“Nordest Spreco Zero”: parte dalla città di Trieste la campagna di sensibilizzazione contro lo spreco alimentare che coinvolge i cittadini del nordest e alla quale hanno già aderito 100 sindaci e le regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia. I pubblici amministratori sottoscriveranno la “Carta Nordest Spreco Zero” – formulata sulla base di una Dichiarazione congiunta di cittadini, esperti e operatori – il prossimo 29 settembre 2012, in occasione della prima “Giornata contro lo spreco di cibo” promossa da Last Minute Market.
“Nordest Spreco Zero” è molto più di uno slogan e di un auspicio: è un percorso concreto che coinvolge 100 sindaci del nordest del Belpaese - con capofila il Comune di Trieste, Roberto Cosolini, affiancato dai governatori delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia – nella sottoscrizione della “Carta Nordest Spreco Zero”. Dieci buone pratiche che raccolgono in modo concreto l’impegno assunto dal Parlamento europeo, lo scorso 19 gennaio 2012, di evitare lo spreco di alimenti.
La Carta contiene una serie di strategie tese a migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE, come proposto dalla Commissione per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale sulla base della Dichiarazione congiunta contro lo spreco di cibo elaborata da Last Minute Market nel quadro della campagna europea “Un anno contro lo spreco” – sottoscritta da molte personalità della cultura, della scienza, delle istituzioni.
I 100 sindaci sottoscriveranno la Carta durante la cerimonia pubblica prevista per sabato 29 settembre 2012 a Trieste, nell’ambito della prima edizione di “Trieste Next – Salone Europeo dell’Innovazione e della Ricerca Scientifica” (28-30 settembre 2012). L’iniziativa è stata presentata nel corso di una conferenza stampa alla quale sono intervenuti, tra gli altri, il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, e l’agroeconomista Andrea Segrè, ideatore e presidente di Last Minute Market.
Lo spreco alimentare è uno scandaloso paradosso del nostro tempo. Mentre, da un lato, vi è la necessità di aumentare la produzione di cibo del 70% nei prossimi anni per poter nutrire una popolazione che conterà 9 miliardi nel 2050, dall’altro nel mondo si spreca più di un terzo del cibo che viene prodotto. Se si potessero recuperare tutte le perdite alimentari e tutti gli scarti, si potrebbe dare da mangiare – per un anno intero! – a metà dell’attuale popolazione mondiale: cioè a 3,5 miliardi di persone.
“Proprio a partire da queste considerazioni e da questi dati”, ha spiegato Andrea Segrè, Preside della Facoltà di Agraria a Bologna e fondatore di Last Minute Market, “nel 2010 abbiamo avviato la Campagna Europea di sensibilizzazione “Un anno contro lo spreco”, in stretta partnership col Parlamento europeo-Commissione Agricoltura”.
“La crisi globale, paradossalmente, può offrire un’occasione di cambiamento, e in questo senso la società civile può dare un indirizzo importante alle forze politiche ed economiche“, ha continuato Segrè. “La “Carta Nordest Spreco Zero” è un esempio importante: formulata sulla base di una Dichiarazione congiunta di cittadini, esperti e operatori, verrà adottata dai pubblici amministratori e diventerà buona prassi quotidiana per i cittadini amministrati. Le nostre azioni, anche se piccole, possono veramente portare a un mondo nuovo. Dobbiamo tornare a credere nel nostro ruolo di individui-cittadini attivi nella società“.
Il sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, ha sottolineato come “nella “Carta contro lo Spreco”, non ci sono solo belle e generiche parole, ma contiene impegni amministrativi seri, ad esempio legati ai bandi pubblici per i servizi di ristorazione, dove viene chiesto alle aziende partecipanti, attribuendo adeguati punteggi, di ridurre gli sprechi delle derrate alimentari e di favorire l’utilizzo di prodotti a Km zero”. “E’ un impegno serio”, ha concluso il primo cittadino, “per un salto di qualità nel rapporto tra gli enti locali e le comunità di appartenenza, a favore di un consumo responsabile e senza sprechi”.
Con la sottoscrizione della “Carta Nordest Spreco Zero” verranno rese subito operative alcune delle indicazioni contenute nella Risoluzione Europea contro lo spreco, che ha l’obiettivo di dimezzare, entro il 2025, sprechi e perdite alimentari: gli amministratori si impegnano a sostenere tutte le organizzazioni pubbliche e private che recuperano, a livello locale, i prodotti rimasti invenduti e scartati per redistribuirli gratuitamente alle categorie di cittadini al di sotto del reddito minimo.
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mercoledì 29 agosto 2012
100 sindaci firmano una Carta contro lo spreco di cibo - Last Minute Market
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martedì 27 marzo 2012
Fare la spesa: trucchi e trappole
Sempre in chiave alimentazione e salute riporto un breve articolo del buon Dott. Ongaro, personaggio più volte apparso nelle pagine del blog.
Fare la spesa: trucchi e trappole
I supermercati sono senza dubbio molto comodi e spesso convenienti ma rendono il fare la spesa un’operazione sempre più complessa. E’ facile diventare succubi del numero infinito di prodotti, delle centinaia di offerte, delle numerose pubblicità e perdere in questo modo il controllo sui nostri acquisti. Ci si ritrova così con il carrello pieno di cose che non avevamo pianificato di acquistare e che spesso incidono sulla qualità della nostra alimentazione oltre che sul portafoglio. Qualche semplice accorgimento può esserci di aiuto
1 – Prepariamo sempre prima una lista di ciò che ci serve e rispettiamola. La lista viene preparata a casa, lontano dalle tentazioni e quindi è più facile rimanere razionali e attenti alle esigenze della nostra salute.
2 – Non compriamo quantità eccessive di prodotti con il rischio di doverli buttare via prima di averli consumati. La mancanza di tempo porta spesso a fare la spesa raramente e ad acquistare grandi quantitativi. Non è sempre la soluzione migliore anche perché saremo costretti a ridurre la quantità di prodotti freschi preferendo quelli a lunga conservazione.
3 – Cerchiamo di resistere agli acquisti impulsivi. I prodotti localizzati attorno alle casse sono in genere inutili e messi li per farci cedere all’ultimo momento. Essere consapevoli della loro presenza è il modo migliore per proteggersi.
4 – Ricordiamoci che più giriamo nella zona dei prodotti freschi meglio è. Se visivamente il carrello è pieno di alimenti confezionati, inscatolati, impacchettati, ritorniamo indietro e cerchiamo di riequilibrare la spesa.
5 – Premiamo quei supermercati che stanno facendo della salute un loro modello di business e che mettono a disposizione un’offerta sempre più ampia di alimenti salutari.
6 – Guardiamo sempre le etichette e gli ingredienti per capire cosa stiamo comprando. Evitiamo prodotti con liste di ingredienti troppe lunghe e complesse, con nomi o sigle incomprensibili e ricordiamoci che gli ingredienti sono in ordine decrescente di concentrazione. Se il primo ingrediente per esempio è lo zucchero vuole dire che ce n’è davvero parecchio.
tratto da: http://nuovistilidivita.corrieredelveneto.corriere.it/2012/03/27/fare-la-spesa-trucchi-e-trappole/
Fare la spesa: trucchi e trappole
I supermercati sono senza dubbio molto comodi e spesso convenienti ma rendono il fare la spesa un’operazione sempre più complessa. E’ facile diventare succubi del numero infinito di prodotti, delle centinaia di offerte, delle numerose pubblicità e perdere in questo modo il controllo sui nostri acquisti. Ci si ritrova così con il carrello pieno di cose che non avevamo pianificato di acquistare e che spesso incidono sulla qualità della nostra alimentazione oltre che sul portafoglio. Qualche semplice accorgimento può esserci di aiuto
1 – Prepariamo sempre prima una lista di ciò che ci serve e rispettiamola. La lista viene preparata a casa, lontano dalle tentazioni e quindi è più facile rimanere razionali e attenti alle esigenze della nostra salute.
2 – Non compriamo quantità eccessive di prodotti con il rischio di doverli buttare via prima di averli consumati. La mancanza di tempo porta spesso a fare la spesa raramente e ad acquistare grandi quantitativi. Non è sempre la soluzione migliore anche perché saremo costretti a ridurre la quantità di prodotti freschi preferendo quelli a lunga conservazione.
