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giovedì 19 dicembre 2013

Sapelli le manovre dei poteri forti fanno perdere l'Italia

Il 2013 rischia di chiudersi nel modo peggiore possibile per il prestigio della nazione, in primo luogo in campo finanziario. Mi riferisco a quello scandalo istituzionale, economico, politico, culturale e morale che si sta svolgendo sotto gli occhi dei pochi spettatori che non si fanno offuscare la vista dal bombardamento mediatico sui forconi e su un pugno di studenti che tirano uova contro dei bei palazzi. Non che non ci si debba indignare e preoccupare, per carità. Ma ho il sospetto che si usi il dolore delle classi medie e degli infelici precari che corrono veloci fra le braccia di una nuova destra neonazista antieuropea per nascondere altri drammi del Paese.
Uno di questi drammi è la rete di connivenze, di opacità, di collusioni, di silenzi che sta dietro la sciagurata idea perseguita un tempo di privatizzare Bankitalia e oggi di valutare di quella privatizzazione il valore nominale. 

Primo tempo. 
Ci si accorge improvvisamente circa vent’anni dopo la privatizzazione delle ex banche pubbliche che detenevano con l’Inps e Generali il capitale di Bankitalia, che codesto capitale, salvo che per la piccola quota dell’Inps, è - udite, udite!- nelle mani di privati. Già questo ci fa capire in che mani siamo sia per quel che riguarda Bankitalia, sia per quel che riguarda il Paese tutto. Su un problema di questo genere, infatti, se privatizzare o no una banca centrale, ci sarebbe dovuto essere quanto meno un pubblico dibattito e solo da una logica argomentativa doveva discendere il verbo della privatizzazione.
Privatizzazione di cosa? Oggi con la Bce, soprattutto quando l’unione bancaria avrà effetto, Bankitalia non ha più alcun ruolo e anche quello statistico potrebbe benissimo essere assegnato all’Istat, snellendo di molto, con gradualità naturalmente, i nostri conti pubblici. I francesi, anch’essi fierissimi di avere la Banca centrale, sono però stati più accorti e le quote delle ex banche pubbliche sono oggi possedute da una Fondazione.
Eh sì, perché il problema del patrimonio continua a rimanere. Non si volatilizza, che si privatizzi o che si pubblicizzi.
Secondo tempo. 
E valutarlo è un bel problema. Il comitato di esperti, a suo tempo nominato dal governatore Ignazio Visco, a valutarlo quel patrimonio ci ha impiegato non poco tempo, perché valutare una Banca centrale il cui valore è solo nozionale è questione di lana caprina ed è in definitiva sempre e soltanto una decisione politica.
Volete una prova? Nel bilancio di Bankitalia, come ha ricordato tempo orsono molto bene Tito Boeri, è fissato a 156.000 euro. Tutti capiamo che è solo un valore simbolico, perché le banche che possiedono quote di quel capitale li hanno iscritti a valori molto differenti uno dall’altra. Si va dai 41,3 euro di Banca Carige a 13,781 per Bnl, a 5, 380 per Banca Intesa.
Quest’ultima è l’azionista principale con il 26,8% delle azioni suddivise originariamente in 360.000 quote di 0,52 euro ciascuna, ed è quindi protagonista essenziale del dramma o della farsa che stiamo vivendo. Se si moltiplicano i valori azionari scritti su valori di libro delle banche, giungiamo a una cifra
nominale di circa un miliardo di euro. Si è scatenata una gara, visto gli incerti criteri che sottostanno a
queste valutazioni, per rivalutare le quote attraverso collocamenti e ricollocamenti che potrebbero avvenire anche nel tempo e potrebbero investire oltre ai già esistenti possessori di quote (tra gli altri Generali e Mps), anche investitori stranieri, cosa ipotizzata dal ministro Saccomanni.
Ricordo che il ministro Saccomanni si era distinto mesi or sono per aver invocato la venuta in Italia delle shadow banks che dovevano così farla finita con il credit crunch che le banche esercitavano nei confronti delle imprese. Naturalmente chi, come me, teme le banche ombra, teme anche che un giorno o l’altro nell’assemblea di azionisti di Bankitalia si presentino dei fondi posseduti da Al Qaeda o dalla mafia internazionale.
Ma il mio è un punto di vista certamente opinabile che non fa testo come invece fa l’opinione di un ministro che oltretutto proviene da Bankitalia.
Il problema però si disvela nella sua arcana ragione recondita allorquando scopriamo che qualora nel collocamento alcune quote rimanessero invendute a intervenire dovrebbe essere Bankitalia e che in ogni caso le banche che posseggono le quote si preparano a realizzare un ingente guadagno vedendo rivalutati i loro assets proprio quando si avvicinano gli stress test promossi dalla Bce. Che bell’aiuto per banche che sono sempre sulla linea del galleggiamento e del fallimento tecnico! Dopo i Tremonti Bond ecco arrivare la rivalutazione delle quote di Bankitalia.
Pensate che buona vendemmia per Intesa che e ha il 23,6% di quelle quote. Ci si rimpannuccia per bene. Ma non si crea forse in questo modo una terribile asimmetria competitiva a svantaggio delle altre banche che non possono godere di simili diavolerie perché di fatto non appartengono all’inner circle, ossia a quel circolo chiuso di amichetti della merenda veloce che ha oggi sostituito l’establishment? La Bundesbank non sì è fatta scappare l’occasione. Weidmann ci ha dato addosso picchiandoci in testa di santa ragione. E non gli si poteva dare torto, questa volta. Stiamo facendo in Europa, con questa operazione dilettantesca, una figura peregrina e terribile.
Proprio ora che c’è da rinegoziare il rinegoziabile e cambiar marcia per passare dall’austerità alla crescita, facciamo simili regali a degli incompetenti? Gli inglesi, gli irlandesi, gli islandesi, i belgi, i lussemburghesi sono stati più seri: piuttosto che fare queste figure le banche le hanno nazionalizzate, punendo i manager che le avevano portate al fallimento e non creando asimmetrie così scandalose sui mercati. Per questo finire in questo modo il 2013 mi sembra ben inglorioso.


Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/12/18/FINANZA-Sapelli-le-manovre-dei-poteri-forti-fanno-perdere-l-Italia/452516/

martedì 9 luglio 2013

Giulio Sapelli - La crisi e la crescita

Ottimo intervento di Giulio Sapelli sulle caratteristiche della crisi e le possibili soluzioni.
 
"Non si esce dalla crisi economica se non ricostruendo il senso di giustizia". 
Un percorso tutt'altro che scontato quello delineato da Sapelli per uscire dall'attuale condizione di crisi, che non si limita a semplici formulette matematiche, ma comprende la necessità di maggiore cultura, specialmente all'interno della "classe dirigente".






giovedì 30 maggio 2013

Letta-Alfano, "scacco matto" alla Germania in tre mosse - Giulio Sapelli

La borsa di Tokyo manda segnali negativi. Non premia il keynesismo da riarmo del primo ministro Abe e la politica inflattiva che ne consegue, anche se si tratterà di un’inflazione a tassi inimmaginabilmente bassi rispetto a quella degli anni ‘80, gli anni della cosiddetta stagflation. E poi non bisogna dimenticare che, a parer mio, la ragione profonda del crollo della borsa giapponese risiede nel fatto che è emersa in tutta evidenza l’inizio della fine della crescita prorompente della Cina. Lo sanno anche i dirigenti cinesi che tentano di sfuggire dal modello sostanzialmente sovietico dell’economia cinese caratterizzata da eccessi di investimenti indebitati e da carenza di consumi interni e quindi da scarsità di domanda aggregata. A fronte di questa scarsità, la svalutazione dello yen può fare ben poco e il Giappone dovrà quindi destinare le sue esportazioni verso i paesi ricchi. Ma qui la crisi non è finita. Gli Usa, nonostante lo shale gas e il new oil, fanno riscontrare una crescita degli incagli e delle sofferenze bancarie e quindi vuol dire che la vera ripresa nordamericana è ancora ben lontana. L’Europa è una tundra di ghiaccio che sta cominciando ad avanzare anche nella Foresta Nera e sui laghi bavaresi, come dimostrano i dati da incubo sulla stentatissima crescita futura della Germania.
Stiamo sicuramente assistendo alla trasformazione di un sistema economico-sociale e ci vorrebbe l’intelligenza dello Schumpeter di “Capitalismo, socialismo e democrazia” per capire che cosa sta succedendo. Di certo, il capitalismo non sta morendo, come diceva il grande economista austriaco, per eccesso di burocratica statizzazione, ma al contrario, per eccesso di economica liberalizzazione ad alto gradiente di burocratizzazione statualistica. Una cosa è certa: è il capitalismo a essere in crisi. Non siamo davanti a una crisi, ma alla crisi del capitalismo.
Tra questa spettrale scenografia si muove il governo Letta. Le quinte siderurgiche crollano e gli altiforni si spengono, le micro e piccole imprese affondano nelle paludi della tassazione, le medie imprese, alias multinazionali tascabili, si scontrano con la caduta del commercio mondiale, le poche grandi imprese rimaste o cambiano nazionalità o vengono smantellate dalla magistratura.
Nell’ombra delle quinte si assiste a varie scene che si susseguono sul palco: suicidi di gente operosa e disperata, omicidi efferati da fine del mondo, pazzie collettive da intellettuali di classi medie che hanno perso il lume della ragione. Come nei disegni di Henry Moore che rappresentavano coloro che dormivano nelle metropolitane londinesi durante la Seconda guerra mondiale, immense file di disoccupati sostano negli uffici di collocamento e davanti alle mense cattoliche, e alcuni di loro sono degli adolescenti, mentre altri sono persone che vent’anni fa sarebbero già andate in pensione.

