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martedì 9 luglio 2013

Giulio Sapelli - La crisi e la crescita

Ottimo intervento di Giulio Sapelli sulle caratteristiche della crisi e le possibili soluzioni.
 
"Non si esce dalla crisi economica se non ricostruendo il senso di giustizia". 
Un percorso tutt'altro che scontato quello delineato da Sapelli per uscire dall'attuale condizione di crisi, che non si limita a semplici formulette matematiche, ma comprende la necessità di maggiore cultura, specialmente all'interno della "classe dirigente".






giovedì 4 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (4^ parte)

2.3 L’impatto economico delle cooperative




Com'è stato evidenziato da diversi relatori nel corso della Conferenza, la stima dell’impatto economico delle cooperative deve essere estesa oltre i soli parametri strettamente quantitativi. Per comprendere meglio il ruolo delle cooperative, è necessario cioè prestare attenzione anche al contributo che queste istituzioni offrono al funzionamento generale dei sistemi economici.

Le cooperative contribuiscono infatti al funzionamento dei sistemi economici in almeno cinque modi. Innanzitutto, esse svolgono un ruolo tutt’altro che marginale nella riduzione dei fallimenti del mercato, migliorando così il funzionamento del sistema economico e il benessere di una grande quantità di persone (Hansmann, 1996).
Questo contributo deriva dal differente tipo di proprietà e di governance che caratterizza le cooperative. La coesistenza di una pluralità di forme di impresa, con strutture proprietarie e obiettivi diversi, contribuisce a migliorare la competitività dei mercati, che a sua volta aumenta la varietà delle scelte offerte ai consumatori, aiuta a prevenire la formazione di monopoli, abbassa i prezzi, offre opportunità di innovazione, e riduce le asimmetrie informative.

In secondo luogo, le cooperative svolgono un ruolo chiave nella stabilizzazione dell’economia, specialmente nei settori caratterizzati da elevata incertezza e volatilità dei prezzi, come il credito e l’agricoltura.
Banche cooperative e credit unions sono un fattore di stabilizzazione del sistema bancario (Birchall, 2012). Come dimostrano le testimonianze storiche, il ruolo stabilizzatore delle cooperative è fondamentale durante i periodi di crisi. Inoltre, la presenza delle cooperative migliora la capacità delle società di rispondere all’incertezza associata alle trasformazioni economiche.

In terzo luogo, le cooperative contribuiscono a mantenere la produzione di beni e servizi vicina ai bisogni delle persone che esse servono. Le cooperative forniscono beni e servizi, spesso innovativi, in grado di soddisfare specifici bisogni dei loro soci piuttosto che rispondere alla logica della massimizzazione del profitto. Le cooperative, inoltre, spesso producono beni e servizi a redditività bassa o incerta, se non addirittura negativa, che le imprese di proprietà degli investitori non hanno interesse a produrre e che le autorità pubbliche non sono in grado di fornire. Tra i servizi con una redditività bassa o negativa sono compresi quelli sociali, sanitari, educativi, nonché altri servizi alla persona e alla comunità. In caso di redditività negativa, le cooperative possono raggiungere il punto di pareggio grazie alla loro capacità di attrarre risorse da fonti diverse – come il lavoro volontario e le donazioni – o attraverso politiche di discriminazione del prezzo.
L’esperienza delle cooperative dimostra che il lavoro volontario e le donazioni sono particolarmente importanti specie nella fase di avvio dell’impresa. Questo vale per tutti i tipi di cooperative ed è indipendente dall’ambiente in cui operano.

