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lunedì 25 febbraio 2013

Discorso all'Umanità - José Mujica - Rio+20



José Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay: un mito



Un mito. Non so definirlo altrimenti. José Pepe Mujica è un mito. In un mondo in cui la gente si scanna per il potere, per l’accumulo di beni materiali, lui, Presidente dell’Uruguay, si trattiene solo 485 dollari dello stipendio per vivere e destina gli altri 7500 alla beneficenza. Vive di poco, anzi di pochissimo, in una vecchia fattoria senza neppure l’acqua corrente, ma solo l’acqua del pozzo. È vegetariano, è sposato, ha un cane. Se non fosse per due energumeni che gli montano la guardia all’inizio della proprietà, nessuno potrebbe immaginare che lì ci vive il presidente della nazione. Alla BBC ha dichiarato “Mi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”. Mujica ha un passato di sinistra nei Tupamaros, un famoso gruppo di combattenti che si ispirava negli anni sessanta-settanta del secolo scorso alla rivoluzione cubana. Per la sua fede ha trascorso 14 anni in carcere.

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica ed il nostro comunista migliorista Napolitano, che vive al Quirinale e guadagna 239.192 euro all’anno, aumentati di 8.835 euro nell’anno in corso?

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica, che ha rischiato la vita e conosciuto la galera e che dichiara che un politico dovrebbe vivere come la maggioranza dei propri concittadini, con i nostri ex comunisti ed attuali neoliberisti D’Alema, con il suo yacht ormeggiato a Gallipoli, o Fassino, sindaco della città più indebitata d’Italia, con il suo reddito imponibile (anno 2010) di 126.452 euro?

Sì, avete ragione, è qualunquista. Scusatemi. Ed allora veniamo al mio campo: l’ambiente. Mujica ha pronunciato a braccio alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012, un discorso rivoluzionario, come solo i grandi uomini sanno pronunciare, in cui ha denunciato l’assurdità del mondo in cui viviamo. Questi alcuni passi del suo discorso: “Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più. Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!”

Esattamente quello che la saggezza suggerirebbe agli uomini: l’attuale modello di vita occidentale è sbagliato. Ma non bisogna cambiarlo perché un giorno neanche tanto lontano porterà all’estinzione dell’intera umanità: e chissenefrega, tutte le specie nascono e muoiono. Bisogna cambiarlo perché non porta la felicità oggi, in questo momento.

Ovviamente, il discorso del grandissimo José Pepe Mujica non ha avuto quasi risonanza sui media. Forse perché andava controcorrente rispetto a quanto pensano e dicono i grandi della Terra, controcorrente rispetto a globalizzazione e sviluppo? Ops, scusatemi, sono di nuovo caduto nel qualunquismo.


Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/07/jose-pepe-mujica-presidente-delluruguay-mito/462971/

giovedì 14 febbraio 2013

Giulio Sapelli - Attualità e Futuro

L'intervento integrale al convegno "La Cooperazione per un mondo migliore" di Riva del Garda del professor Giulio Sapelli, ordinario di storia economica all'Università degli Studi di Milano.

mercoledì 13 febbraio 2013

Come sarà il capitalismo cinese?

Jinping, il nuovo Segretario del partito comunista cinese, ha fatto il suo primo viaggio ufficiale dopo la nomina a Shenzen, città industriale, trasformata in zona economica speciale nel 1980, simbolo della trasformazione del Paese e laboratorio delle riforme verso il mercato. Il gesto ha una forte valenza simbolica, in marcato contrasto con il suo predecessore Hu Jintao che inaugurò invece la propria leadership con una gita a Xi Baipo, una delle basi rivoluzionarie di Mao.
Oltre i simboli, non è chiaro quale sarà la direzione di marcia che verrà impressa dal nuovo leader. La Cina è ormai giunta a una fase cruciale nell'evoluzione della sua peculiarissima "economia di mercato socialista". Per quanto il 70% del suo prodotto interno lordo sia riconducibile al settore privato e gli stimoli del mercato pervadano tutto il Paese, in realtà il loro moto è ancora tenuto a briglia stretta dal Partito, che controlla gran parte delle leve economiche. Lenin sosteneva che nelle economie di mercato le vette del processo decisionale erano nelle mani dei capitalisti e nelle economie socialiste in quelle del Partito. La Cina è riuscita a fare un frullato denso e indistinguibile di questi due sistemi di governo. Ma probabilmente nei prossimi anni dovrà separarne i composti. Un lavoro molto esaustivo condotto dal National Bureau of Economic Research americano e dall'Institute of Economics and Finance di Hong Kong, coordinato da Joseph Fan e Randall Morck, ha setacciato tutti i nodi cruciali del sistema economico cinese per identificare dove siano in effetti collocate le leve del comando. Il libro parla soprattutto di governance e di regole e analizza i processi decisionali nelle aziende grandi e piccole, la finanza, la regolamentazione dei mercati, l'accumulo di risparmi delle famiglie e delle imprese. E conclude appunto che il ruolo dello Stato è ancora essenziale.
Ad esempio il Partito Comunista Cinese gestisce tutte le nomine del management di alto livello nelle banche, nelle aziende di Stato e in molte società private, oltre che, naturalmente, nelle agenzie di regolamentazione. La carriera di un giovane brillante può alternare posizioni nel business e nell'amministrazione pubblica. Questo avviene anche negli Stati Uniti e in Europa. Ma diversamente dall'occidente, in Cina la progressione professionale dipende di fatto da un unico organismo e dunque dalle dimostrazioni di lealtà verso il partito. I francesi definiscono questo processo pantouflage, sciabattare, ossia come passare da una stanza all'altra di casa, una processo molto interno senza visibilità, regole e controlli. La forza del sistema cinese è che la carriera comunque si fonda sul merito, ma è una selezione che per quanto severissima non sempre riflette le direzioni del mercato.
Se poi consideriamo le imprese quotate sulla borsa cinese, secondo lo studio del National Bureau, circa due terzi di queste sono a controllo pubblico. Il rimanente terzo è fatto da un mix di imprese private o filiali delle stesse imprese pubbliche. A prescindere dall'azionista di riferimento, tutte queste società hanno una governance strutturata a tre livelli. Un board duale alla tedesca (consiglio di gestione e sorveglianza) e un comitato del Partito comunista, guidato da un segretario. Il comitato svolge un ruolo importantissimo in tutte le decisioni strategiche e può revocare le decisioni dell'amministratore delegato e dei consigli di amministrazione.
Ovviamente una grandissima parte del l'economia cinese è fatta di piccole e medie imprese non quotate, dove la proprietà privata è molto più diffusa. Ma anche in queste i fili di controllo del partito sono presenti, anche se in modo più blando. Comunque sia, ciascuna impresa opera poi in un sistema di regole, con autorità e leggi spesso poco trasparenti e poco allineate con il mercato. Ad esempio il codice di Corporate Governance è disegnato su standard occidentali, ma la nomina e le carriere dei giudici ancora una volta dipendono dal Partito che ha anche la facoltà di rovesciare le decisioni dei tribunali.
Ora il peculiarissimo frullato di mercato sociale cinese è stato certamente una formidabile ricetta di sviluppo e di transizione non traumatica. Ma non è chiaro come debba evolvere per il futuro. Non bisogna infatti dimenticare che la Cina è ancora un Paese a reddito medio basso. Per quanto diverse stime prevedano che il prodotto interno lordo supererà gli Stati Uniti nel 2015, questo deve essere diviso per un miliardo e trecento milioni di persone. Il reddito pro capite è oggi pari a circa 3.700 dollari (a parità di potere d'acquisto), contro i 46mila dell'America e i 17mila della Corea del Sud. La Cina, dunque, sarà presto la più grande economia del mondo, rimanendo un Paese a reddito medio basso. E dunque, paradossalmente, il suo mercato sociale, se ancora tale, sarà il sistema istituzionale nazionale più importante del pianeta.
In realtà, più l'economia cresce e diventa complessa, più saranno necessari sistemi di controllo decentrati. Diversi economisti sottolineano come i Paesi emergenti abbiano bisogno di meno leader di azienda veramente capaci e innovativi di quanto non sia necessario a sostenere la crescita delle economie mature. Le operazioni economiche da mettere in atto, le attività di impresa sono più semplici e si possono basare su tecnologie e procedure importate. Quando la Cina avrà raggiunto la Corea del Sud la riproduzione di attività già pronte e definite non sarà sufficiente. Bisognerà innovare, mettere a punto prodotti di qualità superiore in molti settori e per farlo ci vorrà capitale, un sistema che premi la creatività e si possa permettere di far scomparire attività inefficienti.

