Post by Davide Baresi.
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venerdì 13 marzo 2015
Il cibo dell'uomo - Franco Berrino
Altro libro fondamentale per acquisire consapevolezza, in questo caso nell'ambito dell'alimentazione.
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domenica 9 dicembre 2012
Non si deleghi all’industria l’educazione alimentare
Il ministero di Istruzione, università e ricerca aderisce a un programma di formazione nelle classi gestito dai big della produzione di alimenti. “Le strade giuste sono altre”, indica il celebre oncologo dell’Istituto dei tumori Franco Berrino
L’accordo è fresco: dall’anno scolastico 2012-2013 è attivo il programma di educazione alimentare Il gusto fa scuola, promosso da Federalimentare con l’avallo del Miur, Ministero di Istruzione, università e ricerca,tramite un protocollo d’intesa firmato lo scorso 25 luglio dal ministro Francesco Profumo e il presidente della Federazione italiana dell’industria alimentare Filippo Ferrua Magliani. In tutto sono coinvolti 77mila scuole, per 1,6 milioni di alunni: nel sito web collegato all’iniziativa, tra le varie sezioni si possono trovare informazioni utili su salute e stili di vita, sostenibilità alimentare e alcuni consigli ai giovani per mantenersi in forma. “Ma è sbagliato delegare all’industria l’educazione alimentare”, interviene l’oncologo Franco Berrino, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e noto a livello internazionale per le sue linee guida per una corretta dieta anti-cancro. Mercoledì 5 dicembre 2012 a Milano, in una serata dedicata proprio al tema nutrizione a scuola chiamata ‘Dalla parte dei bambini’, Berrino ha parlato davanti a 300 persone e altrettante collegate in streaming.
Perché il Miur è arrivato a stringere un accordo di collaborazione di formazione scolastica sul cibo proprio con l’industria alimentare?
Principalmente per ignoranza, nel senso che al ministero sembra non conoscano i tanti studi in materia su quanto sia controproducente delegare all’industria alimentare un tema importante come l’educazione scolastica, dato che molti cibi del settore sono scorretti per una sana dieta, in particolare nell’età scolastica. È un tema politico prima di tutto, quindi: il ministero dovrebbe affidarsi ad altri attori.
Quali, per esempio?
Una soluzione che noi raccomandiamo è riconoscere il valore educativo generato dalla diffusione dei Gas, Gruppi di acquisto solidale, e in generale di tutte quelle esperienze che facilitano il rapporto diretto con il produttore in carne ed ossa (una delle esperienze attive in tal senso è ‘Per una pedagogia della terra’, in alto a destra il link all’articolo, ndr) . Dico questo nella logica che bisogna uscire dall’imperialismo pubblicitario del mercato delle multinazionali del cibo, dei supermercati e della mentalità da fast food: si facciano conoscere agli studenti i cibi veri, è questa la strada che consigliamo al ministero, per difenderli dall’aggressione mediatica.
L’industria promuove comunque azioni di prevenzione alimentare. Non è pensabile una collaborazione?
Certo che lo è, così come è nell’interesse dei grandi marchi produrre cibi sani o fare informazione per un consumo responsabile, si vedano per esempio le azioni di Rio mare o Nestlé in vista di Expo 2015. Però già il punto di partenza è difficile, perché il cibo spazzatura rende di più a livello economico, quindi scegliere strade alternative per loro rientra comunque in una logica di mercato, quella della vendita dei prodotti.
Dal punto di vista della scuola, quali azioni si possono mettere in campo?
Per quanto riguarda il programma in questione, se il ministero ha deciso così, si possono però mettere in guardia presidi, insegnanti e genitori sui rischi di una tale collaborazione e sull’opportunità di evitare ingerenze dannose. Hanno buon gioco le aziende interessate a dire ‘non mangiate più di due merendine al giorno’ oppure ‘non bevete più di due coche al giorno’, perché l’importante per loro è il consumo medio, ovvero che tutti ne consumino un po’. Riguardo a questo, noi continueremo a lavorare per aumentare la coscienza generale e raccomandare l’utilizzo di prodotti alimentari non dannosi per la salute.
Oggi la crisi morde e le famiglie diminuiscono la spesa per il cibo. C’è il pericolo che guardino ancora di meno alla genuinità di quello che comprano?
Per evitare questo la raccomandazione è affidarsi a una dieta prevalentemente vegetale, che comunque non pesa in modo eccessivo sulle famiglie e permette di stare bene. Intendo prodotti semplici come farro, orso, riso, legumi e cibi a base di grano. Inoltre oggi il biologico è arrivato a un buon grado di competitività e quindi va scelto, anziché lasciarsi vincere dal cibo spazzatura.
