Visualizzazione post con etichetta banche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta banche. Mostra tutti i post

giovedì 19 dicembre 2013

Sapelli le manovre dei poteri forti fanno perdere l'Italia

Il 2013 rischia di chiudersi nel modo peggiore possibile per il prestigio della nazione, in primo luogo in campo finanziario. Mi riferisco a quello scandalo istituzionale, economico, politico, culturale e morale che si sta svolgendo sotto gli occhi dei pochi spettatori che non si fanno offuscare la vista dal bombardamento mediatico sui forconi e su un pugno di studenti che tirano uova contro dei bei palazzi. Non che non ci si debba indignare e preoccupare, per carità. Ma ho il sospetto che si usi il dolore delle classi medie e degli infelici precari che corrono veloci fra le braccia di una nuova destra neonazista antieuropea per nascondere altri drammi del Paese.
Uno di questi drammi è la rete di connivenze, di opacità, di collusioni, di silenzi che sta dietro la sciagurata idea perseguita un tempo di privatizzare Bankitalia e oggi di valutare di quella privatizzazione il valore nominale. 

Primo tempo. 
Ci si accorge improvvisamente circa vent’anni dopo la privatizzazione delle ex banche pubbliche che detenevano con l’Inps e Generali il capitale di Bankitalia, che codesto capitale, salvo che per la piccola quota dell’Inps, è - udite, udite!- nelle mani di privati. Già questo ci fa capire in che mani siamo sia per quel che riguarda Bankitalia, sia per quel che riguarda il Paese tutto. Su un problema di questo genere, infatti, se privatizzare o no una banca centrale, ci sarebbe dovuto essere quanto meno un pubblico dibattito e solo da una logica argomentativa doveva discendere il verbo della privatizzazione.
Privatizzazione di cosa? Oggi con la Bce, soprattutto quando l’unione bancaria avrà effetto, Bankitalia non ha più alcun ruolo e anche quello statistico potrebbe benissimo essere assegnato all’Istat, snellendo di molto, con gradualità naturalmente, i nostri conti pubblici. I francesi, anch’essi fierissimi di avere la Banca centrale, sono però stati più accorti e le quote delle ex banche pubbliche sono oggi possedute da una Fondazione.
Eh sì, perché il problema del patrimonio continua a rimanere. Non si volatilizza, che si privatizzi o che si pubblicizzi.
Secondo tempo. 
E valutarlo è un bel problema. Il comitato di esperti, a suo tempo nominato dal governatore Ignazio Visco, a valutarlo quel patrimonio ci ha impiegato non poco tempo, perché valutare una Banca centrale il cui valore è solo nozionale è questione di lana caprina ed è in definitiva sempre e soltanto una decisione politica.
Volete una prova? Nel bilancio di Bankitalia, come ha ricordato tempo orsono molto bene Tito Boeri, è fissato a 156.000 euro. Tutti capiamo che è solo un valore simbolico, perché le banche che possiedono quote di quel capitale li hanno iscritti a valori molto differenti uno dall’altra. Si va dai 41,3 euro di Banca Carige a 13,781 per Bnl, a 5, 380 per Banca Intesa.
Quest’ultima è l’azionista principale con il 26,8% delle azioni suddivise originariamente in 360.000 quote di 0,52 euro ciascuna, ed è quindi protagonista essenziale del dramma o della farsa che stiamo vivendo. Se si moltiplicano i valori azionari scritti su valori di libro delle banche, giungiamo a una cifra
nominale di circa un miliardo di euro. Si è scatenata una gara, visto gli incerti criteri che sottostanno a
queste valutazioni, per rivalutare le quote attraverso collocamenti e ricollocamenti che potrebbero avvenire anche nel tempo e potrebbero investire oltre ai già esistenti possessori di quote (tra gli altri Generali e Mps), anche investitori stranieri, cosa ipotizzata dal ministro Saccomanni.
Ricordo che il ministro Saccomanni si era distinto mesi or sono per aver invocato la venuta in Italia delle shadow banks che dovevano così farla finita con il credit crunch che le banche esercitavano nei confronti delle imprese. Naturalmente chi, come me, teme le banche ombra, teme anche che un giorno o l’altro nell’assemblea di azionisti di Bankitalia si presentino dei fondi posseduti da Al Qaeda o dalla mafia internazionale.
Ma il mio è un punto di vista certamente opinabile che non fa testo come invece fa l’opinione di un ministro che oltretutto proviene da Bankitalia.
Il problema però si disvela nella sua arcana ragione recondita allorquando scopriamo che qualora nel collocamento alcune quote rimanessero invendute a intervenire dovrebbe essere Bankitalia e che in ogni caso le banche che posseggono le quote si preparano a realizzare un ingente guadagno vedendo rivalutati i loro assets proprio quando si avvicinano gli stress test promossi dalla Bce. Che bell’aiuto per banche che sono sempre sulla linea del galleggiamento e del fallimento tecnico! Dopo i Tremonti Bond ecco arrivare la rivalutazione delle quote di Bankitalia.
Pensate che buona vendemmia per Intesa che e ha il 23,6% di quelle quote. Ci si rimpannuccia per bene. Ma non si crea forse in questo modo una terribile asimmetria competitiva a svantaggio delle altre banche che non possono godere di simili diavolerie perché di fatto non appartengono all’inner circle, ossia a quel circolo chiuso di amichetti della merenda veloce che ha oggi sostituito l’establishment? La Bundesbank non sì è fatta scappare l’occasione. Weidmann ci ha dato addosso picchiandoci in testa di santa ragione. E non gli si poteva dare torto, questa volta. Stiamo facendo in Europa, con questa operazione dilettantesca, una figura peregrina e terribile.
Proprio ora che c’è da rinegoziare il rinegoziabile e cambiar marcia per passare dall’austerità alla crescita, facciamo simili regali a degli incompetenti? Gli inglesi, gli irlandesi, gli islandesi, i belgi, i lussemburghesi sono stati più seri: piuttosto che fare queste figure le banche le hanno nazionalizzate, punendo i manager che le avevano portate al fallimento e non creando asimmetrie così scandalose sui mercati. Per questo finire in questo modo il 2013 mi sembra ben inglorioso.


Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/12/18/FINANZA-Sapelli-le-manovre-dei-poteri-forti-fanno-perdere-l-Italia/452516/

martedì 9 luglio 2013

Giulio Sapelli - La crisi e la crescita

Ottimo intervento di Giulio Sapelli sulle caratteristiche della crisi e le possibili soluzioni.
 
"Non si esce dalla crisi economica se non ricostruendo il senso di giustizia". 
Un percorso tutt'altro che scontato quello delineato da Sapelli per uscire dall'attuale condizione di crisi, che non si limita a semplici formulette matematiche, ma comprende la necessità di maggiore cultura, specialmente all'interno della "classe dirigente".






lunedì 8 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (6^ parte)

3 Gli ostacoli allo sviluppo delle cooperative


Le cooperative devono spesso affrontare diversi ostacoli che ne frenano lo sviluppo. Essi sono in parte dovuti a strutture giuridiche deboli, a politiche e regole di mercato inadeguate e a pratiche manageriali scarsamente efficienti.


3.1 I limiti della legislazione cooperativa


Mentre la regolazione delle imprese di capitali è relativamente uniforme nei vari paesi, la legislazione sulle cooperative varia considerevolmente da un paese all’altro e in alcuni paesi non esiste affatto. Queste differenze sono difficili da capire, dato il notevole sforzo fatto a livello internazionale per promuovere una concezione condivisa dei valori e dei principi delle cooperative, come evidenziato nella Dichiarazione dell’ICA sull’Identità cooperativa del 1995 (un documento ufficialmente riconosciuto dall’ONU nel 2001 e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2002. Cfr Münkner, 2012). Questa mancanza di uniformità ha due implicazioni principali: essa limita la visibilità e l’uso della forma cooperativa e ostacola l’internazionalizzazione delle imprese cooperative, indebolendo le collaborazioni tra cooperative che hanno sede in paesi diversi.