Ciò nonostante il governo Letta-Alfano sta dando una gran buona prova di sé. Fa tutto il possibile. Ha vinto la partita di fuoriuscita dalla procedura d’infrazione europea e dispone di un po’ di quattrini e di altri ne disporrà se la già da me ricordata golden rule richiesta da Letta avrà i suoi effetti togliendo dal deficit di Maastricht tanto le spese per le infrastrutture quanto quelle per la coesione sociale. Forte di questo atteggiamento, più che dei risultati, il governo deve continuare a sfidare l’austerità europea. A porsi come la punta di lancia di tutti coloro che vogliono spezzar il ghiaccio della tundra. Come fare? Da un lato rassicurare l’oligopolio finanziario e pseudo-tecnocratico-europeo-teutonico che si vogliono ridurre gli sprechi pubblici, cartolarizzando finalmente il patrimonio immobiliare pubblico dello Stato e degli enti locali, rapidamente, con decisione. Lanciare un prestito forzoso, attraverso l’offerta di titoli di Stato, obbligando i percettori di reddito superiori ai 200.000 euro ad acquistarne per lo 0,5% del loro patrimonio, così da travestire da prestito per la patria una pseudo-patrimoniale occulta che non spaventerebbe nessuno. Così potremmo ridurre le tasse sull’impresa e sul lavoro. In questo contesto, giocando sugli avanzi di cassa e con tutti gli artifici finanziari che si possono fare con la finanza pubblica, finanziare un piano del lavoro che si fondi sul principio che non è liberalizzando il mercato del lavoro che si crea occupazione, ma investendo in settori essenziali per la crescita, quali le infrastrutture, le nuove tecnologie 3D e i cluster meccatronici che sono essenziali per la vita delle nostre piccole e medie imprese più evolute.
Penso a una nuova Iri? No. Non voglio creare ospedali di salvataggio per imprese decotte. E’ l’investimento che crea profitto e lavoro, non viceversa. E quindi lo Stato deve tornare a diventare imprenditore secondo lo storico modello dell’Eni, ma con la forma giuridica del trust anglosassone e non dell’ente di gestione. E quindi nessun consiglio di amministrazione, ma tutti gli amministratori unici che servono. Solo così si potrà recitare su un palco meno spettrale.



Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/5/28/FINANZA-1-Sapelli-Letta-Alfano-scacco-matto-alla-Germania-in-tre-mosse/2/397324/

giovedì 2 maggio 2013

Chi comanda in Italia?

Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

a cura di Gianpiero Magnani


Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

Il sistema politico italiano, osserva Sapelli, è invertebrato, è ”un insieme gassoso di forze” caratterizzato da contrapposizioni puramente personalistiche, dove tutti vogliono comandare anzitutto per impedire agli altri di comandare: “l’importante non è vincere, ma impedire agli altri di vincere”. Il risultato finale è che, se nessuno comanda, alla fine una forza che comanda comunque c’è, ed è il denaro.

La disarticolazione dei poteri in Italia non è recente, ma risale almeno agli anni Novanta, con le privatizzazioni prive di liberalizzazioni e con l’accresciuto potere autonomo degli ordini dello Stato, a partire dalla magistratura; una disarticolazione accresciuta dalla sostanziale mancanza di classi dirigenti, sia in politica che in economia, che in passato si erano invece prodotte nel nostro Paese grazie soprattutto ad influenze estere, prima con la Resistenza (che riuniva persone formatesi nel cattolicesimo internazionale, nel socialismo internazionale, nel comunismo internazionale) e poi col managerialismo americano, a partire dal Piano Marshall. Queste persone avevano una formazione che le portava ad interpretare una “missione storica” che era ben lontana dal perseguimento di interessi particolari; ed erano attive sia in politica che in economia, in particolare esistevano in Italia importanti classi dirigenti nell’industria pubblica e, in alcuni casi, in quella privata (Adriano Olivetti, Alberto Pirelli). Ma dagli anni Settanta è iniziato il ripiegamento verso l’interno, culminato nella “distruzione dei partiti di massa, con l’emersione dei partiti arcipelago a forma neo-caciquista. Ossia personalistica” (L’inverno di Monti). Solo i sindacati, le Camere di Commercio e le rappresentanze degli imprenditori sono rimaste ancora salde, mentre oggi sempre di più si impone un nuovo patto per la legalità e per la crescita, con l’abbandono delle politiche dell’austerità e l’avvio di un keynesismo europeo.

Invece si è voluto realizzare un grande progetto come quello dell’Unione Europea solo per via monetaria, senza introdurre tutti gli altri strumenti necessari, a partire da una Banca Centrale che funzioni come la Federal Reserve americana fino a strumenti politici che sono indispensabili per un’unione di questo tipo, “un parlamento che decide anziché una commissione che decide”; ma l’unificazione europea è stata costruita per via amministrativa e monetaria, non politica: “di qui l’Europa come Leviatano burocratico; bersaglio ideale per il neo-populismo di sinistra e di destra” (L’inverno di Monti). La creazione di una moneta unica senza stato unitario ha creato infine le condizioni per la speculazione internazionale contro l’euro, da parte di quell’ “oligopolio finanziario mondiale, che comunemente si chiama mercato” (L’inverno di Monti).

Una urgente inversione di rotta perciò si impone, se vogliamo impedire la disgregazione dell’Europa: “riformare lo statuto della BCE sulla scorta di quello della FED, abbandonare le politiche d’austerità e, distinguendo lo spreco pubblico dalla spesa pubblica, dar vita a un keynesismo europeo, non nazionale”.

E’ altresì necessaria una profonda riforma che difenda il lavoro, evitando le sofferenze personali che derivano da una flessibilità che in tempi di crisi è distruttiva perché, osserva Sapelli, la precarietà “un conto è viverla in tempi di crescita economica e un conto è viverla quando c’è la crisi”; si impone allora come necessaria “la creazione di nuove forme comunitarie di welfare che assumeranno anche forme di nuove unità economiche non capitalistiche”.