In quarto luogo, le cooperative tendono a porsi in una prospettiva di lungo periodo, in quanto assumono il ruolo di strutture produttive per le comunità nelle quali operano e, in genere, si preoccupano anche del benessere delle generazioni future.
Coerentemente con il terzo principio dell’ICA riguardante la partecipazione economica dei soci, numerosi statuti di cooperative destinano una parte del surplus prodotto a un fondo di riserva collettivo e indivisibile, che non appartiene ai singoli soci ma deve essere utilizzato a vantaggio di tutti, comprese le future generazioni. In alcuni paesi, la prospettiva di lungo periodo delle cooperative è rafforzata da leggi che le obbligano a trasferire parte del loro surplus annuale a un fondo indivisibile; questo significa che parte dei loro profitti e l’intero patrimonio devono essere usati per promuovere gli interessi della comunità.

In quinto luogo, le cooperative contribuiscono a una più equa distribuzione del reddito. Dal momento che le cooperative sono nate per soddisfare i bisogni dei loro soci, e non per accumulare e distribuire profitti ai loro proprietari, esse tendono più delle altre imprese a ridistribuire le loro risorse a favore dei lavoratori, aumentando i salari o l’occupazione, o dei consumatori, facendo pagare loro prezzi più bassi.

martedì 2 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (3^parte)

2.2 Le dimensioni del settore cooperativo



Per comprendere il ruolo effettivo e le reali potenzialità delle imprese cooperative è quindi necessario innanzitutto quantificare in modo realistico la dimensione complessiva del settore. Dalle informazioni a disposizione, pur frammentate, risulta evidente che le cooperative giocano un ruolo economico significativo.

Le Nazioni Unite hanno stimato che la vita di quasi 3 miliardi di persone – ovvero, metà della popolazione mondiale – è resa più sicura grazie alle imprese cooperative (ICA , 2012).
Nel mondo il numero dei soci di cooperative è tre volte maggiore di quello degli azionisti di imprese di capitali, e nei BRIC – paesi in rapida crescita economica – i soci delle cooperative sono quattro volte più numerosi dei possessori di azioni (Mayo, 2012). L’appartenenza ad almeno una cooperativa coinvolge, a livello globale, tra gli 800 milioni (ICA , 2012) e il miliardo di persone (Worldwatch Institute, 2012). Secondo l’ICA , le cooperative sono attive in tutti i paesi del modo e la loro importanza è particolarmente significativa nelle comunità più povere.

Com’è stato evidenziato dai contributi presentati alla conferenza di Euricse, la presenza delle cooperative è oggi particolarmente rilevante in diversi settori.
In Europa, le cooperative agricole hanno una quota complessiva di mercato pari a circa il 60%, per quanto riguarda la trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, e a circa il 50% per quanto riguarda la fornitura di materie prime. Negli Stati Uniti, le cooperative agricole hanno una quota di mercato di circa il 28% nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e di circa il 26% nella fornitura di materie prime (Valentinov et al., 2012).

Nel mondo, operano circa 53.000 cooperative di credito. In Europa, le banche di credito cooperativo sono circa 4.200, con 63.000 sportelli. Queste banche hanno 50 milioni di soci (circa il 10% della popolazione del continente), 181 milioni di clienti, un patrimonio di 5,65 miliardi di Euro, una quota di mercato media del 20% circa, e occupano 780.000 persone (V. Zamagni, 2012).

Nel settore della vendita al dettaglio, 3.200 cooperative di consumo danno lavoro, solo in Europa, a 400.000 persone e hanno 29 milioni di soci, 36.000 punti vendita e 73 miliardi di Euro di fatturato.
Per quanto riguarda i servizi di pubblica utilità, la presenza di cooperative è piuttosto importante negli Stati Uniti, dove circa 1.000 cooperative elettriche controllano il 40% della rete nazionale di distribuzione dell’elettricità, coprendo il 75% del territorio nazionale e servendo 37 milioni di soci e relative famiglie (V. Zamagni, 2012). Le cooperative svolgono inoltre un ruolo importante nella gestione delle risorse idriche in Argentina e in Bolivia, dove una sola grande cooperativa che gestisce i servizi idrici urbani serve circa 700.000 clienti (Mori, 2012).