Inoltre, la legislazione cooperativa tende spesso a essere restrittiva piuttosto che facilitante. In alcuni paesi la legislazione limita i settori nei quali le cooperative possono operare e le attività che esse possono svolgere. Ulteriori ostacoli sono causati dall’imposizione di soglie elevate per il numero minimo di soci o per la quantità di risorse finanziarie richieste per creare nuove imprese cooperative. Inoltre, specialmente in quei paesi dove le cooperative sono ancora classificate come entità non-imprenditoriali, esistono limitazioni agli obiettivi che esse possono perseguire e ai tipi di operazioni commerciali che possono effettuare.
La scarsa considerazione nella quale sono generalmente tenute le cooperative ha indotto alcuni legislatori nazionali a permettere, o addirittura favorire, la demutualizzazione delle cooperative. Questo è accaduto, per esempio, dove la legge ha permesso la trasformazione delle società di mutuo soccorso e delle cooperative in imprese for-profit, con il conseguente rischio che le scelte di trasformazione siano state determinate da comportamenti opportunistici di alcuni soci o da una dirigenza interessata principalmente a ottenere il controllo del patrimonio accumulato dalle cooperative stesse.


3.2 Una regolazione inadeguata dei mercati

Le cooperative possono essere ostacolate nella loro capacità di sfruttare appieno i propri vantaggi competitivi dalla regolazione dei mercati in cui operano. Mentre in alcuni casi questa è neutrale o addirittura favorevole alle cooperative, in altri essa può limitare lo sviluppo delle cooperative stesse. La Conferenza di Euricse ha evidenziato alcuni esempi di regolazione del mercato che hanno effetti negativi sullo sviluppo delle cooperative.

Quando è progettata senza tenere conto delle specificità delle diverse forme di impresa, la regolazione dei mercati finanziari può impedire lo sviluppo delle cooperative di credito. Gli standard internazionali di contabilità e le regole finanziarie internazionali, come nel caso degli Accordi di Basilea, limitano lo sviluppo e la crescita delle cooperative quando impongono regimi di capitalizzazione, sistemi di gestione della liquidità e meccanismi di governance che non tengono conto delle specificità del modello cooperativo (Grillo, 2012). L’incapacità di riconoscere la specifica natura delle cooperative può causare costi di regolazione sproporzionati e ridurre l’accesso al credito da parte delle piccole imprese e delle famiglie (Ferri, 2012).

Analogamente, nel settore dei servizi pubblici le autorità antitrust, nel cercare di difendere i consumatori dall’eccesso di potere del mercato, possono finire per imporre regole e vincoli che causano inutili costi aggiuntivi alle imprese cooperative. Questo accade perché le regole sono definite avendo come unico riferimento le imprese di capitali.
Quando le cooperative sono coinvolte, alcuni di questi vincoli di regolazione risultano ridondanti e generano costi non giustificati, in quanto i consumatori sono già tutelati dalla natura stessa della proprietà cooperativa.
Una situazione simile si verifica nel settore dei servizi d’interesse generale, nel quale le cooperative possono essere danneggiate da procedure basate su criteri che non considerano le differenze intrinseche tra imprese cooperative e imprese di proprietà degli investitori.

lunedì 22 aprile 2013

Italia ancora in crisi per colpa di Draghi - Giulio Sapelli

Una nuova epoca è iniziata nel mondo della finanza internazionale. Trent’anni orsono il bastone di comando era nelle mani dei grandi fondi d’investimento e nelle banche d’affari. Immense nuvole di petrodollari e di profitti delle grandi corporation si dirigevano verso i paradisi della finanza dal guadagno immediato e speculativo. La sterlina cercò di opporsi alla speculazione contro Soros e si spezzò le corna e così fecero i banchieri centrali europei con alla testa uno frastornato Ciampi che non resistette all’ondata speculativa e provocò una svalutazione rovinosa della lira illudendosi di fermare il flusso del capitale finanziario che rincorreva se stesso moltiplicando i guadagni di un pugno di speculatori seguiti da una miriade di investitori minuti che giocavano in borsa i loro risparmi.

Erano gli anni in cui i pensionati passavano le mattinate dinanzi ai computer - i primi computer! - che nelle vetrine delle filiali bancarie registravano rapide ascese di titoli improbabili che pur in rosso capitalizzavano più di Fiat o di Generale Electric. Era l’economia delle aspettative era la new economy dove tutti giuravano e spergiuravano che il capitalismo aveva superato se stesso e non avrebbe più avuto crisi cicliche. Noi poveri economisti strutturalisti schumpeteriani, keynesiani, minskiani, eravamo guardati come dinosauri e destinati al macero: nessun concorso poteva essere vinto e ci si doveva rifugiare in materie d’insegnamento afferenti guardate con disprezzo perché avevano una base concettuale storica e umanistica.

Ora tutto sta lentamente cambiando. Le banche centrali sono all’attacco. Dopo il fallimento di Lehman i fondi e le banche d’affari speculavano sui movimenti non di se stesse, ma su quelli delle banche centrali. Mentre la finanza privata lecca le sue ferite e infligge zampate spesso a caso, i banchieri centrali sono risaliti in cattedra e comandano. L’inflazione non esiste: esiste invece la deflazione, la crisi inizia a essere irreversibile, aumenta la disoccupazione e i margini si riducono sino a ridurre i prezzi di una domanda che non beve. Ebbene, proprio perche il pericolo è la deflazione che rende la depressione irreversibile, ecco che l’ondata di liquidità inonda le banche per salvarle e cerca disperatamente di raggiungere l’economia reale. Ma qui ciò che rimane dell’Occidente finanziario è diviso.

Gli Usa con la Fed, e recentemente il Giappone con il nuovo banchiere centrale uscito dal cappello di un Abe deciso a ridare al Paese la sua supremazia economica dinanzi a una Cina sempre più pericolosa, iniziano a combattere non il deficit bancario ma quello sociale: abbattere la disoccupazione e riattivare il sistema sanguigno delle imprese che non trovano la trasfusione bancaria per il meccanismo della ripresa.

La Banca d’Inghilterra, con il suo nuovo governatore che non a caso viene dal Canada keynesiano che non è stato investito dalla recessione, non solo segue la linea della Fed, ma vincola l’erogazione di liquidità alle banche all’impegno che esse sottoscrivono di riversare la liquidità non per la ricapitalizzazione, ma in misura consistente per le imprese e le famiglie. Insomma, solo la Bce sta a guardare e Draghi - che pure tutto si è inventato per aggirare la Bundesbank e le guardie prussiane nel direttorio della Bce sino a spingerne un paio alle dimissioni - è ora in ritardo e in difficoltà.

La Bce è in affanno, affanno politico e il Regno Unito si allontana sempre più dall’Europa, da potenza transatlantica qual è. Brutti tempi per l’Europa e brutti tempi per le imprese e le famiglie. Ci vuole più coraggio, caro Mario!


Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/4/9/FINANZA-Sapelli-Italia-ancora-in-crisi-per-colpa-di-Draghi/2/380755/

sabato 16 febbraio 2013

Il DEBITO PUBBLICO STATUNITENSE IN DIECI PUNTI

di Warren Mosler

1. Qualsiasi governo (pienamente sovrano), che sia l’emittente della sua valuta nazionale, non ha necessità di “guadagnare” denaro per pagare i propri debiti denominati in valuta nazionale come dobbiamo fare noi privati cittadini.

2. Per pagare i nostri debiti, utilizziamo quello che viene chiamato “corso legale”. Sappiamo che la contraffazione di valuta è un crimine. Quindi dobbiamo procurarcela guadagnando un reddito, o prendendola a prestito, oppure vendendo delle attività. Il denaro è un credito esigibile a vista nelle mani di chi lo detiene.