Assistiamo invece sempre di più allo spostamento del reddito dal lavoro al capitale, un fenomeno che ha creato le condizioni materiali di quel totalitarismo liberistico, un pensiero unico che è alla base delle crisi economiche degli ultimi anni; da questo punto di vista, le sinistre politiche dei paesi occidentali non solo non hanno saputo interpretare le esigenze delle forze produttive e del lavoro, e la loro stessa tradizione storica, ma hanno inseguito la modernità, il “nuovo” troppo spesso identificato col mondo della finanza e con le liberalizzazioni in quanto tali: “L’aver posto al centro dell’organizzazione sociale il denaro, anziché il lavoro, ha avuto conseguenze devastanti. E questo per l’impossibilità del denaro (…) di riaggregare il sociale e di dare ad esso un significato di comunità riproducibile”.

A questo proposito, nel libro La Crisi Economica Mondiale Sapelli suggerisce di considerare la dialettica rendita-profitto come elemento indispensabile per misurare la salute di un sistema economico e sociale: “Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario, che spinge all’oligopolio e alla collusione tra pubblico e privato, con conseguenze che possono introdurre tossine pericolosissime per l’equilibrio sociale”.

Oltre alla stabilità dei prezzi, occorre quindi considerare la piena occupazione come obiettivo prioritario da perseguire con politiche pubbliche adeguate.

A livello mondiale però, a dispetto delle privatizzazioni, si sta profilando un nuovo capitalismo politico, diverso dalla proprietà collettiva, e ben rappresentato dai fondi sovrani: questo neopatrimonialismo partitocratico potrebbe avere conseguenze rilevanti sull’economia futura e screditare ulteriormente la politica, il cui campo d’azione nel nostro Paese si va peraltro restringendo, a favore di altri poteri; andrebbero perciò recuperati gli studi e le lezioni dei grandi teorici delle élite, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, per far capire anzitutto come le classi politiche possano vivere “non di politica, ma per la politica”. Perché ciò di cui abbiamo bisogno sono forti poteri aggregativi, democratici, e “forti culture umanistiche che diano visione e speranza a ciò che rimane di un popolo sempre più solo” (Chi comanda in Italia).


Riferimenti bibliografici:
- Giulio Sapelli, CHI COMANDA IN ITALIA, ed. Guerini e Associati, Milano 2013
- Giulio Sapelli, L’INVERNO DI MONTI. Il bisogno della politica, ed. Guerini e Associati, Milano 2012
- Giulio Sapelli, LA CRISI ECONOMICA MONDIALE, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2008

2 Maggio 2013
Gianpiero Magnani @ gianpiero.magnani@libero.it



Tratto da: http://valori.it/speciali/chi-comanda-italia-6353.html

lunedì 22 aprile 2013

Italia ancora in crisi per colpa di Draghi - Giulio Sapelli

Una nuova epoca è iniziata nel mondo della finanza internazionale. Trent’anni orsono il bastone di comando era nelle mani dei grandi fondi d’investimento e nelle banche d’affari. Immense nuvole di petrodollari e di profitti delle grandi corporation si dirigevano verso i paradisi della finanza dal guadagno immediato e speculativo. La sterlina cercò di opporsi alla speculazione contro Soros e si spezzò le corna e così fecero i banchieri centrali europei con alla testa uno frastornato Ciampi che non resistette all’ondata speculativa e provocò una svalutazione rovinosa della lira illudendosi di fermare il flusso del capitale finanziario che rincorreva se stesso moltiplicando i guadagni di un pugno di speculatori seguiti da una miriade di investitori minuti che giocavano in borsa i loro risparmi.

Erano gli anni in cui i pensionati passavano le mattinate dinanzi ai computer - i primi computer! - che nelle vetrine delle filiali bancarie registravano rapide ascese di titoli improbabili che pur in rosso capitalizzavano più di Fiat o di Generale Electric. Era l’economia delle aspettative era la new economy dove tutti giuravano e spergiuravano che il capitalismo aveva superato se stesso e non avrebbe più avuto crisi cicliche. Noi poveri economisti strutturalisti schumpeteriani, keynesiani, minskiani, eravamo guardati come dinosauri e destinati al macero: nessun concorso poteva essere vinto e ci si doveva rifugiare in materie d’insegnamento afferenti guardate con disprezzo perché avevano una base concettuale storica e umanistica.

Ora tutto sta lentamente cambiando. Le banche centrali sono all’attacco. Dopo il fallimento di Lehman i fondi e le banche d’affari speculavano sui movimenti non di se stesse, ma su quelli delle banche centrali. Mentre la finanza privata lecca le sue ferite e infligge zampate spesso a caso, i banchieri centrali sono risaliti in cattedra e comandano. L’inflazione non esiste: esiste invece la deflazione, la crisi inizia a essere irreversibile, aumenta la disoccupazione e i margini si riducono sino a ridurre i prezzi di una domanda che non beve. Ebbene, proprio perche il pericolo è la deflazione che rende la depressione irreversibile, ecco che l’ondata di liquidità inonda le banche per salvarle e cerca disperatamente di raggiungere l’economia reale. Ma qui ciò che rimane dell’Occidente finanziario è diviso.

Gli Usa con la Fed, e recentemente il Giappone con il nuovo banchiere centrale uscito dal cappello di un Abe deciso a ridare al Paese la sua supremazia economica dinanzi a una Cina sempre più pericolosa, iniziano a combattere non il deficit bancario ma quello sociale: abbattere la disoccupazione e riattivare il sistema sanguigno delle imprese che non trovano la trasfusione bancaria per il meccanismo della ripresa.