3 – Cerchiamo di resistere agli acquisti impulsivi. I prodotti localizzati attorno alle casse sono in genere inutili e messi li per farci cedere all’ultimo momento. Essere consapevoli della loro presenza è il modo migliore per proteggersi.
4 – Ricordiamoci che più giriamo nella zona dei prodotti freschi meglio è. Se visivamente il carrello è pieno di alimenti confezionati, inscatolati, impacchettati, ritorniamo indietro e cerchiamo di riequilibrare la spesa.
5 – Premiamo quei supermercati che stanno facendo della salute un loro modello di business e che mettono a disposizione un’offerta sempre più ampia di alimenti salutari.
6 – Guardiamo sempre le etichette e gli ingredienti per capire cosa stiamo comprando. Evitiamo prodotti con liste di ingredienti troppe lunghe e complesse, con nomi o sigle incomprensibili e ricordiamoci che gli ingredienti sono in ordine decrescente di concentrazione. Se il primo ingrediente per esempio è lo zucchero vuole dire che ce n’è davvero parecchio.
tratto da: http://nuovistilidivita.corrieredelveneto.corriere.it/2012/03/27/fare-la-spesa-trucchi-e-trappole/
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domenica 29 gennaio 2012
Grazie a Renault puoi esprimere la tua personalità!
Grazie alla nuova Renault Twingo puoi finalmente esprimere la tua personalità!
Sono addirittura oltre trentamila le diverse combinazioni possibili!
Vivi in un mondo in cui il cibo che mangi è povero di sostanze nutrienti e ricco di sostanze nocive; l’aria che respiri è inquinata e alla lunga dannosa; l’acqua che bevi sei fortunato se non è gestita da aziende che traggono profitti aumentandone il prezzo; l’ambiente in cui vivi è degradato e inquinato, sempre per il profitto di pochi; case farmaceutiche “inquinano” la ricerca medica che si traduce poi nella possibilità di curarti efficacemente e di mantenerti in salute; la criminalità organizzata dilaga, mezzo mondo è affamato o in condizioni di vita indegne, l’iniquità e l’ingiustizia sono l’orizzonte che vedi quotidianamente… ma …
HEY! Puoi esprimere la tua personalità scegliendo il colore della macchina!
Sono addirittura oltre trentamila le diverse combinazioni possibili!
Vivi in un mondo in cui il cibo che mangi è povero di sostanze nutrienti e ricco di sostanze nocive; l’aria che respiri è inquinata e alla lunga dannosa; l’acqua che bevi sei fortunato se non è gestita da aziende che traggono profitti aumentandone il prezzo; l’ambiente in cui vivi è degradato e inquinato, sempre per il profitto di pochi; case farmaceutiche “inquinano” la ricerca medica che si traduce poi nella possibilità di curarti efficacemente e di mantenerti in salute; la criminalità organizzata dilaga, mezzo mondo è affamato o in condizioni di vita indegne, l’iniquità e l’ingiustizia sono l’orizzonte che vedi quotidianamente… ma …
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giovedì 12 gennaio 2012
La medicina del futuro: la cultura della salute
Grazie al buon Dr.Ongaro scopriamo quali sono le prospettive della medicina del domani e i segreti della salute.
Buona visione
Intervento del Dr.Ongaro al convegno Anti-Aging
Dr.Ongaro sulla medicina di domani
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sabato 7 gennaio 2012
Quale rivoluzione? Siamo viziati e senza coraggio! - Paolo Barnard
Risposta interessante di Barnard alla domanda del pubblico su cosa possiamo fare e quali strumenti abbiamo per cambiare le cose.
Io sono un fermo sostenitore della massima "il fine giustifica i mezzi", e Barnard qui ci ricorda che bisogna avere il coraggio di perseguirlo quel fine.
Io sono un fermo sostenitore della massima "il fine giustifica i mezzi", e Barnard qui ci ricorda che bisogna avere il coraggio di perseguirlo quel fine.
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mercoledì 25 maggio 2011
L’Uomo è morto – A proposito di profitto
Rifacendomi al contenuto dell’articolo vorrei dire che, a mio parere, non è il consumo in sé a caratterizzare in modo così negativo la situazione descritta, quanto quello che c’è dietro: il profitto come unico “Dio”.
IO UN CONSUMATORE?
DI ELLEN DANNIN
Truthout.org
Dove sono finite tutte le persone? Per non parlare dei cittadini, degli esseri umani, dei vicini, degli abitanti, di individui, uomini, donne, adulti, bambini, lavoratori, impiegati, datori di lavoro... Improvvisamente, ovunque, spariti, tutti. Il loro posto è stato preso dai consumatori.
Non è una questione di destra o sinistra. La National Public Radio (NPR), la meno schierata, ha usato questo termine. In un discorso al Congresso, il liberale Economic Policy Institute (EPI) ha detto che i redditi dei consumatori si sono abbassati. E Fox News ha riferito che, non le “persone” o i “benefattori”, ma i consumatori, credendo di fare donazioni per le vittime di disastri naturali, sono stati truffati dai criminali.
Qualcuno potrebbe pensare che i relatori di questi eventi si siano accorti che i loro soggetti non erano impegnati a consumare, divorare o mangiare. Piuttosto, in ognuna di queste situazioni, i cosiddetti consumatori erano “cotti a puntino”, erano il “cosa c’è per cena”, il “piatto del giorno”. Erano, se non altro, vittime. Mangiati in un boccone.
Ciò costringerà gli esperti a un'indagine per scoprire quando esattamente le persone hanno smesso di essere tali, quando la loro completezza e complessità sono state eliminate per essere sostituite dal consumo. Chi può dare una risposta a questa domanda? Chi può spiegare cosa significhi e cosa significherà nel prossimo futuro?
C’è del vero nel termine "consumatore", ma, ad essere onesti, siamo consumatori tanto quanto consumati. Fox, NPR, EPI e compagnia ci hanno fatto uscire allo scoperto. Siamo quello che consumiamo. E’ sempre più ovvio. Al giorno d’oggi la nostra unica forma di relazione con l’altro, esseri umani e cose, è il consumo. Da una parte all’altra del paese siamo stati assemblati per formare una macchina divoratrice, che consuma piante, animali, paesaggi, bellezza e risorse di ogni tipo senza nessuna preoccupazione per il futuro, per i nostri figli o nipoti o i nostri discendenti per i millenni a venire. Noi, consumatori concentrati a comprare case-trofeo e a rimpinguare i nostri fondi pensionistici in modo da permetterci di consumare “guardando avanti”. Che stessimo “guardando avanti” o no, non stavamo certo pensando alle impronte lasciate sul nostro cammino, finché giunse il giorno in cui ci accorgemmo che tutto ciò che avevamo era spazzatura e che saremmo annegati in una pozza d’acqua.
Come consumatori viviamo in un eterno presente, che ingloba e elimina tutto. Ma i nostri avi avevano capito l’importanza dell'essere prudenti, del preservare. Capirono l’importanza di costruire infrastrutture dal valore durevole, non pensando solo a sé stessi, ma anche ai propri figli e discendenti. Capirono, come fece Oliver Wendell Holmes, che le tasse che stavano pagando erano il prezzo per l’ammissione alla vita in una società civilizzata. Capirono che vivere in una società civilizzata significa procurare nutrimento reale e la miglior educazione possibile, per tutti. Quella società alla fine era devota al principio “Ciò che avete fatto per l’ultimo tra loro l’avete fatto per me”.
Le cose che fecero e produssero stanno ancora contribuendo alla nostra sicurezza e al nostro progresso. Tra l'altro, crearono un sistema educativo di alto livello e largamente sovvenzionato, che ha eliminato l’ostacolo dei costi e ha reso il nostro paese leader in tanti settori. Staremmo meglio oggi se ci fossimo resi conto dell’investimento che fecero per noi, invece che consumare e distruggere quest'eredità.
Molto del futuro che essi sognarono esiste ancora. Le infrastrutture realizzate sostengono ancora il nostro benessere e il nostro successo. Il loro impegno e la loro fatica sono sempre di vitale importanza per il nostro futuro.
Ironicamente, ci sono grandi appetiti là fuori e veri consumatori che sono invisibili nonostante l’ammontare dei loro consumi. È grazie alla loro sollecitazione che abbiamo gettato via la nostra umanità e il nostro posto nella lunga catena della vita e dell'esistenza.
