Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Voleva dire “Saltiamo in aria, è confermato. Draghi si assuma le responsabilità. Voglio che si metta agli atti che io mi ero dissociato”. E salta come i topi dalla classica nave. Precisamente questo. Saltiamo in aria.
Ieri è trapelata una notizia che non può più lasciare incertezze. La notizia è questa: la Swift, che è l’agenzia belga che gestisce i codici elettronici per le transazioni finanziarie (si legga codice Swift, Iban ecc.) è stata contattata da due banche di “stazza globale” che le chiedevano di fornirgli i vecchi codici per i sistemi di gestione delle vecchie valute europee, cioè Drakme e Lire. Cioè: diteci i codici per tornare a scambiare Drakme e Lire nei pagamenti. Non so se si è capito. Sanno che saltiamo in aria, si stanno preparando alla nostra uscita dall’Euro, all’esplosione dell’Eurozona, adesso, oggi. Sto parlando di quelli che le cose le sanno davvero, non i politici che voi ascoltate, ma le mega banche. E non solo.
Il governo britannico ha dato ordine alle sue forze di sicurezza di preparare l’evacuazione di emergenza dei cittadini inglesi da Spagna e Portogallo, nel caso di “una implosione delle banche” di questi due Paesi.
Fonte: il Wall Street Journal.
Ancora: i tassi sui titoli di Stato britannici a 10 anni hanno toccato ieri il minimo storico dal 1890. No, non ho sbagliato a scrivere, non è 1980, ma proprio 1890. Mettete le due notizie insieme: chi sa le cose, sa che l’Euro salta in (almeno) Italia e Grecia; chi sa le cose, si avventa sui titoli di Stato della Gran Bretagna che ha moneta sovrana, se ne frega dell’enorme debito pubblico inglese (149,1% del PIL, fonte: The Office for National Statistics UK) e li compra mentre si liberano dei nostri. Il governo inglese vede crollare i tassi che paga (per loro fortuna), i nostri schizzano alle stelle (per nostra rovina).
Ancora: le grandi banche francesi sono fallite, sono già fallite, perché chi sa le cose, sa che la loro esposizione al debito italiano e greco è enorme, impossibile da saldare per Italia e Grecia con la moneta Euro, e soprattutto impossibile da saldare perché noi saltiamo in aria. La maggiori banche italiane falliranno con le francesi, che si trascineranno le tedesche, le austriache e poi tutto il resto. Per salvare le banche, occorrerebbe un Quantitative Easing (un salvataggio fatto dalla Banca Centrale Europea a forza di denaro pompato nelle riserve delle banche fallite) nell’ordine di dieci volte i miseri 489 miliardi di Euro che Draghi gli ha messo a disposizione. (non sarebbero soldi dei contribuenti, come erroneamente tutti strillano, ma semplicemente denaro inventato dal nulla dalla BCE a fronte di collaterale delle banche)
Bini Smaghi questo chiedeva ieri l’altro. Ma salvare le banche non è solo immorale (andrebbero nazionalizzate, e poi salvati i non-speculatori e le aziende), è anche inutile, perché anche se le banche si ritrovassero con le riserve piene di soldi, non tornerebbero a prestare a economie ridotte da straccioni dalle politiche di austerità che ci hanno imposto. Risultato: le banche ci fanno fallire sia che le si salvi, sia che non lo si faccia e le si lasci fallire.