La Banca d’Inghilterra, con il suo nuovo governatore che non a caso viene dal Canada keynesiano che non è stato investito dalla recessione, non solo segue la linea della Fed, ma vincola l’erogazione di liquidità alle banche all’impegno che esse sottoscrivono di riversare la liquidità non per la ricapitalizzazione, ma in misura consistente per le imprese e le famiglie. Insomma, solo la Bce sta a guardare e Draghi - che pure tutto si è inventato per aggirare la Bundesbank e le guardie prussiane nel direttorio della Bce sino a spingerne un paio alle dimissioni - è ora in ritardo e in difficoltà.

La Bce è in affanno, affanno politico e il Regno Unito si allontana sempre più dall’Europa, da potenza transatlantica qual è. Brutti tempi per l’Europa e brutti tempi per le imprese e le famiglie. Ci vuole più coraggio, caro Mario!


Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/4/9/FINANZA-Sapelli-Italia-ancora-in-crisi-per-colpa-di-Draghi/2/380755/

venerdì 29 marzo 2013

C’è un solo governo possibile, il resto è inganno - Giulio Sapelli

L’economista, storico e intellettuale Giulio Sapelli e l’unica via per evitare il disastro economico, sociale e culturale dell’Italia e dell’Europa: federalizzazione del continente, nuova Banca Pubblica, riforma Bce sul modello Fed, divieto di speculazione finanziaria, tasse al massimo del 35%

di: Pier Paolo Flammini


Probabilmente lui è l’intellettuale (non economista che è riduttivo: ma intellettuale perché economista, storico e anche sociologo nel senso di conoscitore della psicologia umana e sociale, la quale non si piega a direttive imposte) che inserito in un governo potrebbe davvero condurre una battaglia per la “vita” anziché la morte dell’Italia e dell’Europa, oramai in mano ad una banda di scriteriati senza forza. Sto parlando di Giulio Sapelli. E’ anche da considerarsi un moderato, dunque capace di imporre un deciso cambio di marcia senza incutere timore nel mondo produttivo (che sta morendo e che probabilmente si getterà sempre più su posizioni estreme se non ci saranno cambiamenti).

Dunque l’Italia è “col fiato sospeso” (si fa per dire) nell’attesa di un nuovo governo. Ma governo-per-fare-cosa? Non mi interessa chi avrà il potere. Io voglio un governo che faccia sue le proposte scritte da Giulio Sapelli su “Ilsussidiario.net” lo scorso 23 gennaio:

PRIMO TEMPO

Una Banca nazionale a proprietà pubblica per la continuazione dell’attività delle imprese di ogni dimensione e filiera concedendo prestiti alle imprese e non entrando nel loro capitale” per “fondare una banca per lo sviluppo su base nazionale che rastrelli fondi da tutte le risorse esistenti dallo Stato”: questo per impedire la moria di piccole e medie imprese e la perdita di lavoro, “una catastrofe nazionale”. Questo, scrive Sapelli, “implica la riforma radicale dello Statuto della Bce sull’orma di quello della Fed. La banca deve essere uno strumento monocratico”. Inoltre Sapelli incita alla creazione di “imprese cooperative di ogni tipo e in ogni settore, così da creare lavoro, crediti al consumo, beni a basso prezzo, occupazione e lavoro e massimizzare occupazione e non profitto”.

SECONDO TEMPO
“Da ciò deriverà un aumento del debito pubblico: di qui la rinegoziazione essenziale e totale di tutti i trattati europei che non hanno nessuna giustificazione economica e giuridica (…) ne deve derivare l‘eliminazione dei tetti di deficit e dei tetti pluriennali che non hanno altro scopo che imporre un dominio deflazionistico (ovvero una contrazione di salari e stipendi, ndr) teutonico su tutta l’Europa, seguendo le orme di idee economiche già sviluppatesi in Germania alla metà degli anni Trenta e bovinamente accettate da banchieri centrali incompetenti e politici collegati alle grandi banche d’affari che speculano su quelle decisioni”.
Ancora, aggiunge l’economista torinese, “farlo rapidamente implica impedire che l’esplosione dell’euro accompagni l’esplosione umana e sociale che si avvicina; e non si tratta – si badi bene – di scioperi, rivolte, ecc. I lavoratori e la gente comune e per bene sono troppo disillusi, stanchi, anomici per ribellarsi collettivamente: assisteremo ad atti isolati o di piccoli gruppi molto violenti e tutti disperati”.

TERZO TEMPO
Ridefinizione dei poteri del Parlamento europeo eliminando le commissioni e smantellando la burocrazia europea centralizzata. La federalizzazione dell’Europa riporterà agli stati competenze e poteri. Il Parlamento dovrà votare la rinegoziazione del debito pubblico europeo su scala mondiale, eliminando derivati e altri strumenti di distruzione finanziaria di massa secondo le indicazioni già redatte dall’ex governatore della Banca d’Inghilterra Lord King – e da Paul Volcker per il Presidente Obama – e sino ad oggi inascoltate, spezzando in due l’industria finanziaria e tornando in tutto il mondo, e in primis in tutta Europa, alle regole di governance precedenti la famigerata legge Amato in Italia e alle famigerate altre leggi che abolirono il Glass Steagall Act voluto da Roosevelt dopo la crisi del 1929″. Infine la necessità di ridurre le imposte sulle imprese al 35%, ridurre le tasse sul lavoro, introdurre il contratto di apprendistato.

