mercoledì 8 maggio 2013

Prima le persone poi il rigore Zamagni, "ripensare l'economia"

“Se continuiamo ad anteporre il rigore a tutto rischiamo di andare verso la bancarotta sociale”. L’allarme è stato lanciato da Antonio Marzano, presidente del Cnel nel corso del convegno “Un modello italiano per il Welfare, l’orizzonte dei beni di comunità” organizzato oggi a Roma. Durante l’incontro diversi esperti del settore hanno analizzato le radice della crisi dello Stato sociale nel nostro paese, cercando di trovare anche possibili soluzioni. Secondo Marzano bisognerebbe rimettere al centro innanzitutto l’idea di “politica come servizio”, in un paese dove tutto sta entrando in crisi, anche la produzione di massa e non c’è meritocrazia.

Guardare alle esperienze di comunità è centrale per Jhonny Dotti, presidente di Welfare Italia, “non bisogna aspettare ma agire: mi aspetto una grande stagione non di riforme legislative – ha detto - ma di esperienze istituenti”. Nel nostro paese c’è un’incapacità ad analizzare il presente, esempio di questa miopia la “legge sul badantato, che è stata veramente suicida, perché ha permesso il trasferimento di 10 miliardi l’anno ai paesi dell’Est- afferma Dotti - nessun politico e nessuna associazione, ha saputo cogliere il treno dell’assistenza familiare”. Anche per il presidente del Censis Giuseppe De Rita, bisogna guardare al territorio e alle “esperienze istituenti”, che in esso si generano. “Non ci sono interventi dello Stato che possono cambiare il mondo, anche il welfare è cambiato e oggi è totalmente monco – afferma – Una vera politica di Welare non c'è, ma nel frattempo sono nate alcune esperienze sul territorio, che ci fanno parlare di welfare comunitario”.

Per Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’università di Bologna bisogna passare da un’idea di Welfare legato alla fragilità, a un modello pensato per la vulnerabilità, cioè per quei soggetto che hanno il 50 per cento di probabilità di cadere una situazione di disagio. “Occorre anche pensare a un nuovo modo di strutturare i servizi del welfare – aggiunge - cioè a una sussidiarietà circolare, in cui enti pubblici, soggetti economici e del Terzo settore, interagiscono sia per la progettazione degli interventi sia per la loro erogazione, sulla base di schemi che prevedono limiti e compitenze”. Secondo Zamagni in alcune aree questo sta avvenendo e i risultati già si vedono ma è “il mondo terzo settore deve passare dall’essere un operatore sociale a diventare un imprenditore sociale –aggiunge – questo balzo è necessario”. Anche Flavio Felice, professore di economia all’università Lateranense ha ricordato che il “ciclo di sussidiarietà richiama un'esigenza di raccordo degli ordini civili”. “Spesso facciamo riferimento alla società civile, alla cultura civile, ma dovremmo iniziare a ragionare su ciò che è realmente civile – afferma - . E iniziare a pensare alla società civile come argine critico, come limite, e a un ordine politico necessario”. (ec)


Tratto da: http://www.affaritaliani.it/emilia-romagna/prima-le-persone-poi-il-rigore-zamagni-ripensare-l-economia060513.html?refresh_ce

giovedì 2 maggio 2013

Chi comanda in Italia?

Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

a cura di Gianpiero Magnani


Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

Il sistema politico italiano, osserva Sapelli, è invertebrato, è ”un insieme gassoso di forze” caratterizzato da contrapposizioni puramente personalistiche, dove tutti vogliono comandare anzitutto per impedire agli altri di comandare: “l’importante non è vincere, ma impedire agli altri di vincere”. Il risultato finale è che, se nessuno comanda, alla fine una forza che comanda comunque c’è, ed è il denaro.