3. Quando un governo (pienamente sovrano) riceve da noi la valuta di sua emissione (moneta), riceve la stessa moneta che esso stesso ha emesso. Quindi non ottiene nulla che non possa creare lui stesso: il “prendere a prestito” del governo non è la stessa cosa del prendere a prestito del privato.

4. Quando il governo che emette la propria valuta “prende a prestito” del denaro da un soggetto privato, riceve il denaro precedentemente emesso in cambio di un “titolo del Tesoro”, chiamato anche “strumento di debito”. Così, il governo fa questo: sostituisce un credito immediatamente esigibile (che i titolari possono utilizzare su richiesta per pagare debiti al governo o ad altri soggetti privati) con un altro credito, un titolo del Tesoro, che non può essere utilizzato per effettuare pagamenti fino alla scadenza. I privati (che desiderano guadagnare un interesse su un’attività che sanno di poter vendere rapidamente se necessario) sono disponibili ad acquistarlo. In termini più semplici: se io uso 1,000 dollari del saldo del mio conto corrente bancario per acquistare un titolo del Tesoro, sto scambiando un credito di 1,000 dollari che potrei usare ora per pagare le tasse o per estinguere delle passività nei confronti di altri soggetti privati con un titolo che mi dà il diritto di ricevere un importo contrattualmente definito di denaro più gli interessi in date future contrattualmente definite.

5. Vero: i governi possono deliberatamente stabilire una varietà di limiti su quanto denaro possono “prendere in prestito”. Negli Stati Uniti, questo limite è dettato da un articolo del codice degli Stati Uniti. La logica, per quanto possa sembrare strano, è quella di stabilire un limite alla quantità di denaro che i soggetti privati sono autorizzati a convertire in titoli del Tesoro. In altre parole, se il governo ha raggiunto il limite, non può più offrire nuovi titoli del Tesoro e quindi i soggetti privati non possono più convertire il loro denaro in essi. Pertanto, contrariamente a quanto comunemente si crede, questo non causa un blocco dell’attività del governo o un’insolvenza sugli strumenti “di debito” federali.

6. I governi, tuttavia, possono anche stabilire dei limiti per le proprie spese. Negli Stati Uniti, la Fed non può offrire al Tesoro uno scoperto di conto corrente: quindi, se il Tesoro non può finanziare la propria spesa con entrate fiscali o con la vendita di “strumenti di debito”, non può spendere. Imporre un limite è una scelta politica che potrebbe causare un blocco dell’attività del governo o un default.

7. Di conseguenza, un blocco dell’attività del governo o un default è anche un evento che può essere causato unicamente da un autolesionistico rifiuto di effettuare pagamenti. I soggetti privati possono trovarsi in situazioni in cui il crescente indebitamento può costringerli a ridurre la spesa o a fare default sul proprio debito. Per contro, i governi con crescente indebitamento affrontano un’alternativa completamente diversa: onorare le proprie obbligazioni o rifiutarsi di pagarle.

8. Altri esempi di vincoli auto-imposti comprendono: il sistema basato sulla parità aurea (quando la moneta emessa non deve superare una certa quota delle riserve auree), il comitato valutario (quando la moneta emessa non deve superare una certa quota di riserve in valuta estera). L’unico vincolo che ha senso è quello di adattare la misura della differenza tra la spesa e le tasse in modo da non causare un eccesso di domanda aggregata rispetto alla capacità produttiva esistente, così da provocare inflazione.

9. Per finire (e non che questo abbia alcuna reale possibilità di accadere con l’attuale sistema di operatori sul mercato primaro), cosa pensate che potrebbe succedere se il governo degli Stati Uniti dovesse fronteggiare una situazione in cui ci sono pagamenti di interessi in scadenza per 1 milione di dollari, e il Tesoro avesse un saldo zero sul suo conto presso la Fed? Il governo degli Stati Uniti dichiarerebbe default e volontariamente distruggerebbe 1 milione di dollari di ricchezza finanziaria privata a tutti i possessori di titoli USA negli Stati Uniti e all’estero, oppure il Congresso degli Stati Uniti lascerebbe gestire al Tesoro una somma tratta allo scoperto e gli lascerebbe pagare i conti?

10. Prima di rispondere, considerate che a) l’opzione del default implica brutali danni finanziari e politici, b) aumentare il limite è tecnicamente e funzionalmente semplice, equo, e privo di conseguenze sul reale standard di vita.

Tradotto da Giovanna Pagani
Qui Testo Originale
http://www.mecpoc.org/wp-content/uploads/downloads/2010/12/U.S.-Public-Debt-in-10-Bullets5-_3_.pdf


Tratto da:http://memmt.info/site/il-debito-pubblico-statunitense-in-dieci-punti/





















lunedì 11 febbraio 2013

Verso una nuova finanza. Pubblica e sociale

Oltre trecento persone hanno risposto sabato 2 febbraio all'appello di Attac Italia, Centro nuovo modello di sviluppo, Re:Common, Rivolta il Debito, Smonta il Debito. L'obiettivo è favorire la nascita di una rete che lavori su due temi: audit sul debito pubblico (anche quello degli enti locali) e ri-pubblicizzazione di Cassa depositi e prestiti


"La finanza è come un aspiratore, che può funzionare in maniera reversibile al 100%,
violando il principio dell'entropia. Puoi usarlo per estrarre ricchezza dalla collettività, per destinarla ai mercati. Oppure, girando la leva, puoi scegliere di estrarre ricchezza dei mercati, per realizzare l'interesse della maggioranza. Per questo, la finanza pubblica è uno strumento importante. Ed è per questo che noi dobbiamo lavorare per ri-appropriarcene, con un approccio trasformativo". Antonio Tricarico, di Re:Common, ha introdotto così, a Roma, la prima assemblea nazionale della nascente rete "Per una nuova finanza pubblica e sociale".
Al Teatro Valle Occupato, convocati da Attac Italia, Centro nuovo modello di sviluppo, Re:Common, Rivolta il Debito, Smonta il Debito, sabato 2 febbraio oltre 300 persone hanno risposto all'appello: "METTIAMOLI IN CRISI! PER UNA NUOVA FINANZA PUBBLICA".
"Il nostro obiettivo è arrivare a costruire un Forum per una nuovo finanza pubblica -ha spiegato Marco Bersani, di Attac Italia, tra gli animatori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua-. È un percorso complicato, ma interessante e -soprattutto- necessario. Perché in questo Paese -ha aggiunto Bersani- viviamo numerose conflittualità che hanno tutte almeno un significato in comune: cercano di de-mercificare alcuni beni. A questi conflitti, affianchiamo un percorso per de-finanziarizzare la società. Perché non solo re-immettere ricchezza nella società. Tra i beni che, a mio avviso, devono star fuori dal mercato c'è anche il credito.
Per questo -ha spiegato Bersani- proporremmo due percorsi: una riguarda il debito, l'altro Cassa depositi e presiti", quest'ultimo divenuta nel corso dell'ultimo anno e mezzo una sorta di "fondo sovrano", una banca d'investimenti privata forte della capacità d'investire il risparmio postale di 12 milioni di famiglie italiane.
"Questa campagna è necessaria per rompere la nuova ideologia, quella che dice 'privato è obbligatorio'. Oggi che il debito è un problema fondamentale, e ogni volta che un gruppo di persone avanza una rivendicazione la risposta che viene data è che non ci sono soldi a disposizione. Per questo, i movimenti devono risalire a monte. Per il momento siamo intervenuti sugli effetti, ma non basta più: bisogna intervenire sulle cause".