Tratto da: http://www.vita.it/societa/scuola/non-si-deleghi-all-industria-l-educazione-alimentare.html
L’accordo è fresco: dall’anno scolastico 2012-2013 è attivo il programma di educazione alimentare Il gusto fa scuola, promosso da Federalimentare con l’avallo del Miur, Ministero di Istruzione, università e ricerca,tramite un protocollo d’intesa firmato lo scorso 25 luglio dal ministro Francesco Profumo e il presidente della Federazione italiana dell’industria alimentare Filippo Ferrua Magliani. In tutto sono coinvolti 77mila scuole, per 1,6 milioni di alunni: nel sito web collegato all’iniziativa, tra le varie sezioni si possono trovare informazioni utili su salute e stili di vita, sostenibilità alimentare e alcuni consigli ai giovani per mantenersi in forma. “Ma è sbagliato delegare all’industria l’educazione alimentare”, interviene l’oncologo Franco Berrino, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e noto a livello internazionale per le sue linee guida per una corretta dieta anti-cancro. Mercoledì 5 dicembre 2012 a Milano, in una serata dedicata proprio al tema nutrizione a scuola chiamata ‘Dalla parte dei bambini’, Berrino ha parlato davanti a 300 persone e altrettante collegate in streaming.
Perché il Miur è arrivato a stringere un accordo di collaborazione di formazione scolastica sul cibo proprio con l’industria alimentare?
Principalmente per ignoranza, nel senso che al ministero sembra non conoscano i tanti studi in materia su quanto sia controproducente delegare all’industria alimentare un tema importante come l’educazione scolastica, dato che molti cibi del settore sono scorretti per una sana dieta, in particolare nell’età scolastica. È un tema politico prima di tutto, quindi: il ministero dovrebbe affidarsi ad altri attori.
Quali, per esempio?
Una soluzione che noi raccomandiamo è riconoscere il valore educativo generato dalla diffusione dei Gas, Gruppi di acquisto solidale, e in generale di tutte quelle esperienze che facilitano il rapporto diretto con il produttore in carne ed ossa (una delle esperienze attive in tal senso è ‘Per una pedagogia della terra’, in alto a destra il link all’articolo, ndr) . Dico questo nella logica che bisogna uscire dall’imperialismo pubblicitario del mercato delle multinazionali del cibo, dei supermercati e della mentalità da fast food: si facciano conoscere agli studenti i cibi veri, è questa la strada che consigliamo al ministero, per difenderli dall’aggressione mediatica.
L’industria promuove comunque azioni di prevenzione alimentare. Non è pensabile una collaborazione?
Certo che lo è, così come è nell’interesse dei grandi marchi produrre cibi sani o fare informazione per un consumo responsabile, si vedano per esempio le azioni di Rio mare o Nestlé in vista di Expo 2015. Però già il punto di partenza è difficile, perché il cibo spazzatura rende di più a livello economico, quindi scegliere strade alternative per loro rientra comunque in una logica di mercato, quella della vendita dei prodotti.
Dal punto di vista della scuola, quali azioni si possono mettere in campo?
Per quanto riguarda il programma in questione, se il ministero ha deciso così, si possono però mettere in guardia presidi, insegnanti e genitori sui rischi di una tale collaborazione e sull’opportunità di evitare ingerenze dannose. Hanno buon gioco le aziende interessate a dire ‘non mangiate più di due merendine al giorno’ oppure ‘non bevete più di due coche al giorno’, perché l’importante per loro è il consumo medio, ovvero che tutti ne consumino un po’. Riguardo a questo, noi continueremo a lavorare per aumentare la coscienza generale e raccomandare l’utilizzo di prodotti alimentari non dannosi per la salute.
Oggi la crisi morde e le famiglie diminuiscono la spesa per il cibo. C’è il pericolo che guardino ancora di meno alla genuinità di quello che comprano?
Per evitare questo la raccomandazione è affidarsi a una dieta prevalentemente vegetale, che comunque non pesa in modo eccessivo sulle famiglie e permette di stare bene. Intendo prodotti semplici come farro, orso, riso, legumi e cibi a base di grano. Inoltre oggi il biologico è arrivato a un buon grado di competitività e quindi va scelto, anziché lasciarsi vincere dal cibo spazzatura.
Tratto da: http://www.vita.it/societa/scuola/non-si-deleghi-all-industria-l-educazione-alimentare.html
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lunedì 26 marzo 2012
A Delicate Balance - Documentario Ita
Interessante documentario sull’alimentazione e il rapporto con la salute umana; le recenti ricerche internazionali evidenziano un impressionante allontanamento dell’essere umano da quella che potremmo definire la sua “alimentazione ideale”, composta da frutta, verdura, legumi, noci ecc. con conseguente azzeramento o quasi di proteine animali (carne, pesce, uova, latticini).