A fronte di questo, ecco cosa ha fatto Draghi. Nulla, anzi, ha ribadito il suo NO al salvataggio dei titoli di Stato dei Paesi come Italia e Grecia: “La scorsa settimana, la Bce ha praticamente azzerato l'acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario” (fonte Il Sole 24 Ore). Tradotto per tutti: il nocciolo del reattore nucleare sta fondendo, Draghi si è girato dall’altra parte, e nel farlo ha anche chiuso i circuiti di raffreddamento del nocciolo. Saltiamo in aria, si torna alla Lira ma senza un’economia da sani di mente come la Modern Money Theory, cioè sarà un macello sociale mai visto in 60 anni. Questo è ciò che ci aspetta al 99,9%. Saltiamo e la Swift lo sa bene, le banche lo sanno bene.
p.s. (E se invece accade lo 0,1%? In quel caso faranno l’Euro a due velocità, cioè la kosovizzazione dell’Italia, stesso macello, nulla cambia. Oppure la BCE soffoca Draghi nel suo bagno, e compra titoli dell’Eurozona sborsando 5 o 10 mila miliardi di Euro, non 211 miliardi come ora. Ma anche questo sarà solo un tampone che non dura. Perché il dramma è l’Euro in sé. E' L'EURO. Mi fermo qui, mancano poche ore a tortellini e panettone. Ma io sono un giornalista...)
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sabato 24 dicembre 2011
Ora sappiamo cosa voleva dire Bini Smaghi. Saltiamo, e lui è saltato. - di Paolo Barnard
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martedì 20 dicembre 2011
Interessante incontro tra Paolo Barnard e la Cub trasporti
Interessante incontro tra Paolo Barnard e la Cub trasporti, in cui il giornalista espone i contenuti del suo saggio (Il Più Grande Crimine 2011), tra i quali spicca la Modern Money Theory: teoria economica che prevede un ruolo attivo dello Stato in economia (in netta contrapposizione con le teorie economiche dominanti).
Da sottolineare anche le domande che a fine serata arrivano dal pubblico, e che toccano soggetti come il signoraggio, l’utilizzo delle risorse, l’inflazione ecc.
Da sottolineare anche le domande che a fine serata arrivano dal pubblico, e che toccano soggetti come il signoraggio, l’utilizzo delle risorse, l’inflazione ecc.
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giovedì 31 marzo 2011
Lettera aperta a Paolo Barnard
Lettera aperta a Paolo Barnard 31-03-2011
Premessa
Paolo è un giornalista che stimo, sia per i suoi lavori, sia per il tipo di persona che penso essere. Inoltre credo che i suoi ultimi approfondimenti siano fondamentali per capire bene il contesto in cui ci troviamo ad agire e a vivere.
Caro Paolo,
Ti scrivo questa lettera (che immagino leggeranno solo pochi aficionados) in risposta agli ultimi due aggiornamenti sul tuo sito (12° aggiornamento, parte prima e parte seconda).
In questi descrivi il tuo atteggiamento nelle varie conferenze che tieni o a cui intervieni.
Un atteggiamento che, sinceramente, considero controproducente per vari motivi, che elencherò nel corso della lettera.
Per iniziare vorrei utilizzare anch’io la metafora cinematografica, così come hai fatto negli articoli in questione. Il pezzo che propongo è tratto da “Il signore degli anelli – il ritorno del re”, il terzo della saga per intenderci. Il frammento si riferisce all’assedio di una città da parte delle truppe nemiche (per semplificare), le quali erano numericamente di gran lunga superiori ai soldati chiamati a difendere la città. Quando il sovrintendente della città vede le truppe del nemico schierate di fronte alle mura si abbandona alla paura e alla disperazione gridando alle sue truppe di salvarsi, abbandonare le mura e scappare. Prontamente il vecchio e saggio stregone della città zittisce in malo modo il sovrintendente e, prendendo in mano la situazione, richiama le truppe all’ordine e alla difesa della città, motivandoli e incitandoli a combattere.
Qui il frammento del film.
http://www.youtube.com/watch?v=qLpPAz0tz98&feature=related
Ora senza estremizzare, credo che nell’incontro in provincia di Pistoia venerdì 4 febbraio le tue parole ed il tuo atteggiamento abbiano avuto sul pubblico un effetto analogo a quello che il sovrintendente ha sortito tra le sue truppe, se non peggiore.
