Euro a due velocità, cioè la kosovizzazione dell’Italia, stesso macello, nulla cambia. Oppure la BCE soffoca Draghi nel suo bagno, e compra titoli dell’Eurozona sborsando 5 o 10 mila miliardi di Euro, non 211 miliardi come ora. Ma anche questo sarà solo un tampone che non dura. Perché il dramma è l’Euro in sé. E' L'EURO. Mi fermo qui, mancano poche ore a tortellini e panettone. Ma io sono un giornalista...)

martedì 20 dicembre 2011

Interessante incontro tra Paolo Barnard e la Cub trasporti

Interessante incontro tra Paolo Barnard e la Cub trasporti, in cui il giornalista espone i contenuti del suo saggio (Il Più Grande Crimine 2011), tra i quali spicca la Modern Money Theory: teoria economica che prevede un ruolo attivo dello Stato in economia (in netta contrapposizione con le teorie economiche dominanti).
Da sottolineare anche le domande che a fine serata arrivano dal pubblico, e che toccano soggetti come il signoraggio, l’utilizzo delle risorse, l’inflazione ecc.


venerdì 25 novembre 2011

Impariamo ad interrogarci sul senso delle cose

Moni Ovadia qui ci ricorda un punto fondamentale, presentato più volte in questo Blog, ossia l'importanza di domandarsi il "perchè" delle cose, quale sia il loro senso, e alla luce di queste domande, che potremmo definire basilari, analizzare con occhio critico la realtà che ci circonda e le spiegazioni che ci vengono fornite sullo status quo.
Un esempio di questo salutare esercizio possiamo trovarlo nel recente post del 13 Novembre "Finanza e Banche: il cancro dell'economia - Puntata REPORT", dal quale nasce quasi spontanea la domanda "Che senso ha questa finanza, queste banche, e più in generale questa economia?". Forse la risposta la possiamo implicitamente trovare in un ulteriore domanda che Galimberti pone nel post del 2 Ottobre: "I fini dell'economia sono anche i nostri fini?".

domenica 13 novembre 2011

Finanza e Banche: il cancro dell'economia - Puntata REPORT

Ottima puntata di Report in cui si analizza il ruolo che la finanza speculativa internazionale e il sistema bancario (soprattutto banche d'affari) hanno in questa crisi e in generale nell'economia moderna.

La finanza speculativa deve essere illegale; questo dovrebbe essere il primo punto di qualsiasi programma di governo.

Buona visione:

lunedì 17 ottobre 2011

THE MMT WAY TO JUSTICE AND DEMOCRACY - Paolo Barnard

Questo è il volantino che Matt Cramer di Occupy Wall Street mi ha chiesto per la manifestazione del 15 ottobre a New York, e che verrà distribuito al corteo.



THE MMT WAY TO JUSTICE AND DEMOCRACY
(in the spirit of contributing ideas to the OWS friends)

IF THIS IS YOU: Jobless – Foreclosed – No Health Insurance – Poor Schooling – Measly Pension
Then bashing some big banks will not give you a Job, a House, Healthcare, good Education, a living Pension.
IF THIS IS YOU: A taxpayer – A lover of Justice – A believer in real Democracy
Then Wall St. in jail alone will not give you a functioning Democracy and Rights.



IF YOU WANT SOCIAL JUSTICE & DEMOCRACY YOU NEED
THE MONEY & THE LAWS TO CARE FOR THE 99%

THE MONEY: The Modern Money Theory (MMT) school of economics demonstrated that the US could spend Universal Healthcare & Education, Full Housing and Full Social Security into existence. More: Full Employment is also possible thru a Job Guarantee Program, namely the government ‘buys’ the work of any jobless American at a Living Wage, setting a better national living standard for all. Worried about big debt? After WWII America ran 25% deficits, and we became the richest State on earth. Lack of means for the 99% has always been a policy decision, never a debt problem. This is real, ask the MMT scholars for details and teach-ins at http://neweconomicperspectives.blogspot.com/

THE LAWS: Tell your Representative that as from today your vote is conditional to MMT as people-empowering economic policy and to passing laws regulating the Wall St. elites, or he/she can forget it.

PEOPLE-EMPOWERING ECONOMICS & LAWS WILL GIVE US DEMOCRACY BACK, AND THEN WALL ST. IN JAIL. NOT VICE VERSA.


Tratto da: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=233

giovedì 6 ottobre 2011

LO STATO DEVE TORNARE AL CENTRO

Vorrei proporvi un interessante articolo risalente al Giugno 2010 di Bruno Bosco - docente di economia presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca.