Chi sono i veri consumatori? Quelli che affermano che l’economia è tutto. Che sostengono che si devono prendere “decisioni forti”, e poi queste “decisioni forti” hanno sempre lo stesso risultato, rendere i ricchi sempre più ricchi e peggiorare la condizione degli oppressi e degli sfruttati.
Tutto questo non è frutto di un complotto. Ce lo siamo imposto da soli. E perseveriamo nel consumare il nostro futuro, la nostra umanità.
Forse è ormai troppo tardi, ma non dobbiamo smettere di sforzarci di tirar fuori la nostra personalità e risanare la nostra umanità. Abbiamo bisogno di capire dove ci siamo persi. Questo compito riguarda ognuno di noi, il compito di lasciare i nostri giocattoli e pensare cosa ci può davvero rendere sicuri e felici.
Ellen Dannin, Fannie Weiss distinguished faculty scholar, è docente di legge alla Penn State Dickinson School of Law e autrice di "Taking Back the Workers' Law - How to Fight the Assault on Labor Rights"(“Riprendere la Legge sul Lavoro – Come Combattere l’Attacco ai Diritti dei Lavoratori”)
Titolo originale: "I, Consumer?"
Fonte: http://www.truthout.org
Link
30.04.2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SABRINA TONCINI
IO UN CONSUMATORE?
DI ELLEN DANNIN
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Dove sono finite tutte le persone? Per non parlare dei cittadini, degli esseri umani, dei vicini, degli abitanti, di individui, uomini, donne, adulti, bambini, lavoratori, impiegati, datori di lavoro... Improvvisamente, ovunque, spariti, tutti. Il loro posto è stato preso dai consumatori.
Non è una questione di destra o sinistra. La National Public Radio (NPR), la meno schierata, ha usato questo termine. In un discorso al Congresso, il liberale Economic Policy Institute (EPI) ha detto che i redditi dei consumatori si sono abbassati. E Fox News ha riferito che, non le “persone” o i “benefattori”, ma i consumatori, credendo di fare donazioni per le vittime di disastri naturali, sono stati truffati dai criminali.
Qualcuno potrebbe pensare che i relatori di questi eventi si siano accorti che i loro soggetti non erano impegnati a consumare, divorare o mangiare. Piuttosto, in ognuna di queste situazioni, i cosiddetti consumatori erano “cotti a puntino”, erano il “cosa c’è per cena”, il “piatto del giorno”. Erano, se non altro, vittime. Mangiati in un boccone.
Ciò costringerà gli esperti a un'indagine per scoprire quando esattamente le persone hanno smesso di essere tali, quando la loro completezza e complessità sono state eliminate per essere sostituite dal consumo. Chi può dare una risposta a questa domanda? Chi può spiegare cosa significhi e cosa significherà nel prossimo futuro?
C’è del vero nel termine "consumatore", ma, ad essere onesti, siamo consumatori tanto quanto consumati. Fox, NPR, EPI e compagnia ci hanno fatto uscire allo scoperto. Siamo quello che consumiamo. E’ sempre più ovvio. Al giorno d’oggi la nostra unica forma di relazione con l’altro, esseri umani e cose, è il consumo. Da una parte all’altra del paese siamo stati assemblati per formare una macchina divoratrice, che consuma piante, animali, paesaggi, bellezza e risorse di ogni tipo senza nessuna preoccupazione per il futuro, per i nostri figli o nipoti o i nostri discendenti per i millenni a venire. Noi, consumatori concentrati a comprare case-trofeo e a rimpinguare i nostri fondi pensionistici in modo da permetterci di consumare “guardando avanti”. Che stessimo “guardando avanti” o no, non stavamo certo pensando alle impronte lasciate sul nostro cammino, finché giunse il giorno in cui ci accorgemmo che tutto ciò che avevamo era spazzatura e che saremmo annegati in una pozza d’acqua.
Come consumatori viviamo in un eterno presente, che ingloba e elimina tutto. Ma i nostri avi avevano capito l’importanza dell'essere prudenti, del preservare. Capirono l’importanza di costruire infrastrutture dal valore durevole, non pensando solo a sé stessi, ma anche ai propri figli e discendenti. Capirono, come fece Oliver Wendell Holmes, che le tasse che stavano pagando erano il prezzo per l’ammissione alla vita in una società civilizzata. Capirono che vivere in una società civilizzata significa procurare nutrimento reale e la miglior educazione possibile, per tutti. Quella società alla fine era devota al principio “Ciò che avete fatto per l’ultimo tra loro l’avete fatto per me”.
Le cose che fecero e produssero stanno ancora contribuendo alla nostra sicurezza e al nostro progresso. Tra l'altro, crearono un sistema educativo di alto livello e largamente sovvenzionato, che ha eliminato l’ostacolo dei costi e ha reso il nostro paese leader in tanti settori. Staremmo meglio oggi se ci fossimo resi conto dell’investimento che fecero per noi, invece che consumare e distruggere quest'eredità.
Molto del futuro che essi sognarono esiste ancora. Le infrastrutture realizzate sostengono ancora il nostro benessere e il nostro successo. Il loro impegno e la loro fatica sono sempre di vitale importanza per il nostro futuro.
Ironicamente, ci sono grandi appetiti là fuori e veri consumatori che sono invisibili nonostante l’ammontare dei loro consumi. È grazie alla loro sollecitazione che abbiamo gettato via la nostra umanità e il nostro posto nella lunga catena della vita e dell'esistenza.
Chi sono i veri consumatori? Quelli che affermano che l’economia è tutto. Che sostengono che si devono prendere “decisioni forti”, e poi queste “decisioni forti” hanno sempre lo stesso risultato, rendere i ricchi sempre più ricchi e peggiorare la condizione degli oppressi e degli sfruttati.
Tutto questo non è frutto di un complotto. Ce lo siamo imposto da soli. E perseveriamo nel consumare il nostro futuro, la nostra umanità.
Forse è ormai troppo tardi, ma non dobbiamo smettere di sforzarci di tirar fuori la nostra personalità e risanare la nostra umanità. Abbiamo bisogno di capire dove ci siamo persi. Questo compito riguarda ognuno di noi, il compito di lasciare i nostri giocattoli e pensare cosa ci può davvero rendere sicuri e felici.
Ellen Dannin, Fannie Weiss distinguished faculty scholar, è docente di legge alla Penn State Dickinson School of Law e autrice di "Taking Back the Workers' Law - How to Fight the Assault on Labor Rights"(“Riprendere la Legge sul Lavoro – Come Combattere l’Attacco ai Diritti dei Lavoratori”)
Titolo originale: "I, Consumer?"
Fonte: http://www.truthout.org
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30.04.2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SABRINA TONCINI
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martedì 10 maggio 2011
Il caso di Parma - Soluzione "Rifiuti Zero"
Come abbiamo ricordato più volte in questo blog, i problemi che ci troviamo ad affrontare sono relativamente pochi (i problemi “veri”, ovviamente). Tra questi sono di primaria importanza il problema “energetico” e quello relativo all’attuale sistema produttivo / di consumo.
Sebbene l’importanza del primo possa apparire evidente grazie alla risonanza mediatica di cui gode ultimamente, il secondo, nonostante sia sentito solo da alcuni ambienti e abbia effetti più indiretti, non è da meno in quanto rilevanza avendo ripercussioni su molte variabili determinanti per la qualità della nostra vita (inclusa la “qualità” dell’ambiente in cui viviamo).
Agli osservatori più attenti non sarà certo sfuggito il legame esistente tra le due questioni (o problemi). L’attuale sistema produttivo / di consumo è infatti una delle principali cause di “inefficienza energetica” (salvo risolvere i problemi derivanti da esso nascondendo la polvere sotto il tappeto – leggasi incenerire gli scarti della produzione e del consumo).
Fatte le debite premesse si deve aggiungere che la necessità di creare dei “cicli completi” (o quasi) in cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” è una delle soluzioni più evidenti e sensate a cui una persona razionale e di “buon senso” possa pervenire.
In seguito a queste considerazioni presento qui l’ “istruttivo” caso della città di Parma (sul tema della possibile soluzione “rifiuti zero”), tramite un articolo preso dall’ottimo sito “Il Cambiamento”.