La disarticolazione dei poteri in Italia non è recente, ma risale almeno agli anni Novanta, con le privatizzazioni prive di liberalizzazioni e con l’accresciuto potere autonomo degli ordini dello Stato, a partire dalla magistratura; una disarticolazione accresciuta dalla sostanziale mancanza di classi dirigenti, sia in politica che in economia, che in passato si erano invece prodotte nel nostro Paese grazie soprattutto ad influenze estere, prima con la Resistenza (che riuniva persone formatesi nel cattolicesimo internazionale, nel socialismo internazionale, nel comunismo internazionale) e poi col managerialismo americano, a partire dal Piano Marshall. Queste persone avevano una formazione che le portava ad interpretare una “missione storica” che era ben lontana dal perseguimento di interessi particolari; ed erano attive sia in politica che in economia, in particolare esistevano in Italia importanti classi dirigenti nell’industria pubblica e, in alcuni casi, in quella privata (Adriano Olivetti, Alberto Pirelli). Ma dagli anni Settanta è iniziato il ripiegamento verso l’interno, culminato nella “distruzione dei partiti di massa, con l’emersione dei partiti arcipelago a forma neo-caciquista. Ossia personalistica” (L’inverno di Monti). Solo i sindacati, le Camere di Commercio e le rappresentanze degli imprenditori sono rimaste ancora salde, mentre oggi sempre di più si impone un nuovo patto per la legalità e per la crescita, con l’abbandono delle politiche dell’austerità e l’avvio di un keynesismo europeo.

Invece si è voluto realizzare un grande progetto come quello dell’Unione Europea solo per via monetaria, senza introdurre tutti gli altri strumenti necessari, a partire da una Banca Centrale che funzioni come la Federal Reserve americana fino a strumenti politici che sono indispensabili per un’unione di questo tipo, “un parlamento che decide anziché una commissione che decide”; ma l’unificazione europea è stata costruita per via amministrativa e monetaria, non politica: “di qui l’Europa come Leviatano burocratico; bersaglio ideale per il neo-populismo di sinistra e di destra” (L’inverno di Monti). La creazione di una moneta unica senza stato unitario ha creato infine le condizioni per la speculazione internazionale contro l’euro, da parte di quell’ “oligopolio finanziario mondiale, che comunemente si chiama mercato” (L’inverno di Monti).

Una urgente inversione di rotta perciò si impone, se vogliamo impedire la disgregazione dell’Europa: “riformare lo statuto della BCE sulla scorta di quello della FED, abbandonare le politiche d’austerità e, distinguendo lo spreco pubblico dalla spesa pubblica, dar vita a un keynesismo europeo, non nazionale”.

E’ altresì necessaria una profonda riforma che difenda il lavoro, evitando le sofferenze personali che derivano da una flessibilità che in tempi di crisi è distruttiva perché, osserva Sapelli, la precarietà “un conto è viverla in tempi di crescita economica e un conto è viverla quando c’è la crisi”; si impone allora come necessaria “la creazione di nuove forme comunitarie di welfare che assumeranno anche forme di nuove unità economiche non capitalistiche”.

Assistiamo invece sempre di più allo spostamento del reddito dal lavoro al capitale, un fenomeno che ha creato le condizioni materiali di quel totalitarismo liberistico, un pensiero unico che è alla base delle crisi economiche degli ultimi anni; da questo punto di vista, le sinistre politiche dei paesi occidentali non solo non hanno saputo interpretare le esigenze delle forze produttive e del lavoro, e la loro stessa tradizione storica, ma hanno inseguito la modernità, il “nuovo” troppo spesso identificato col mondo della finanza e con le liberalizzazioni in quanto tali: “L’aver posto al centro dell’organizzazione sociale il denaro, anziché il lavoro, ha avuto conseguenze devastanti. E questo per l’impossibilità del denaro (…) di riaggregare il sociale e di dare ad esso un significato di comunità riproducibile”.

A questo proposito, nel libro La Crisi Economica Mondiale Sapelli suggerisce di considerare la dialettica rendita-profitto come elemento indispensabile per misurare la salute di un sistema economico e sociale: “Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario, che spinge all’oligopolio e alla collusione tra pubblico e privato, con conseguenze che possono introdurre tossine pericolosissime per l’equilibrio sociale”.

Oltre alla stabilità dei prezzi, occorre quindi considerare la piena occupazione come obiettivo prioritario da perseguire con politiche pubbliche adeguate.

A livello mondiale però, a dispetto delle privatizzazioni, si sta profilando un nuovo capitalismo politico, diverso dalla proprietà collettiva, e ben rappresentato dai fondi sovrani: questo neopatrimonialismo partitocratico potrebbe avere conseguenze rilevanti sull’economia futura e screditare ulteriormente la politica, il cui campo d’azione nel nostro Paese si va peraltro restringendo, a favore di altri poteri; andrebbero perciò recuperati gli studi e le lezioni dei grandi teorici delle élite, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, per far capire anzitutto come le classi politiche possano vivere “non di politica, ma per la politica”. Perché ciò di cui abbiamo bisogno sono forti poteri aggregativi, democratici, e “forti culture umanistiche che diano visione e speranza a ciò che rimane di un popolo sempre più solo” (Chi comanda in Italia).