Per questo è essenziale ri-appropriarsi della finanza, e in particolare di quella pubblica. "Ciò significherebbe, tra l'altro, togliere linfa vitale ai mercati finanziari -come ha spiegato Tricarico-. Quei mercato che sono, oggi, gli espropriatori della ricchezza collettiva, i soggetti che si servono dell'aspirapolvere.
Le due aree di lavoro su finanza degli enti locali e Cassa depositi e presiti sono centrali -secondo l'esponente di Re:Common-, perché sono gli ambiti in cui si assiste alla riconfigurazione del potere del capitalismo italiano".
Secondo Tricarico "i soldi ci sono, e sono fin troppi". Cdp -infatti- ha una liquidità di oltre 120 miliardi di euro. Per questo, è opportuno "organizzare i risparmiatori postali", spesso ignari di finanziare la Cassa. "Gli italiani devono arrivare a dire 'non con i nostri soldi', parlando al plurale, pensandosi come collettività" spiega Tricarico, che per Re:Common si occupa del programma "Nuova finanza pubblica". Che insiste: "La riappropriazione della finanza è una risposta alla crisi. Prevede una traiettoria lunga. Intorno a Cdp, per quanto sia importante, c'è un silenzio assordante. È passato nell'ombra il deciso regalo fatto nelle ultime settimane alle fondazioni bancarie, azioniste fino ad oggi al 30%, per restare in Cassa. E non c'è nessuno, nell'arco costituzionale, che dica 'le vogliamo buttare fuori'".

All'assemblea di Roma è intervenuto, tra gli altri, Gigi Malabarba, in rappresenza di "Ri-Maflow", ovvero del gruppo di persone che nel milanese ha occupato "una fabbrica chiusa nelle scorse settimane, dopo un ciclo di lotte, dopo un'occupazione durante la fase di amministrazione straordinaria".
Al "termine del periodo di cassa integrazione -ha raccontato Malabarba- un gruppo di operai, che non hanno trovato che lavori al nero, hanno deciso di ri-appropriarsi di quel luogo e anche dei macchinari. La Maflow lavorava nel ciclo dell'auto. Ovviamente non abbiamo intenzione di restare in quell'ambito, e proponiamo una riconversione in senso ecologico". Il suffiso "Ri", davanti a Maflow significa "riuso, riciclo, riappropriazione, rivolta il debito, rivoluzione". "Vorremmo poter lavorare in funzione delle esigenze sociali, portando un beneficio alla collettività -racconta Malabarba-. La forma giuridica sarà quella di una cooperativa, e il modello quello di un'autogestione: perché c'interessa una nuova finanza pubblica? Perché è l'unica che potrebbe dar gambe a un progetto che punta a garantire produzione e reddito. È la finanza che ci serve, a sostegno di un progetto di autogestione operaia".


Tratto da: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=3906

mercoledì 22 agosto 2012

Banca Etica alla Conferenza delle “Community Development Credit Unions” di Atlanta

di Tiziano Barizza, responsabile IT Banca Etica.

Banca Etica è invitata a partecipare ai lavori della Conferenza annuale delle CDCU e a presentare la propria esperienza, con particolare riguardo alle relazioni della banca con il mondo cooperativo, nell’anno internazionale delle cooperative.

Si decide che sia io a partecipare, coadiuvato da Dedagroup Spa, nostro fornitore di sistemi informativi e co-sponsor dell’evento.

I lavori iniziano mercoledì 13 e terminano sabato 16 giugno, ma c’è anche lo spazio di un pomeriggio per una visita alla città sorniona e ordinata.

Le CDCU sono delle banche, ma che non vogliono essere chiamate tali: “ le banche – sostengono – sono quelle che hanno provocato i disastri finanziari americani, noi lavoriamo con le nostre comunità, per le persone più povere”.

In effetti i lavori della conferenza sono incentrati su “come servire gli underserved”, i non-bancabili. Uno dei temi fondamentali è come riuscire a continuare a concedere credito a queste fasce di persone, per le loro esigenze ordinarie e per le loro attività economiche, in un contesto di situazione economica e finanziaria sempre peggiore.

Quando chiedo “con quali strumenti provvedono alla raccolta del risparmio necessario” la risposta è molto netta: “lavoriamo con comunità che hanno bisogno di soldi, hanno bisogno di credito, il loro risparmio è marginale”. Questa è la ragione per cui la maggior parte delle risorse da destinare al credito proviene da fondi istituzionali, fund raising e donazioni diffuse. Ma di questi tempi non è facile raccogliere fondi nemmeno negli Stati Uniti, che da sempre sono inclini alla donazione.

Nello spazio che mi è stato riservato nel corso della conferenza, presento l’esperienza ed i principi istituzionali e operativi di Banca Etica. Ne sono emotivamente ripagato con ringraziamenti generosi, ma soprattutto con scambi reciproci di condivisione ed uniformità di principi ed obbiettivi, con manifestazioni di gratitudine perché “non si sentono soli”. Ci sono altri che lottano in questa battaglia e che sono disposti a scambiare le loro esperienze ed i loro problemi.

Si parla di cooperative, di metodi di lavoro, di esperienze italiane. E la diversità culturale emerge in tutta la sua evidenza tra mondi ai due lati dell’oceano.

L’esperienza cooperativa sta facendo breccia negli Stati Uniti, sta portando risultati ed opportunità, ma propone ed impone anche una sfida culturale, in un mondo ispirato principalmente alle capacità ed ai risultati personali ed individuali.

Il momento di crisi internazionale però, come ogni fase di difficoltà, porta in sé i germi del cambiamento, per le CDCU come per Banca Etica. Due mondi a confronto che devono trovare al proprio interno le soluzioni per continuare a vivere e ad operare, ma sono obbligati oramai a guardare ‘al di fuori’, preservando comunque la propria specificità.



tratto da: http://www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-etica-alla-conferenza-annuale-della-federazione-delle-%E2%80%9Ccommunity-development-credit-unions%E2%80%9D-di-atlanta/?utm_source=Non+Con+I+Miei+Soldi!+Newsletter&utm_campaign=4f2ef55215-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email

sabato 24 dicembre 2011

Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Saltiamo, e lui è saltato. - di Paolo Barnard

Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Voleva dire “Saltiamo in aria, è confermato. Draghi si assuma le responsabilità. Voglio che si metta agli atti che io mi ero dissociato”. E salta come i topi dalla classica nave. Precisamente questo. Saltiamo in aria.

Ieri è trapelata una notizia che non può più lasciare incertezze. La notizia è questa: la Swift, che è l’agenzia belga che gestisce i codici elettronici per le transazioni finanziarie (si legga codice Swift, Iban ecc.) è stata contattata da due banche di “stazza globale” che le chiedevano di fornirgli i vecchi codici per i sistemi di gestione delle vecchie valute europee, cioè Drakme e Lire. Cioè: diteci i codici per tornare a scambiare Drakme e Lire nei pagamenti. Non so se si è capito. Sanno che saltiamo in aria, si stanno preparando alla nostra uscita dall’Euro, all’esplosione dell’Eurozona, adesso, oggi. Sto parlando di quelli che le cose le sanno davvero, non i politici che voi ascoltate, ma le mega banche. E non solo.

Il governo britannico ha dato ordine alle sue forze di sicurezza di preparare l’evacuazione di emergenza dei cittadini inglesi da Spagna e Portogallo, nel caso di “una implosione delle banche” di questi due Paesi.

Fonte: il Wall Street Journal.

Ancora: i tassi sui titoli di Stato britannici a 10 anni hanno toccato ieri il minimo storico dal 1890. No, non ho sbagliato a scrivere, non è 1980, ma proprio 1890. Mettete le due notizie insieme: chi sa le cose, sa che l’Euro salta in (almeno) Italia e Grecia; chi sa le cose, si avventa sui titoli di Stato della Gran Bretagna che ha moneta sovrana, se ne frega dell’enorme debito pubblico inglese (149,1% del PIL, fonte: The Office for National Statistics UK) e li compra mentre si liberano dei nostri. Il governo inglese vede crollare i tassi che paga (per loro fortuna), i nostri schizzano alle stelle (per nostra rovina).