L’ALTERNATIVA: UN'EUROPA A RIFIUTI ZERO
Senza inceneritori è possibile ora
Una sala gremita, ma un solo rappresentante delle istituzioni, il delegato alla salute Fabrizio Pallini, ha seguito con attenzione il convegno del GCR dedicato alla proposta alternativa di gestione dei rifiuti di Parma, dal titolo “L’Alternativa: un’Europa a Rifiuti Zero”, inserito nella Festa dell’Europa 2011 e ospitato nella sala aurea della Camera di Commercio.
Due ospiti, Massimo Cerani e Frans Beckers, per altrettante relazioni di grande levatura e interesse. Ancora un appuntamento mancato (volutamente?) dagli amministratori locali, che avevano l’opportunità di confrontarsi a viso aperto con la filosofia opposta a quella che oggi Parma si appresta ad adottare, per bruciare a Ugozzolo 130 mila tonnellate di rifiuti, con le note ricadute ambientali. L’ingegner Massimo Cerani, esperto lombardo di raccolte differenziate, non ha avuto peli sulla lingua nel sostenere con convinzione che gli inceneritori sono solo un business per i gestori e che con una adeguata raccolta differenziata il rifiuto residuale non è sufficiente per tenere acceso un impianto di questo genere. Ergo, se ci sono ancora i “numeri” per alimentare un impianto, è la raccolta stessa ad essere organizzata in modo pessimo, parziale, insufficiente, probabilmente finalizzata proprio a produrre un quantitativo sufficiente di rifiuti residui utili a mantenere in vita l’impianto.
L’ing. Cerani ha analizzato la situazione di Parma, presentando le linee di sviluppo di un piano di gestione dei rifiuti senza l’ausilio di incenerimento e se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla realizzabilità di questo progetto, i numeri dell’ingegnere bresciano hanno spazzato via ogni residua perplessità. La messa in opera della rivoluzione della raccolta domiciliare è praticabile in pochi mesi, con raggiungimento di percentuali di riciclo attorno al 70%, e una spesa complessiva di 20 milioni di euro (l’inceneritore ne costerà minimo 200 senza contare il teleriscaldamento), necessari per realizzare 2 centri riciclo con la tecnologia di Vedelago e un residuo indifferenziato addirittura al di sotto delle 10 mila tonnellate annue (teniamo conto che l’inceneritore produrrà 40 mila tonnellate di ceneri inquinate che non si dove verranno collocate).
Risultati possibili e certificati dalla Provincia di Treviso, che a Vedelago ha verificato come un mix di rifiuti indifferenziato e plastiche scartate dalla raccolta differenziata porti alla creazione di un granulo a matrice plastica, a norme Uni, che diventa materia di base per panchine, mattonelle, staccionate, tegole. Questi risultati, di per sé sorprendenti per i nostri amministratori, si raggiungono con una applicazione corretta della raccolta domiciliare spinta affiancata dalla tariffazione puntuale, entrambe da applicare al 100% delle utenze, e una corretta adozione delle pratiche utili alla riduzione e prevenzione della produzione dei rifiuti, azioni che riducono notevolmente la produzione pro capite di rifiuti da parte dei cittadini. Il piano del GCR è dunque fattibile ed anzi migliorabile, ma giace in un cassetto di Provincia e Comune dal giugno dello scorso anno. Fogli pericolosi, di cui è meglio no parlare. Massimo Cerani ha anche sottolineato come Parma utilizzi un piano provinciale di gestione dei rifiuti vecchio e superato dalla tecnologia e dai nuovi traguardi raggiunti dalla raccolta differenziata, un piano anche andrebbe già da oggi rivisto e revisionato, adeguandolo alla situazione di oggi. E neanche è stato clemente con il teleriscaldamento, giudicato un altro affare per il gestore ma una vera iattura per i cittadini, con alti costi, e ricadute ambientali negative e non positive, legate ad esempio al surriscaldamento estivo causato dalle condotte di acqua bollente che attraversano la città (l’inceneritore mica si spegne, d’estate…).
Se il primo relatore ha chiarito una volta per tutti la facilità di adozione di un piano alternativo,. Frans Beckers, responsabile C2C di van Gasewinkel, ha offerto la visione globale del problema rifiuti, dal punto di vista di una grande multiutility olandese, che opera in diversi Stati europei, fatturando 1,2 miliardi di Euro. Un’azienda globale che nel 2007 ha fatto propria la filosofia Cradle to Cradle, dalla culla dalla culla, credendo in questa svolta come il necessario e impellente sviluppo economico del futuro.
C2C è stata presentata anche a Parma, lo scorso gennaio, direttamente al co fondatore Michael Braungart in un auditorium Paganini al completo. La van Gasewinkel, come tutte le società per azioni, mira al profitto ed al guadagno, eppure dal 2007 sta diminuendo la propria capacità di smaltimento in inceneritori e sta aumentando il business del riciclo, addirittura spegnendo lo scorso anno l’inceneritore di Rotterdam, per mancanza di materiali. Frans Beckers ha specificato come nel vecchio continente sia in atto una vera e propria rivoluzione di approccio al tema dei materiali post consumo, che li ha fatti tornare al loro ruolo di materiali nobili, dopo averli per decenni semplicemente considerati combustibile ad incenerire. Una rivoluzione che VGW ha adottato come strategia e visione, impostando tutte le politiche aziendali verso l’abbandono e la chiusura dei rimanenti 2 inceneritori in possesso della società. La VGW, colosso europeo del settore, con un settore ricerca e sviluppo che conta 60 persone di organico, conduce la propria azione su più fronti, interagendo con i clienti per favorire un miglioramento delle performance di recupero materia, dialogando con i produttori di packaging per giungere in breve tempo ad un design di materiali riciclabili facilmente ed al 100% sulla stregua della filosofia dalla culla alla culla che, imitando la natura, propone un ciclo chiuso dei materiali dove lo scarto di un settore diventa automaticamente nutrimento per l’altro. Il messaggio lanciato da Beckers è molto chiaro. Costruire oggi un inceneritore a Parma non ha alcun motivo pratico o economico, visto che già oggi la capacità di incenerimento in Europa supera la disponibilità di materiali. La VGW è addirittura disponibile ad offrire i propri impianti per trattare i rifiuti di Parma in attesa di raggiungere le percentuali necessarie a chiudere il ciclo senza bisogno di impianti a caldo. Non avrebbe difficoltà a proporre una offerta per il ritiro dei materiali a costi concorrenziali con la attuali dinamiche economiche. VCW ha proposto i suoi servizi dopo aver visitato, durante la giornata, la situazione di gestione dei rifiuti di Parma. Il mattino è stato dedicato ad un confronto con Iren, nella sede di stradello Santa Margherita, uno scambio di vedute al quale GCR è stato impedito di partecipare (evviva la trasparenza!), e con un incontro seguente in comune con i dirigenti del settore ambiente Moruzzi e Angella.Nel pomeriggio waste tour da Ghirardi (carta), Furlotti (vetro e plastiche), Carbognani (metalli).Una intensa giornata che si è conclusa alla Camera di Commercio, dove Beckers ha potuto esprimere le sue considerazioni dopo una attenta visione della situazione locale.L’inceneritore a Parma quindi non serve, non risolve un problema che non c’è, bloccherà lo sviluppo della raccolta differenziata, ci costerà molto salato, sia economicamente che in salute.
Tra il pubblico, alla fine del convegno, è venuto spontaneo domandarsi come mai allora, visti tutti gli aspetti positivi di una gestione corretta dei materiali, si insita in una direzione così sbagliata come l’incenerimento. Come mai di fronte a tutte le ricadute positive in termini economici ed ambientali, si scelga ancora una strada, quella dell’incenerimento, che porta con sé inquinamento, malattie, costi economici e sociali di grossa portata?Sono scelte suicide, contrastanti con il bene comune e l’economicità. Manca qualche tassello, non conosciamo fino in fondo tutti i risvolti. Ci vede essere un interesse che noi non conosciamo che giustifica l’insistenza così fuori da ogni logica di questo voler incenerire per 20, 30 anni, materiali che possono essere utilmente recuperati. Qualcuno ci guadagnerà da tutto questo, ma non saranno certo i cittadini.