Insomma più mercato e meno sociale, il frullato dovrà a poco a poco cambiare colore. La sostenibilità dello straordinario sviluppo del Paese dipenderà dal successo di questa transizione. Detto questo come il mercato sociale cinese si è dimostrato un esperimento istituzionale totalmente innovativo, è molto probabile che anche la sua evoluzione in chiave occidentale ci riserverà sorprese e soluzioni che ancora oggi non siamo in grado di prevedere.
barba@unimi.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Capitalizing China, a cura di Joseph
P.H. Fan e Randall Morck, The University of Chicago Press e Nber, pagg. 402, $ 110,00


Tratto da: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-23/come-sara-capitalismo-cinese-081851.shtml?uuid=AbxZGcEH

martedì 29 gennaio 2013

giovedì 13 settembre 2012

Cooperative News eBook - Co-operatives build a better world through Food

Find out how Co-operative Enterprises Build a Better World in a series of free eBooks that show how co-operatives provide an ethical alternative for business across the world.

To celebrate the International Day of Co-operatives (July 7, 2012), the first eBook tackles food security and how the sector from smallholder farmers through to multi-billion dollar organisations is working to provide key commodities for the global population.

Visualizza e scarica il PDF

giovedì 23 agosto 2012

La crisi economica, Marx e la Dottrina sociale della Chiesa

Il prof. STEFANO ZAMAGNI parla di limiti del capitalismo finanziario. ecco la sua intervista rilasciata alla giornalista Fausta Speranza

In questo momento di seria crisi economica, su alcuni organi di stampa compaiono commenti che a diverso titolo richiamano Karl Marx, in particolare le critiche dell’economista dell’800 al capitalismo. Alcuni sottolineano le sue previsioni del collasso del sistema capitalistico, altri soprattutto le sue fortissime critiche al mondo bancario. Delle osservazioni di Marx, dei limiti del capitalismo ma anche del contributo della dottrina sociale della Chiesa, elaborata da Leone XIII fino alla Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, Fausta Speranza ha parlato con l’economista Stefano Zamagni:

R. – Di fronte alle indiscutibili aporie e all’inadeguatezza del capitalismo, ci sono due atteggiamenti. L’uno, è quello di Marx e di altri che hanno seguito la sua guida, e che dice: “Il capitalismo va abbattuto”. L’altra posizione è quella di chi dice: “Il capitalismo è un sistema economico che ha una sua dinamica, che ammette l’evoluzione”, e quindi ammette di essere superato, più che abbattuto. Questa, ad esempio, è la posizione della Dottrina sociale della Chiesa.

D. – Parliamo un po’ di alcuni limiti del capitalismo che si evidenziano in particolare oggi, con questa crisi che abbiamo …

R. – Tre sono i limiti. Il primo è quello dell’aumento endemico-sistemico delle disuguaglianze sociali; il secondo limite è proprio la negazione del concetto di limite e soprattutto del limite delle risorse ambientali, energetiche eccetera. E questo oggi ha svelato il lato tragico, perché la tematica ambientale è sotto gli occhi di tutti. Il terzo limite è quello che riguarda la relazione tra l’area dell’economico, cioè del mercato, e l’area del politico: questo è un punto su cui la Caritas in veritate ha scritto e ha detto parole veramente illuminanti. E cioè l’Encliclica di Benedetto XVI ha spiegato che il capitalismo tende a fagocitare anche la sfera politico-democratica. In altre parole, la logica capitalistica va a modificare le relazioni che prevalgono dentro la sfera democratica. E questo è un problema serio.

D. – Sicuramente si rimette al centro la persona: è così? E’ questo che lei dice non da teologo ma da economista…

R. – Esatto, è chiaro. Però bisogna dire bene; bisogna dire persona umana. Perché? Perché anche altre correnti di pensiero parlano di persona per significare l’individuo isolato oppure per significare il soggetto che è parte di una collettività. Quella della Dottrina sociale della Chiesa è la prospettiva del personalismo, che rifiuta sia l’individualismo sia il comunitarismo. L’individualismo vede solo l’individuo; il comunitarismo vede solo il collettivo, la classe, eccetera...

D. – Adesso parliamo – come dire – di un sintomo, e cioè la crisi della bolla finanziaria e la crisi del sistema bancario. Tornando a Marx, leggiamo che definiva i banchieri "banditi" oppure "classe di parassiti". Senza pensare a questi termini, ma c’è qualcosa di sbagliato nel sistema?

R. – E’ chiaro che la crisi finanziaria ha avuto come suo detonatore la bolla immobiliare nella forma del subprime in America, della speculazione immobiliare in Paesi come la Spagna, eccetera. Però, attenzione: questo è il sintomo di un fenomeno più profondo. La crisi di cui stiamo parlando ha radici profondissime che sono nella perdita del concetto di persona umana e nell’esaltazione dell’avidità o – come qualcuno l’ha chiamata – l’esaltazione della società obesa. L’obeso è uno che mangia non perché abbia necessità di soddisfare un bisogno ma per un’affermazione del proprio io sugli altri. E’ esattamente la conseguenza di quanto dicevo prima, cioè della separazione tra mercato e democrazia. La crisi è incominciata nel momento in cui la democrazia ha subito un vuoto politico. C’è una grave responsabilità della classe politica tutta, - occidentale e soprattutto anglosassone – nell’aver abdicato al proprio ruolo che è quello di indicare la via per il bene comune e aver lasciato fare al mercato speculativo. Poi, questo lasciar fare ha preso – nel caso concreto – la via del subprime. Però, attenzione a non confondere, appunto, lo strumento, in questo caso il subprime, con la natura profonda di questa crisi.

mercoledì 22 agosto 2012

Banca Etica alla Conferenza delle “Community Development Credit Unions” di Atlanta

di Tiziano Barizza, responsabile IT Banca Etica.

Banca Etica è invitata a partecipare ai lavori della Conferenza annuale delle CDCU e a presentare la propria esperienza, con particolare riguardo alle relazioni della banca con il mondo cooperativo, nell’anno internazionale delle cooperative.

Si decide che sia io a partecipare, coadiuvato da Dedagroup Spa, nostro fornitore di sistemi informativi e co-sponsor dell’evento.

I lavori iniziano mercoledì 13 e terminano sabato 16 giugno, ma c’è anche lo spazio di un pomeriggio per una visita alla città sorniona e ordinata.

Le CDCU sono delle banche, ma che non vogliono essere chiamate tali: “ le banche – sostengono – sono quelle che hanno provocato i disastri finanziari americani, noi lavoriamo con le nostre comunità, per le persone più povere”.

In effetti i lavori della conferenza sono incentrati su “come servire gli underserved”, i non-bancabili. Uno dei temi fondamentali è come riuscire a continuare a concedere credito a queste fasce di persone, per le loro esigenze ordinarie e per le loro attività economiche, in un contesto di situazione economica e finanziaria sempre peggiore.

Quando chiedo “con quali strumenti provvedono alla raccolta del risparmio necessario” la risposta è molto netta: “lavoriamo con comunità che hanno bisogno di soldi, hanno bisogno di credito, il loro risparmio è marginale”. Questa è la ragione per cui la maggior parte delle risorse da destinare al credito proviene da fondi istituzionali, fund raising e donazioni diffuse. Ma di questi tempi non è facile raccogliere fondi nemmeno negli Stati Uniti, che da sempre sono inclini alla donazione.

Nello spazio che mi è stato riservato nel corso della conferenza, presento l’esperienza ed i principi istituzionali e operativi di Banca Etica. Ne sono emotivamente ripagato con ringraziamenti generosi, ma soprattutto con scambi reciproci di condivisione ed uniformità di principi ed obbiettivi, con manifestazioni di gratitudine perché “non si sentono soli”. Ci sono altri che lottano in questa battaglia e che sono disposti a scambiare le loro esperienze ed i loro problemi.

Si parla di cooperative, di metodi di lavoro, di esperienze italiane. E la diversità culturale emerge in tutta la sua evidenza tra mondi ai due lati dell’oceano.

L’esperienza cooperativa sta facendo breccia negli Stati Uniti, sta portando risultati ed opportunità, ma propone ed impone anche una sfida culturale, in un mondo ispirato principalmente alle capacità ed ai risultati personali ed individuali.

Il momento di crisi internazionale però, come ogni fase di difficoltà, porta in sé i germi del cambiamento, per le CDCU come per Banca Etica. Due mondi a confronto che devono trovare al proprio interno le soluzioni per continuare a vivere e ad operare, ma sono obbligati oramai a guardare ‘al di fuori’, preservando comunque la propria specificità.



tratto da: http://www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-etica-alla-conferenza-annuale-della-federazione-delle-%E2%80%9Ccommunity-development-credit-unions%E2%80%9D-di-atlanta/?utm_source=Non+Con+I+Miei+Soldi!+Newsletter&utm_campaign=4f2ef55215-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email

mercoledì 15 agosto 2012

Bisogna sporcarsi le mani - Paolo Barnard

"L’economia mi annoia, è un peso sullo stomaco, è grigia, è persino squallida in talune istanze. Ma oggi mi occupo solo di quella, come un forsennato. Ecco perché.

Io sono un uomo che fu segnato da un destino: non essere indifferente all’ingiustizia, alla crudeltà, alla sofferenza che entrambe generano. A poco più di vent’anni partii per la mia guerra al male. E fin lì tutto era ok. Oggi ho 54 anni. Per quasi un quarto di secolo la mia guerra fu tutta sbagliata. Non per colpa mia. E’ un fatto istintivo che quando ci si schiera dalla parte del bene si è buoni, e si fanno le cose buone, belle. Cioè, amare, soccorrere, indignarsi, darsi agli altri, esaltare la compassione, incitare la solidarietà, e mischiarsi ai tuoi simili buoni e belli, le ‘belle anime’.