I lavoratori hanno organizzato cooperative in numerosi settori. In Italia, ci sono più di 25.000 cooperative di lavoro (Pérotin, 2012). In Spagna, delle circa 14.000 nuove cooperative create tra il 1998 e il 2008, il 75% sono cooperative di lavoro (Díaz-Foncea, 2012). La distribuzione settoriale di queste cooperative tende a variare da un paese all’altro: in Francia, le cooperative di lavoro sono numerose nella manifattura e nelle costruzioni, mentre nei servizi la loro numerosità è minore; in Uruguay, invece, è vero il contrario, poiché la quota più bassa si riscontra nella manifattura, e quella più alta nei trasporti e nei servizi (Pérotin, 2012).

Secondo l’International Cooperative and Mutual Insurance Federation, nel 2008 il 25% del mercato mondiale delle assicurazioni era di tipo cooperativo, con percentuali particolarmente alte in Germania (44%), in Francia (39%), in Giappone (38%), negli Stati Uniti e in Canada, entrambi con il 30% (V. Zamagni, 2012).

Le cooperative sociali, che sono diffuse soprattutto in alcuni paesi europei e in Canada, rappresentano una nuova forma di impresa cooperativa che punta in modo esplicito a migliorare il benessere collettivo. Per le sue caratteristiche, la cooperativa sociale si colloca tra la cooperativa tradizionale e l’organizzazione non-profit, e in generale combina il coinvolgimento di una pluralità di soggetti portatori di interessi (i soci della cooperativa) con il perseguimento di obiettivi di interesse generale. In Italia, dove questo tipo di cooperativa è più sviluppato, nel corso degli ultimi due decenni le cooperative sociali sono diventate i principali produttori di servizi di welfare. Da quando sono state istituite, le cooperative sociali italiane hanno registrato un tasso di crescita medio annuo compreso fra il 10% e il 20%. Nel 2008, erano registrate 13.938 cooperative sociali che occupavano circa 350.000 lavoratori, utilizzavano 5.000 volontari e servivano 4,5 milioni di utenti (Andreaus et al., 2012).

In contrasto con l’opinione comune, che le considera organizzazioni di nicchia, i dati dimostrano che le cooperative sono presenti in un’ampia gamma di settori. Inoltre, in alcuni paesi esse sono più grandi (per numero di occupati) delle imprese convenzionali e, talvolta, possono anche essere più capitalizzate. Recenti studi empirici mostrano, inoltre, che nelle cooperative i livelli di occupazione sono più stabili che nelle imprese di capitali: mentre le imprese di capitali tendono a variare i livelli di occupazione, le cooperative (soprattutto quelle di lavoro) fanno variare i salari, salvaguardando i posti di lavoro (Pérotin, 2012).

Riassumendo, il contributo delle cooperative al reddito e all’occupazione è, in generale, importante, anche se non omogeneo. Nonostante la crisi e il processo di demutualizzazione che ha spinto, negli ultimi due decenni, molte cooperative a trasformarsi in imprese di capitali, il numero complessivo delle cooperative non sembra essere diminuito.

domenica 30 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (2^parte)

Parte seconda

2. L'importanza delle cooperative

Con approcci diversi e da varie prospettive, i partecipanti alla conferenza hanno offerto una serie di informazioni di tipo sia storico che statistico, volte a evidenziare l’importanza delle cooperative.


2.1 Gli insegnamenti della storia

Le cooperative esistono da circa duecento anni. Operano in tutti i campi dell’attività economica e hanno dimostrato spesso una longevità maggiore delle imprese di capitali. Il modello cooperativo ha mostrato un’elevata capacità di adattamento alle mutevoli condizioni economiche e sociali e nel corso del tempo sono emerse nuove forme di cooperazione in grado di soddisfare bisogni economici e sociali emergenti.