Tratto da: http://reti.ilcambiamento.it/gestionecorrettarifiuti/author/gestione-corretta-rifiuti/
Sebbene l’importanza del primo possa apparire evidente grazie alla risonanza mediatica di cui gode ultimamente, il secondo, nonostante sia sentito solo da alcuni ambienti e abbia effetti più indiretti, non è da meno in quanto rilevanza avendo ripercussioni su molte variabili determinanti per la qualità della nostra vita (inclusa la “qualità” dell’ambiente in cui viviamo).
Agli osservatori più attenti non sarà certo sfuggito il legame esistente tra le due questioni (o problemi). L’attuale sistema produttivo / di consumo è infatti una delle principali cause di “inefficienza energetica” (salvo risolvere i problemi derivanti da esso nascondendo la polvere sotto il tappeto – leggasi incenerire gli scarti della produzione e del consumo).
Fatte le debite premesse si deve aggiungere che la necessità di creare dei “cicli completi” (o quasi) in cui “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” è una delle soluzioni più evidenti e sensate a cui una persona razionale e di “buon senso” possa pervenire.
In seguito a queste considerazioni presento qui l’ “istruttivo” caso della città di Parma (sul tema della possibile soluzione “rifiuti zero”), tramite un articolo preso dall’ottimo sito “Il Cambiamento”.
L’ALTERNATIVA: UN'EUROPA A RIFIUTI ZERO
Senza inceneritori è possibile ora
Una sala gremita, ma un solo rappresentante delle istituzioni, il delegato alla salute Fabrizio Pallini, ha seguito con attenzione il convegno del GCR dedicato alla proposta alternativa di gestione dei rifiuti di Parma, dal titolo “L’Alternativa: un’Europa a Rifiuti Zero”, inserito nella Festa dell’Europa 2011 e ospitato nella sala aurea della Camera di Commercio.
Due ospiti, Massimo Cerani e Frans Beckers, per altrettante relazioni di grande levatura e interesse. Ancora un appuntamento mancato (volutamente?) dagli amministratori locali, che avevano l’opportunità di confrontarsi a viso aperto con la filosofia opposta a quella che oggi Parma si appresta ad adottare, per bruciare a Ugozzolo 130 mila tonnellate di rifiuti, con le note ricadute ambientali. L’ingegner Massimo Cerani, esperto lombardo di raccolte differenziate, non ha avuto peli sulla lingua nel sostenere con convinzione che gli inceneritori sono solo un business per i gestori e che con una adeguata raccolta differenziata il rifiuto residuale non è sufficiente per tenere acceso un impianto di questo genere. Ergo, se ci sono ancora i “numeri” per alimentare un impianto, è la raccolta stessa ad essere organizzata in modo pessimo, parziale, insufficiente, probabilmente finalizzata proprio a produrre un quantitativo sufficiente di rifiuti residui utili a mantenere in vita l’impianto.
L’ing. Cerani ha analizzato la situazione di Parma, presentando le linee di sviluppo di un piano di gestione dei rifiuti senza l’ausilio di incenerimento e se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sulla realizzabilità di questo progetto, i numeri dell’ingegnere bresciano hanno spazzato via ogni residua perplessità. La messa in opera della rivoluzione della raccolta domiciliare è praticabile in pochi mesi, con raggiungimento di percentuali di riciclo attorno al 70%, e una spesa complessiva di 20 milioni di euro (l’inceneritore ne costerà minimo 200 senza contare il teleriscaldamento), necessari per realizzare 2 centri riciclo con la tecnologia di Vedelago e un residuo indifferenziato addirittura al di sotto delle 10 mila tonnellate annue (teniamo conto che l’inceneritore produrrà 40 mila tonnellate di ceneri inquinate che non si dove verranno collocate).
Risultati possibili e certificati dalla Provincia di Treviso, che a Vedelago ha verificato come un mix di rifiuti indifferenziato e plastiche scartate dalla raccolta differenziata porti alla creazione di un granulo a matrice plastica, a norme Uni, che diventa materia di base per panchine, mattonelle, staccionate, tegole. Questi risultati, di per sé sorprendenti per i nostri amministratori, si raggiungono con una applicazione corretta della raccolta domiciliare spinta affiancata dalla tariffazione puntuale, entrambe da applicare al 100% delle utenze, e una corretta adozione delle pratiche utili alla riduzione e prevenzione della produzione dei rifiuti, azioni che riducono notevolmente la produzione pro capite di rifiuti da parte dei cittadini. Il piano del GCR è dunque fattibile ed anzi migliorabile, ma giace in un cassetto di Provincia e Comune dal giugno dello scorso anno. Fogli pericolosi, di cui è meglio no parlare. Massimo Cerani ha anche sottolineato come Parma utilizzi un piano provinciale di gestione dei rifiuti vecchio e superato dalla tecnologia e dai nuovi traguardi raggiunti dalla raccolta differenziata, un piano anche andrebbe già da oggi rivisto e revisionato, adeguandolo alla situazione di oggi. E neanche è stato clemente con il teleriscaldamento, giudicato un altro affare per il gestore ma una vera iattura per i cittadini, con alti costi, e ricadute ambientali negative e non positive, legate ad esempio al surriscaldamento estivo causato dalle condotte di acqua bollente che attraversano la città (l’inceneritore mica si spegne, d’estate…).
Se il primo relatore ha chiarito una volta per tutti la facilità di adozione di un piano alternativo,. Frans Beckers, responsabile C2C di van Gasewinkel, ha offerto la visione globale del problema rifiuti, dal punto di vista di una grande multiutility olandese, che opera in diversi Stati europei, fatturando 1,2 miliardi di Euro. Un’azienda globale che nel 2007 ha fatto propria la filosofia Cradle to Cradle, dalla culla dalla culla, credendo in questa svolta come il necessario e impellente sviluppo economico del futuro.
C2C è stata presentata anche a Parma, lo scorso gennaio, direttamente al co fondatore Michael Braungart in un auditorium Paganini al completo. La van Gasewinkel, come tutte le società per azioni, mira al profitto ed al guadagno, eppure dal 2007 sta diminuendo la propria capacità di smaltimento in inceneritori e sta aumentando il business del riciclo, addirittura spegnendo lo scorso anno l’inceneritore di Rotterdam, per mancanza di materiali. Frans Beckers ha specificato come nel vecchio continente sia in atto una vera e propria rivoluzione di approccio al tema dei materiali post consumo, che li ha fatti tornare al loro ruolo di materiali nobili, dopo averli per decenni semplicemente considerati combustibile ad incenerire. Una rivoluzione che VGW ha adottato come strategia e visione, impostando tutte le politiche aziendali verso l’abbandono e la chiusura dei rimanenti 2 inceneritori in possesso della società. La VGW, colosso europeo del settore, con un settore ricerca e sviluppo che conta 60 persone di organico, conduce la propria azione su più fronti, interagendo con i clienti per favorire un miglioramento delle performance di recupero materia, dialogando con i produttori di packaging per giungere in breve tempo ad un design di materiali riciclabili facilmente ed al 100% sulla stregua della filosofia dalla culla alla culla che, imitando la natura, propone un ciclo chiuso dei materiali dove lo scarto di un settore diventa automaticamente nutrimento per l’altro. Il messaggio lanciato da Beckers è molto chiaro. Costruire oggi un inceneritore a Parma non ha alcun motivo pratico o economico, visto che già oggi la capacità di incenerimento in Europa supera la disponibilità di materiali. La VGW è addirittura disponibile ad offrire i propri impianti per trattare i rifiuti di Parma in attesa di raggiungere le percentuali necessarie a chiudere il ciclo senza bisogno di impianti a caldo. Non avrebbe difficoltà a proporre una offerta per il ritiro dei materiali a costi concorrenziali con la attuali dinamiche economiche. VCW ha proposto i suoi servizi dopo aver visitato, durante la giornata, la situazione di gestione dei rifiuti di Parma. Il mattino è stato dedicato ad un confronto con Iren, nella sede di stradello Santa Margherita, uno scambio di vedute al quale GCR è stato impedito di partecipare (evviva la trasparenza!), e con un incontro seguente in comune con i dirigenti del settore ambiente Moruzzi e Angella.Nel pomeriggio waste tour da Ghirardi (carta), Furlotti (vetro e plastiche), Carbognani (metalli).Una intensa giornata che si è conclusa alla Camera di Commercio, dove Beckers ha potuto esprimere le sue considerazioni dopo una attenta visione della situazione locale.L’inceneritore a Parma quindi non serve, non risolve un problema che non c’è, bloccherà lo sviluppo della raccolta differenziata, ci costerà molto salato, sia economicamente che in salute.