Ancora: le grandi banche francesi sono fallite, sono già fallite, perché chi sa le cose, sa che la loro esposizione al debito italiano e greco è enorme, impossibile da saldare per Italia e Grecia con la moneta Euro, e soprattutto impossibile da saldare perché noi saltiamo in aria. La maggiori banche italiane falliranno con le francesi, che si trascineranno le tedesche, le austriache e poi tutto il resto. Per salvare le banche, occorrerebbe un Quantitative Easing (un salvataggio fatto dalla Banca Centrale Europea a forza di denaro pompato nelle riserve delle banche fallite) nell’ordine di dieci volte i miseri 489 miliardi di Euro che Draghi gli ha messo a disposizione. (non sarebbero soldi dei contribuenti, come erroneamente tutti strillano, ma semplicemente denaro inventato dal nulla dalla BCE a fronte di collaterale delle banche)

Bini Smaghi questo chiedeva ieri l’altro. Ma salvare le banche non è solo immorale (andrebbero nazionalizzate, e poi salvati i non-speculatori e le aziende), è anche inutile, perché anche se le banche si ritrovassero con le riserve piene di soldi, non tornerebbero a prestare a economie ridotte da straccioni dalle politiche di austerità che ci hanno imposto. Risultato: le banche ci fanno fallire sia che le si salvi, sia che non lo si faccia e le si lasci fallire.

A fronte di questo, ecco cosa ha fatto Draghi. Nulla, anzi, ha ribadito il suo NO al salvataggio dei titoli di Stato dei Paesi come Italia e Grecia: “La scorsa settimana, la Bce ha praticamente azzerato l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario” (fonte Il Sole 24 Ore). Tradotto per tutti: il nocciolo del reattore nucleare sta fondendo, Draghi si è girato dall’altra parte, e nel farlo ha anche chiuso i circuiti di raffreddamento del nocciolo. Saltiamo in aria, si torna alla Lira ma senza un’economia da sani di mente come la Modern Money Theory, cioè sarà un macello sociale mai visto in 60 anni. Questo è ciò che ci aspetta al 99,9%. Saltiamo e la Swift lo sa bene, le banche lo sanno bene.

p.s. (E se invece accade lo 0,1%? In quel caso faranno l’Euro a due velocità, cioè la kosovizzazione dell’Italia, stesso macello, nulla cambia. Oppure la BCE soffoca Draghi nel suo bagno, e compra titoli dell’Eurozona sborsando 5 o 10 mila miliardi di Euro, non 211 miliardi come ora. Ma anche questo sarà solo un tampone che non dura. Perché il dramma è l’Euro in sé. E' L'EURO. Mi fermo qui, mancano poche ore a tortellini e panettone. Ma io sono un giornalista...)

venerdì 25 novembre 2011

Impariamo ad interrogarci sul senso delle cose

Moni Ovadia qui ci ricorda un punto fondamentale, presentato più volte in questo Blog, ossia l'importanza di domandarsi il "perchè" delle cose, quale sia il loro senso, e alla luce di queste domande, che potremmo definire basilari, analizzare con occhio critico la realtà che ci circonda e le spiegazioni che ci vengono fornite sullo status quo.
Un esempio di questo salutare esercizio possiamo trovarlo nel recente post del 13 Novembre "Finanza e Banche: il cancro dell'economia - Puntata REPORT", dal quale nasce quasi spontanea la domanda "Che senso ha questa finanza, queste banche, e più in generale questa economia?". Forse la risposta la possiamo implicitamente trovare in un ulteriore domanda che Galimberti pone nel post del 2 Ottobre: "I fini dell'economia sono anche i nostri fini?".

domenica 13 novembre 2011

Finanza e Banche: il cancro dell'economia - Puntata REPORT

Ottima puntata di Report in cui si analizza il ruolo che la finanza speculativa internazionale e il sistema bancario (soprattutto banche d'affari) hanno in questa crisi e in generale nell'economia moderna.

La finanza speculativa deve essere illegale; questo dovrebbe essere il primo punto di qualsiasi programma di governo.

Buona visione:

lunedì 17 ottobre 2011

THE MMT WAY TO JUSTICE AND DEMOCRACY - Paolo Barnard

Questo è il volantino che Matt Cramer di Occupy Wall Street mi ha chiesto per la manifestazione del 15 ottobre a New York, e che verrà distribuito al corteo.



THE MMT WAY TO JUSTICE AND DEMOCRACY
(in the spirit of contributing ideas to the OWS friends)

IF THIS IS YOU: Jobless – Foreclosed – No Health Insurance – Poor Schooling – Measly Pension
Then bashing some big banks will not give you a Job, a House, Healthcare, good Education, a living Pension.
IF THIS IS YOU: A taxpayer – A lover of Justice – A believer in real Democracy
Then Wall St. in jail alone will not give you a functioning Democracy and Rights.



IF YOU WANT SOCIAL JUSTICE & DEMOCRACY YOU NEED
THE MONEY & THE LAWS TO CARE FOR THE 99%

THE MONEY: The Modern Money Theory (MMT) school of economics demonstrated that the US could spend Universal Healthcare & Education, Full Housing and Full Social Security into existence. More: Full Employment is also possible thru a Job Guarantee Program, namely the government ‘buys’ the work of any jobless American at a Living Wage, setting a better national living standard for all. Worried about big debt? After WWII America ran 25% deficits, and we became the richest State on earth. Lack of means for the 99% has always been a policy decision, never a debt problem. This is real, ask the MMT scholars for details and teach-ins at http://neweconomicperspectives.blogspot.com/

THE LAWS: Tell your Representative that as from today your vote is conditional to MMT as people-empowering economic policy and to passing laws regulating the Wall St. elites, or he/she can forget it.

PEOPLE-EMPOWERING ECONOMICS & LAWS WILL GIVE US DEMOCRACY BACK, AND THEN WALL ST. IN JAIL. NOT VICE VERSA.


Tratto da: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=233

mercoledì 13 luglio 2011

Esercizio di visualizzazione e riflessione

In questo periodo, in cui si parla tanto di "parità di bilancio" dello Stato, "debito pubblico", “austerity”, “tagli” &co. vorrei condividere con voi una riflessione, veicolandola tramite un rapido esercizio di visualizzazione, se permettete.

Sedetevi comodi, rilassate i muscoli e la mente, fate qualche respiro profondo inspirando ed espirando lentamente.
Ora create, con la vostra immaginazione uno Stato; scegliete il tipo di paesaggio che preferite per questo Stato; create una cittadinanza scegliendo le caratteristiche che più vi aggradano; create anche una bandiera per questo Stato se vi fa piacere. "Fatto? Bene".
Ora riflettete sul fatto che in questo Stato immaginario esiste un solo tipo di banca: una banca nazionale (dello Stato, e quindi dell’insieme dei cittadini).
Ogni cittadino ovviamente ha un suo conto presso questa banca nazionale, in cui, esistendo solo quel tipo di banca, ha tutto il suo denaro.
Ora lasciate che la vostra immaginazione spazi sulle possibilità che si aprono per uno Stato che abbia a sua disposizione l’intera ricchezza della nazione... uno Stato che quando paga lo stipendio di un dipendente pubblico vede ritornare tosto l’intero ammontare nella propria banca... riuscite a visualizzare?... qualsiasi tipo di entrata, per qualsiasi tipo di cittadino va a finire sul conto di quel cittadino, presso la banca dello Stato... concedetevi ancora qualche secondo di questa idilliaca visione, godetene appieno, assaporate... divertitevi ad immaginare le infinite possibilità di “progresso” che si aprirebbero per questo Stato immaginario... buon divertimento.

lunedì 21 marzo 2011

PERCHÉ NON UNA BANCA PUBBLICA ?