LO STATO DEVE TORNARE AL CENTRO

di Bruno Bosco


Bosco parte da una premessa giusta, il mutamento avvenuto negli ultimi decenni in seno al capitalismo occidentale: «La finanza è nata storicamente in funzione ancillare dell’economia reale già prima della Rivoluzione Industriale: essa consentiva di anticipare la ricchezza futura e di spostarla nel tempo e nello spazio a beneficio della produzione e dei commerci. Senza una sottostante operosità reale la finanza non aveva senso e la sua stessa attività era impossibile. Il capitalismo moderno [che noi chiamiamo "capitalismo-casinò", modalità dell'ultima fase del capitalismo occidentale o "ultra-imperialismo", Ndr] invece le ha dato un ruolo autonomo e indipendente dall’attività reale al punto che è quest’ultima l’ancella della finanza, e non viceversa».
Data questa premessa Bosco sostiene che solo se lo Stato riacquisisce una centralità nella sfera economica e strategica si potrà davvero evitare la catastrofe a cui il capitalismo-casinò destina la società. Il problema è il seguente: quale Stato potrà assolvere a questo compito? Non è forse vero che gli stati attuali d'occidente sono appunto comitati d'affari del capitalismo parassitario e speculativo? Non è forse necessario uno Stato del tutto nuovo? Bosco lascia la questione in sospeso. Questo è invece il busillis.


Nel suo editoriale sul Corriere della sera di venerdì 25 giugno, il Prof. Sartori pone con grande chiarezza la questione del peso spropositato assunto oggi dalla finanza nel capitalismo moderno e delle incognite che da tale peso derivano sul futuro sviluppo economico e sociale. L’economia cartacea speculativa pregiudica quella virtuosamente volta a produrre beni e servizi che però, nota giustamente Sartori, deve riconvertirsi in un senso (dico io) socio-ecologicamente compatibile. Gli economisti che non notano tutto questo e dicono che tutto va bene vivono sulla luna e non sulla terra. Non si può che essere d’accordo, aggiungendo forse che anche recenti discussioni indicano che non tutti gli economisti vivono sulla luna.
C’è però un punto di disaccordo che vorrei sottolineare. Il pregiudizio per il futuro non è solo una questione di proporzioni tra economia reale e finanza, anche se queste (s)proporzioni contano molto. E’ principalmente una questione di finalità.

La finanza è nata storicamente in funzione ancillare dell’economia reale già prima della Rivoluzione Industriale: essa consentiva di anticipare la ricchezza futura e di spostarla nel tempo e nello spazio a beneficio della produzione e dei commerci. Senza una sottostante operosità reale la finanza non aveva senso e la sua stessa attività era impossibile. Il capitalismo moderno invece le ha dato un ruolo autonomo e indipendente dall’attività reale al punto che è quest’ultima l’ancella della finanza, e non viceversa.

Dagli eccessi di questa autonomia deriva la generazione di ingenti e incontrollate aspettative di rendite a breve che hanno distorto rapidamente l’intero meccanismo di allocazione delle risorse private ed hanno contribuito ad impedire il formarsi del capitalismo industriale a proprietà diluita, che veniva invece sbandierato come la vera alternativa al socialismo. Il sostegno creditizio alla rendita immobiliare e ai consumi privati non sostenibili per reddito e qualità del debitore hanno fatto il resto. Viene chiesta un’inversione di rotta. Giustissimo. Ma come realizzarla viste anche le (s)proporzioni attuali? Come realizzarla, se oltre tutto dobbiamo farci carico di quei fenomeni che Sartori chiama esternalità e che possiamo considerare come degli indesiderati effetti collaterali non mediabili dai prezzi di mercato dell’attività di produzione e scambio?

Non è sufficiente crescere meno, anche se questo implica meno inquinamento e meno uso della superficie del pianeta. Lo spostamento massiccio delle risorse verso impieghi produttivi di beni e servizi privati o, maggiormente, verso beni e servizi a consumo sociale condiviso non potrà avvenire grazie ai meccanismi del mercato o essere affidato agli istinti dell’uomo economico vaticinato dalle teorie dell’individualismo metodologico.

Se non vogliamo seguire i dettami dei contorti scampoli di questa lunare impostazione ci dobbiamo convincere che occorre ripartire dallo Stato, quale nuovo titolare di diritti di proprietà delle risorse e non solo quale titolare di una funzione regolatoria la cui efficacia è spesso simile a quella delle grida manzoniane. Occorre qualche rinazionalizzazione di imprese di pubblico servizio se vogliamo che queste investano e riconvertano; occorre parzialmente riprendere la gestione pubblica del credito a lungo termine se vogliamo sostenere investimenti utili ma poco profittevoli nel breve periodo; occorre tassare le attività generatrici di rendite in modo più pesante rispetto a salari e profitti; occorre fare investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione. Il mercato da solo non ci garantisce più né la crescita drogata dalla finanza né la decrescita dolce alla Latouche. Bisogna essere disposti a scommettere di nuovo sullo Stato.