Tu stesso ti definisci “sterilizzatore di speranza”.
Personalmente credo che questo atteggiamento sia profondamente controproducente. Per un motivo molto semplice: la realtà che siamo chiamati ad affrontare è una realtà socio-costruita. Questo vuol dire che, eccetto la materia in sé, la realtà che esperiamo è determinata dal nostro comportamento.
Credo che questo punto, per quanto banale possa apparire ad alcuni, sia di fondamentale importanza perché permette di capire che senza gli altri (o “l’altro” in generale) non si può sperare di cambiare qualcosa o creare una realtà diversa.
Quindi ogni azione che facciamo nella direzione del cambiamento non può prescindere dall’analisi di come “l’altro” recepirà la mia azione, né dalle conseguenze che la mia azione avrà sull’altro (sempre guardando all’obiettivo: il cambiamento).
In quest’ottica il tuo atteggiamento nei confronti di quei poveracci – che cercavano delle soluzioni o quanto meno dei punti d’appoggio, come naufraghi in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi per non affogare – è controproducente.
Perché un soldato, per tornare alla metafora del film, è utile se è motivato, se crede in qualcosa, e se ha qualcosa per cui combattere; un soldato depresso e abbandonato alle proprie angosce non serve a nulla, se non al nemico.
Concordo con te, Paolo, e ti capisco, quando dici che quel poco di attivismo che c’è è male indirizzato perché si concentra su temi secondari (Santoro, Travaglio ecc.) senza vedere il quadro generale, e che per questo motivo è inutile se non addirittura dannoso. Concordo, ma non è annientando le speranze del prossimo che si rinforza (e tanto meno si crea) l’attivismo sperato (quello “giusto, giusto” per riprendere il tuo pezzo).
Serve gente motivata ad agire per un presente migliore, non disperata per un domani nero.
Per questi motivi credo che l’atteggiamento che hai sia controindicato, perché se da un lato i tuoi lavori sono fondamentali per l’aspetto conoscitivo, dall’altro sono demoralizzanti per il modo in cui li presenti.
Attenzione, non sto dicendo che dovresti metterla giù allegramente, o illudere il prossimo, dico che “se vogliamo affrontare dei titani di questa posta, bisogna organizzarsi completamente in un altro modo. Bisogna organizzare una resistenza altrettanto compatta, disciplinata, capillare, su tutti i territori nazionali”. Parole tue. Parole sacrosante.
Il punto è proprio questo, la creazione di quella resistenza.
Resistenza che dovrà essere formata da centinaia di migliaia di persone – se non di più, non so – e la cui formazione necessita di un’attenta analisi “dell’altro”: del suo comportamento, delle dimensioni che lo influenzano (motivazione, emozione, bisogni e desideri ecc.) e, di conseguenza, di come comunicare con lui nel miglior modo possibile (nell’ottica del fine che ci prefiggiamo).
Ovviamente questo non basta, ma credo che sia comunque necessario.
La comunicazione è il tuo pane quotidiano, lo so bene, ma credo che questa volta tu ti stia sbagliando.
La presa di coscienza non è sufficiente se non è accompagnata da un’analisi degli strumenti di cui si dispone per produrre il cambiamento. Dobbiamo concentrarci sulle possibili soluzioni del problema, sugli strumenti di cui disponiamo, sulla creazione di nuove soluzioni e di nuovi strumenti, su dibattiti e interrogazioni di esperti in quest’ottica. Altrimenti sapremo tutto del killer che ci sta per uccidere senza aver mai ragionato su come poterlo fare fuori.
Ci sarebbero tanti altri aspetti da trattare, ma non credo che sarebbe di una qualche utilità ammassarli tutti insieme ora.
Spero che questo sia solo il primo passo della tua strategia d’azione (far conoscere il vero potere), a cui presto seguirà il secondo, quello incentrato sugli strumenti e sulle possibili soluzioni.