E allora ci furono gli anni di Amnesty e della lotta alla tortura nel mondo, l’incontro coi sopravvissuti del Cile e della Turchia. I tavolini in città per le firme. Poi lo slancio per la Palestina, in piazza coi compagni e i reportage per smuovere il pubblico contro i crimini sionisti. Nel frattempo ci si infilavano giorni e notti con i disagiati sociali e i senza dimora, lotte nelle strade, cosa incredibili per essere accanto a quelli che nessuno vuole. Che amicizie, che episodi da groppo in gola, cose, volti, momenti ben oltre la poesia, altro che poesia. L’Aids mieteva i miei coetanei, scoprivo la disumanità degli ospedali e del rapporto con la morte e i morenti. Anni di fianco a loro, anche qui, scontri feroci con sindaci, amministratori e primari, e di nuovo, fiumi di vita che nessun film saprebbe mai raccontare… i miei medici ammalati… Incrocio Padre Alex Zanotelli, Don Arrigo Chieregatti, gli uomini di Dio ‘illuminati’, le marce della pace, la denuncia del debito che uccide l’Africa, sì al commercio equo solidale, io, Paolo Barnard di Report, ci metto la faccia e la telecamera, ce la faremo!, ora c’è anche Don Ciotti con noi, e Grillo. Ma anche Gherardo Colombo di Mani Pulite, insieme, alle conferenze, siamo carisma liquido e la gente fiocca a noi. Io contro la Guerra al Terrorismo, la mia ricerca negli archivi segreti straccia il velo che copre le sembianze ributtanti dall’Amico Americano. Gherardo porta il rispetto delle regole e la Costituzione ai bambini, ai pensionati, con una serenità che muove il cuore. Bello eh?

Inutili poveri sciocchi, tutti noi, io, me, loro. Scoprirlo dopo tanta vita e impegno fu tragico per me.

Chi è il Vero Potere? Nessuno di noi lo sapeva, neppure lontanamente. Dove sta? Cosa fa? Perché esso non si cura mai, mai, mai, mai e neppure per mezzo istante di ciò che tutto quel mondo così bello e buono fa, farà e ha sempre fatto? Risposta: perché siamo anime belle che danzano armati di tanta aria, carta velina, colori, sospiri, pensieri, tramonti, lacrime, stelle filanti, stelle cadenti e fuochi fatui. Ma anche avessimo i partiti, i parlamenti, le televisioni, la polizia, i palazzi, saremmo ugualmente innocui per loro. Loro sanno che tutto è innocuo al mondo per loro, tranne una cosa. Tranne UNA, che “annoia, è un peso sullo stomaco, è grigia, è persino squallida in talune istanze”. L’economia. Tranne l’economia. Quella la temono, e il terrore che il Vero Potere cova in segreto è che l’economia gli scappi dallo scrigno e si sparga per le strade, dove la gente la potrebbe raccogliere, guardare dapprima come un coso alieno, poi magari capirla, aiutati da qualcuno, e magari dominarla, e sì!, DOMINARLA, USARLA, E DIVENIRE I VERI PADRONI DEL MONDO E DEI PROPRI DESTINI. Noi, la gente. Di questo e solo di questo hanno il terrore i padroni del mondo. Noi, quelle belle anime, non l’avevamo capito. Non avevamo compreso che l'economia data o sottratta decide ogni singola vita umana su questo pianeta come null'altro può deciderla.

Lo compresi finalmente. Se voglio davvero, ma DAVVERO, salvare il mondo dalla sofferenza e dalla crudeltà io devo sporcarmi le mani con quella cosa grigia, tecnica, fredda come la morte, pesante, che si chiama economia. Non c’è altra strada. Addio groppi in gola, serate fra compagni, occhi lucidi nel pubblico, addio fiumi d’amore spendibili subito, colori e feste dei giusti, addio a voi tutti anime belle, il volto di questo giornalista giacobino è ora la faccia di chi scandisce percentuali di PIL e Bilanci Settoriali. Ho dovuto sporcarmi le mani, e devo continuare a farlo. Se vogliamo salvare l’amore, la democrazia, la dignità anche fra le mura familiari, i poveri, l’Africa, le leggi, i diritti costituzionali, e i sofferenti, se vogliamo fermare il mostro globale del potere di pochi sullo strazio o sull'apatia di miliardi di altri, dobbiamo dominare l’economia e con essa sporcarci le mani 24 ore su 24.

Non c’è nulla al di sopra, è il punto d’arrivo di qualsiasi lotta per l’umanità del vivere, tutto ciò che gli sta sotto, o di fianco, o da altre parti è inutile. E io oggi sono qui."

sabato 28 luglio 2012

Cooperazione: un modello attuale e credibile

Due giorni per approfondire il modello cooperativo. E per riflettere sulla sua attualità. Riva del Garda ha ospitato il convegno sulla cooperazione nell’anno internazionale proclamato dall’Onu. Una visione del mondo che ha ancora molto da dire alla società in crisi economica e di valori.

di Walter Liber


La cooperazione come risposta ai fallimenti del mercato e alle crisi della società? Scordatevelo, non è di questo che si è parlato a Riva del Garda. No al modello che vorrebbe la cooperazione correre in aiuto alle società di capitale che licenziano ai primi segnali di crisi, no ad una cooperazione emarginata a fare da supplenza per i periodi critici, e magari tornare nell’oblio quando le cose vanno bene.
Sì invece ad una cooperazione che interpreta con lucidità, innovazione e responsabilità una società alla ricerca di nuovi valori ed orizzonti, che si interroga sul proprio modello e ridefinisce la propria missione.
In realtà anche la crisi di cui stiamo vivendo le fasi più drammatiche ci insegna che serve una visione nuova del vivere civile, del fare impresa, dell’essere in rapporto con gli altri. “L'impresa capitalistica da sola non ha futuro, serve la diversità”, ha detto lo storico dell’economia Giulio Sapelli, uno dei relatori di punta al convegno di Riva. “Le società non stanno insieme sui conflitti, serve l'amore gli uni per gli altri.
Il bene comune consente al mercato di funzionare, lo tempera. Le società funzionano bene se hanno una economia polifonica”.
Lo hanno spiegato bene illustri studiosi che si sono avvicendati sul palco. Mauro Magatti, preside di Sociologia alla Cattolica di Milano, non nasconde che “i livelli di diseguaglianza sono aumentati in tutti i paesi occidentali. È come se le economie mature avessero segato il ramo su cui erano sedute”. Veniamo fuori da un ventennio in cui i tecnicismi ci hanno abituato ad avere tutto. La finanza che correva dietro ai debitori ha provocato alla fine la bolla immobiliare negli Stati Uniti, quando i debitori non sono più riusciti a pagare i loro debiti. Con le conseguenze a tutti note.
E allora, come si fa a tenere su l'economia e ripagare il debito nello stesso tempo? Di nuovo Magatti: “la solidità della crescita economica passa attraverso lo sviluppo di una comunità. Occorre delineare un nuovo orizzonte di senso, sapendo che la crescita della società non può significare espansione. Essere competitivi è una condizione necessaria, ma non può essere la motivazione”.
Centrale sarà sempre di più il tema delle alleanze. Occorre individuare, oggi nuove categorie di beni da mettere accanto a quelli materiali: ad esempio l'ambiente, la qualità della vita, i beni relazionali. Tanto spazio che è ancora inesplorato, e sui cui la cooperazione ha molto da dire.
Un economista tra i più convinti della validità del modello cooperativo come Stefano Zamagni ha spiegato molto bene a quattrocento studenti trentini la specificità cooperativa rispetto all’impresa capitalistica.
“il capitalista massimizza il profitto, il cooperatore condivide i fini. Nell’azione comune ognuno mantiene la titolarità delle proprie azioni, di cui è responsabile”.