Tratto da: http://sollevazione.blogspot.com/2010/06/crisi-economica-la-tesi-di-bruno-bosco.html

giovedì 28 aprile 2011

20 SEGNALI DI UNA PROSSIMA TERRIBILE CRISI ALIMENTARE GLOBALE

Leggo questo articolo e mi viene in mente l'ultima puntata di Report, in cui si parla del prezzo del cibo e di come questo negli ultimi anni abbia subito importanti variazioni a causa della possibilità di “speculare” sulle materie prime. Qui il video (interessante dal minuto 00:06:00)
“...il problema è che tra il 2005 e il 2007, a seguito della deregolamentazione del mercato delle commodities entrano in gioco investitori istituzionali hedge founds e fondi pensione, e subito hanno un ruolo destabilizzante; loro scommettono sulla variazione dei prezzi delle commodities e comprano quelle agricole: cereali, soia.. esattamente come comprano petrolio, oro, minerali, ovvero scommettono sulla base di soli interessi di portafoglio, senza guardare alla disponibilità di beni e all’oscillazione della domanda…”

A tale proposito mi fanno riflettere le pubblicità di certi siti in cui ti invitano a “investire” tramite loro su Indici, Forex (valute) e materie prime (che oltre a metalli e greggio comprende anche i cereali, per esempio).

Ovviamente questo articolo non fa che rinforzare la convinzione che sia necessario trovare e mettere in atto il prima possibile delle soluzioni, per le quali rimando al precedente post: Una crisi del petrolio comporta una crisi alimentare - L'esperienza cubana e le possibili soluzioni



20 SEGNALI DI UNA PROSSIMA TERRIBILE CRISI ALIMENTARE GLOBALE

di ALEX JONES
theeconomiccollapseblog.com

Nel caso non l’aveste notato, il mondo è sull'orlo di un’orribile crisi alimentare globale.

In un dato momento, tutto questo potrà riguardare tu e anche la tua famiglia. Potrebbe non avvenire oggi, e forse neanche domani, ma accadrà. Il tempo impazzito e i disastri naturali hanno sconvolto la produzione agricola in molte aree del globo negli ultimi due anni. Nel frattempo, i prezzi del petrolio hanno iniziato a impennarsi. L’intera economia globale è basata sulla possibilità di utilizzare enormi quantità di petrolio a basso costo per produrre economicamente il cibo e le altre merci, per poi trasportarli su vaste distanze.

Senza il petrolio a basso prezzo, i giochi cambiano. Il terreno arabile sta calando a tassi sconcertanti e i bacini acquiferi fondamentali di tutto il mondo vengono prosciugati a un ritmo folle. I prezzi mondiali del cibo hanno raggiunto i suoi massimi e continuano a salire in modo aggressivo. E allora cosa accadrà al nostro mondo quando centinaia di milioni di persone non riusciranno più a nutrirsi?

La maggior parte degli Americani si è così assuefatta ai supermercati, da cui prelevano quantità industriali di cibo economico, che non riescono neppure a immaginare la vita che si incammina in un’altra direzione. Sfortunatamente, quell’epoca sta finendo. Ci sono tutte gli indizi possibili per capire che stiamo entrando in un’era dove non ci sarà abbastanza cibo per tutti. Quando la richiesta di cibo incrementa, i prezzi sono destinati a salire. E già ora stanno salendo. Diamo un’occhiata alle ragioni per cui un numero sempre maggiore di persone ritiene che un’imponente crisi alimentare sia all’orizzonte. Questi sono venti segnali che parlano di un’orribile crisi alimentare globale in arrivo…


#1 In base alla Banca Mondiale, 44 milioni di persone in tutto il mondo sono stati trascinati nella povertà estrema dallo scorso giugno a causa degli aumenti dei prezzi del cibo.

#2 Il mondo sta perdendo terreno coltivabile a un tasso eccezionale. Infatti, con le parole di Lester Brown, "un terzo della terra arabile del pianeta sta perdendo lo strato superficiale in modo più rapido di quanto non venga riformato dai processi naturali".

#3 A causa dei sussidi statunitensi all’etanolo, quasi un terzo del mais coltivato negli USA è utilizzato per la produzione di carburanti. Tutto ciò mette in forte tensione il prezzo granturco.

#4 A causa della mancanza d’acqua, alcuni paesi nel Medio Oriente sono obbligati a confidare quasi totalmente sulle importazioni dei generi alimentari basici. Ad esempio, è stato stimato che non ci sarà più produzione di farina in Arabia Saudita dal 2012.