Le cooperative si sono sviluppate in paesi caratterizzati da condizioni politiche, livello di sviluppo economico, contesti storici e culturali molto diversi. Quasi ovunque nel mondo sono presenti cooperative di consumo, cooperative agricole, società di mutuo soccorso, cooperative di credito e cooperative di lavoro. Alcuni tipi di cooperative hanno avuto una crescita straordinaria in determinati paesi: le cooperative di credito in Germania, le cooperative di abitazione nel Regno Unito e Svezia, e le cooperative di lavoro in Francia e Italia. Alla fine del XIX secolo, le cooperative svolgevano un ruolo importante anche nell’Europa centrale e orientale. Esempi interessanti di iniziative autonome erano presenti, prima della presa di potere da parte dei movimenti socialisti, in Repubblica Ceca, Bulgaria, Serbia e Polonia (Borzaga et al., 2008).
Le cooperative svolgono un ruolo chiave anche nei paesi in via di sviluppo, sebbene spesso non siano istituzionalizzate e neppure legalmente riconosciute (Münkner, 2012).

Quando hanno cominciato a diffondersi, le cooperative hanno rappresentato una reazione difensiva e spontanea alle difficili condizioni generate dalla rivoluzione industriale o alla povertà rurale. Successivamente, in molti paesi e regioni le cooperative hanno garantito una rilevante e spesso crescente quota di reddito e occupazione. Lo sviluppo cooperativo non si è mai del tutto interrotto, tanto che anche di recente sono emersi nuovi tipi di cooperative – per esempio, cooperative sociali e di comunità – per fornire alle comunità locali e alle persone svantaggiate servizi caratterizzati da un’offerta insoddisfacente, specie nell’area dei servizi sociali, educativi e di integrazione lavorativa. Inoltre, nuove cooperative sono nate per aiutare le comunità locali a sfruttare meglio le loro risorse (Hagedorn, 2012).

La storia mondiale delle cooperative offre, quindi, insegnamenti utili per comprenderne il fondamento logico. Essa dimostra che il motivo principale del successo e della longevità delle cooperative va ricercato nel fatto che il loro scopo non è la massimizzazione del profitto per gli investitori, ma il soddisfacimento dei bisogni delle comunità. Le cooperative sono cioè soggetti orientati a risolvere problemi collettivi. Esse si sono diffuse e hanno resistito ai cambiamenti economici perché godono di alcuni vantaggi specifici rispetto alle imprese di proprietà degli investitori, svolgendo ruoli che queste ultime non riescono o non sono disposte a svolgere. Le cooperative di utenza e di consumatori sono state create per minimizzare i costi di intermediazione, ridurre i prezzi di vendita al dettaglio e garantire la qualità dei prodotti; le cooperative di produttori, in particolare quelle agricole, sono nate per contrastare il debole potere di mercato dei produttori; le cooperative di lavoro sono sorte per offrire ai soci l’opportunità di autogestire le loro imprese.
Le società di mutuo soccorso sono state create dai lavoratori o dalle comunità locali per fornire un’assistenza e un’assicurazione comune. Con l’obiettivo di soddisfare i bisogni dei soci, le cooperative hanno contribuito a migliorare la qualità della vita di una grande – e spesso svantaggiata – parte della società.
Numerose politiche pubbliche in materia di welfare sono state realizzate attingendo alle innovazioni pionieristiche e alle relative sperimentazioni realizzate dalle cooperative e dalle società di mutuo soccorso.

A partire dall’inizio del XX secolo, tuttavia, in Europa la maggior parte dei servizi di interesse generale sono passati sotto la competenza dello Stato come parte del processo di costruzione del welfare state.
Di conseguenza, questi servizi sono stati spesso sottratti al controllo cooperativo e mutualistico e sono stati finanziati e forniti pubblicamente, per legge, a tutti i cittadini.
Questa tendenza è stata peraltro introdotta in tempi recenti, dal momento che, dalla fine del XX secolo, in molti paesi le cooperative – anche di nuova istituzione – hanno ripreso a svolgere un ruolo importante nella fornitura di alcuni di questi servizi.