Per chi è nato e cresciuto in uno stile di vita occidentale (alimentazione compresa) il ritorno ad un regime alimentare “sano”, così come emerge dalla recente letteratura, è tutt’altro che semplice o immediato. La società dei consumi ci ha abituati ad avere “ciò che vogliamo” senza mai interrogarci su “ciò di cui abbiamo bisogno”; di conseguenza anche nell’alimentazione risultiamo essere estremamente dipendenti da ciò che provoca in noi la sensazione di “piacere”. In questo modo il nostro cervello trascura il resto del corpo, così come l’essere umano trascura l’ambiente in cui è inserito. Le conseguenze sono note.
Buona visione
Per chi è nato e cresciuto in uno stile di vita occidentale (alimentazione compresa) il ritorno ad un regime alimentare “sano”, così come emerge dalla recente letteratura, è tutt’altro che semplice o immediato. La società dei consumi ci ha abituati ad avere “ciò che vogliamo” senza mai interrogarci su “ciò di cui abbiamo bisogno”; di conseguenza anche nell’alimentazione risultiamo essere estremamente dipendenti da ciò che provoca in noi la sensazione di “piacere”. In questo modo il nostro cervello trascura il resto del corpo, così come l’essere umano trascura l’ambiente in cui è inserito. Le conseguenze sono note.
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sabato 2 aprile 2011
LA MARIJUANA CURA IL CANCRO, ANZI NO - di Massimo Mazzucco
Molti ricorderanno l’articolo “Cancro e bicarbonato: è in arrivo l’orda dei camaleonti?”, nel quale avevamo denunciato la clamorosa retromarcia in extremis effettuata da Big Pharma sull’efficacia del bicarbonato nel combattere i tumori.
In un articolo comparso su Repubblica il 28 agosto 2010, si leggeva quanto segue: “Il bicarbonato al posto dei chemioterapici. I farmaci antiacidità, gli inibitori della pompa protonica e persino il bicarbonato, potrebbero sostituire la chemioterapia.” Ma qualcuno doveva essersi accorto della portata di quella affermazione, e poche ore dopo il testo veniva modificato in questo modo: “Gli antiacidi al posto dei chemioterapici? L'altra ricerca riguarda i farmaci antiacidità. Gli inibitori della pompa protonica generalmente adoperati per le ulcere gastriche potrebbero sostituire la chemioterapia.”
Il bicarbonato era scomparso di scena, diventando un generico “antiacido”, e del suo possibile uso come sostituto della chemioterapia non restava più traccia. (Fortunatamente noi avevamo salvato la pagina originale, e potemmo mostrare le due verisoni al confronto).
Ora in America è successa una cosa simile, ma forse ancora più grave, visto che ad essere coinvolto è lo stesso National Cancer Institute, l’autorità federale per antonomasia nella lotta contro il cancro.
Forse in un eccesso di leggerezza (o di onestà?) il 17 marzo scorso compariva sul sito del NCI la seguente affermazione: “I potenziali benefici della Cannabis medica per le persone affette dal cancro includono effetti entiemetici, stimolo dell’appetito, alleviamento del dolore e miglioramento nel sonno. Nella pratica oncologica integrativa il medico curante può raccomandare la Cannabis medicinale non solo per il controllo dei sintomi ma anche per il suo possibile effetto antitumorale diretto”.
Molti sanno già che la Cannabis ha un effetto antitumorale diretto, …
… ma questa era la prima volta che il fatto veniva riconosciuto da un organo federale. Ed infatti sui mille blog pro-marijuana è esplosa una vera e propria festa, poichè un riconoscimento del genere significa automaticamente la rimozione della Cannabis dalla famigerata “Schedule 1” (*), la categoria che in USA raggruppa i composti chimici “ad alto rischio di assuefazione, e senza alcuna utilità medica”, ed una sua nuova collocazione nella “Schedule 3”.
Ma la festa è durata poco. Qualcuno infatti deve essersi accorto …
… che passare la marijuana alla “Schedule 3” avrebbe significato in pratica liberalizzarla per uso medico, e dieci giorni dopo la pagina del NCI è stata corretta in questo modo: “Per quanto non esistano ricerche importanti sulla sua pratica medica, sembra che i dottori che hanno in cura pazienti malati di cancro e che prescrivono la Cannabis medica, lo facciano soprattutto per combatterne i sintomi”.
In altre parole, la capacità antitumorale diretta della marijuana è completamente scomparsa dalla scena.
Ecco la pagina del NCI, come appariva il 17 marzo, e come appare a partire dal 28 di marzo.