Tra il pubblico, alla fine del convegno, è venuto spontaneo domandarsi come mai allora, visti tutti gli aspetti positivi di una gestione corretta dei materiali, si insita in una direzione così sbagliata come l’incenerimento. Come mai di fronte a tutte le ricadute positive in termini economici ed ambientali, si scelga ancora una strada, quella dell’incenerimento, che porta con sé inquinamento, malattie, costi economici e sociali di grossa portata?Sono scelte suicide, contrastanti con il bene comune e l’economicità. Manca qualche tassello, non conosciamo fino in fondo tutti i risvolti. Ci vede essere un interesse che noi non conosciamo che giustifica l’insistenza così fuori da ogni logica di questo voler incenerire per 20, 30 anni, materiali che possono essere utilmente recuperati. Qualcuno ci guadagnerà da tutto questo, ma non saranno certo i cittadini.
Tratto da: http://reti.ilcambiamento.it/gestionecorrettarifiuti/author/gestione-corretta-rifiuti/
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lunedì 24 gennaio 2011
LA PRIGIONE INVISIBILE
UN’ ECONOMIA A MISURA DI RIBELLE
DI FEDERICO ZAMBONI
Il libero mercato è il grande alibi del Potere.
Il denaro è il suo strumento fondamentale.
Il lavoro la sua arma di ricatto. La risposta è dare vita a circuiti alternativi e autogestiti
Siamo sotto assedio: assai più che negli scorsi decenni ciascuno di noi, privati cittadini estranei all’establishment economico e politico, è sottoposto a un attacco sistematico che mina i fondamenti stessi della sua vita nella società contemporanea. La si potrebbe definire sinteticamente “la strategia Marchionne”, se non fosse che in questo modo si rischia di scaricare su un singolo soggetto, e su una singola impresa, la responsabilità di un fenomeno assai più ampio e coerente. A rigore, anzi, è persino sbagliato parlare di fenomeno, nel senso di qualcosa che si manifesta nella realtà ma le cui ragioni sono ancora tutte da indagare.
In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte alle prime manifestazioni concrete, e inequivocabili, di un disegno che non solo ha dimensioni molto più vaste ma che soprattutto poggia su una logica tanto precisa quanto incrollabile: l’uso del lavoro dipendente come suprema arma di ricatto, e quindi di asservimento, nei confronti della popolazione.
Il ragionamento è elementare. Eppure merita di essere esplicitato, in modo da essere certi di condividerlo. L’unica cosa alla quale è impossibile rinunciare, oggi, è una fonte di reddito che assicuri almeno la copertura dei bisogni fondamentali; e quella fonte di reddito non può che essere, nella stragrande maggioranza dei casi, il proprio lavoro, solitamente al servizio di altri. Quello che dovrebbe essere un diritto, connaturato al proprio status di cittadini e all’aspirazione naturale a diventare parte attiva della comunità cui si appartiene, si tramuta in una sorta di privilegio, che verrà concesso solo a chi darà prova di meritarselo.
Non solo e non tanto per il suo apporto professionale, quanto per la sua totale sottomissione al datore di lavoro. E, per estensione, agli interessi e ai diktat dei potentati che stanno ancora più in alto.
Apparentemente si sottoscrive un contratto di lavoro. Nei fatti si formula una promessa di fedeltà. Il suddito si inchina al suo Signore. Il Signore, bontà sua, gli consente di servirlo.
Oltre che elementare il ragionamento è spietato, ma questo può sorprendere solo gli ingenui: secondo i tipici dettami dell’iperliberismo, che non esita a sacrificare qualsiasi principio etico al conseguimento del massimo profitto, le condizioni di vita delle persone vengono prese in esame soltanto per le ripercussioni che provocano sui processi economici. Gli individui, per così dire, sono un male necessario.
La cui esistenza si giustifica esclusivamente in base a certe necessità di funzionamento del ciclo di produzione e consumo. Un ciclo che in qualche misura li presuppone, ma che al tempo stesso li trascende.
Il loro, per dirla in termini tecnici, è un “valore d’uso”. Ed essendo visti come parti di un meccanismo, anziché come esseri umani da rispettare in quanto tali, e da aiutare nello sviluppo delle proprie attitudini migliori, l’ulteriore conseguenza è la loro sostanziale intercambiabilità.
Da cui discende, tra l’altro, l’assoluta disinvoltura con cui si procede alle delocalizzazioni: all’imprenditore che sposta gli impianti all’estero non interessa affatto il danno che subiranno i suoi concittadini, ma solo il vantaggio aziendale che gliene può derivare. In una nazione degna di tal nome verrebbe perseguito penalmente per condotta antisociale o, quanto meno, privato della cittadinanza; nelle finte nazioni di oggi lo si considera del tutto normale: e anzi, come dimostrano proprio le recenti vicende della Fiat, ci si interroga su come fare per convincerlo a riservare un po’ di lavoro ai suoi connazionali.
Un autentico paradosso: nello stesso momento in cui i rapporti si irrigidiscono a senso unico, smantellando i contratti collettivi e riducendo al minimo le tutele normative (fino a mettere in discussione il delicatissimo e irrinunciabile settore della sicurezza1), la sopraffazione indossa la maschera della generosità. Non solo si rimuove l’idea di sfruttamento, ma la si rovescia nel suo esatto opposto. Il padrone è un benefattore. Il lavoratore è il suo beneficato. Lo stipendio è una via di mezzo tra il compenso dovuto e una regalia, dispensata da qualcuno che in fondo, e in qualsiasi momento, potrebbe decidere di sbaraccare tutto e andarsene chissà dove. A “beneficare” qualcun altro.
Chi vende e chi compra
Nelle società occidentali è più difficile rendersene conto, visto che le dinamiche sono spezzettate a tal punto che non tutti riescono a coglierne l’intima interconnessione, ma a ben vedere succede qualcosa di molto simile a ciò che raccontava John Steinbeck in Furore. Costretta a lasciare l’Oklahoma negli anni della Grande Depressione, la famiglia Joad finisce in California e si mette a lavorare per dei latifondisti locali. I quali, non contenti di pagare dei salari da fame e di speculare così sull’enorme offerta di manodopera, pensano bene di completare l’opera inducendo i braccianti ad alloggiare sulle loro terre, ovviamente in baracche da quattro soldi, e a rifornirsi presso un emporio ubicato anch’esso in prossimità dei campi coltivati e, guarda un po’, di proprietà degli stessi possidenti terrieri.
Un circolo vizioso, a suo modo perfetto. Il lavoro è sottopagato, il cibo e tutto il resto sono costosi. Le occasioni di profitto raddoppiano. Prima si lucra sulla retribuzione, ovvero su ciò che si acquista, poi sui prezzi delle merci, ovvero su ciò che si vende. Il povero resta povero sia perché guadagna poco, sia perché spende troppo. Il povero è in trappola. Se non soggiace alla schiavitù perde i mezzi di sussistenza. Se china la testa riesce a sopravvivere, sempre che le privazioni non lo schiantino, ma non ha più nessuna scelta. E quindi nessuna autonomia.
Cambiato quel che va cambiato, la situazione attuale è analoga. Il cittadino medio viene spremuto una prima volta sul posto di lavoro, e una seconda nel momento in cui deve procurarsi i beni e i servizi, ivi inclusi gli eventuali finanziamenti bancari, di cui ha bisogno. O di cui crede di avere bisogno, per effetto di quell’ulteriore forma di manipolazione e di asservimento che è costituita dai bisogni indotti. In altre parole, egli è vittima di una sorta di intermediazione coatta. È come portare la farina al proprietario del mulino e poi comprare il pane da lui. Peccato che la farina si sia costretti a cederla a basso prezzo, mentre il pane lo si paga a peso d’oro.
Questa intermediazione obbligata, di cui non si parla mai e che comunque verrebbe spiegata come l’esito naturale della libera iniziativa e della conseguente divisione dei ruoli, implica la perdita di qualunque controllo sull’organizzazione complessiva. E, dunque, il venir meno di ogni possibilità di sottrarsi alle iniquità che ne scaturiscono. Non solo ci si indebolisce, nello sforzo interminabile di cavarsela e, tutt’al più, di salire qualche gradino sulla scala del benessere. Quel che è peggio, si contribuisce a rendere sempre più forti le oligarchie che tirano i fili, diventandone di fatto i fiancheggiatori, i solerti esecutori, i complici magari involontari ma ugualmente affidabili.