La (bio)diversità cooperativa, un valore

“La filosofia cooperativa è moderna e post moderna – ha ricordato il direttore della Federazione Carlo Dellasega introducendo la tavola rotonda internazionale sulla diversità cooperativa – gli individui vincono se stanno insieme”. “Stiamo passando da un modello economico interamente basato sul mercato – ha osservato Carlo Borzaga, presidente di Euricse – a un altro modello dove, probabilmente, consumeremo meno beni e dove la domanda di qualità sarà maggiore della quantità”.
Maria Mercedes Placencia, sottosegretario al ministero dello sviluppo sociale dell’Ecuador, ha portato l’esperienza del paese sudamericano in cui il modello cooperativo di economia solidale rappresenta l’ossatura di un grande progetto di sviluppo economico e sociale. In Ecuador, su quasi 22 mila società di economia popolare e solidale, il 31% è cooperativa pari a 6.979 realtà. Rappresentano il 40% dell’occupazione nazionale.
In Inghilterra, negli ultimi vent’anni, si è assistito a un autentico rinascimento delle cooperative. Tutto è partito dalla creazione di una banca cooperativa. “Quell’esperienza – ha affermato Linda Shaw, vicedirettrice di Co-operative College di Manchester – ha fatto da traino per un revival di questa forma di impresa che esprime numeri importanti in particolare nel settore del consumo”.
“Sostanzialmente i vantaggi della presenza cooperativa nel mercato – ha concluso Borzaga – sono riassumibili nella maggiore libertà data alle persone, nell’avvicinare la produzione ai bisogni reali, nel garantire livelli di concorrenza più elevata a beneficio del consumatore”. Borzaga ha anche dimostrato con i numeri che laddove, in Italia, c’è maggiore intensità di credito cooperativo, il tasso di interesse dei prestiti cala e l’interesse sui depositi cresce a tutto vantaggio del risparmiatore.

mercoledì 18 luglio 2012

Cosa portiamo a casa da Riva

Abbiamo fatto un azzardo e un po’ tremato ma, alla fine, possiamo dire che il Convegno di Riva del Garda dal titolo “La cooperazione per un mondo migliore”, è stato un successo.
Abbiamo voluto aprirlo con la mattinata dedicata ai ragazzi delle scuole superiori, ai loro docenti, ai loro dirigenti e ai loro genitori. E’ stato molto importante e speriamo di aver contribuito a “seminare”. La parte dove i giovani studenti sono stati i protagonisti è stata molto bella ed entusiasmante. La fatica di due giorni di relazioni e interventi è stata sopportata da moltissimi cooperatori attenti e la cosa ci riempie di soddisfazione perché la forte riflessione era diretta a noi soci. Si è scelto di valorizzare l’anno della cooperazione non attraverso una celebrazione ma puntando sull’analisi della situazione a livello macro e sui compiti nuovi o rinnovati che la proposta cooperativa ha di fronte.
Tutti gli autorevoli intervenuti nel convegno hanno sostanzialmente concordato sul punto che sempre di più viene riportato in evidenza da filoni di pensiero fra loro anche molto diversi ma che hanno al centro la preoccupazione intorno alla libertà degli uomini e delle donne, sull’attenzione da focalizzare circa i bisogni della persona, sull’impegno per la non marginalizzazione e la povertà di ampie fasce della popolazione mondiale. Oggi le grandi religioni e quelle minori, il pensiero sociale laico, l’economia e la politica alte, convergono sulla convinzione che o riusciamo ad apportare sostanziali riforme alla logica dell’accumulazione, alle modalità della crescita e cerchiamo di ragionare e concretizzare stili di sviluppo che effettivamente vadano a beneficio della maggioranza, oppure, se la strada è unicamente questa che conosciamo, la certezza è che, prima o poi, si va a sbattere e violentemente.
La “pratica cooperativa” deve prima affiancarsi e progressivamente sostituire la “pratica della competizione”. Abbiamo visto che anche con le più buone intenzioni il mercato è difficilmente regolabile. Tutta la discussione sulle norme da applicare al mercato è sostanzialmente falsa. Il mercato capitalistico è questo. La storia ha dimostrato che ci possono essere altri tipi di mercato e mi riferisco alla situazione precedente l’avvento dell’industrializzazione, ma sono per l’appunto “altri”. Quindi se pensiamo a qualche cosa di libero ma diverso, la forma che si evidenzia in prima istanza è la cooperativa.
Il contrario esatto della posizione residuale che si vorrebbe riservarle. Un’altra questione è uscita con forza e trova conferma anche nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI. Dice l’enciclica: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo. Il perseguimento, da parte del movimento cooperativo, del pensiero globale come “superiore” e necessario rispetto al pensiero tecnologico e specialistico, è anch’esso un modo per affrontare la realtà non solo dal punto di vista del desiderio dei mercati, che sono soggetti in carne ed ossa con precise ideologie e strategie di accumulazione, ma da quello delle persone comuni e delle loro legittime aspirazioni ed esigenze.
Per l’autunno abbiamo messo in cantiere ulteriori spazi di pensiero in occasione anche del 120esimo anniversario della Cooperazione di Credito Trentino. Crediamo sarà necessario che le considerazioni sulla concretezza cooperativa si trasformino in ragionamenti e comunicazione circa il peso economico effettivo della cooperazione nel contesto del nostro territorio e sulle strategie necessarie per consolidarla ulteriormente.

diego.schelfi@ftcoop.it

Tratto dalla rivista: Cooperazione Trentina. N°4 – Aprile 2012

sabato 7 luglio 2012

Il consumo collaborativo e altri interessanti interventi - TED

Il consumo e la produzione non sono più separati come nella tradizione industriale. Qualunque asset che una persona ha comprato può essere messo in produzione come avviene quando le persone affittano una stanza della loro casa con Airbnb. Ne parla Rachel Botsman, coautrice di "What's mine is yours" sul consumo collaborativo, a TED Global. Che porta vari esempi di autoimpiego part-time per integrare le entrate mettendo a frutto le proprie capacità. Come montare i mobili dell'Ikea per gli altri, per esempio. «Tutto il processo dipende dalla capacità di costruire un sistema di fiducia». Airbnb è riuscita a sviluppare un sistema abbastanza accettato ed era necessario perché si doveva ospitare qualcuno nella casa. «La reputazione è essenzialmente contestuale. Non c'è un solo algoritmo che serva a costruire la reputazione. L'insieme di notizie che si raccolgono online la costruisce. La reputazione diventerà una sorta di nuova moneta, più potente della nostra storia di clienti della banca. È un capitale molto complesso. Ci sono siti che costruiscono reputazione sulle persone somministrando questionari alle persone che le conoscono». Citazione di Mark Pagel, Wired for culture: «A good reputation can be used to buy cooperation from others».

Robin Chase, fondatrice di Zipcar, ha portato il car sharing a un nuovo livello e ha portato il concetto dall'America a Parigi e sviluppa l'idea del capitalismo cooperativo. Il valore è condiviso: peers incorporated. L'organizzazione crea economie di scala le persone creano il valore. Le automobili condivise per esempio muovono ogni giorno più persone del Tgv. E nessuno ha dovuto comprare l'auto. È tutto fatto con la capacità in eccesso. Etsy serve a vendere cose fatte in casa. Ora Chase guida Buzzcar. «Ora sappiamo come fare. Devi creare siti nei quali entrambi i lati dello scambio trovano tutto quello che serve». Coinvolgendo i peer, si ottiene un'organizzazione nella quale un sacco di gente ci lavora cercando il proprio vantaggio e portando vantaggio all'insieme, influenza l'organizzazione, genera innovazione. «Tutto quello che serve è fare una piattaforma che funziona bene, chiara e trasparente, nella quale tutti possono facilmente partecipare».

Amy Cuddy psicologa sociale, si occupa di body language: comunicazione e gesti, non solo per i suoi studi sulla negoziazione ad Harvard. I messaggi non verbali influenzano si compiono e si interpretano coinvolgendo tutto il corpo. Ci sono gesti universali: ti senti forte, hai vinto, fai un gesto di grandezza alzando le braccia; ti senti debole, ti fai piccolo e chiudi le braccia intorno al corpo... Questo vale sia per gli umani che per i primati. «C'è purtroppo anche un gender gap in questo fenomeno. Le donne fanno più spesso gesti di debolezza che di potenza». Ma i messaggi non verbali generano anche qualcosa dentro di noi? «Fare un gesto forzato di gioia in effetti genera gioia. Fare un gesto di potere in effetti genera un senso di potere». Le menti dei potenti sono più fiduciose e ottimiste, prendono più rischi. Le menti dei deboli le portano a lanciare gesti e messaggi non verbali le le conducono a indebolirsi ulteriormente. La scienza dice che questo si può correggere.

Jason McCue, avvocato, fondatore di H2O che si occupa di management della reputazione. E parla di come fidarsi degli sconosciuti. Possono essere terroristi. La risposta della società è cercare di conoscere meglio le persone. Ma anche rispondere contro il terrorismo. E la prima mossa è coinvolgere le vittime. Smettere di essere reattivi e diventare proattivi.

Segue Marco Tempest, una star di TED. Prestigiatore a base tecnologica.