“Poi per le soluzioni apriamo un altro capitolo. Ci sono.” (6° aggiornamento), lo credo anch’io, e spero al più presto di poterle discutere (per poi tentare di applicarle ovviamente) insieme a te e a tanti altri.
Ti ringrazio ancora per il lavoro che fai, è fondamentale.
Grazie.
Davide Baresi
P.S. Quanto espresso sopra sono opinioni personali, passibili di errori e di critiche (le quali sono anzi caldamente incoraggiate).
Spero che si aprano a breve dei dialoghi in tal senso (soluzioni e strumenti) e che in generale si incominci a ragionare e ad agire insieme, uniti dagli obiettivi comuni, smettendo una volta per tutte di fare come i capponi di Renzo.
Premessa
Paolo è un giornalista che stimo, sia per i suoi lavori, sia per il tipo di persona che penso essere. Inoltre credo che i suoi ultimi approfondimenti siano fondamentali per capire bene il contesto in cui ci troviamo ad agire e a vivere.
Caro Paolo,
Ti scrivo questa lettera (che immagino leggeranno solo pochi aficionados) in risposta agli ultimi due aggiornamenti sul tuo sito (12° aggiornamento, parte prima e parte seconda).
In questi descrivi il tuo atteggiamento nelle varie conferenze che tieni o a cui intervieni.
Un atteggiamento che, sinceramente, considero controproducente per vari motivi, che elencherò nel corso della lettera.
Per iniziare vorrei utilizzare anch’io la metafora cinematografica, così come hai fatto negli articoli in questione. Il pezzo che propongo è tratto da “Il signore degli anelli – il ritorno del re”, il terzo della saga per intenderci. Il frammento si riferisce all’assedio di una città da parte delle truppe nemiche (per semplificare), le quali erano numericamente di gran lunga superiori ai soldati chiamati a difendere la città. Quando il sovrintendente della città vede le truppe del nemico schierate di fronte alle mura si abbandona alla paura e alla disperazione gridando alle sue truppe di salvarsi, abbandonare le mura e scappare. Prontamente il vecchio e saggio stregone della città zittisce in malo modo il sovrintendente e, prendendo in mano la situazione, richiama le truppe all’ordine e alla difesa della città, motivandoli e incitandoli a combattere.
Qui il frammento del film.
http://www.youtube.com/watch?v=qLpPAz0tz98&feature=related
Ora senza estremizzare, credo che nell’incontro in provincia di Pistoia venerdì 4 febbraio le tue parole ed il tuo atteggiamento abbiano avuto sul pubblico un effetto analogo a quello che il sovrintendente ha sortito tra le sue truppe, se non peggiore.
Tu stesso ti definisci “sterilizzatore di speranza”.
Personalmente credo che questo atteggiamento sia profondamente controproducente. Per un motivo molto semplice: la realtà che siamo chiamati ad affrontare è una realtà socio-costruita. Questo vuol dire che, eccetto la materia in sé, la realtà che esperiamo è determinata dal nostro comportamento.
Credo che questo punto, per quanto banale possa apparire ad alcuni, sia di fondamentale importanza perché permette di capire che senza gli altri (o “l’altro” in generale) non si può sperare di cambiare qualcosa o creare una realtà diversa.
Quindi ogni azione che facciamo nella direzione del cambiamento non può prescindere dall’analisi di come “l’altro” recepirà la mia azione, né dalle conseguenze che la mia azione avrà sull’altro (sempre guardando all’obiettivo: il cambiamento).
In quest’ottica il tuo atteggiamento nei confronti di quei poveracci – che cercavano delle soluzioni o quanto meno dei punti d’appoggio, come naufraghi in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi per non affogare – è controproducente.
Perché un soldato, per tornare alla metafora del film, è utile se è motivato, se crede in qualcosa, e se ha qualcosa per cui combattere; un soldato depresso e abbandonato alle proprie angosce non serve a nulla, se non al nemico.