Purtroppo per i signori di Big Pharma, il loro intervento in extremis si è rivelato un terribile boomerang, poichè sono ormai dozzine i forum e i blog americani che parlano apertamente di “cover-up” da parte degli enti governativi, e di “smoking gun” sulle loro vere intenzioni.
L’anno prossimo, con le elezioni presidenziali, il movimento per la liberalizzazione tornerà alla carica, ed è probabile che ottenga dei risultati importanti. Ma in ogni caso è ormai evidente che la contraddizione della marijuana non potrà più reggere a lungo. Specialmente quando la marijuana fu abolita – ufficialmente – per la presenza del TCH (il suo compostio psicotropico), e da due decenni ormai il THC è disponibile in farmacia come molecola sintetica.
Massimo Mazzucco
(*) Ecco come la marijuana finì relegata nella famigerata “Schedule 1”, dalla quale non è mai più uscita.
In un articolo comparso su Repubblica il 28 agosto 2010, si leggeva quanto segue: “Il bicarbonato al posto dei chemioterapici. I farmaci antiacidità, gli inibitori della pompa protonica e persino il bicarbonato, potrebbero sostituire la chemioterapia.” Ma qualcuno doveva essersi accorto della portata di quella affermazione, e poche ore dopo il testo veniva modificato in questo modo: “Gli antiacidi al posto dei chemioterapici? L'altra ricerca riguarda i farmaci antiacidità. Gli inibitori della pompa protonica generalmente adoperati per le ulcere gastriche potrebbero sostituire la chemioterapia.”
Il bicarbonato era scomparso di scena, diventando un generico “antiacido”, e del suo possibile uso come sostituto della chemioterapia non restava più traccia. (Fortunatamente noi avevamo salvato la pagina originale, e potemmo mostrare le due verisoni al confronto).
Ora in America è successa una cosa simile, ma forse ancora più grave, visto che ad essere coinvolto è lo stesso National Cancer Institute, l’autorità federale per antonomasia nella lotta contro il cancro.
Forse in un eccesso di leggerezza (o di onestà?) il 17 marzo scorso compariva sul sito del NCI la seguente affermazione: “I potenziali benefici della Cannabis medica per le persone affette dal cancro includono effetti entiemetici, stimolo dell’appetito, alleviamento del dolore e miglioramento nel sonno. Nella pratica oncologica integrativa il medico curante può raccomandare la Cannabis medicinale non solo per il controllo dei sintomi ma anche per il suo possibile effetto antitumorale diretto”.
Molti sanno già che la Cannabis ha un effetto antitumorale diretto, …
… ma questa era la prima volta che il fatto veniva riconosciuto da un organo federale. Ed infatti sui mille blog pro-marijuana è esplosa una vera e propria festa, poichè un riconoscimento del genere significa automaticamente la rimozione della Cannabis dalla famigerata “Schedule 1” (*), la categoria che in USA raggruppa i composti chimici “ad alto rischio di assuefazione, e senza alcuna utilità medica”, ed una sua nuova collocazione nella “Schedule 3”.
Ma la festa è durata poco. Qualcuno infatti deve essersi accorto …
… che passare la marijuana alla “Schedule 3” avrebbe significato in pratica liberalizzarla per uso medico, e dieci giorni dopo la pagina del NCI è stata corretta in questo modo: “Per quanto non esistano ricerche importanti sulla sua pratica medica, sembra che i dottori che hanno in cura pazienti malati di cancro e che prescrivono la Cannabis medica, lo facciano soprattutto per combatterne i sintomi”.
In altre parole, la capacità antitumorale diretta della marijuana è completamente scomparsa dalla scena.
Ecco la pagina del NCI, come appariva il 17 marzo, e come appare a partire dal 28 di marzo.
Purtroppo per i signori di Big Pharma, il loro intervento in extremis si è rivelato un terribile boomerang, poichè sono ormai dozzine i forum e i blog americani che parlano apertamente di “cover-up” da parte degli enti governativi, e di “smoking gun” sulle loro vere intenzioni.
L’anno prossimo, con le elezioni presidenziali, il movimento per la liberalizzazione tornerà alla carica, ed è probabile che ottenga dei risultati importanti. Ma in ogni caso è ormai evidente che la contraddizione della marijuana non potrà più reggere a lungo. Specialmente quando la marijuana fu abolita – ufficialmente – per la presenza del TCH (il suo compostio psicotropico), e da due decenni ormai il THC è disponibile in farmacia come molecola sintetica.
Massimo Mazzucco
(*) Ecco come la marijuana finì relegata nella famigerata “Schedule 1”, dalla quale non è mai più uscita.
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