La via d’uscita
Non è ancora un progetto operativo, se non in minima parte. Non lo è perché, per essere messo in pratica e cominciare a produrre i suoi effetti, richiede un numero di persone molto più alto di quelle che leggono abitualmente il Ribelle e ne condividono le istanze. Inoltre, ognuno dei diversi gruppi dovrebbe essere concentrato in una stessa zona, in modo che gli aderenti possano interagire tra loro in modo assiduo e sistematico. Dando vita, così, a una rete di relazioni economiche – anche economiche – che tendano all’autosufficienza.
Se questo è l’obiettivo finale, che è bene fissare più per sapere dove si sta andando che non per illudersi di poter completare il percorso, alcuni passi si possono muovere immediatamente. O almeno tenersi pronti a farlo, come se ci si stesse preparando a un viaggio (una migrazione) che avrà inizio non appena le condizioni generali lo permetteranno.
Proprio come in un viaggio, quindi, i primi atti da compiere riguardano i preliminari. Uno, studiare attentamente le mappe. Due, pianificare la parte logistica. Tre, last but not least, predisporsi mentalmente ad affrontare quello che ci aspetta, immaginando le difficoltà che si incontreranno e le possibili soluzioni.
Fuor di metafora, le mappe sono quelle della realtà economica circostante, a livello sia macro che micro. La logistica riguarda i mezzi materiali e le persone su cui possiamo contare. Lo scopo del viaggio è uscire dal circolo vizioso di cui si è detto: invece di immettere tutti i nostri atti economici nei circuiti già esistenti, pagando pegno alle loro sperequazioni strutturali, vanno creati dei circuiti alternativi che si basino su altri principi e che mirino ad altri risultati, in antitesi alle speculazioni di grande e di piccolo cabotaggio che ormai sono la regola in qualsiasi attività. Una prima ipotesi, per iniziare da qualcosa che dipende solo da noi, è quella di supplire alla carenza di denaro con prestazioni gratuite reciproche. v Beninteso: non in una logica di scambio “uno a uno”, che altrimenti non farebbe che riprodurre lo stesso approccio utilitaristico delle normali transazioni economiche, ma in una prospettiva di supporto disinteressato e amichevole in cui il vero motore è la solidarietà. O, piuttosto, il piacere, tipico della gratuità, di fare delle cose insieme per il gusto di farle. Ti serve una mano? Se posso te la do. Se e quando le posizioni si dovessero rovesciare spero che tu possa fare altrettanto. Non per risparmiare sulla spesa che dovrei sostenere per acquisire la collaborazione di uno sconosciuto, ma per continuare a trasformare l’esistenza occhiuta dell’ometto liberale nella vita generosa dell’uomo libero.
A molti può sembrare pura utopia, ma è solo perché sono talmente impregnati di una visione economicistica da trovare impensabile ciò che dovrebbe essere del tutto normale. E che in fondo sopravvive, anche se confinato nella dimensione sempre più ristretta dei rapporti amicali. O famigliari, se la famiglia ha conservato qualcosa di sano.
Viceversa, questo tipo di slancio andrebbe recuperato non solo nella sfera del tempo libero ma anche in quella lavorativa. La verità, semmai la si fosse dimenticata, è semplice e gratificante: tra persone leali, e non obnubilate dalla smania di guadagnare di più e di fare carriera a ogni costo, si collabora meglio. Ci si parla con franchezza. Ci si libera di quel sottofondo di competizione, e di antagonismo, che avvelena tanti ambienti di lavoro, inducendo tutti a stare in guardia e a condividere solo lo stretto indispensabile, nel timore che i “colleghi” se ne possano servire in modo scorretto.
È un po’ come con la decrescita: sta diventando una necessità, ma dovrebbe essere innanzitutto una scelta. Recuperare forme di organizzazione economica differenti, come le vere cooperative e le vere Casse di risparmio, è sempre di più una risposta obbligata, in tempi di crescente disoccupazione e di finanza speculativa. Ma dovrebbe essere un’affermazione totalmente libera, degna di chi non si ribella al sistema attuale perché è escluso da certi privilegi ma perché quei privilegi li rifiuta. Non è solo che li trova iniqui e quindi sbagliati. È che non sa cosa farsene.
Federico Zamboni
www.ilribelle.com
10.01.2011
Note:
1) Il 25 agosto 2010 il ministro Tremonti ha dichiarato che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». In seguito si è corretto sostenendo che il suo vero bersaglio erano i controlli eccessivi e di stampo burocratico, mentre la sicurezza sul lavoro rimane «una conquista irrinunciabile della civiltà occidentale».
Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”
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DI FEDERICO ZAMBONI
Il libero mercato è il grande alibi del Potere.
Il denaro è il suo strumento fondamentale.
Il lavoro la sua arma di ricatto. La risposta è dare vita a circuiti alternativi e autogestiti
Siamo sotto assedio: assai più che negli scorsi decenni ciascuno di noi, privati cittadini estranei all’establishment economico e politico, è sottoposto a un attacco sistematico che mina i fondamenti stessi della sua vita nella società contemporanea. La si potrebbe definire sinteticamente “la strategia Marchionne”, se non fosse che in questo modo si rischia di scaricare su un singolo soggetto, e su una singola impresa, la responsabilità di un fenomeno assai più ampio e coerente. A rigore, anzi, è persino sbagliato parlare di fenomeno, nel senso di qualcosa che si manifesta nella realtà ma le cui ragioni sono ancora tutte da indagare.
In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte alle prime manifestazioni concrete, e inequivocabili, di un disegno che non solo ha dimensioni molto più vaste ma che soprattutto poggia su una logica tanto precisa quanto incrollabile: l’uso del lavoro dipendente come suprema arma di ricatto, e quindi di asservimento, nei confronti della popolazione.
Il ragionamento è elementare. Eppure merita di essere esplicitato, in modo da essere certi di condividerlo. L’unica cosa alla quale è impossibile rinunciare, oggi, è una fonte di reddito che assicuri almeno la copertura dei bisogni fondamentali; e quella fonte di reddito non può che essere, nella stragrande maggioranza dei casi, il proprio lavoro, solitamente al servizio di altri. Quello che dovrebbe essere un diritto, connaturato al proprio status di cittadini e all’aspirazione naturale a diventare parte attiva della comunità cui si appartiene, si tramuta in una sorta di privilegio, che verrà concesso solo a chi darà prova di meritarselo.
Non solo e non tanto per il suo apporto professionale, quanto per la sua totale sottomissione al datore di lavoro. E, per estensione, agli interessi e ai diktat dei potentati che stanno ancora più in alto.
Apparentemente si sottoscrive un contratto di lavoro. Nei fatti si formula una promessa di fedeltà. Il suddito si inchina al suo Signore. Il Signore, bontà sua, gli consente di servirlo.
Oltre che elementare il ragionamento è spietato, ma questo può sorprendere solo gli ingenui: secondo i tipici dettami dell’iperliberismo, che non esita a sacrificare qualsiasi principio etico al conseguimento del massimo profitto, le condizioni di vita delle persone vengono prese in esame soltanto per le ripercussioni che provocano sui processi economici. Gli individui, per così dire, sono un male necessario.
La cui esistenza si giustifica esclusivamente in base a certe necessità di funzionamento del ciclo di produzione e consumo. Un ciclo che in qualche misura li presuppone, ma che al tempo stesso li trascende.
Il loro, per dirla in termini tecnici, è un “valore d’uso”. Ed essendo visti come parti di un meccanismo, anziché come esseri umani da rispettare in quanto tali, e da aiutare nello sviluppo delle proprie attitudini migliori, l’ulteriore conseguenza è la loro sostanziale intercambiabilità.
Da cui discende, tra l’altro, l’assoluta disinvoltura con cui si procede alle delocalizzazioni: all’imprenditore che sposta gli impianti all’estero non interessa affatto il danno che subiranno i suoi concittadini, ma solo il vantaggio aziendale che gliene può derivare. In una nazione degna di tal nome verrebbe perseguito penalmente per condotta antisociale o, quanto meno, privato della cittadinanza; nelle finte nazioni di oggi lo si considera del tutto normale: e anzi, come dimostrano proprio le recenti vicende della Fiat, ci si interroga su come fare per convincerlo a riservare un po’ di lavoro ai suoi connazionali.