Concordo con te, Paolo, e ti capisco, quando dici che quel poco di attivismo che c’è è male indirizzato perché si concentra su temi secondari (Santoro, Travaglio ecc.) senza vedere il quadro generale, e che per questo motivo è inutile se non addirittura dannoso. Concordo, ma non è annientando le speranze del prossimo che si rinforza (e tanto meno si crea) l’attivismo sperato (quello “giusto, giusto” per riprendere il tuo pezzo).
Serve gente motivata ad agire per un presente migliore, non disperata per un domani nero.
Per questi motivi credo che l’atteggiamento che hai sia controindicato, perché se da un lato i tuoi lavori sono fondamentali per l’aspetto conoscitivo, dall’altro sono demoralizzanti per il modo in cui li presenti.
Attenzione, non sto dicendo che dovresti metterla giù allegramente, o illudere il prossimo, dico che “se vogliamo affrontare dei titani di questa posta, bisogna organizzarsi completamente in un altro modo. Bisogna organizzare una resistenza altrettanto compatta, disciplinata, capillare, su tutti i territori nazionali”. Parole tue. Parole sacrosante.
Il punto è proprio questo, la creazione di quella resistenza.
Resistenza che dovrà essere formata da centinaia di migliaia di persone – se non di più, non so – e la cui formazione necessita di un’attenta analisi “dell’altro”: del suo comportamento, delle dimensioni che lo influenzano (motivazione, emozione, bisogni e desideri ecc.) e, di conseguenza, di come comunicare con lui nel miglior modo possibile (nell’ottica del fine che ci prefiggiamo).
Ovviamente questo non basta, ma credo che sia comunque necessario.
La comunicazione è il tuo pane quotidiano, lo so bene, ma credo che questa volta tu ti stia sbagliando.
La presa di coscienza non è sufficiente se non è accompagnata da un’analisi degli strumenti di cui si dispone per produrre il cambiamento. Dobbiamo concentrarci sulle possibili soluzioni del problema, sugli strumenti di cui disponiamo, sulla creazione di nuove soluzioni e di nuovi strumenti, su dibattiti e interrogazioni di esperti in quest’ottica. Altrimenti sapremo tutto del killer che ci sta per uccidere senza aver mai ragionato su come poterlo fare fuori.
Ci sarebbero tanti altri aspetti da trattare, ma non credo che sarebbe di una qualche utilità ammassarli tutti insieme ora.
Spero che questo sia solo il primo passo della tua strategia d’azione (far conoscere il vero potere), a cui presto seguirà il secondo, quello incentrato sugli strumenti e sulle possibili soluzioni.
“Poi per le soluzioni apriamo un altro capitolo. Ci sono.” (6° aggiornamento), lo credo anch’io, e spero al più presto di poterle discutere (per poi tentare di applicarle ovviamente) insieme a te e a tanti altri.
Ti ringrazio ancora per il lavoro che fai, è fondamentale.
Grazie.
Davide Baresi
P.S. Quanto espresso sopra sono opinioni personali, passibili di errori e di critiche (le quali sono anzi caldamente incoraggiate).
Spero che si aprano a breve dei dialoghi in tal senso (soluzioni e strumenti) e che in generale si incominci a ragionare e ad agire insieme, uniti dagli obiettivi comuni, smettendo una volta per tutte di fare come i capponi di Renzo.
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venerdì 25 febbraio 2011
Paolo Barnard apriamo tutti insieme il capitolo delle soluzioni

Ho appena finito di leggere l'ultimo aggiornamento - il nono - de "il più grande crimine", di Paolo Barnard, giornalista che ammiro e stimo.
Il succo dell'aggiornamento riguarda il fatto che quella che Barnard definisce l'Italia vera - l'uomo della strada - non ha il tempo, la voglia e le risorse per seguire i complessi ragionamenti che la porterebbe a comprendere le origini delle misere condizioni di vita che affronta e con le quali si confronta quotidianamente.