DI VIVENC NAVARRO
vnavarro.org

L’articolo chiama l’attenzione sulla corrente popolare a favore dell’apertura di banche statali pubbliche sia a livello statale che federale, che sta avendo una gradita accoglienza negli Usa, tanto è vero che diversi governatori federali stanno dando spazio a progetti d’apertura di queste nuove banche per facilitare l’erogazione di credito. Questa nuova corrente è in crescendo negli Usa, dopo le catastrofi combinate dalle banche private messe anche a confronto con gli ottimi risultati ottenuti dalle banche pubbliche in quegli Stati che hanno già potuto appoggiarsi ad esse ed affrontare così meglio la crisi economica. L’articolo mette anche in risalto come le grandi cifre erogate per l’ipotetico salvataggio delle banche private, negli Stati Uniti come in Spagna, avrebbero potuto essere destinate all’apertura di questi nuovi istituti di credito.

C’è una notizia che sicuramente non avrete letto nei principali mass media informativi: la nuova corrente che assale gli Stati Uniti (epicentro della crisi finanziaria globale) e che, visti i risultati trova un grande sostegno popolare, propone la creazione di banche pubbliche sia a livello statale che federale.

Ciò è in parte dovuto alla grande disistima di cui gode attualmente la banca privata in quel Paese.

Secondo gli ultimi sondaggi sono le banche le istituzioni meno affidabili nella società americana. Nonostante le enormi erogazioni di fondi pubblici che le banche hanno ricevuto, è ancora difficile per le piccole e medie imprese, nonché per la maggior parte dei privati cittadini, ottenere credito bancario.

Anzichè fare uso dei fondi pubblici, come la stessa parola dice, per compiere una funzione sociale, in questo caso l’offerta di credito, le grandi banche hanno adoperato gli aiuti statali per continuare le loro solite speculazioni (causa tra l’altro della odierna crisi) e per aumentare ancora di più i premi e gli stipendi dei loro dirigenti. Ne consegue una logica e forte insoddisfazione della popolazione verso le banche.

La risposta positiva che si riscontra in quegli Stati che usufruiscono già di queste realtà bancarie, e un’altra ragione per la quale ci sono sempre un maggior numero di politici che, dietro pressione degli elettori, propongono l’ attuazione di queste banche statali pubbliche.

La più conosciuta fra tutte è la Banca Statale dello stato del North Dakota, fondata novantuno anni fa, il cui capitale d’inizio furono i ricavati delle tasse statali e che sono ancora oggi la sua principale fonte di liquidità.

Lo statuto interno della banca proibisce qualunque tipo d’investimento in attività speculative ed esige oltretutto la riconversione degli utili nel proprio territorio. E’ stata una delle banche con più profitti e meno afflitta dalla crisi finanziaria che devasta il Paese. E’ stata anche una delle poche banche a prevenire la bolla immobiliare evitando di conseguenza di praticare ipoteche spazzatura (i mutui subprime).

Così come scrive Ellen Brown nel suo libro Web of Debt, questa banca pubblica è la diretta responsabile del fatto che nel North Dakota non ci sia stato il deficit di credito che hanno avuto la maggior parte degli stati USA.

E’ questo l’esempio che altri stati stanno pensando d’imitare.

Si sono create così un’ondata di proposte governative che in stati come il Vermont, Virginia, Michigan e Washington cercano di mettere in pratica la realizzazione a tutti gli effetti di queste banche statali.

Tutto ciò in risposta al malessere generale della popolazione che non ne può più dell'odierno sistema bancario e dello spreco di fondi pubblici. Davanti a questo diversi parlamentari hanno proibito che i depositi dello Stato vengano impiegati dalle banche d’investimento (Investiments Banks) che altro non fanno che mettere a rischio il denaro pubblico coi loro investimenti speculativi.

L’altro fatto importante che non ha trovato eco nei maggiori mezzi d’informazione e persuasione spagnoli è l’inizio del sorgere di voci che negli Stati Uniti trovano una grande ricettività nell'opinione pubblica e persino in alcuni settori del Congresso Statunitense, ma non ancora carpiti dalle lobbies bancarie. Tra queste, c’è quella del premio nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, che in un recente articolo su The Nation, dichiarava che i 700.000 milioni di dollari spesi per aiutare le banche, avrebbero dovuto essere utilizzati per avviare una banca pubblica, evitando agli USA l’enorme problema di credito che oggi ha. Secondo Joseph Stiglitz questo capitale poteva significare la creazione di una banca pubblica, dalla quale sarebbe stato possibile realizzare un'attività creditizia di 7.000 milioni di dollari (seguendo così il criterio di sicurezza di 1 a 10, ancora più conservatore di quello di 1 a 30 che è la pratica bancaria più diffusa). Questo importo rappresenta una quantità molto più grande di quella di cui ha bisogno oggi il Paese. Stiglitz conclude nel suo articolo, che l’aiuto alle banche non è stato in realtà un mezzo per facilitare il credito, ma bensì un intervento statale il cui primordiale scopo era quello di salvare banchieri ed azionisti.

Queste notizie che non si sono lette nei più grandi mezzi d’informazione e persuasione spagnoli, sono molto importanti per la Spagna, dato che la stessa domanda dovrebbe essere fatta nel nostro Paese. Perché il governo spagnolo ha investito tanti soldi per riscattare le banche, con scarsi risultati nell’erogazione di credito? La popolazione, così come la piccola e media impresa (coloro che creano più posti di lavoro nel settore privato in Spagna), hanno grandi difficoltà a ottenere credito nonostante il fatto che il governo abbia investito somme enormi in aiuti alle banche. Sarebbe stato molto più efficace e solidale se lo Stato Spagnolo (con i soldi spesi ad aiutare i banchieri e i loro azionisti) avesse creato una banca pubblica, così come so per certo, il Sig. Stiligtz suggerì alle autorità spagnole e che a quanto pare, non ebbero nessuna risposta.

E il fatto di non aver tenuto conto del suggerimento è, ancora una volta, l’esempio lampante dell'importanza di cui godono le banche in Spagna (vera forza di potere nel nostro Paese) con a capo la Banca di Spagna, il cui governatore (nominato dal governo socialista) è il massimo esponente del pensiero liberista, pensiero che ha causato l'enorme crisi in atto, e che ancora oggi domina la cultura economica del Paese. La nazionalizzazione delle banche o la creazione di banche pubbliche è uno dei nostri più grandi tabù, uno dei tanti che abbiamo nella cultura politica ed informativa nel Paese, che dovrebbe sparire per poter consentire un vero e proprio dibattito sulla situazione bancaria spagnola, che contrariamente alla saggezza convenzionale che respira il Paese, avrebbe bisogno di attuare cambi radicali nei sistemi di proprietà, nei sistemi del governo e nelle sue funzioni.

Vicenç Navarro, cattedratico di Politiche Pubbliche. Università Pompeu Fabra. Professore di Public Policy nella The Johns Hopkins University.

Titolo originale: "¿Por qué no banca pública? "

Fonte: http://www.vnavarro.org
Link
16.04.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARISA CRUZCA

martedì 15 marzo 2011

L'Islanda rivoluzionaria

Una nazione minuscola che ha avuto la forza di ribellarsi allo strapotere bancario. Una rivoluzione, che passa anche da un nuovo testo costituzionale, finalizzata a impedire che gli interessi del Paese vengano sacrificati a quelli delle oligarchie della finanza internazionale

di Alessio Mannino




Piccola e dimenticata, l’Islanda ci fa da monito. L’isola solitaria fra il Polo Nord e la Gran Bretagna, appena 300 mila anime, una piccola patria di pescatori, ha osato l’inosabile: ribellarsi alla plutocrazia globale.