Riferimenti bibliografici:
- Giulio Sapelli, CHI COMANDA IN ITALIA, ed. Guerini e Associati, Milano 2013
- Giulio Sapelli, L’INVERNO DI MONTI. Il bisogno della politica, ed. Guerini e Associati, Milano 2012
- Giulio Sapelli, LA CRISI ECONOMICA MONDIALE, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2008

2 Maggio 2013
Gianpiero Magnani @ gianpiero.magnani@libero.it



Tratto da: http://valori.it/speciali/chi-comanda-italia-6353.html

lunedì 22 aprile 2013

Italia ancora in crisi per colpa di Draghi - Giulio Sapelli

Una nuova epoca è iniziata nel mondo della finanza internazionale. Trent’anni orsono il bastone di comando era nelle mani dei grandi fondi d’investimento e nelle banche d’affari. Immense nuvole di petrodollari e di profitti delle grandi corporation si dirigevano verso i paradisi della finanza dal guadagno immediato e speculativo. La sterlina cercò di opporsi alla speculazione contro Soros e si spezzò le corna e così fecero i banchieri centrali europei con alla testa uno frastornato Ciampi che non resistette all’ondata speculativa e provocò una svalutazione rovinosa della lira illudendosi di fermare il flusso del capitale finanziario che rincorreva se stesso moltiplicando i guadagni di un pugno di speculatori seguiti da una miriade di investitori minuti che giocavano in borsa i loro risparmi.

Erano gli anni in cui i pensionati passavano le mattinate dinanzi ai computer - i primi computer! - che nelle vetrine delle filiali bancarie registravano rapide ascese di titoli improbabili che pur in rosso capitalizzavano più di Fiat o di Generale Electric. Era l’economia delle aspettative era la new economy dove tutti giuravano e spergiuravano che il capitalismo aveva superato se stesso e non avrebbe più avuto crisi cicliche. Noi poveri economisti strutturalisti schumpeteriani, keynesiani, minskiani, eravamo guardati come dinosauri e destinati al macero: nessun concorso poteva essere vinto e ci si doveva rifugiare in materie d’insegnamento afferenti guardate con disprezzo perché avevano una base concettuale storica e umanistica.

Ora tutto sta lentamente cambiando. Le banche centrali sono all’attacco. Dopo il fallimento di Lehman i fondi e le banche d’affari speculavano sui movimenti non di se stesse, ma su quelli delle banche centrali. Mentre la finanza privata lecca le sue ferite e infligge zampate spesso a caso, i banchieri centrali sono risaliti in cattedra e comandano. L’inflazione non esiste: esiste invece la deflazione, la crisi inizia a essere irreversibile, aumenta la disoccupazione e i margini si riducono sino a ridurre i prezzi di una domanda che non beve. Ebbene, proprio perche il pericolo è la deflazione che rende la depressione irreversibile, ecco che l’ondata di liquidità inonda le banche per salvarle e cerca disperatamente di raggiungere l’economia reale. Ma qui ciò che rimane dell’Occidente finanziario è diviso.

Gli Usa con la Fed, e recentemente il Giappone con il nuovo banchiere centrale uscito dal cappello di un Abe deciso a ridare al Paese la sua supremazia economica dinanzi a una Cina sempre più pericolosa, iniziano a combattere non il deficit bancario ma quello sociale: abbattere la disoccupazione e riattivare il sistema sanguigno delle imprese che non trovano la trasfusione bancaria per il meccanismo della ripresa.

La Banca d’Inghilterra, con il suo nuovo governatore che non a caso viene dal Canada keynesiano che non è stato investito dalla recessione, non solo segue la linea della Fed, ma vincola l’erogazione di liquidità alle banche all’impegno che esse sottoscrivono di riversare la liquidità non per la ricapitalizzazione, ma in misura consistente per le imprese e le famiglie. Insomma, solo la Bce sta a guardare e Draghi - che pure tutto si è inventato per aggirare la Bundesbank e le guardie prussiane nel direttorio della Bce sino a spingerne un paio alle dimissioni - è ora in ritardo e in difficoltà.