Il programma prevede poi Jane McGonigal, autrice di "Reality is broken", che ha alimentato il movimento per i giochi seri che hanno la capacità di motivare le persone a partecipare a impegni collettivi. Nell'ultimo talk a TED di McGonigal aveva sostenuto che si possono passare più ore a giocare. Molte reazioni negative, basate sull'idea che il gioco è perdere tempo. Ma McGonigal riporta i risultati scientifici che dicono che i rimpianti più grandi delle persone in punto di morte sono concentrati sull'idea che si sarebbe dovuto passare più tempo con gli amici o a esprimersi più liberamente o a cercare di essere felice; e meno a lavorare. Il gioco è uno dei modi più chiari per essere se stessi, coltivare la felicità e gli amici. McGonigal racconta una sua esperienza personale ai confini con la morte. E di come ne è uscita disegnando un gioco. (Interruzione del collegamento elettrico: il discorso di McGonigal salta a questo punto...).

di Luca De Biase


tratto da: http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2012/06/parla-con-gli-sconosciuti-ted-global.html

lunedì 2 luglio 2012

International Year of Cooperatives 2012 - Join the Revolution

Gli “anni internazionali” sono dichiarati dalle Nazioni Unite per attirare l’attenzione su temi di primaria importanza e incoraggiare delle iniziative a riguardo.
L’anno internazionale delle cooperative (2012) ha l’intento di accrescere la consapevolezza degli immensi contributi che le imprese cooperative apportano alla società: riduzione della povertà, democratizzazione della società, creazione di posti di lavoro, salvaguardia e miglioramento del tessuto sociale ecc.
L’Anno servirà anche a sottolineare la solidità del modello d’impresa cooperativa, e il ruolo che esso potrà ricoprire in futuro per lo sviluppo socio-economico a livello internazionale.

International Year of Cooperatives 2012



The Co-operative Ethical Plan - Join the Revolution

martedì 19 giugno 2012

Lenin - "Sulla Cooperazione" 1923

Interessanti riflessioni del leader russo sulla cooperazione e il suo ruolo nella costruzione della "società socialista".

Ogni volta che penso al Socialismo, soprattutto a quello di stampo sovietico, mi vengono in mente le parole di Sandro Pertini: "... Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.
Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, privandomi della libertà io la rifiuterei. ...Ecco come io sono socialista...
"


Pubblicato nella Pravda, nn. 115 e 116, 26 e 27 maggio 1923.
Trascritto dall'Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare) e da Pagine rosse, Gennaio 2003


"Mi pare che da noi non si stimi abbastanza la cooperazione. Non tutti comprenderanno che ora, dopo la rivoluzione d'Ottobre e indipendentemente dalla Nuova politica economica (al contrario, a questo riguardo dobbiamo dire: proprio grazie alla Nuova politica economica), la cooperazione acquista da noi un'importanza del tutto esclusiva. I sogni dei vecchi cooperatori abbondano di chimere. Essi sono sovente ridicoli, con le loro fantasticherie. Ma in che consiste la loro irrealtà? Nel non comprendere l'importanza principale, radicale della lotta politica della classe operaia per l'abbattimento del dominio degli sfruttatori. Ora quest'abbattimento da noi ha avuto luogo, ed ora molto di quanto sembrava fantastico, perfino romantico, perfino banale nei sogni dei vecchi cooperatori, diventa una realtà delle più autentiche.

Infatti, da noi, una volta che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, una volta che a questo potere dello Stato appartengono tutti i mezzi di produzione, da noi, effettivamente, non ci resta che da organizzare la popolazione in cooperative. Nelle condizioni di un massimo raggruppamento della popolazione nelle cooperative, si arriva automaticamente a quel socialismo, che prima aveva suscitato un'ironia legittima, dei sorrisi, del disprezzo fra le persone convinte a giusta ragione della necessità della lotta di classe, della lotta per il potere politico, ecc. Ed ecco che non tutti i compagni si rendono conto dell'importanza gigantesca, incommensurabile che acquista ora per noi l'organizzare la popolazione della Russia in un sistema di cooperative. Con la Nep abbiamo fatto una concessione al contadino in quanto mercante, al principio del commercio privato; appunto da ciò deriva (contrariamente a quanto si crede) l'importanza gigantesca della cooperazione. In sostanza, l'organizzare in misura sufficientemente ampia e profonda la popolazione russa in cooperative nel periodo della Nep, è tutto quanto ciò occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell'interesse privato, dell'interesse commerciale privato, con la verifica, e con il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell'interesse privato all'interesse generale che prima rappresentava un ostacolo insormontabile per molti, per moltissimi socialisti. In realtà, il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l'alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall'alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione.

Ed è appunto questa condizione che viene sottovalutata da molti dei nostri attivisti nel loro lavoro pratico. Da noi si guarda la cooperazione con disprezzo, non comprendendo l'importanza esclusiva che ha la cooperazione, anzitutto, dal punto di vista di principio (i mezzi di produzione appartengono allo Stato), in secondo luogo, dal punto di vista del passaggio a un ordine nuovo per la via più semplice, facile e accessibile ai contadini.

Appunto in ciò sta di bel nuovo l'essenziale. Una cosa è fantasticare in merito ad ogni sorta di associazioni operaie per edificare il socialismo; altra cosa è imparare praticamente a edificare questo socialismo in modo che ogni piccolo contadino possa partecipare a questa costruzione. Tale stadio noi l'abbiamo ora raggiunto. Ma è indubbio che, avendolo raggiunto, noi lo utilizziamo in modo troppo insufficiente.

Nel passare alla Nep, abbiamo esagerato non nel senso che abbiamo prestato troppa attenzione al principio dell'industria libera e del commercio libero, ma, nel passare alla Nep, abbiamo esagerato nel senso che abbiamo dimenticato di pensare alla cooperazione e che ora non l'apprezziamo sufficientemente e ne abbiamo cominciato già a dimenticare la gigantesca importanza nei due aspetti su indicati del suo significato.

Qui intendo intrattenermi col lettore su quanto praticamente si può e si deve subito fare, partendo da questo principio "cooperativo".

Con quali mezzi si può e si deve subito sviluppare questo principio "cooperativo", in modo da renderne chiaro ad ognuno la sua funzione socialista?

Bisogna porre politicamente la cooperazione in modo tale, che non soltanto le cooperative godano in generale e sempre di determinati vantaggi, ma in modo che questi vantaggi siano vantaggi puramente materiali (il saggio di interesse bancario, ecc.). È necessario concedere alle cooperative crediti statali in misura tale, che superino sia pure di poco i crediti concessi da noi alle aziende private, che si avvicinino ad esempio a quelli concessi all'industria pesante, ecc.

Ogni regime sociale sorge solo con l'appoggio finanziario di una classe determinata. È inutile ricordare quante centinaia e centinaia di milioni di rubli costò il sorgere del capitalismo "libero". Ora dobbiamo comprendere e mettere in pratica questa verità: che attualmente il regime sociale che dobbiamo appoggiare in modo straordinario è il regime cooperativo. Ma dobbiamo appoggiarlo nel vero senso della parola, cioè quest'appoggio non è sufficiente intenderlo come appoggio di una forma qualsiasi di cooperazione; quest'appoggio dev'essere inteso come appoggio di quella cooperazione, alla quale partecipano veramente le vere masse della Popolazione. Dare un premio al contadino che partecipa alla cooperazione, è una forma certamente giusta; ma contemporaneamente, bisogna verificare questa partecipazione, e verificare il grado di coscienza ed il pregio; ecco in che cosa sta il nocciolo della questione. Quando un cooperatore arriva in un villaggio e apre colà uno spaccio cooperativo, la popolazione, a dire il vero, non prende nessuna parte alla sua fondazione; ma, guidata dal proprio interesse, vorrà ben presto provare a parteciparvi.

Questo problema presenta anche un altro lato. Ci resta ben poco da fare, dal punto di vista di un europeo "civilizzato" (che sappia anzitutto leggere e scrivere), per costringere ognuno a partecipare, e a partecipare non in modo passivo, ma in modo attivo, alle operazioni cooperative. In sostanza ci è rimasta "soltanto" una cosa da fare: rendere la nostra popolazione talmente "civilizzata", ch'essa comprenda tutti i vantaggi che dà la partecipazione generale alla cooperazione, e che organizzi questa partecipazione. "Soltanto" questo. Ora non abbiamo bisogno di nessun'altro genere di saggezza per passare al socialismo. Ma per realizzare questo "soltanto", è necessario tutto un rivolgimento, tutta una tappa di sviluppo culturale di tutta la massa popolare. Perciò la nostra regola dev'essere: il meno possibile di artifici, il meno possibile di intricato. La Nep a questo riguardo rappresenta un progresso, nel senso che essa si adatta al livello del contadino più comune, che non esige da questi niente di superiore. Ma per ottenere a mezzo della Nep che assolutamente tutta la popolazione partecipi alle cooperative, per questo è necessaria un'intiera epoca storica. Se tutto va per il meglio, noi possiamo attraversare quest'epoca in uno o due decenni. Eppure questa sarà un'epoca storica speciale, e senza di essa, senza un'istruzione elementare generale, senza un grado sufficiente di comprensione, senz'aver abituato sufficientemente la popolazione a servirsi dei libri e senza una base materiale per questo, senza una certa garanzia, diciamo, contro il cattivo raccolto, la carestia, ecc., - senza tutto ciò, noi non raggiungeremo il nostro scopo. Tutto sta ora nel saper unire lo slancio rivoluzionario, l'entusiasmo rivoluzionario di cui abbiamo già dato prova, e dato prova in misura sufficiente e che abbiamo coronato da un successo completo, nel saperlo unire (qui sarei quasi propenso a dire) con la capacità di essere un mercante intelligente e colto, il che è del tutto sufficiente per un buon cooperatore. Per capacità di essere mercante, io intendo la capacità di essere un mercante colto. Se lo mettano bene in testa gli uomini russi o semplicemente i contadini che pensano: dal momento che commercia, significa che ha le capacità d'un mercante. Ciò è del tutto falso. Egli commercia, ma da questo alla capacità di essere un mercante colto, c'è una grande distanza. Egli commercia ora alla maniera asiatica, ma per saper essere un buon mercante, bisogna commerciare all'europea. Da ciò lo divide un'epoca intiera.