#5 Le falde freatiche in tutto il globo stanno calando di livello ad un tasso preoccupante a causa del sovrapompaggio. In base ai dati della Banca Mondiale, ci sono 130 milioni di persone in Cina e 175 milioni in India che si sono potuti nutrire grazie a cereali coltivati con l’acqua pompata dai bacini idrici a un ritmo maggiore del suo ripristino naturale. Cosa succederà quando l’acqua si esaurirà?

#6 Negli Stati Uniti, il sistematico abbassamento del bacino acquifero dell’Ogallala trasformerà il granaio d’America in una conca polverosa.

#7 Malattie come la ruggine dello stelo UG99 si sta diffondendo a tassi sempre maggiori in vasti segmenti della catena alimentare mondiale.

#8 Lo tsunami e la conseguente crisi nucleare in Giappone hanno reso vaste aree agricole della nazione inutilizzabili. Infatti, ci sono molti che credono che una porzione significativa del Giappone settentrionale sarà dichiarata inabitabile. Senza considerare il fatto che molti sono convinti del fatto che l’economia giapponese, la terza più importante del mondo, è probabile che per questa ragione abbia un collasso.

#9 Il prezzo del petrolio potrebbe essere il fattore-chiave in questa lista. Il modo in cui si produce il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Il modo con cui trasportiamo il cibo è totalmente dipendente dal petrolio. Quando si hanno prezzi del petrolio in impennata, l’intera catena alimentare diventa molto più costosa. Se il prezzo del petrolio continuerà a rimanere alto, avremo prezzi delle derrate molto più alti e alcune modalità di produzione del cibo non avranno più possibilità di esistere.

#10 In un dato momento il mondo potrà aver a che fare con una seria penuria di fertilizzanti. In base agli studiosi del “Global Phosphorus Research Iniziative”, non avremo abbastanza fosforo per soddisfare le richieste degli agricoltori fra 30 o 40 anni.

#11 L’inflazione dei prezzi del cibo ha già devastato molte economie del pianeta. Ad esempio, l’India sta facendo i conti con un’inflazione su base annua dei prezzi alimentari del 18 per cento.

#12 In base alle Nazioni Unite, il prezzo globale del cibo ha raggiunto un nuovo massimo in febbraio.

#13 In base alla Banca Mondiale, il prezzo globale del cibo è aumentato del 36% negli ultimi dodici mesi.

#14 Il prezzo della farina è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.

#15 Il prezzo del mais è quasi raddoppiato dalla scorsa estate.

#16 Il prezzo della soia è salito di circa il 50% dallo scorso giugno.

#17 Il prezzo del succo di arancia è raddoppiato dal 2009.

#18 Ci sono circa tre miliardi di persone nel pianeta che vivono con l’equivalente di due dollari al giorno, o anche meno, e il mondo è sulla soglia di un disastro economico che si potrà verificare prima della fine di quest’anno.

#19 Il 2011 è già ritenuto uno degli anni più pazzi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le rivoluzioni che hanno sconvolto il Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono precipitati nella guerra civile libica, l’Europa che vede davanti a sé un collasso finanziario e il dollaro statunitense in fin di vita: niente di tutto ciò può essere considerato una buona notizia per la produzione mondiale di cibo.

#20 Ci sono voci persistenti che avremo penurie da parte di qualche grande fornitore di cibo d’emergenza negli Stati Uniti. Ciò che segue è un estratto dal recente "allarme rosso" postato su Raiders News Network....

Guardati attorno. Leggi le notizie. Vedi come le più grandi fabbriche di cibo, di iodato di potassio e altri produttori di generi d’emergenza chiudono i loro negozi on-line e pubblicano informazioni, come quelle del sito ufficiale di Mountain House e di Thyrosafe, dove spiegano che, a causa della domanda soverchiante, per il momento chiudono i battenti, sperando di riaprire in futuro.


Cosa significa tutto ciò? Significa che manca poco tempo. Per anni, tante Cassandre hanno strillato e parlato di una crisi alimentare in procinto di verificarsi. Bene, arrivati a questo punto non dobbiamo allarmarci più di tanto. I prezzi del cibo sono iniziati a salire, ma la verità è che i nostri magazzini sono ancora ricolmi fino al soffitto di una gigantesca quantità di cibo spazzatura.

Comunque, bisogna essere proprio idioti per non aver visto i segnali premonitori. Basta guardare a cosa è successo in Giappone dopo l’11 di marzo. Gli scaffali dei negozi sono stati spazzolati quasi all’istante. Non avverrà oggi, e probabilmente non avverrà domani, ma una crisi alimentare da record ci colpirà pesantemente. Cosa farete, tu e la tua famiglia? Sarebbe bene cominciare a pensarci.

Alex Jones