Altre vie non ce ne sono. Purtroppo i nostri politici e l’intera classe dirigente (quasi tutta quella che è sfilata in questi giorni per le consultazioni con Bersani) o sono collusi col potere finanziario, o, nel caso migliore, sono imbottiti di ideologia neoliberista e quindi non riescono neanche a pensare uno scenario diverso dall’attuale follia europea. Banca pubblica nazionale, ripristino del Glass Steagall Act, revisione di tutti i trattati sono concetti estranei persino ai sindacalisti, incomprensibili dalle associazioni imprenditoriali, estranei alla cultura da anime belle della cultura. Ci attendono brutti tempi.

mercoledì 20 marzo 2013

Cipro: Giulio Sapelli "Decisione pazzesca, si rischia un panico bancario in tutta Europa"

di Luigi dell'Olio per Huffington Post

“La decisione presa dai ministri delle Finanze dell’Eurozona smentisce un principio cardine del Trattato di Maastricht come la libera circolazione dei capitali: si tratta di una scelta pazzesca, con conseguenze gravissime”. Non usa mezzi termini per bocciare la decisione presa nel week-end dall’Ue per salvare Cipro (prelievi forzosi sui conti correnti, nella misura del 6,75% fino a 100mila euro e del 9,9% sopra questa soglia), Giulio Sapelli, docente all’Università di Milano e membro dell’International Board dell’Ocse per il non profit.

Da economista e storico, come giudica la posizione europea?

Nel peggior modo possibile, come del resto appare evidente dall’apertura fortemente negativa di tutti i mercati finanziari. L’Unione europea ha tra i suoi principi cardine la libera circolazione dei capitali, ma da oggi questo principio non sembra valere più. Provi a pensare come accoglierà questa decisione un fondo di investimenti internazionale che ha continuato a credere nell’area nonostante i problemi di questi anni: la tentazione di ritirare i capitali a questo punto è fortissima.

Senza trascurare la reazione dei cittadini…

Certamente: si tratta di una posizione priva di qualsiasi fondamento giuridico, così come di logica. Si rischia una fuga dai depositi bancari in tutto il Vecchio Continente. Aggiungerei anche i rischi di tenuta politica a questo punto…

Si riferisce alle pulsioni anti-europeiste che stanno prendendo piede?

Si tratta di un fenomeno innegabile, che rischia di uscire rafforzato da questa decisione. Chi ha scelto in questo modo, per altro, ha dimostrato di non conoscere la storia: dal 1974 Cipro è divisa in due, con un’area sotto l’influenza greca e l’altra che subisce l’influsso turco. Stiamo aggiungendo ulteriore instabilità a un’area già di per sé esplosiva.

Cosa si sarebbe potuto fare di diverso?

Il problema di Cipro è che nel Paese sono stati “sciacquati in Arno” i panni della finanza malata. La risposta doveva essere una bonifica della stessa, con interventi per evitare che si ripetessero gli abusi di questi anni. E invece si è deciso di colpire i risparmi.

A suo modo di vedere questa scelta potrebbe acuire le diffidenze verso l’Europa della Gran Bretagna, già da tempo in fibrillazione su questo fronte?

Più che una prospettiva, è una realtà. L’Uk ha nell’isola circa mille militari, tanto che il cancelliere David Cameron si è affrettato a rassicurarli sul fatto che riceveranno ristoro per i prelievi sui loro conti.

Un’ultima domanda: a suo modo di vedere, quali sono le cause di una decisione così grave?
Vedo l’origine di tutti i problemi che stiamo vivendo negli ultimi mesi nel predominio della tecnocrazia rispetto ai governanti eletti dai popoli. I massimi esponenti degli organismi internazionali spesso non sono espressione del volere dei cittadini, per cui sentono di avere le mani libere nelle decisioni da prendere. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

giovedì 28 febbraio 2013

Sapelli, mandare messaggi rassicuranti a mercati e non demonizzare Grillo

L'economista a Labitalia: "Governo di emergenza per un anno per fare le riforme essenziali e cambiare la legge elettorale".

Roma, 26 feb. (Labitalia) - Le urne sono chiuse e i risultati ormai noti, ma per cortesia non parliamo di 'ingovernabilità': meglio trovare un accordo tra le forze presenti nel Parlamento su 3-4 riforme essenziali (tra cui quella elettorale), mandare avanti per un anno un 'governo di emergenza' e solo dopo andare a rivotare. E soprattutto occorre mandare "messaggi rassicuranti ai mercati senza demonizzare Grillo". Sono i consigli, il "messaggio in bottiglia" che, con Labitalia, lancia al nuovo quadro politico Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica presso l'Università degli studi di Milano, dove insegna anche Analisi culturale dei processi organizzativi.
Sapelli, che ai temi delle patologia dei mercati e della necessità della loro trasparenza istituzionale, organizzativa ed etica, ha dedicato molti lavori, spiega che "la reazione economica al voto molto dipenderà dai messaggi che i 3 poli daranno, e dico 3 perchè dei 4 poli che c'erano uno è ormai inesistente: quello di Monti, proprio quello che doveva rassicurare i mercati, ammesso che questi 'mercati' esistano".