Concludo. Una serie di privilegi economici, finanziari e bancari alla cooperazione: in ciò deve consistere l'appoggio del nostro Stato socialista al nuovo principio di organizzazione della popolazione. Ma in questo modo il compito è prospettato soltanto in linee generali, perché resta ancora da precisare, da descrivere dettagliatamente tutto il suo contenuto pratico; ossia bisogna saper trovare la forma dei "premi" (e stabilire le modalità per il loro assegnamento) che noi concediamo per il lavoro in pro della cooperazione, la forma di premi con la quale si aiuti sufficientemente la cooperazione, la forma di premi con la quale si possano formare dei cooperatori colti. E il regime dei cooperatori inciviliti, data la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, data la vittoria di classe del proletariato sulla borghesia, questo è il regime del socialismo."

4 gennaio 1923


"Ogni qualvolta ho trattato l'argomento della Nuova politica economica, ho citato il mio articolo del 1918 sul capitalismo di Stato [1]. Ciò ha suscitato più volte i dubbi di alcuni giovani compagni. Ma i loro dubbi si riferivano soprattutto a problemi politici astratti.

Sembrava loro che non si potesse chiamare capitalismo di Stato un regime in cui i mezzi di produzione appartengono alla classe operaia e a questa classe operaia appartiene il potere dello Stato. Però essi non hanno notato che del termine "capitalismo di Stato" me ne son servito: in primo luogo, per stabilire il legame storico tra la nostra posizione attuale e la posizione da me presa nella polemica contro i cosiddetti comunisti di sinistra; e già allora ho dimostrato che il capitalismo di Stato sarebbe superiore al nostro regime economico attuale; per me l'importante era di stabilire il legame succedaneo del capitalismo di Stato abituale col capitalismo di Stato insolito, addirittura del tutto insolito, del quale parlai presentando al lettore la nuova politica economica. In secondo luogo, per me quel che è sempre stato importante, è l'obiettivo pratico. Ora, l'obiettivo pratico della nostra nuova politica economica consiste nell'ottenere delle concessioni; queste sarebbero già state indubbiamente nelle nostre condizioni un puro tipo di capitalismo di Stato. Ecco come io consideravo gli argomenti sul capitalismo di Stato.

Ma c'è ancora un aspetto del problema, nel quale possiamo aver bisogno del capitalismo di Stato o, almeno, di un confronto con esso. È quel che riguarda la cooperazione.

È indubbio che le cooperative, nelle condizioni di uno Stato capitalistico, sono istituzioni collettive capitaliste. È pure indubbio che, nelle condizioni della nostra realtà economica attuale, quando da noi coesistono delle aziende capitaliste private - non altrimenti però che sulla terra appartenente a tutta la società, e non altrimenti che sotto il controllo del potere di Stato appartenente alla classe operaia - e delle imprese di tipo socialista conseguente (quando i mezzi di produzione appartengono allo Stato, come il terreno su cui è impiantata l'azienda, e tutta l'azienda nel suo insieme), allora sorge ancora la questione di un terzo tipo di imprese, le quali, dal punto di vista di principio, non formavano prima un gruppo particolare, e precisamente: le aziende cooperative. In regime di capitalismo privato le aziende cooperative differiscono dalle aziende capitaliste, come le aziende collettive dalle aziende private. In regime di capitalismo di Stato le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste di Stato, in primo luogo come aziende private, in secondo luogo come aziende collettive. Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia.

Ecco una circostanza della quale da noi non si tiene sufficientemente conto quando si discute sulla cooperazione. Si dimentica che la cooperazione assume nel nostro paese, grazie alla particolarità del nostro regime statale, un'importanza del tutto esclusiva. Se si prescinde dalle concessioni, le quali, a proposito, non hanno avuto da noi uno sviluppo più o meno considerevole, nelle nostre condizioni la cooperazione coincide di regola completamente col socialismo.

Spiego il mio pensiero. In che cosa consiste l'irrealtà dei piani dei vecchi cooperatori, a partire da Robert Owen? Nell'aver sognato la trasformazione pacifica della società contemporanea mediante il socialismo, senza tener conto di una questione cardinale, come quella della lotta di classe, della conquista del potere politico da parte della classe operaia, dell'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice. E perciò abbiamo ragione nel considerare questo socialismo "cooperativo"come del tutto fantastico, romantico e persino banale nel suo sogno di trasformare mediante la semplice organizzazione cooperativa della popolazione i nemici di classe in collaboratori di classe e la lotta di classe in pace di classe (cosiddetta pace civile).

È indubbio che, dal punto di vista del compito fondamentale d'oggigiorno, noi avevamo ragione, poiché, senza la lotta di classe per il potere politico nello Stato, non si può realizzare il socialismo.

Ma guardate come le cose sono mutate, ora che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, che il potere politico degli sfruttatori è abbattuto e che tutti i mezzi di produzione (esclusi quelli che lo Stato operaio lascia volontariamente per un certo tempo e a certe condizioni di concessione agli sfruttatori) si trovano nelle mani della classe operaia.

Ora abbiamo il diritto di dire che il semplice sviluppo della cooperazione s'identifica per noi (salvo la "piccola" riserva sopra indicata) con lo sviluppo del socialismo. Contemporaneamente siamo obbligati a riconoscere che tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subito un cambiamento radicale. Questo cambiamento radicale consiste nell'aver dapprima posto il centro di gravità, e dovevamo porlo, sulla lotta politica, sulla rivoluzione, sulla conquista del potere, ecc. Ora invece il centro di gravità si sposta fino al punto di trasferirsi al pacifico lavoro organizzativo "culturale". Sono pronto a dire che per noi il centro di gravità si trasporta sul lavoro culturale, se non fossimo impediti dai rapporti internazionali, dall'obbligo di lottare per la nostra posizione su scala internazionale. Ma se lasciamo questo da parte e ci limitiamo ai rapporti economici interni, allora oggi il centro di gravità del nostro lavoro si porta veramente sul lavoro culturale.

Davanti a noi si pongono due compiti fondamentali, che costituiscono un'epoca. Si tratta del compito di trasformare il nostro apparato statale, che proprio non vale nulla e che abbiamo ereditato al completo dall'epoca precedente; in cinque anni di lotta non abbiamo modificato nulla seriamente in questo campo perché non ne abbiamo avuto il tempo, e non lo potevamo avere. Il nostro secondo compito consiste nel lavoro culturale per i contadini. E questo lavoro culturale fra i contadini ha come scopo economico appunto la cooperazione. Se potessimo riuscire a organizzare tutta la popolazione nelle cooperative, noi staremmo già a piè fermo sul terreno socialista. Ma questa condizione implica un tale grado di cultura dei contadini (precisamente dei contadini come una massa enorme), che è impossibile organizzare tutta la popolazione in cooperative senza una vera rivoluzione culturale.

I nostri avversari ci hanno detto più volte che noi intraprendiamo un'opera insensata, nel voler impiantare il socialismo in un paese che non è abbastanza colto. Ma si sono ingannati; noi abbiamo cominciato non da dove si doveva cominciare secondo la teoria (di ogni genere di pedanti), e da noi il rivolgimento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur tuttavia oggi ci troviamo.

Ora a noi basta di compiere questa rivoluzione culturale per diventare un paese completamente socialista; ma per noi questa rivoluzione culturale comporta delle difficoltà incredibili, sia di carattere puramente culturale (poiché siamo analfabeti), che di carattere materiale (poiché per diventare colti è necessario un certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, è necessaria una certa base materiale)."

6 gennaio 1923 Lenin


[1]. Lenin allude al suo articolo Sull'infantilismo di "sinistra" e sullo spirito piccolo-borghese (vedi Opere, vol. 27, pp, 293-322).


tratto da: http://www.marxists.org/italiano/lenin/1923/1/sullacooperazione.htm

lunedì 23 aprile 2012

La Disobbedienza Civile - H.D.Thoreau 3

Era la seconda metà dell'Ottocento quando Thoreau scrisse questo libro, amato da Proust e ispiratore di Gandhi. Un libro di estrema attualità.

"Coloro che mentalmente condannano la schiavitù e la guerra e tuttavia, da un punto di vista pratico, non fanno nulla per opporsi, sono migliaia. Si credono figli di Washington e di Franklin ma se ne stanno con le mani in mano dicendo di non sapere che fare; e non fanno nulla. Giungono persino a subordinare la questione della libertà a quella del libero lavoro e quietamente, dopo pranzo, leggono il listino dei prezzi insieme alle ultime notizie dal Messico, magari appisolandosi su ambedue.