Sinceramente un po' mi sorprende che Barnard ne parli, come se non se ne fosse mai reso conto. Ricordo che egli stesso scrisse - in riferimento a Travaglio - che alle persone non serve a nulla sapere nel dettaglio i misfatti di questo o di quello, e che bene o male tutti sanno e "sentono" che qualcosa non va, che non è giusto, e via dicendo.
A cosa è servito allora parlare al dipendente del Fini grill dell'Euro, della Trilaterale, Bilderberg, wage deflation ecc.? (tanto di cappello comunque per averlo fatto).
Personalmente, per quanto deprimente possa essere, la considero una cosa ovvia. E' una caratteristica propria della psicologia umana quella di non voler aggiungere altri problemi - per giunta più complessi - a quelli che già deve affrontare.
Per questo motivo, o meglio: anche per questo motivo da tempo sostengo - e spero di non essere l'unico - che è inutile, o quanto meno inefficace, concentrarsi sui problemi che ci affliggono.
Dobbiamo concentrarci sulle possibili soluzioni di quei problemi.
Cosa intendo dire con "concentrarci sulle soluzioni"? Ovviamente dove c'è un problema c'è una soluzione. Per soluzioni non intendo certo formule economiche astruse. Le soluzioni iniziali di cui abbiamo bisogno sono semplici, elementari.
Prima di tutto necessitano di un piccolo ragionamento, come premessa.
Lo scopo dell'essere umano è la felicità - senza entrare in questioni esistenziali, atteniamoci qui alla sfera pratica.
La felicità è un concetto soggettivo, e può derivare da vari fattori, ma sicuramente per nascere ha bisogno di una condizione: il soddisfacimento dei bisogni.
Ora, i bisogni dell'essere umano, come quelli di qualunque altro animale, sono relativamente semplici: ogni uomo deve poter mangiare, bere e godere di buona salute. A livello pratico il "godere di buona salute" si articola in: poter vivere in un ambiente sano, avere accesso alle cure se dovesse ammalarsi, e potersi riparare dalle intemperie della natura.
Non serve altro, davvero, parlando di bisogni non serve altro.
Vivendo noi in questo sistema malato, che senza i maledetti soldi non concede nulla, la vera necessità che abbiamo è quella assicurarci il soddisfacimento di questi bisogni elementari. La paura di oggi è proprio quella di non poter soddisfare questi diritti fondamentali di ogni essere umano: paura di non trovare un lavoro che ci permetta di mangiare o poter dare da mangiare alle nostre famiglie; paura di non potersi "permettere" una casa in cui poter vivere; paura di non potersi "permettere" un futuro per sé o per i propri figli.
Le soluzioni sono quindi quei cambiamenti, conoscenze/tecnologie o possibilità che ci consentirebbero di riappropriarci delle risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogni essenziali.
Questa, a mio avviso, è la vera base da cui partire.
Ovviamente non dico di focalizzarsi solo su questi aspetti, è giusto e auspicabile contestualizzare la nostra realtà quotidiana e capire i fattori che la creano o la influenzano.
Tuttavia credo che sia fondamentale capire che la paura del cambiamento deriva dall'insicurezza e dalla paura di non poter soddisfare un domani - ma anche durante il processo di cambiamento - quei semplici bisogni che ho elencato prima.
La priorità deve essere la condivisione delle conoscenze e la ricerca delle migliori soluzioni ai vari problemi, grandi e piccoli, che viviamo quotidianamente.
Sempre Barnard conclude il sesto aggiornamento dicendo "Prima cosa fate questo" riferendosi alla presa di coscienza delle cause internazionali dello status quo "poi per le soluzioni apriamo un altro capitolo. Ci sono."
Credo sia ora di aprire tutti insieme quel nuovo capitolo.
Davide B.
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