La Bce è in affanno, affanno politico e il Regno Unito si allontana sempre più dall’Europa, da potenza transatlantica qual è. Brutti tempi per l’Europa e brutti tempi per le imprese e le famiglie. Ci vuole più coraggio, caro Mario!


Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/4/9/FINANZA-Sapelli-Italia-ancora-in-crisi-per-colpa-di-Draghi/2/380755/

venerdì 5 aprile 2013

EconomEtica: Convegno 8 Aprile - Milano

EconomEtica, centro interuniversitario per l'etica economica e la responsabilità sociale di impresa organizza a Milano il convegno "Etica, economia e diritto dei beni comuni. Forme di governance democratica e cooperativa."

Quando - 8 Aprile 2013
Dove - Sala Napoleonica di Palazzo Greppi, via Sant’Antonio, 10 - Milano

Locandina dell'evento

Obiettivo del convegno è approfondire le forme alternative, rispetto al modello burocratico e a quello privato capitalistico, di governo e gestione dei commons e delle infrastrutture
di pubblica utilità, valutando il tema sia dal punto di vista dell’efficienza che dell’equità e adottando un approccio interdisciplinare che coinvolga, fra gli altri, economisti, aziendalisti, giuristi, filosofi, scienziati politici.
La giornata si svilupperà su tre momenti principali.
Il primo prevede di affrontare la definizione di beni comuni/bene comune da vari punti di vista: etico-filosofico, economico, giuridico e politico.
Successivamente sarà discussa una proposta riguardante la possibilità di prevedere assetti istituzionali della governance dei beni comuni/bene comune (incluse le fondamentali public utilities che abbiano un riferimento a un territorio identificabile) attraverso forme multi-stakeholder, democratiche e cooperative, non orientate alla massimizzazione del profitto ma ciò nondimeno efficienti.
Nel pomeriggio studiosi di varie discipline nonché rappresentanti delle parti sociali discuteranno i temi introdotti nel corso della mattinata in tre tavole rotonde rispettivamente incentrate su: aspetti giuridici ed economici inerenti la democrazia, il controllo e la governace dei beni comuni; aspetti di efficienza economica nella gestione dei beni comuni; esperienze e prospettive di partecipazione, co-determinazione e democrazia economica nella governance multi-stakeholder delle imprese e dei sistemi di governo locale dei beni comuni.
Il convegno trae origine da riflessioni e proposte emerse nell’ambito del progetto (PRIN) n. 20085BHY5T ed è l’occasione per presentare alcune conclusioni e analisi sviluppate all’interno del progetto stesso.

venerdì 29 marzo 2013

C’è un solo governo possibile, il resto è inganno - Giulio Sapelli

L’economista, storico e intellettuale Giulio Sapelli e l’unica via per evitare il disastro economico, sociale e culturale dell’Italia e dell’Europa: federalizzazione del continente, nuova Banca Pubblica, riforma Bce sul modello Fed, divieto di speculazione finanziaria, tasse al massimo del 35%

di: Pier Paolo Flammini


Probabilmente lui è l’intellettuale (non economista che è riduttivo: ma intellettuale perché economista, storico e anche sociologo nel senso di conoscitore della psicologia umana e sociale, la quale non si piega a direttive imposte) che inserito in un governo potrebbe davvero condurre una battaglia per la “vita” anziché la morte dell’Italia e dell’Europa, oramai in mano ad una banda di scriteriati senza forza. Sto parlando di Giulio Sapelli. E’ anche da considerarsi un moderato, dunque capace di imporre un deciso cambio di marcia senza incutere timore nel mondo produttivo (che sta morendo e che probabilmente si getterà sempre più su posizioni estreme se non ci saranno cambiamenti).

Dunque l’Italia è “col fiato sospeso” (si fa per dire) nell’attesa di un nuovo governo. Ma governo-per-fare-cosa? Non mi interessa chi avrà il potere. Io voglio un governo che faccia sue le proposte scritte da Giulio Sapelli su “Ilsussidiario.net” lo scorso 23 gennaio:

PRIMO TEMPO

Una Banca nazionale a proprietà pubblica per la continuazione dell’attività delle imprese di ogni dimensione e filiera concedendo prestiti alle imprese e non entrando nel loro capitale” per “fondare una banca per lo sviluppo su base nazionale che rastrelli fondi da tutte le risorse esistenti dallo Stato”: questo per impedire la moria di piccole e medie imprese e la perdita di lavoro, “una catastrofe nazionale”. Questo, scrive Sapelli, “implica la riforma radicale dello Statuto della Bce sull’orma di quello della Fed. La banca deve essere uno strumento monocratico”. Inoltre Sapelli incita alla creazione di “imprese cooperative di ogni tipo e in ogni settore, così da creare lavoro, crediti al consumo, beni a basso prezzo, occupazione e lavoro e massimizzare occupazione e non profitto”.