Qual è al giorno d’oggi il prezzo corrente di un onest’uomo e di un patriota? Esitano, si dispiacciono, talvolta scrivono delle petizioni, ma di serio e che abbia un qualche effetto… nulla. Aspetteranno, con l’animo ben disposto, che altri pongano rimedio al male così da non doversene più dispiacere essi stessi. Al massimo, a ciò che è giusto danno un voto, un debole incoraggiamento e un “Dio ti aiuti” – quando, però, ciò che è giusto gli passa vicino. Ci sono novecentonovantanove sostenitori della virtù per ogni uomo virtuoso; ma è più facile trattare con il reale possessore di qualcosa che con il suo guardiano temporaneo.
Si vota, forse, come si pensa sia giusto; ma non si è vitalmente interessati a che il giusto prevalga. Siamo disposti a lasciarlo alla maggioranza. Il dovere di voto, pertanto, non supera mai il dovere di compiere ciò che è conveniente. Persino votare per ciò che è giusto è come non fare nulla per esso: significa soltanto esprimere debolmente il desiderio che ciò che è giusto prevalga. Un uomo saggio non lascia il giusto alla mercé del caso né desidera che esso si affermi attraverso il potere della maggioranza. C’è pochissima virtù nell’azione di masse di uomini. Quando, alla fine, la maggioranza voterà per l’abolizione della schiavitù sarà perché o la schiavitù non gli interessa più o ne sarà rimasta molto poca da abolire. Ma allora la maggioranza sarà la nuova massa di schiavi. Solo il voto di chi afferma con esso la propria libertà può affrontare l’abolizione della schiavitù."

venerdì 6 aprile 2012

Last Minute Market, la filiera corta del recupero e riduzione rifiuti

"Il 50 per cento della produzione va sprecata in Italia, bisogna rivedere il sistema"


Progetto promosso dalla Provincia in collaborazione con Marche Multiservizi e Aset. Ricci: "Basta sprechi. Azione a forte valenza sociale per il sostegno alle fasce più deboli".

"Basta sprechi". Soddisfatto per "i buoni risultati della raccolta differenziata, che individuano una crescita culturale nella mentalità del territorio", Matteo Ricci fa "un passo ulteriore verso il nuovo modello di sviluppo", rilanciando nella provincia il progetto di Last Minute Market - spin off dell’università di Bologna – con i partner Marche Multiservizi e Aset.

Il presidente spiega il meccanismo alla base dell’idea, già operativa, semplice nella sostanza: "Si tratta di un’azione di prevenzione e riduzione dei rifiuti – osserva Ricci in conferenza stampa - che avrà anche finalità sociali, di sostegno alle fasce più deboli. Perché tramite una rete provinciale composta da istituzioni, imprese e terzo settore, favoriamo il recupero dei prodotti invenduti nella grande distribuzione nella massima sicurezza, a favore di enti no profit".

Nel dettaglio, una serie di punti vendita del territorio che hanno aderito, o aderiranno, al progetto (tra cui Mercatone Uno di Pesaro, Conad Primavera di Fano, Conad Tre Effe di Fermignano) saranno messe in contatto con le onlus beneficiarie in quella che assume i contorni di una filiera corta del recupero. Con conseguenti benefici, non solo ambientali: "E’ un’iniziativa che guarda a chi ha bisogno – continua il presidente della Provincia - e specialmente in tempo di crisi economica, assume davvero una forte valenza sociale. Rappresenta anche una nuova sfida culturale: vengono rimessi al centro valori antichi, come quelli legati alla solidarietà. Che negli ultimi anni sono purtroppo passati in secondo piano…". Non solo: "Impatto importante, ovviamente, anche in termini ambientali per la prevenzione e riduzione dei rifiuti, economici per i minori costi di smaltimento ed educativi per la consapevolezza di un consumo consapevole".

Un’"economia del dono", per citare l’ossimoro del presidente Last Minute Market Andrea Segrè. Che integra: "Il lavoro sta nel valorizzare quello che si ritiene rifiuto ma che, in realtà, ancora non lo è veramente. Lavoriamo in 12 regioni, con oltre 40 progetti attivi nei Comuni. Collaboriamo con le principali catene della distribuzione organizzata, decine di istituzioni, enti privati.E la provincia di pesaro e Urbino è un autentico esempio per la rete che si è creata…".

Ma cosa si può recuperare, in concreto, da un supermercato di 2mila metri quadri? La risposta di Last Minute Market: "Circa 45mila euro all’anno di prodotti che aiutano 2 onlus, con 15mila chili all’anno di rifiuti evitati e 25 persone al giorno aiutate".

Tarcisio Porto, assessore all’Ambiente: "Il progetto ci fa riflettere sul rapporto tra sistema distributivo e produttivo. Il 50 per cento della produzione va sprecata in Italia, bisogna rivedere il sistema. In questo senso, stiamo intervenendo con più di un milione di euro di fondi europei anche sulla pesca, per recuperare il pescato invenduto e trasformarlo a vantaggio della filiera corta".

Luca Bartolucci, presidente del consiglio provinciale: "Da piccolo mi indignavo in televisione per le immagini relative alla distruzione delle arance, voluta appositamente per non danneggiare il sistema alla base del settore. Non è etico produrre e distruggere. Last Minute Market ha dato una risposta alla mia indignazione. La società funziona se sono positive le relazioni tra persone. E questo progetto ci interroga sul tema, pone l’interrogativo dell’altro".

Per Caterina Tieri (Aset), "l’iniziativa è concreta e finalmente agevolerà anche la comunicazione e la prevenzione nelle scuole. Sarà un esempio per i ragazzi". Chiude l’amministratore delegato di Marche Multiservizi, Mauro Tiviroli: "Abbiamo sostenuto in modo convinto il progetto, anche per la nostra vocazione ambientale e sociale. La valenza è importante e vogliamo contribuire alla sua trasmissione, anche rispetto agli stakeholders con cui costantemente ci relazioniamo".


tratto da: http://www.viverefano.com/index.php?page=articolo&articolo_id=345332

domenica 11 marzo 2012

Dichiarazione internazionale di identità cooperativa.

L’Alleanza Cooperativa Internazionale (International Co-operative Alliance; in sigla ICA) in occasione del XXXI Congresso del Centenario (Manchester, 20-22 settembre 1995) ha adottato, tra l’altro, una Dichiarazione d’Identità Cooperativa che definisce cosa essa sia e quali siano i suoi valori e i suoi principi basilari.
Questa Dichiarazione ha lo scopo di guidare le organizzazioni cooperative verso il XXI secolo e… oltre. Per quanto riguarda la revisione dei valori e dei principi, questo è il terzo aggiornamento compiuto dall’ICA. Il primo è stato nel 1937 e il secondo nel 1966. Tutti aggiornamenti per spiegare come i principi cooperativi debbano essere interpretati nel mondo contemporaneo.
Le revisioni sono una fonte di forza per il movimento cooperativo e dimostrano come il suo pensiero possa essere applicato ad un mondo in continua evoluzione.
In tutta la sua storia il movimento cooperativo è cambiato e continuerà a farlo anche nel futuro.
In queste trasformazioni vi è sempre il rispetto per tutti gli esseri umani e il credere che essi possono migliorare se stessi economicamente e socialmente attraverso l’aiuto reciproco.
Inoltre il movimento cooperativo crede che le procedure democratiche applicate alle attività economiche siano fattibili, auspicabili ed efficienti.
E ritiene che organizzazioni economiche democraticamente controllate contribuiscano al bene comune. Su queste prospettive filosofiche nodali sono fondati i sette principi fondamentali della cooperazione: sette comandamenti di ferro e, contemporaneamente, sette linee guida per giudicare il comportamento e per assumere delle decisioni.
Anche nella Dichiarazione del 1995 sono elencati sette principi: adesione libera e volontaria; controllo democratico dei soci; partecipazione economica dei soci; autonomia ed indipendenza; educazione, formazione ed informazione; collaborazione tra cooperative; interesse verso la comunità.
I primi tre principi essenzialmente si riferiscono alle dinamiche interne di ogni cooperativa; gli ultimi quattro riguardano sia le caratteristiche interne che i rapporti esterni di esse.

Definizione
Una cooperativa è un’associazione autonoma di persone che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni attraverso la creazione di una società di proprietà comune e democraticamente controllata.

Valori
Le cooperative si fondono sui valori dell’autosufficienza (il fare da sé), dell’autoresponsabilità, della democrazia, dell’uguaglianza, dell’equità e solidarietà. Fedeli allo spirito dei propri padri fondatori, i soci delle cooperative credono nei valori etici dell’onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell’attenzione verso gli altri.

Principi
I principi cooperativi sono linee guida con cui le cooperative mettono in pratica i propri valori.

1° Principio: Adesione libera e volontaria
Le cooperative sono organizzate volontarie aperte a tutte le persone in grado di utilizzarne i servizi offerti e desiderose di accettare le responsabilità connesse all’adesione, senza alcuna discriminazione sessuale, sociale, razziale, politica o religiosa.