Ecco la storia. Alla fine del 2008 la crisi finanziaria si abbatte come un ciclone sugli islandesi, che nell’ottobre decidono di nazionalizzare la banca più importante del paese, Landsbanki. Seguono a ruota la Kaupthing e la Glitnir. I debiti degli istituti falliti sono in gran parte con la City di Londra e con l’Olanda. La moneta nazionale, la corona, è carta straccia e la Borsa arriva a un ribasso del 76%. Il governo conservatore di Geir H. Haarden chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che approva un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici. Le proteste popolari si susseguono in un crescendo che porta alle dimissioni del primo ministro nel gennaio 2009 e a elezioni anticipate nell’aprile successivo. Dalle urne esce vincitrice una coalizione di sinistra, che non riesce a frenare la caduta dell’economia. L’anno si chiude con una diminuzione del 7% del Pil.

Il nuovo esecutivo propone la restituzione dei debiti a Regno Unito e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, somma che pagheranno tutte le famiglie islandesi mensilmente per i prossimi 15 anni al 5,5% di interesse. Nel gennaio 2010 il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiuta di ratificarla e dà soddisfazione al popolo che reclama un referendum sulla questione. Il risultato della consultazione che si tiene a marzo è schiacciante: il 93% dei votanti dice no. La ragione è semplice: perché dover pagare tutti gli effetti di una crisi di cui sono responsabili i banchieri, protetti e coccolati dall’Fmi e dal sistema finanziario che tiene sotto ricatto il paese? La rappresaglia non si fa attendere: l’Fmi congela immediatamente gli aiuti.




Solo a questo punto il governo di sinistra, coi forconi puntati davanti al parlamento, si decide al gran passo: denuncia e fa arrestare i bankers. L’Interpol emana un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. In questo clima da resa dei conti, lo scorso novembre si riunisce un’assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione che rifondi il piccolo Stato islandese sottraendolo allo strapotere del denaro virtuale. Il criterio con cui essa viene eletta vuol dare il segnale di un rinnovamento reale, profondo: si scelgono 25 cittadini senza appartenenza politica tra i 522 che hanno presentato la loro candidatura, per la quale era necessario solo essere maggiorenni ed avere l’appoggio di trenta persone. La nuova magna charta sta per essere presentata proprio in questo periodo.

Nulla si è saputo da noi di questa Rivoluzione d’Islanda. Pacifica ma dura e determinata. A rileggerne i punti fondamentali, nel paragone con l’immobilismo conservatore che vige dalle nostre parti c’è di che farsi venire un brivido lungo la schiena: dimissioni in blocco di un governo, nazionalizzazione delle banche, referendum perché il popolo decida sulle decisioni economiche fondamentali, carcere per i responsabili della crisi, riscrittura della costituzione da parte dei cittadini. L’unica ombra che grava sul corso politico dell’isola è la richiesta di ingresso nell’Unione Europea. Perché voler buttare nel gelido mare del Nord tutto il magnifico lavoro fatto finora, esempio per gli uomini liberi d’Europa, per aderire a un superstato controllato da banchieri e manager delle multinazionali? Perché i fieri islandesi non provano a perseverare nella retta via, imitando i loro ovini e cavalli, lasciati liberi di in ampi pascoli senza recinti e senza cani da guardia?

Alessio Mannino

Tratto da: www.ilribelle.com

domenica 28 novembre 2010

IL PIU' GRANDE CRIMINE - Paolo Barnard



"Sono milioni, furono milioni. Vissero così e vivono oggi così non per destino di natura, ma per una decisione presa a tavolino da coloro che fra poco conoscerete. Dovevano soffrire, devono soffrire, a milioni, perché dovevano vivere nel bisogno, nella carenza istituzionalizzata, dovevano lavorare come schiavi, avvelenarsi il vivere e consumarsi nell’invidia dei privilegiati. Poi morire. Così li avrebbero
neutralizzati. Fosse anche per le poche vite citate qui sopra, i mandanti di un simile crimine, nella realtà esteso a tutto il mondo occidentale, dovrebbero essere processati in una nuova Norimberga. Ma ciò che hanno ordito è persino peggiore di quanto vi ho appena accennato. E’ di sicuro il Più Grande Crimine dal dopoguerra a oggi in Occidente. Eccolo."

http://www.paolobarnard.info/docs/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf

venerdì 21 agosto 2009

AZIONE E REAZIONE


Recentemente, in un interessante documentario sulle organizzazioni criminali nate all’interno delle carceri americane, ho sentito una frase che mi ha fatto riflettere. Parlando dei continui scontri tra detenuti di organizzazioni rivali, una guardia carceraria ha detto che, in effetti, quegli scontri non potevano essere evitati in quanto loro, le guardie, potevano solo reagire alle azioni dei detenuti intervenendo a fatto compiuto, dato che la reazione è più lenta dell’azione.

Questa semplice osservazione, riferita al continuo impegno di molti per creare quello che, con molta presunzione, potremmo definire un “mondo migliore”, mi ha fatto pensare che stiamo agendo nel modo sbagliato. Infatti, l’attività di chi, come me, guarda con occhio critico gli eventi che ci circondano, è in genere quella di reagire a delle azioni messe in atto da altri.
Alla luce dell’osservazione fatta dalla guardia carceraria ho capito che in questo modo non cambieremo mai niente, in quanto le nostre azioni saranno sempre successive a quelle altrui, diventando quindi delle reazioni.
L’insegnamento che penso di aver tratto da quel documentario è il seguente: se vogliamo veramente cambiare le cose dobbiamo iniziare ad agire noi in primis e non più limitarci a reagire alle azioni altrui. In questo modo costringeremo i nostri “avversari” a reagire alle nostre azioni, guadagnando quel vantaggio che ogni giocatore di scacchi sa bene appartenere al “bianco”…

martedì 30 giugno 2009

IL PAESE DELL'UTOPIA (Giacinto Auriti) - CONTRIBUTI SULLA MONETA

CONTRIBUTI SULLA MONETA

1) Note di filosofia del valore
Lo spazio coincide solo col presente, tutto il resto è tempo

Tutte le scuole di scienze sociali ed economiche si sono trovate finora nella impossibilità di realizzare una seria indagine scientifica perché mancavano dei presupposti di filosofia del valore assolutamente indispensabili per conoscere e definire l'oggetto stesso della loro ricerca.

Poiché ogni serio procedimento scientifico, libero dalle banali e gratuite costruzioni del pragmatismo empirico, muove dalla precisazione di un postulato iniziale la cui veridicità può essere solo constatata e non dimostrata, noi assumiamo il postulato che il valore è un rapporto tra fasi di tempo. Così ad es. la penna ha valore perché si prevede di scrivere, il coltello ha valore perché si prevede di tagliare, la moneta ha valore perché si prevede di comprare ecc. Sicché il valore è il rapporto tra il momento della previsione ed il momento previsto.

Posto che il tempo è l'io che si pone come realtà in quanto capacità in atto di ricordare, constatare e prevedere, potrebbe sembrare, a prima vista, che non esiste una dimensione oggettiva del tempo perché coincidente con l’io pensante. Ci si rende conto invece che esiste il tempo oggettivo purché si tenga conto del fondamentale principio ermeneutico della precisazione del punto di osservazione della realtà fenomenica. Poiché la costante del tempo è il presente che è l'io pensante nella sua continuità vitale, il punto di osservazione della realtà è l’io presente. Il momento ricordato e quello previsto non sono ovviamente il presente: sono tempi pensati e non pensanti. La realtà oggettiva del presente è lo spazio. Lo spazio infatti, coincide solo col presente. Tutto il resto è tempo. L'io presente del tempo monetario è il portatore della moneta che è il punto di osservazione che ne consente la valutazione oggettiva spaziale (che è il possesso del simbolo) e temporale (che è la previsione di poter comprare).