Le testimonianze storiche confermano inoltre che le cooperative sono in grado sia di sopravvivere alle crisi meglio degli altri tipi di imprese, che di affrontarne meglio gli effetti. La storia delle cooperative di consumo britanniche durante il XIX secolo è una storia di crescita prolungata, che è stata solo marginalmente rallentata dagli effetti delle periodiche recessioni (Birchall, 2012). Durante la Grande depressione degli anni Trenta, le cooperative di gestione dell’elettricità e delle telecomunicazioni hanno contribuito a trasformare l’economia rurale degli Stati Uniti. Durante gli anni Sessanta, a New York si è creato un movimento cooperativo che è stato in grado di alloggiare 27.000 famiglie (Birchall e Hammond Ketilson, 2009). In Europa, durante la ristrutturazione economica degli anni Settanta, le cooperative di lavoro hanno recuperato diverse imprese in crisi e hanno dimostrato un tasso di fallimento più basso delle imprese for-profit. Anche nel corso dell’attuale crisi le cooperative stanno dando un’ulteriore prova della loro capacità di resistenza e di ripresa.

venerdì 28 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (1^parte)

Nei prossimi giorni pubblicherò a "puntate" il documento riassuntivo della conferenza "Promoting the understanding of cooperatives for a better world", tenutasi a Venezia lo scorso anno.
In quell'occasione la comunità scientifica ha discusso le caratteristiche, i limiti e le potenzialità dell'impresa cooperativa; uno strumento, ancora relativamente sconosciuto al grande pubblico, che potrà rappresentare - se ben utilizzato - la soluzione ai problemi posti dall'attuale crisi e la base per la costruzione di un nuovo modello socio-economico.


Indice: (data di pubblicazione)
1. Gli obiettivi della conferenza (28/6)

2. L’importanza delle cooperative
2.1. Gli insegnamenti della storia (30/6)
2.2. La dimensione del settore cooperativo (2/7)
2.3. L’impatto economico delle cooperative (4/7)
2.4. Il valore sociale delle cooperative (6/7)

3. Gli ostacoli allo sviluppo cooperativo
3.1. I limiti della legislazione cooperativa (8/7)
3.2. Una regolazione inadeguata dei mercati (8/7)
3.3. Le incertezze delle politiche di sostegno (10/7)
3.4. Le pratiche di gestione e di governance incoerenti (10/7)

4. Comprendere le cooperative
4.1. I limiti della teoria economica convenzionale (12/7)
4.2. I nuovi sviluppi teorici (14/7)

5. Le tendenze in atto e le sfide (16/7)

6. Conseguenze operative (18/7)
6.1. Introdurre regolamentazioni e politiche di sostegno adeguate
6.2. Sviluppare pratiche di governance e di gestione coerenti
6.3. Promuovere la visibilità delle cooperative