SECONDO TEMPO
“Da ciò deriverà un aumento del debito pubblico: di qui la rinegoziazione essenziale e totale di tutti i trattati europei che non hanno nessuna giustificazione economica e giuridica (…) ne deve derivare l‘eliminazione dei tetti di deficit e dei tetti pluriennali che non hanno altro scopo che imporre un dominio deflazionistico (ovvero una contrazione di salari e stipendi, ndr) teutonico su tutta l’Europa, seguendo le orme di idee economiche già sviluppatesi in Germania alla metà degli anni Trenta e bovinamente accettate da banchieri centrali incompetenti e politici collegati alle grandi banche d’affari che speculano su quelle decisioni”.
Ancora, aggiunge l’economista torinese, “farlo rapidamente implica impedire che l’esplosione dell’euro accompagni l’esplosione umana e sociale che si avvicina; e non si tratta – si badi bene – di scioperi, rivolte, ecc. I lavoratori e la gente comune e per bene sono troppo disillusi, stanchi, anomici per ribellarsi collettivamente: assisteremo ad atti isolati o di piccoli gruppi molto violenti e tutti disperati”.

TERZO TEMPO
Ridefinizione dei poteri del Parlamento europeo eliminando le commissioni e smantellando la burocrazia europea centralizzata. La federalizzazione dell’Europa riporterà agli stati competenze e poteri. Il Parlamento dovrà votare la rinegoziazione del debito pubblico europeo su scala mondiale, eliminando derivati e altri strumenti di distruzione finanziaria di massa secondo le indicazioni già redatte dall’ex governatore della Banca d’Inghilterra Lord King – e da Paul Volcker per il Presidente Obama – e sino ad oggi inascoltate, spezzando in due l’industria finanziaria e tornando in tutto il mondo, e in primis in tutta Europa, alle regole di governance precedenti la famigerata legge Amato in Italia e alle famigerate altre leggi che abolirono il Glass Steagall Act voluto da Roosevelt dopo la crisi del 1929″. Infine la necessità di ridurre le imposte sulle imprese al 35%, ridurre le tasse sul lavoro, introdurre il contratto di apprendistato.

Altre vie non ce ne sono. Purtroppo i nostri politici e l’intera classe dirigente (quasi tutta quella che è sfilata in questi giorni per le consultazioni con Bersani) o sono collusi col potere finanziario, o, nel caso migliore, sono imbottiti di ideologia neoliberista e quindi non riescono neanche a pensare uno scenario diverso dall’attuale follia europea. Banca pubblica nazionale, ripristino del Glass Steagall Act, revisione di tutti i trattati sono concetti estranei persino ai sindacalisti, incomprensibili dalle associazioni imprenditoriali, estranei alla cultura da anime belle della cultura. Ci attendono brutti tempi.

martedì 26 marzo 2013

Il manifesto dell’economia sociale

Nuovi stili di vita e nuovi modi di organizzare la società e l’economia. Ecco il manifesto per l’Italia sostenibile fatto da chi nell’economia sociale opera da anni

di Andrea Di Turi


S’intitola “Per un’economia sociale. Idee e persone per un’Italia sostenibile”. È un Manifesto, realizzato da chi nel mondo dell’economia sociale opera da anni. E oggi chiede a chi avrà responsabilità di governo di guardare alle tante, felici esperienze di altra economia esistenti in Italia per gettare le basi di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, equo e inclusivo.

Il Manifesto prevede cinque aree, come si può vedere sul sito web dedicato (che riporta l’elenco dei firmatari):
1. Crisi di fiducia
2. Risorse della società civile
3. Economia sociale di territorio
4. Nuova governance internazionale
5. Conversione ecologica.

In queste aree si offre un’analisi della situazione socio-economica in cui l’Italia, ma non solo, si trova e degli elementi di fondo (in primis il crollo della fiducia nel futuro) che la caratterizzano. Ma soprattutto si indicano le direttrici su cui operare per invertire la rotta. Elaborando proposte che pescano da quel vastissimo bacino di realtà e modelli di economia sociale che si sono affermati negli anni: imprese sociali, commercio equo-solidale, finanza etica, ambientalismo e consumo critico, volontariato, cooperazione internazionale.