2° Principio: Controllo democratico da parte dei soci.
Le cooperative sono organizzazioni democratiche, controllate dai propri soci che partecipano attivamente alla definizione delle politiche e all’assunzione delle relative decisioni. Gli uomini e le donne eletti come rappresentanti sono responsabili nei confronti dei soci. Nelle cooperative di primo grado, i soci hanno gli stesso diritti di voto (una testa, un voto), e anche le cooperative di altro grado sono ugualmente organizzate in modo democratico.

3° Principio: Partecipazione economica dei soci
I soci contribuiscono equamente al capitale delle proprie cooperative e lo controllano democraticamente. Almeno una parte di questo capitale è, di norma, proprietà comune della cooperativa. I soci, di norma, percepiscono un compenso limitato sul capitale sottoscritto come condizione per l’adesione. I soci destinano gli utili ad alcuni o a tutti gli scopi: sviluppo della cooperativa, possibilmente creando delle riserve, parte delle quali almeno dovrebbero essere indivisibili; erogazione di benefici per i soci in proporzione alle loro transazioni con la cooperativa stessa, e sostegno ad altre attività approvate dalla base sociale.

4° Principio: Autonomia ed indipendenza
Le cooperative sono organizzazioni autonome, di mutua assistenza, controllate dai soci. Nel caso in cui esse sottoscrivano accordi con altre organizzazioni (incluso i governi) o ottengano capitale da fonti esterne, le cooperative sono tenute ad assicurare sempre il controllo democratico da parte dei soci e mantenere l’autonomia della cooperativa stessa.

5° Principio: Educazione, formazione ed informazione
Le cooperative s’impegnano ad educare ed a formare i propri soci, i rappresentanti eletti, i manager e il personale, in modo che questi siano in grado di contribuire con efficienza allo sviluppo delle proprie società cooperative. Le cooperative devono attuare campagne di informazione allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, particolarmente i giovani e gli opinionisti di maggiore fama, sulla natura e i benefici della cooperazione.

6° Principio: Cooperazione tra cooperative
Le cooperative servono i propri soci nel modo più efficiente e rafforzano il movimento cooperativo lavorando insieme, attraverso le strutture locali e nazionali, regionali ed internazionali.

7° Principio: Interesse verso la comunità
Le cooperative lavorano per uno sviluppo durevole e sostenibile delle proprie comunità attraverso politiche approvate dai propri soci.

lunedì 27 febbraio 2012

Considerazioni finali sul Summit MMT di Rimini (Modern Money Theory)

Si è concluso ieri sera, a Rimini, il primo convegno sulla Modern Money Theory (MMT): un lungo applauso finale con standing ovation ha salutato e ringraziato i cinque relatori e gli organizzatori dell’evento (Paolo compreso).
Devo confermare le prime impressioni positive: l’intero convegno si è svolto in modo ordinato e professionale, senza problemi o ritardi.
Nella giornata di Sabato si è rischiato di dare troppo spazio alle domande dirette dal pubblico: così facendo i relatori venivano interrogati in merito a dubbi e idee troppo personali che spesso non tenevano conto degli interessi di tutte le 2000 (o poco meno) persone presenti; domande che magari avrebbero trovato risposta nelle relazioni del giorno dopo. Fortunatamente gli organizzatori hanno risolto raccogliendo per categorie le domande del pubblico, e facendole esporre da Paolo nella sessione finale di Domenica.



I video e il materiale esposto nella conferenza dovrebbe essere disponibile a breve, e sarebbe quindi inutile che provassi qui a riassumerne i contenuti.
Posso dire però che tutti i contenuti presentati hanno dalla loro parte un elemento fondamentale a mio giudizio: il buon senso.
La regolamentazione della finanza; l’eliminazione di quei prodotti finanziari che non hanno una vera funzione per l’economia reale (ex. credit default swaps); un ritorno al modello di capitalismo di qualche decennio fa (si legga, principalmente modello fordista o, in alternativa, modello alsaziano-renano); una diversa regolamentazione della contabilità (ad oggi risulta troppo, troppo facile manipolare e falsificare i bilanci; il che inoltre non è più un reato (sic!); un diverso ruolo dello Stato in economia, con la possibilità di garantire i diritti fondamentali dei suoi cittadini tramite la spesa a deficit ecc.; il ritorno alle sovranità nazionali secondo il sacrosanto principio dell’autodeterminazione dei popoli; una “riforma” della politica, che deve tornare a lavorare in modo trasparente per la collettività; ecc.

Un altro fatto che vorrei sottolineare è la forte impressione, derivante dalle domande del pubblico, di una profonda disinformazione in merito a quella parte dell’economia e della società che segue dei modelli diversi da quelli criticati, e che rappresenta quindi un importante strumento di progresso. Per esempio nella sessione delle domande di Sabato una persona disse: “perché non fondiamo noi una banca?”, ignorando probabilmente che esiste già una banca nata dalla collettività (Banca Etica) o che ci sono dei modelli di banche diversi da quelli criticati e che seguono altri principi, come le Banche di credito cooperativo.
Che dire poi di tutta quella parte dell’economia e della società che lavora per gli interessi della comunità, il cosiddetto Terzo Settore? Quale migliore strumento per fare passi concreti verso una società “diversa”?
Il Terzo Settore (di cui il movimento cooperativo è una parte rilevante) ha un forte peso nell’economia e nella società, ed è composto da milioni di persone che potrebbero agire, ne sono sicuro, in modo molto più efficiente ed efficace se solo si coordinassero e si ponessero dei chiari e precisi obiettivi comuni. E qui ritorniamo all’annosa questione: gli strumenti ci sono (altri ne possono essere creati), la differenza sta nel come vengono utilizzati.


P.s. Nota positiva anche la presenza di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle; un altro strumento che potrà avere un ruolo importante nel prossimo futuro.

venerdì 24 febbraio 2012

Prima serata del convegno MMT - Rimini 105 Stadium (24-02-2012)

Si è da poco conclusa la serata di presentazione del convegno sull'MMT (ma non solo) qui a Rimini. Le impressioni a caldo sono molto positive: il summit è organizzato molto bene. In modo professionale, e soprattutto c'è tanta gente! Non pensavo, ma devo dire che al 105 Stadium questa sera eravamo circa sulle 1600-1800 persone (a occhio).

Molto promettenti sono stati anche stati gli interventi di presentazione dei vari relatori, i quali si sono detti tutti impressionati dall'evento e dal numero di persone presenti.
Unica nota "negativa", volendo, l'immancabile pessimismo di Barnard sul fatto che anche se ci si dovesse impegnare verso la giusta strada e con gli strumenti utili, non potremmo mai sperare noi di vedere il cambiamento per il quale ci attiviamo; "i nostri nipoti, forse"... ma va bene così, ormai lo sappiamo che a Barnard piace essere smentito dai fatti; speriamo di riuscire a smentirlo anche su questo.

A domani.

giovedì 9 febbraio 2012

2012 International Year of Cooperatives - Lo strumento per cambiare il mondo

L'impresa cooperativa rappresenta lo strumento concreto tramite il quale, a mio parere, si riuscirà a creare un mondo migliore. Ovviamente non basta disporre dello strumento per creare qualcosa, ma bisogna sapere come utilizzarlo; a questo proposito mi auguro che a breve possa nascere un movimento cooperativo internazionale che abbia chiari gli obiettivi da raggiungere e le strategie per perseguirli, perché solo dal coordinamento dell'intero movimento cooperativo potranno scaturire le strategie efficaci per cambiare il mondo.
Come scriveva Gramsci nei Quaderni del carcere: "lo sviluppo è verso l'internazionalismo, ma il punto di partenza è nazionale".


domenica 5 febbraio 2012

Fusione Fredda al MIT

Oggi vogliamo parlarvi di un test che probabilmente riabilitera’ almeno in parte la credibilita’ di Fleischmann e Pons. La curiosita’ e’ che questo esperimento si e’ svolto con successo al MIT (Massachusetts Institute of Technology), istituto che contribui’ con dei test negativi a far archiviare definitivamente le teorie dei due ricercatori.

La notizia di queste ore riguarda un esperimento su un reattore predisposto dalla JET Energy denominato Lattice-Assisted Nuclear Reaction (LANR), che in parte replica la reazione di quello Fleischmann e Pons. Il nome di questo reattore rivela anche uno dei suoi componenti principali: un tipo speciale di lattice che indurrebbe la reazione nucleare a basse temperature. La reazione avverrebbe tra due atomi di idrogeno (il deuterio e il trizio) che si fondono in un isotopo dell’elio. A differenza dell’E-Cat che sviluppa la sua reazione fra idrogeno e nichel (producendo rame).

Con il LANR si produrrebbe energia 10 volte superiore a quella introdotta per attivarlo. Ma mentre Andrea Rossi custodisce ancora gelosamente gran parte dei segreti del funzionamento del suo reattore, il Prof. Hagelstein avrebbe gia’ fornito delle spiegazioni scientifiche che spieghino tali risultati.

Come dicevamo all’inizio dell’anno, sembra proprio che il 2012 portera’ delle novita’ positive nel campo dello sviluppo energetico.

fonte: http://e-catalyzer.it/e-catalyzer/fusione-fredda-al-mit