7. Riferimenti bibliografici (18/7)


Prima parte:
1. Gli obiettivi della conferenza

Le imprese cooperative sono organizzazioni importanti. In tutti i paesi, le cooperative
contribuiscono allo sviluppo economico, sostengono la crescita occupazionale e favoriscono una più equilibrata redistribuzione della ricchezza. Inoltre, grazie all’impegno materiale e intellettuale dei cooperatori esse realizzano diverse attività innovative, in particolare con riguardo all’offerta di nuovi servizi di interesse generale e di prodotti che migliorano la qualità della vita di intere comunità, anche in settori tecnologici di punta.
Il ruolo e l’importanza delle cooperative sono diventati più evidenti in seguito alla crisi finanziaria ed economica globale. Nella maggior parte dei paesi, le cooperative hanno risposto alla crisi meglio delle imprese di capitali. La capacità di ripresa delle cooperative comincia a essere riconosciuta, e sia gli opinion maker che i policy maker appaiono oggi più interessati che in passato a capire il ruolo che le cooperative possono svolgere per affrontare le drammatiche conseguenze della crisi globale e per riformare il sistema che ha contribuito a generarla. Questa crescente consapevolezza è confermata anche dall’attenzione che le cooperative e le loro organizzazioni stanno ricevendo da parte dei media, delle istituzioni internazionali e dei social networks.
Ciò nonostante, le cooperative non hanno ancora ottenuto tutta l’attenzione che meritano, soprattutto a seguito del diffuso conformismo nell’interpretare il funzionamento dell’economia, malgrado la crescente incapacità della teoria economica convenzionale di spiegare i principali fenomeni che caratterizzano le società contemporanee.
Fin dalla metà degli anni Settanta, infatti, e in particolare a seguito del crollo dei regimi socialisti, un forte e crescente “fondamentalismo di mercato”, proveniente da New York e Washington, ha influenzato profondamente la politica economica in tutto il mondo (Ferri, 2012). Questo “fondamentalismo” propone una visione secondo cui il miglior modo di promuovere il progresso umano è tramite meccanismi di allocazione delle risorse fondati su mercati auto-regolati e popolati da agenti razionali.
Inoltre, esso considera l’impresa di capitali la forma ideale di organizzazione della produzione di beni e servizi e misura l’efficienza esclusivamente attraverso la capacità delle imprese di creare valore per i loro azionisti, cioè massimizzando i profitti (Ferri, 2012).
Le principali implicazioni di questo approccio sono state l’adozione di politiche di liberalizzazione e di privatizzazione orientate a dare più spazio al mercato, e la sottovalutazione di tutte le forme imprenditoriali diverse dall’idealtipo dell’impresa for-profit. Di conseguenza, le cooperative sono state considerate degli “incidenti”, o delle eccezioni o, al più, delle organizzazioni transitorie destinate a scomparire a seguito della piena affermazione del mercato. Sono pochi gli osservatori che, al contrario, vedono nelle cooperative un tipo specifico di organizzazione produttiva che popola il sistema economico allo stesso titolo delle imprese di proprietà di capitali (Grillo, 2012).
Il predominio di questa interpretazione riduttiva ha affievolito l’interesse dei policy maker e dei ricercatori per le cooperative.
L’attenzione ad esse dedicata non è stata proporzionale alla loro importanza e gli studi finora realizzati risultano piuttosto limitati se confrontati con la vastità delle ricerche che si occupano invece del funzionamento delle imprese for-profit e dei mercati.
Inoltre, la maggior parte degli studi sulla cooperazione sono basati su ipotesi molto discutibili. Le specificità delle cooperative, che le distinguono dalle imprese familiari e da quelle di capitali, non sono state sufficientemente analizzate né tantomeno spiegate. Non è ancora disponibile una teoria
generale in grado di spiegare la sopravvivenza e la crescita delle cooperative. Questa mancanza di un’interpretazione convincente ha impedito lo sviluppo di indicatori adatti a misurare l’impatto economico e sociale delle imprese cooperative. Inoltre, un’applicazione acritica di indicatori progettati per stimare l’efficienza di imprese for-profit ha consolidato un’immagine delle cooperative come forme imprenditoriali arcaiche o eccentriche, che sopravvivono grazie a tradizioni ormai superate, a speciali protezioni legislative, o all’intervento statale (Ferri, 2012).
Lo scarso interesse per le cooperative e per le imprese de facto gestite in modo cooperativo hanno impedito un’accurata valutazione della diffusione e dell’impatto di queste organizzazioni. A seconda dei contesti le cooperative sono definite e riconosciute in modi molto diversi o non lo sono affatto.