Territori e auto-organizzazione
- Combattere la crisi di fiducia che sta corrodendo sia la società civile, sia l’economia, significa avviare una ricostruzione dal basso, dai territori e dalle persone, da quel capitale sociale che è la prima vera ricchezza, non solo economica, di un Paese. È questo il primo e forse più importante messaggio lanciato dal Manifesto.

Occorre dunque guardare alle esigenze delle persone, specie le più deboli e a rischio di emarginazione, e riscoprire le forme di cooperazione e mutualismo, di auto-organizzazione fra i cittadini che fanno parte della storia dell’Italia. Ma che l’ideologia neoliberista ha progressivamente messo ai margini. (LEGGI ANCHE: “Impresa sociale” per uscire dalla crisi)

No al neoliberismo - La riscoperta di forme organizzate di partecipazione, sociale ed economica insieme, deve però andare di pari passo con la definitiva archiviazione dei falsi dogmi neoliberisti sulle miracolose capacità del libero mercato, del resto miseramente e drammaticamente crollate con la crisi. Si deve invece riaffermare la possibilità, anzi, la necessità, di un modo diverso di intendere la relazione tra economia e società, che sappia andare al di là dell’ormai sterile contrapposizione tra Stato e mercato.

Ciò significa rifiutare anche l’ossessione della crescita illimitata, diretta conseguenza del pensiero neoliberista. Il quale è anche alla radice dell’aumento preoccupante delle disuguaglianze e della decadenza dei beni comuni che la crisi porta con sé.
(LEGGI ANCHE: Economia dei beni comuni: un nuovo modello di sviluppo)

Lavoro e inclusione sociale - Mettere al centro il lavoro: su questo il Manifesto è molto chiaro. Significa agire per l’inclusione sociale, la protezione dei lavoratori precari e disoccupati, la redistribuzione del carico fiscale sui grandi patrimoni e le rendite. E per un quadro normativo del mercato del lavoro da definire nella prospettiva del “lavoro decente”, possibilmente stabile e che garantisca il potere d’acquisto anche ai redditi bassi.

Per conseguire tali obiettivi è però indispensabile che il mondo delle imprese sia incentivato verso l’adozione di strategie e programmi di responsabilità sociale (o csr), che appunto integrano a pieno titolo nell’agire economico quelle considerazioni sociali e ambientali che le teorie neoliberiste rifiutano. Serve dunque ripensare i modi di fare impresa: nell’ottica del lungo periodo, del radicamento sul territorio e del rispetto della dignità del lavoro. Riconoscendo come modi d’intendere l’attività economica fondati su motivazioni etico-sociali, e attenti al sociale e all’ambiente, soprattutto con la crisi riescano a creare occupazione e favorire lo scambio meglio di quelli tradizionali orientati unicamente al profitto.

Economia e stili di vita da riconvertire - Ineludibile è anche la promozione della transizione verso modelli di attività economica sostenibili. Vale a dire non più predatori nei confronti delle risorse naturali ma capaci di tutelarle e valorizzarle.

Energie rinnovabili, risparmio e efficienza energetica, riduzione delle emissioni di Co2, lotta allo spreco e al consumo di territorio, recupero e riutilizzo di materiali, produzioni non inquinanti: tutto ciò deve trovare posto nell’agenda delle priorità. E si devono prevedere incentivi per i comportamenti socialmente e ambientalmente responsabili delle imprese come dei consumatori, che vanno resi sempre più consapevoli delle conseguenze sociali e ambientali dei loro stili di vita e di consumo. (LEGGI ANCHE: Cos’è la green economy)

Un nuovo ordine internazionale
- Nell’era della globalizzazione, sarebbe illusorio ritenere che un Paese, per quanto virtuoso, potesse da solo reindirizzare il modello di sviluppo mondiale. Il Manifesto indica perciò una serie di ambiti nei quali occorre operare profonde revisioni su scala globale, identificando quelllo che può essere definito un nuovo ordine internazionale.