"Personalmente, non prevedo grossi cambiamenti -sostiene l'economista- nell'orientamento dei mercati: penso che quella tendenza che si è verificata qualche mese fa, di ritorno a un interesse sull'euro, si mantenga stabile e che i segnali di queste ore siano volatilità derivate soprattutto da un nervosismo e spesso dalle divergenze delle forze politiche che hanno perso, soprattutto dal Pd e Monti". Chi ha perso, osserva Sapelli, "esorcizza la propria sconfitta dicendo che Grillo è una cosa terribile, ma prorio loro dovrebbero ricordarsi che trent'anni fa quando si protestava c'erano dei signori (che poi hanno fatto anche carriera) che dicevano alla gente di sparare e di mettere le bombe". "Adesso - prosegue - sono stati fatti dei passi avanti nel processo democratico e Grillo dice di votare e di andare in Parlamento o in Comune. E quando questo accade in una situazione in cui abbiamo 3 milioni di disoccupati, il 37% dei giovani sotto i 25 anni disoccupato e un terzo che fa lavori precari, mi sembra che ciò dimostri che il consolidamento democratico in Italia è irreversibile".

Insomma, spiega bene Sapelli, "la demonizzazione di Grillo non fa bene nè alla politica nè ai cosiddetti mercati che si impressionano". Ma con questi numeri alla Camera e al Senato cosa bisogna fare? "Bisogna -risponde Sapelli- che tutti si assumano le responsabilità: l'unica cosa è fare quello che si può chiamare, con nomi diversi, governo di minoranza appoggiato dall'opposizione o governo di unità nazionale. Il Pd e il Pdl diano cioè vita a un governo che dura un anno, di emergenza, e poi si torni a votare con una legge elettorale nuova". Questo governo dovrebbe fare, dice, "alcune riforme essenziali come la riforma elettorale, e poi dovrebbe dimezzare il numero di parlamentari, abolire le Province, concordare dei punti minimi per andare in Europa e rinegoziare insieme alla Francia e agli altri Paesi le misure di austerità varate con l'ultimo bilancio europeo che sono un monumento alla pazzia".

Sapelli invita a riflettere sull'"affermazione di Grillo, un partito che al primo colpo ha preso il 25%, quota a cui neanche Forza Italia arrivò alla prima uscita: prese il 21%, pur dispondendo di molte risorse".

Insomma, conclude il professore, "bisogna avere nervi saldi e trasmettere al mercato messaggi rassicuranti". Perchè "se Bersani e Monti cominciano a dire 'sono arrivati gli Unni', cosa devono fare le borse?". E "andare nuovamente al voto -osserva Sapelli- sarebbe una cosa tragica: allora sì che si potrebbe davvero rischiare il default".

Infine, ci tiene a sottolineare Sapelli, è "vergognoso da un punto di vista costituzionale che Mario Monti non si dimetta da senatore a vita". "Una persona che ha una deontologia dovrebbe sedere sugli scranni del Parlamento ma solo dopo -conclude- essersi dimesso da senatore a vita, che rappresenta il popolo sovrano".


Tratto da: http://www.adnkronos.com/IGN/Lavoro/Politiche/Sapelli-mandare-messaggi-rassicuranti-a-mercati-e-non-demonizzare-Grillo_314222757812.html

giovedì 21 febbraio 2013

Giulio Sapelli: le società quotate tra controllori, controllati e conflitti d’interesse

L'opinione del noto economista sul rapporto tra società quotate e indipendenza di chi deve monitorarle

Il problema dell’efficacia dei controlli interni alle società quotate o comunque di pubblico interesse, riproposto con drammatica gravità dal caso Montepaschi, si lega a quello dell’indipendenza di coloro che devono effettuare questi controlli. Personalmente, non ho mai voluto essere retribuito da chi dovevo controllare: mi sembra un’assurdità, e così rifiutai il compenso da presidente dell’audit committee dell’Unicredit Corporate Banking. Fui criticato, ma rimasi sulle mie posizioni.

Piuttosto, chiesi l’aumento dei compensi per tutti i consiglieri d’amministrazione, che prendevano gettoni ridottissimi, perché avevamo come sempre in questi casi grandi responsabilità civili e penali legate a quell’incarico. L’errore di fondo, però, è che il sistema sbaglia a configurare il criterio di «indipendenza» soltanto sincronicamente alla fase in cui il controllore è in servizio, si trova a esercitare il suo ruolo e non può avere rapporti di interesse diversi con l’ente che controlla, né possono averli i suoi parenti eccetera. Il criterio di indipendenza va esteso al tempo futuro. La maggioranza di coloro che siedono in strutture di controllo, finito il mandato, diventa consulente della società che controllava come avvocato, commercialista, advisor. Magari cambia società ma non gruppo. Basta guardare i nomi nei consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali, sono sempre gli stessi che ruotano.

In mancanza di un freno inibitore di natura morale, si potrebbe impedire per 10 anni a chi fa il controllore di avere rapporti economici con gli ex controllati. Poi c’è da capire cosa s’intende per fare controlli: significa spulciare le carte, parlare con i funzionari dell’internal audit, indagare e investigare. Prevale invece un approccio burocratico-nominalistico. E i risultati si vedono. Un passo avanti è stato la legge 231, che responsabilizza anche le imprese come figure giuridiche rispetto ai reati commessi e ai danni causati. Ma la legge è stata poi gestita male e oggi è quasi inapplicabile.