Nei paesi dove le cooperative non sono legalmente riconosciute, le persone spesso costituiscono comunque imprese collettive, ma non le chiamano “cooperative”, come accade quando gli agricoltori si associano per trasformare o vendere i loro prodotti o quando le comunità servite in modo inadeguato dalle banche commerciali creano cooperative di credito informali. Inoltre, gli standard statistici
internazionali adottati dalla maggior parte dagli istituti nazionali di statistica non sono costruiti
in modo da fornire indicazioni sulle forme di proprietà delle imprese. Di conseguenza, le statistiche disponibili sulle cooperative sono generalmente insoddisfacenti: dati completi esistono soltanto per alcuni paesi, ma sono anch’essi spesso poco affidabili.
Queste carenze, considerate nel loro insieme, riducono la visibilità delle imprese cooperative e ne limitano sia l’utilizzo che lo sviluppo. La mancanza d’interesse per la comprensione del ruolo e delle ricadute delle cooperative sul benessere economico e sociale fa sì che le cooperative non
siano comunemente riconosciute come un importante modo di gestire attività imprenditoriali. Inoltre, la trasmissione di conoscenze e di informazioni sulle cooperative è limitata o del tutto assente nella maggior parte dei programmi d’istruzione, sia pubblici che privati. Di conseguenza, le cooperative si trovano spesso in difficoltà a reclutare personale qualificato e finiscono per replicare le pratiche di gestione, le strategie organizzative e le metodologie di valutazione d’impatto delle imprese di capitali.
È necessario superare la contraddizione che oppone realtà e riconoscimento delle cooperative. Questa necessità è accentuata dall’attuale crisi, che può essere in larga parte ricondotta al prevalere della convinzione che i comportamenti competitivi sono più importanti di quelli cooperativi e che il mercato, da solo, è in grado di assicurare crescita e benessere. Queste convinzioni hanno favorito una regolamentazione inadeguata dei mercati finanziari e generato profonde e crescenti disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, un cattivo uso delle risorse non-rinnovabili e la diffusione di modelli di consumo che minacciano irresponsabilmente l’ambiente.
La maggior parte degli osservatori concorda nel ritenere che questa crisi non può essere affrontata solo con politiche convenzionali che, nella migliore delle ipotesi, possono solo attenuare alcune delle sue conseguenze più drammatiche. È di fondamentale importanza elaborare nuovi paradigmi e individuare nuovi assetti istituzionali. Grazie alla loro capacità di coniugare efficacemente obiettivi economici, sociali ed ecologici, le cooperative hanno il potenziale per contribuire ad
alleviare e superare la crisi, indicando vie d’uscita alternative a quelle attualmente proposte.
C’è, quindi, bisogno di costruire modelli interpretativi in grado di spiegare il funzionamento delle imprese cooperative, e al tempo stesso di proporre interpretazioni innovative del funzionamento dei sistemi economici e delle istituzioni che li governano.
In questo contesto, la conferenza organizzata da Euricse ha offerto una riflessione multidisciplinare sul modo in cui forme diverse di cooperazione e di imprese cooperative possono contribuire a realizzare un’economia sostenibile e una società più giusta. La conferenza ha permesso un’ampia discussione sui fondamenti logici, sul ruolo e sulla dimensione delle cooperative nei vari settori economici. Le teorie esistenti sono state analizzate criticamente e confrontate con l’evidenza empirica. Si sono così create le condizioni per la produzione di una nuova conoscenza empirica e per l’elaborazione di interpretazioni teoriche in grado di migliorare la comprensione delle potenzialità e dei limiti delle imprese cooperative. I principali risultati sono riassunti qui di seguito.
Nella seconda sezione sono riassunti gli insegnamenti della storia e alcuni dati che dimostrano l’importanza delle cooperative con riguardo al loro contributo allo sviluppo economico e sociale. La terza sezione individua i principali ostacoli che impediscono il pieno sfruttamento dei vantaggi competitivi delle cooperative, fra i quali vanno annoverati una legislazione inadeguata, una regolazione spesso poco coerente dei mercati e pratiche manageriali poco coerenti. La quarta sezione
passa brevemente in rassegna gli sviluppi teoretici che possono aiutare a spiegare meglio la natura e il fondamento logico delle imprese cooperative, analizzando sia i limiti delle interpretazioni convenzionali sia le potenzialità offerte dalle più recenti innovazioni teoriche. La quinta sezione analizza le tendenze in atto e le sfide che le cooperative devono affrontare, mentre la sesta sezione
riassume alcune raccomandazioni rivolte alla comunità scientifica, alle autorità pubbliche e ai movimenti cooperativi.