Si tratta ad esempio di rivedere le regole del commercio internazionale, la regolamentazione dei mercati finanziari, il controllo dell’operato delle banche too-big-to-fail. Ma si parla anche di democratizzazione dell’informazione, di contrasto su vasta scala alla circolazione dei capitali illegali e di affermazione di una visione regionalistica nei rapporti internazionali, ad esempio costituendo gli Stati uniti d’Europa: ciò, infatti, in un’epoca in cui gli equilibri internazionali si giocano soprattutto fra attori nazionali (come Usa o Cina) di grandi dimensioni, potrebbe essere decisivo per dare maggiori garanzie di pace, che è la pre-condizione per lo sviluppo e il benessere.


Tratto da:http://www.abcrisparmio.it/guide/altra-economia/il-manifesto-dell-economia-sociale

domenica 24 marzo 2013

Terza Guerra Mondiale, incubo alle porte?

La crisi dell’Eurozona e poi una guerra di proporzioni globali. I due schieramenti: Russia-Cina vs Europa-USA. Alcuni scenari prebellici: collasso europeo, caso Cipro, alleanza Australia-USA e contesa coreana

Se guerra ci sarà, sarà entro il 2015. Almeno su questo concordano economisti e analisti. L’allarme è stato già lanciato da Kyle Bass fondatore del gruppo statunitense Hayman Capital Management, secondo cui la crisi dell’Eurozona si concluderà con una guerra di proporzioni globali. Fine della crisi e inizio della guerra potrebbe essere il default finanziario di alcuni Paesi periferici dell’Eurozona, come Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro (quest’ultimo ormai imminente). Tra l’altro, la storia si ripeterebbe: anche la crisi del 1929 determinò l’emergere delle dittature e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Anzi, proprio la finanza internazionale sta combattendo la sua guerra per il predominio e lo svuotamento delle democrazie e degli Stati, servendosi dei media, dei politici-camerieri e degli stessi governi che crea. Ma questa guerra - almeno per ora - non si combatte sul campo di battaglia, ma nelle redazioni dei giornali, nelle televisioni, nelle banche, nelle agenzie di rating, nelle multinazionali.
Nessun vuoto allarmismo o panico. Bass parte da una semplice considerazione: il debito nei mercati creditizi internazionali ha raggiunto il 340% della produttività globale. Tra l’altro, i segni di questo tragico avvento sarebbero sempre più evidenti.

LE PROBABILI ALLEANZE -Innanzitutto, si moltiplicano le alleanze politico-finanziarie: da un lato, l’asse russo-cinese, dall’altro l’asse europeo-statunitense. Ad esempio, l’accordo Australia-USA permette alle navi da guerra e agli aerei americani di utilizzare il territorio australiano come base strategica. E da un momento all’altro il nucleare iraniano potrebbe accendere un conflitto latente.
Secondo alcuni, gli schieramenti sarebbero già pronti: da una parte USA, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Israele, Canada e Australia (ad aggiungersi Unione Europea, Turchia, Sudafrica, Cile e Colombia), dall’altra Cina, Corea del Nord, Iran e Siria, con l’inserimento di Russia, alcuni Paesi africani e la maggioranza dei Paesi sudamericani che adottano una politica anti-occidentale (si paventa un nuovo default argentino).
Esempio lampante dei futuri schieramenti sono le vicende che hanno caratterizzato il 2012. La NATO non è riuscita a impedire la rielezione di Putin, nonostante il NED (National endowment for democracy), ONG pro-atlantica per eccellenza, avesse influenzato con discrezione la stampa russa. E il veto russo-cinese ha fermato l’avanzata americana in Siria (qui l’insurrezione è fabbricata e condotta dall’estero).
La Siria è poi alleata della Russia, mentre l’Iran è il principale partner commerciale della Cina, a cui fornisce abbondanti quantità di petrolio. Il vice primo ministro russo delegato agli affari militari, Dimitri Rogozin, ha pure precisato che «ogni attacco contro l’Iran sarà considerato una minaccia diretta alla sicurezza della Russia». Di conseguenza, la presenza di truppe militari anglo-statunitensi si è rinforzata nello stretto di Hormuz (lo stretto che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran) da gennaio 2012, con il massiccio trasferimento di basi navali e aeree.

SCENARI PREBELLICI - Il 2013 potrebbe delineare scenari prebellici. Prima il collasso dell’economia di una Unione Europea di forte matrice tedesca che non è mai riuscita ad esprimere una unitaria e serie politica economica, poi una Germania balbettante e il caso Cipro (Spagna, Portogallo e Italia sono sull’orlo del precipizio).