Tratto da: http://economia.panorama.it/opinioni/giulio-sapelli-societa-quotate-controllori-controllati-conflitti-interesse

martedì 19 febbraio 2013

DEBITO/ Sapelli: dall’Ecuador "un’utopia" che incanta l’Italia

L’Ecuador, il più piccolo tra i paesi del Sudamerica, propone un nuovo modo di gestione del debito pubblico. Lo fa attraverso le parole del suo Presidente, l’economista Rafael Correa, intervenuto all'Università Bicocca di Milano nel corso degli incontri previsti con i rettori degli atenei lombardi. A lui è infatti stata assegnata una lectio magistralis dal titolo "L'esempio dell'Ecuador di fronte alla crisi del debito in Europa". La ricetta del Paese Sudamericano è tanto semplice quanto complessa: “Rifiutando di pagare quanto richiesto dai nostri debitori - ha detto Correa - abbiamo risparmiato e investito l’equivalente di due anni di nuove infrastrutture nel Paese”. Secondo il presidente ecuadoriano, questo metodo è applicabile in qualunque Paese, anche in quelli europei: “Bisogna avere coraggio per prendere decisioni politiche anche se questo può influire sul rating, sul rischio-Paese. Un’economia sociale e solidale con il mercato porta benessere al Paese”. Insieme al professor Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università di Milano, commentiamo questa proposta.


Professore, cosa ne pensa?

Quello fatto da Correa è in sostanza lo stesso annuncio che aveva fatto anche l’Argentina alcuni anni fa attraverso la politica economica, certamente avventurosa, di Nestor Kirchner. Numerosi esperti della scienza economica ufficiale avevano preconizzato che, a seguito di questo, l’Argentina si sarebbe ritrovata isolata dal resto del mondo; eppure, come sappiamo, questo non si è mai verificato.


Quindi la posizione di Correa non la stupisce?

Non molto. Semplicemente Correa, ritrovatosi schiacciato dal debito estero, adesso si rifiuta di pagarlo, a fronte di una politica del Fondo monetario internazionale che in certi casi si è rivelata catastrofica. Abbiamo cominciato a capire quanto hanno sofferto i Paesi dell’America del Sud a causa del Washington Consensus (insieme di specifiche direttive di politica economica elaborate nel 1989 dall'economista John Williamson da destinare ai paesi in via di sviluppo che si trovassero in crisi economica, ndr) e per la politica del Fmi solamente quando le stesse regole sono state applicate in Grecia e in Portogallo.


Quanto si rischia però con una politica del genere?

Ovviamente molto, ma evidentemente tra la politica del Fmi e quella del rischio anche il popolo ecuadoriano preferisce di gran lunga la seconda ipotesi, ed è assolutamente comprensibile. Alcune conseguenze negative probabilmente ci saranno, l’Ecuador potrebbe essere espulso dal Wto oppure subire alcune forme di embargo, ma se Correa ha assunto tale posizione significa che può permetterselo, magari contando sul solido rapporto con il Brasile che vanta una politica economica molto autonoma.


È davvero applicabile una politica del genere anche in Europa, per esempio in Italia?

Credo proprio di no. L’Italia, come ben sappiamo, si ritrova con una “camicia di forza” chiamata euro, quindi una soluzione come quella dell’Ecuador non è assolutamente applicabile. Forse lo è in via assolutamente teorica, ma non possiamo non guardare alla realtà: nel contesto dell’Eurozona un’ipotesi del genere non è pensabile.


Come giudica comunque un atteggiamento di questo tipo nei confronti del debito estero?

Conosco molto bene il Sudamerica e devo dire che il neoliberismo del Washington Consensus ha distrutto gran parte dell’economia latinoamericana, così come l’avevano già indebolita anche le politiche protezioniste. Adesso, invece, fortunatamente si è capito che ad andare molto bene è un’economia mista come quella brasiliana. Anche se difficilmente applicabili altrove, esempi come questi risultano in tutti i casi molto interessanti.


In Islanda invece i cittadini hanno chiesto in un referendum che la Costituzione venga riscritta per impedire il ripetersi della crisi finanziaria del 2008. Vogliono una quota maggiore dei proventi da energia geotermica e pesca. Cosa ne pensa?

Personalmente sono favorevole a iniziative di questo tipo e credo che gli islandesi abbiano fatto bene a richiedere il referendum, ma anche in questo caso parliamo di un Paese molto piccolo, con pochi abitanti, un'immensa fonte di energia e una grande educazione civica. Hanno poi avuto la fortuna di non essere stati integrati nell’euro, quindi non hanno il nostro stesso vincolo.


Entrambi i casi sono quindi interessanti, ma solo sulla carta.

Esatto. Stiamo parlando di Paesi capaci di rialzarsi dopo essersi avvicinati pericolosamente al baratro, di cui possiamo certamente imitare una spiccata creatività con la quale far nascere idee di questo tipo che a noi evidentemente manca. La lezione da imparare è questa, certamente non di politica economica.


(Claudio Perlini)


Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2012/11/16/DEBITO-Sapelli-dall-Ecuador-un-utopia-che-incanta-l-Italia/338527/

giovedì 14 febbraio 2013

Giulio Sapelli - Attualità e Futuro

L'intervento integrale al convegno "La Cooperazione per un mondo migliore" di Riva del Garda del professor Giulio Sapelli, ordinario di storia economica all'Università degli Studi di Milano.