lunedì 25 febbraio 2013

Discorso all'Umanità - José Mujica - Rio+20



José Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay: un mito



Un mito. Non so definirlo altrimenti. José Pepe Mujica è un mito. In un mondo in cui la gente si scanna per il potere, per l’accumulo di beni materiali, lui, Presidente dell’Uruguay, si trattiene solo 485 dollari dello stipendio per vivere e destina gli altri 7500 alla beneficenza. Vive di poco, anzi di pochissimo, in una vecchia fattoria senza neppure l’acqua corrente, ma solo l’acqua del pozzo. È vegetariano, è sposato, ha un cane. Se non fosse per due energumeni che gli montano la guardia all’inizio della proprietà, nessuno potrebbe immaginare che lì ci vive il presidente della nazione. Alla BBC ha dichiarato “Mi chiamano il presidente più povero, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso, e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c’è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi”. Mujica ha un passato di sinistra nei Tupamaros, un famoso gruppo di combattenti che si ispirava negli anni sessanta-settanta del secolo scorso alla rivoluzione cubana. Per la sua fede ha trascorso 14 anni in carcere.

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica ed il nostro comunista migliorista Napolitano, che vive al Quirinale e guadagna 239.192 euro all’anno, aumentati di 8.835 euro nell’anno in corso?

È qualunquista fare un raffronto tra Mujica, che ha rischiato la vita e conosciuto la galera e che dichiara che un politico dovrebbe vivere come la maggioranza dei propri concittadini, con i nostri ex comunisti ed attuali neoliberisti D’Alema, con il suo yacht ormeggiato a Gallipoli, o Fassino, sindaco della città più indebitata d’Italia, con il suo reddito imponibile (anno 2010) di 126.452 euro?

Sì, avete ragione, è qualunquista. Scusatemi. Ed allora veniamo al mio campo: l’ambiente. Mujica ha pronunciato a braccio alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20, il 21 giugno 2012, un discorso rivoluzionario, come solo i grandi uomini sanno pronunciare, in cui ha denunciato l’assurdità del mondo in cui viviamo. Questi alcuni passi del suo discorso: “Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più. Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!”

Esattamente quello che la saggezza suggerirebbe agli uomini: l’attuale modello di vita occidentale è sbagliato. Ma non bisogna cambiarlo perché un giorno neanche tanto lontano porterà all’estinzione dell’intera umanità: e chissenefrega, tutte le specie nascono e muoiono. Bisogna cambiarlo perché non porta la felicità oggi, in questo momento.

Ovviamente, il discorso del grandissimo José Pepe Mujica non ha avuto quasi risonanza sui media. Forse perché andava controcorrente rispetto a quanto pensano e dicono i grandi della Terra, controcorrente rispetto a globalizzazione e sviluppo? Ops, scusatemi, sono di nuovo caduto nel qualunquismo.


Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/07/jose-pepe-mujica-presidente-delluruguay-mito/462971/

sabato 7 gennaio 2012

Quale rivoluzione? Siamo viziati e senza coraggio! - Paolo Barnard

Risposta interessante di Barnard alla domanda del pubblico su cosa possiamo fare e quali strumenti abbiamo per cambiare le cose.
Io sono un fermo sostenitore della massima "il fine giustifica i mezzi", e Barnard qui ci ricorda che bisogna avere il coraggio di perseguirlo quel fine.