Sicché, quando i monetaristi pretendono di definire il valore come una proprietà della materia – ad es. il valore intrinseco dell'oro come una proprietà del metallo - cadono nell'insanabile errore di considerare il valore nella dimensione dello spazio e siccome abbiamo evidenziato che il valore è sempre una previsione cioè una dimensione del tempo, cadono nell'assurda pretesa di andare alla ricerca del valore dove non c'è. Anche l'oro ha valore per convenzione, cioè per la previsione della accettazione altrui come condizione della propria accettazione, come misura del valore e valore della misura. Ognuno è infatti disposto ad accettare moneta contro merce perché prevede di dare a sua volta moneta contro merce. Anche nell'oro, tradizionalmente utilizzato come simbolo monetario si è verificato il fenomeno dell'induzione giuridica. L'oro, come ogni moneta pur se costituita da simboli di costo nullo, è una fattispecie giuridica perché di valore meramente convenzionale.

Ciò posto, appare evidente che la materia prima per fabbricare moneta è la medesima che serve per fare fattispecie giuridiche e cioè forma e realtà spirituale, ossia simbolo e convenzione monetaria. Poiché le possibili forme del diritto sono: scritto, parola, comportamento (è il caso della moneta merce il cui valore nasce per il ripetersi costante del comportamento concludente della accettazione), pubblicità e luce (come il verde e rosso dei semafori sono forme di un “dover essere” giuridico, così le luci dei computer sono diventati “simboli monetari”), sono anche le possibili forme della moneta.

Solo su queste premesse si può porre la distinzione fondamentale tra fisiologia e patologia del valore come presupposto di tutte le categorie scientifiche in cui il ricercatore deve avere la piena consapevolezza che la sua capacità conoscitiva è normale nel coordinamento organico e contestuale della dimensione temporale e spaziale.

Il giudizio di valore è normale solo se si distingue il momento strumentale oggettivo, dal momento edonistico soggettivo. Ciò significa che il giudizio di valore è normale solo se si basa su una concezione dualistica di filosofia della conoscenza che distingue tra soggetto ed oggetto.

Il momento strumentale è il momento oggettivo del valore perché è il momento oggettivo del tempo. Il momento edonistico è il momento soggettivo del valore perché è il momento soggettivo del tempo. Esso coincide sempre col presente, cioè con l'io pensante.

Il giudizio di valore è anormale quando si confonde il momento strumentale con quello edo-nistico cioè quando, in applicazione della concezione monistica di filosofia della conoscenza che riduce la realtà all'idea della realtà, si confonde l'oggetto col soggetto e quindi il momento stru-mentale, oggettivo con quello edonistico, soggettivo.

La conseguenza macroscopica di questa deformazione del giudizio di valore è il fenomeno della
personificazione della strumento che ha determinato nel diritto societario la sconvolgente malattia culturale della c. d. soggettività strumentale per cui la società non è considerata come l'insieme dei soci legati dal rapporto organico, ma come concetto senza contenuto umano: vero e proprio fantasma giuridico.

Il vero ed inconfessabile scopo della strategia culturale che ha concepito e realizzato il fenomeno della soggettività strumentale, è stato consentire alle società strumentalizzanti la mostruosa rappresentanza organica del momento edonistico del valore, che è il capitalismo.
Come dire che mentre il popolo assume la funzione di avere fame, il governo assume quella di mangiare in rappresentanza del popolo. L'esperienza storica del razionalismo hegeliano ci ha insegnato che il monismo è stato strumentalizzato per confondere l'oggetto col soggetto, cioè l'Io col non Io, ossia l'Io col Tu e il mio col tuo, perché il tuo possa diventare mio. Ecco perché Hegel è il filosofo del capitalismo.

Ridotto il concetto di società a strumento, cioè a concetto senza contenuto umano la conseguenza ineluttabile è stata la sostituzione della regola del servirsi a quella del servire (proprio della società organica e del diritto naturale) perché è ridicolo pensare che si possa servire uno strumento. Conseguentemente si è sostituita all'etica naturale del conviene essere giusti, l'etica economicistica: è giusto quello che conviene.

L'interesse sociale non può qui coincidere con quello dei soci perché la “società strumentale” non è “i soci”. Si maschera così sotto la parvenza di interesse sociale quello di un fantasma giuridico che altro non è che il paravento delle grandi mangiatoie delle società strumentalizzanti. Ecco perché con l'avvento delle soggettività strumentali, si sono vissuti e si vivono necessariamente solo tempi di decadenza perché comandano i peggiori. Ridotta infatti la realtà all'Io pensante non si ammette altra utilità che l'utilità dell'Io e conseguentemente si riduce l'utilità ad egoismo.

Su queste premesse si spiega il fenomeno di tangentopoli che non può essere considerato come occasionale aumento statistico di delinquenza politica, ma come segno dei tempi. È la proiezione storica della grande malattia culturale del monismo hegeliano.

Gli strumenti utilizzati per l'instaurazione della mostruosa rappresentanza organica del momento edonistico del valore sono essenzialmente gli stati costituzionali (sia liberali che socialisti), le banche centrali, le società anonime e le multinazionali.

Poiché il godimento dei beni si realizza praticamente nel diritto di proprietà - che è appunto “godimento dei beni giuridicamente protetto” – il capitalismo ha realizzato l'espropriazione dei popoli o con la norma costituzionale degli stati socialisti nel capitalismo di stato, o con la moneta nominale (che è moneta debito perché emessa in prestito dalle banche centrali) nel capitalismo usurocratico degli stati liberali, o col conferimento del capitale nelle società anonime in cui si trasforma il socio da proprietario in azionista, cioè creditore di un credito inesigibile pari a tutto il capitale conferito.

In tutte queste fattispecie, il comun denominatore è che la proprietà diventa apparentemente di un fantasma giuridico, sostanzialmente delle società strumentalizzanti: la nomenclatura
negli stati socialisti, la massoneria in quelli liberali, il sindacato di maggioranza del pacchetto azionario (che non ha nulla a che fare con la maggioranza degli azionisti) nelle c. d. società di capitali: essenzialmente banche e multinazionali.

Su queste premesse ci si rende conto che la collettività umana vive oggi in un sistema che ha le prerogative dell'allevamento di bestiame e non quelle della società degli uomini. Ciò è stato possibile perché si è realizzata una strategia di dominazione mediante una cultura iniziatica basata su principi di etica economicistica di stampo hegeliano.

Solo su queste premesse è possibile spiegarsi perché, contestualmente alla nascita della moneta nominale, le banche sono state tutte concepite come soggettività strumentali. Con la Banca d'Inghilterra (1694) si è realizzata infatti la mostruosa rappresentanza organica del momento edonistico del valore trasformando i popoli da proprietari in debitori del proprio denaro perché si è costituita e consolidata la regola di consentire alla banca di emettere moneta solo prestandola. Ed ove si consideri che la somma delle unità di misura monetarie incorpora un valore, cioè un potere d'acquisto pari a quello di tutti i beni reali misurati o misurabili nel valore, questo valore specularmente duplicato può assumere o il segno positivo della proprietà - ed in tal caso raddoppia la ricchezza dei popoli - o il segno negativo del debito che precipita i popoli nell'angoscia dell'insolvenza ineluttabile. Quando infatti la Banca centrale emette moneta prestandola - come oggi avviene - carica il costo del denaro del 200% perché espropria ed indebita la collettività del suo denaro, peraltro con l'ulteriore aggravio degli interessi.

Non a caso la trasformazione dei popoli da proprietari in debitori del proprio denaro (mediante la sostituzione della moneta d'oro con la moneta nominale) si è verificata contestualmente a due soggettività strumentali (basate sull'etica economicistica del servirsi in luogo del servire): stato
costituzionale e banca centrale.