Un autentico paradosso: nello stesso momento in cui i rapporti si irrigidiscono a senso unico, smantellando i contratti collettivi e riducendo al minimo le tutele normative (fino a mettere in discussione il delicatissimo e irrinunciabile settore della sicurezza1), la sopraffazione indossa la maschera della generosità. Non solo si rimuove l’idea di sfruttamento, ma la si rovescia nel suo esatto opposto. Il padrone è un benefattore. Il lavoratore è il suo beneficato. Lo stipendio è una via di mezzo tra il compenso dovuto e una regalia, dispensata da qualcuno che in fondo, e in qualsiasi momento, potrebbe decidere di sbaraccare tutto e andarsene chissà dove. A “beneficare” qualcun altro.
Chi vende e chi compra
Nelle società occidentali è più difficile rendersene conto, visto che le dinamiche sono spezzettate a tal punto che non tutti riescono a coglierne l’intima interconnessione, ma a ben vedere succede qualcosa di molto simile a ciò che raccontava John Steinbeck in Furore. Costretta a lasciare l’Oklahoma negli anni della Grande Depressione, la famiglia Joad finisce in California e si mette a lavorare per dei latifondisti locali. I quali, non contenti di pagare dei salari da fame e di speculare così sull’enorme offerta di manodopera, pensano bene di completare l’opera inducendo i braccianti ad alloggiare sulle loro terre, ovviamente in baracche da quattro soldi, e a rifornirsi presso un emporio ubicato anch’esso in prossimità dei campi coltivati e, guarda un po’, di proprietà degli stessi possidenti terrieri.
Un circolo vizioso, a suo modo perfetto. Il lavoro è sottopagato, il cibo e tutto il resto sono costosi. Le occasioni di profitto raddoppiano. Prima si lucra sulla retribuzione, ovvero su ciò che si acquista, poi sui prezzi delle merci, ovvero su ciò che si vende. Il povero resta povero sia perché guadagna poco, sia perché spende troppo. Il povero è in trappola. Se non soggiace alla schiavitù perde i mezzi di sussistenza. Se china la testa riesce a sopravvivere, sempre che le privazioni non lo schiantino, ma non ha più nessuna scelta. E quindi nessuna autonomia.
Cambiato quel che va cambiato, la situazione attuale è analoga. Il cittadino medio viene spremuto una prima volta sul posto di lavoro, e una seconda nel momento in cui deve procurarsi i beni e i servizi, ivi inclusi gli eventuali finanziamenti bancari, di cui ha bisogno. O di cui crede di avere bisogno, per effetto di quell’ulteriore forma di manipolazione e di asservimento che è costituita dai bisogni indotti. In altre parole, egli è vittima di una sorta di intermediazione coatta. È come portare la farina al proprietario del mulino e poi comprare il pane da lui. Peccato che la farina si sia costretti a cederla a basso prezzo, mentre il pane lo si paga a peso d’oro.
Questa intermediazione obbligata, di cui non si parla mai e che comunque verrebbe spiegata come l’esito naturale della libera iniziativa e della conseguente divisione dei ruoli, implica la perdita di qualunque controllo sull’organizzazione complessiva. E, dunque, il venir meno di ogni possibilità di sottrarsi alle iniquità che ne scaturiscono. Non solo ci si indebolisce, nello sforzo interminabile di cavarsela e, tutt’al più, di salire qualche gradino sulla scala del benessere. Quel che è peggio, si contribuisce a rendere sempre più forti le oligarchie che tirano i fili, diventandone di fatto i fiancheggiatori, i solerti esecutori, i complici magari involontari ma ugualmente affidabili.
La via d’uscita
Non è ancora un progetto operativo, se non in minima parte. Non lo è perché, per essere messo in pratica e cominciare a produrre i suoi effetti, richiede un numero di persone molto più alto di quelle che leggono abitualmente il Ribelle e ne condividono le istanze. Inoltre, ognuno dei diversi gruppi dovrebbe essere concentrato in una stessa zona, in modo che gli aderenti possano interagire tra loro in modo assiduo e sistematico. Dando vita, così, a una rete di relazioni economiche – anche economiche – che tendano all’autosufficienza.
Se questo è l’obiettivo finale, che è bene fissare più per sapere dove si sta andando che non per illudersi di poter completare il percorso, alcuni passi si possono muovere immediatamente. O almeno tenersi pronti a farlo, come se ci si stesse preparando a un viaggio (una migrazione) che avrà inizio non appena le condizioni generali lo permetteranno.
Proprio come in un viaggio, quindi, i primi atti da compiere riguardano i preliminari. Uno, studiare attentamente le mappe. Due, pianificare la parte logistica. Tre, last but not least, predisporsi mentalmente ad affrontare quello che ci aspetta, immaginando le difficoltà che si incontreranno e le possibili soluzioni.
Fuor di metafora, le mappe sono quelle della realtà economica circostante, a livello sia macro che micro. La logistica riguarda i mezzi materiali e le persone su cui possiamo contare. Lo scopo del viaggio è uscire dal circolo vizioso di cui si è detto: invece di immettere tutti i nostri atti economici nei circuiti già esistenti, pagando pegno alle loro sperequazioni strutturali, vanno creati dei circuiti alternativi che si basino su altri principi e che mirino ad altri risultati, in antitesi alle speculazioni di grande e di piccolo cabotaggio che ormai sono la regola in qualsiasi attività. Una prima ipotesi, per iniziare da qualcosa che dipende solo da noi, è quella di supplire alla carenza di denaro con prestazioni gratuite reciproche. v Beninteso: non in una logica di scambio “uno a uno”, che altrimenti non farebbe che riprodurre lo stesso approccio utilitaristico delle normali transazioni economiche, ma in una prospettiva di supporto disinteressato e amichevole in cui il vero motore è la solidarietà. O, piuttosto, il piacere, tipico della gratuità, di fare delle cose insieme per il gusto di farle. Ti serve una mano? Se posso te la do. Se e quando le posizioni si dovessero rovesciare spero che tu possa fare altrettanto. Non per risparmiare sulla spesa che dovrei sostenere per acquisire la collaborazione di uno sconosciuto, ma per continuare a trasformare l’esistenza occhiuta dell’ometto liberale nella vita generosa dell’uomo libero.
A molti può sembrare pura utopia, ma è solo perché sono talmente impregnati di una visione economicistica da trovare impensabile ciò che dovrebbe essere del tutto normale. E che in fondo sopravvive, anche se confinato nella dimensione sempre più ristretta dei rapporti amicali. O famigliari, se la famiglia ha conservato qualcosa di sano.
Viceversa, questo tipo di slancio andrebbe recuperato non solo nella sfera del tempo libero ma anche in quella lavorativa. La verità, semmai la si fosse dimenticata, è semplice e gratificante: tra persone leali, e non obnubilate dalla smania di guadagnare di più e di fare carriera a ogni costo, si collabora meglio. Ci si parla con franchezza. Ci si libera di quel sottofondo di competizione, e di antagonismo, che avvelena tanti ambienti di lavoro, inducendo tutti a stare in guardia e a condividere solo lo stretto indispensabile, nel timore che i “colleghi” se ne possano servire in modo scorretto.
È un po’ come con la decrescita: sta diventando una necessità, ma dovrebbe essere innanzitutto una scelta. Recuperare forme di organizzazione economica differenti, come le vere cooperative e le vere Casse di risparmio, è sempre di più una risposta obbligata, in tempi di crescente disoccupazione e di finanza speculativa. Ma dovrebbe essere un’affermazione totalmente libera, degna di chi non si ribella al sistema attuale perché è escluso da certi privilegi ma perché quei privilegi li rifiuta. Non è solo che li trova iniqui e quindi sbagliati. È che non sa cosa farsene.
Federico Zamboni
www.ilribelle.com
10.01.2011
Note:
1) Il 25 agosto 2010 il ministro Tremonti ha dichiarato che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». In seguito si è corretto sostenendo che il suo vero bersaglio erano i controlli eccessivi e di stampo burocratico, mentre la sicurezza sul lavoro rimane «una conquista irrinunciabile della civiltà occidentale».
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lunedì 6 settembre 2010
Discorso tipico dello schiavo - Silvano Agosti
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