Inoltre, lo scorso 11 marzo è saltato l’armistizio tra le due Coree. La Corea del Nord ha considerato estinto l'armistizio del 1953 con la Corea del Sud, dopo l'avvio delle esercitazioni militari congiunte tra Washington e Seoul, considerate dalla Repubblica popolare nordcoreana un test per l’invasione del suo territorio (si aggiunga l'inasprimento delle sanzioni delle Nazioni Unite dopo il terzo test nucleare a febbraio).
A breve ci saranno anche le elezioni in Iran (si attendono decisioni sulla politica nucleare che sarà adottata) e Israele (necessario rielaborare anche la politica nei confronti della Palestina e del Medio Oriente). Si aggiunga il conflitto siriano (il regime di Assad è alleato con la Russia) e la contesa cino-giapponese delle Isole Senkaku, oltre all’accordo militare tra il primo ministro australiano Julia Gillard e il presidente Barack Obama (l’Australia giocherà la sua parte nell’eventualità di un attacco statunitense in Asia).
La guerra sul campo potrebbe essere lo spettro alle porte. Per ora, la guerriglia è quella della guerra finanziaria, silenziosa grazie alla muta informazione, alla menzogna e all’attacco gratuito e vendicativo. Intanto, le pedine prendono posto sulla scacchiera.



Tratto da: http://www.tzetze.it/2013/03/terza-guerra-mondiale-incubo-alle-porte.html

mercoledì 20 marzo 2013

Cipro: Giulio Sapelli "Decisione pazzesca, si rischia un panico bancario in tutta Europa"

di Luigi dell'Olio per Huffington Post

“La decisione presa dai ministri delle Finanze dell’Eurozona smentisce un principio cardine del Trattato di Maastricht come la libera circolazione dei capitali: si tratta di una scelta pazzesca, con conseguenze gravissime”. Non usa mezzi termini per bocciare la decisione presa nel week-end dall’Ue per salvare Cipro (prelievi forzosi sui conti correnti, nella misura del 6,75% fino a 100mila euro e del 9,9% sopra questa soglia), Giulio Sapelli, docente all’Università di Milano e membro dell’International Board dell’Ocse per il non profit.

Da economista e storico, come giudica la posizione europea?

Nel peggior modo possibile, come del resto appare evidente dall’apertura fortemente negativa di tutti i mercati finanziari. L’Unione europea ha tra i suoi principi cardine la libera circolazione dei capitali, ma da oggi questo principio non sembra valere più. Provi a pensare come accoglierà questa decisione un fondo di investimenti internazionale che ha continuato a credere nell’area nonostante i problemi di questi anni: la tentazione di ritirare i capitali a questo punto è fortissima.

Senza trascurare la reazione dei cittadini…

Certamente: si tratta di una posizione priva di qualsiasi fondamento giuridico, così come di logica. Si rischia una fuga dai depositi bancari in tutto il Vecchio Continente. Aggiungerei anche i rischi di tenuta politica a questo punto…

Si riferisce alle pulsioni anti-europeiste che stanno prendendo piede?

Si tratta di un fenomeno innegabile, che rischia di uscire rafforzato da questa decisione. Chi ha scelto in questo modo, per altro, ha dimostrato di non conoscere la storia: dal 1974 Cipro è divisa in due, con un’area sotto l’influenza greca e l’altra che subisce l’influsso turco. Stiamo aggiungendo ulteriore instabilità a un’area già di per sé esplosiva.

Cosa si sarebbe potuto fare di diverso?

Il problema di Cipro è che nel Paese sono stati “sciacquati in Arno” i panni della finanza malata. La risposta doveva essere una bonifica della stessa, con interventi per evitare che si ripetessero gli abusi di questi anni. E invece si è deciso di colpire i risparmi.

A suo modo di vedere questa scelta potrebbe acuire le diffidenze verso l’Europa della Gran Bretagna, già da tempo in fibrillazione su questo fronte?

Più che una prospettiva, è una realtà. L’Uk ha nell’isola circa mille militari, tanto che il cancelliere David Cameron si è affrettato a rassicurarli sul fatto che riceveranno ristoro per i prelievi sui loro conti.

Un’ultima domanda: a suo modo di vedere, quali sono le cause di una decisione così grave?
Vedo l’origine di tutti i problemi che stiamo vivendo negli ultimi mesi nel predominio della tecnocrazia rispetto ai governanti eletti dai popoli. I massimi esponenti degli organismi internazionali spesso non sono espressione del volere dei cittadini, per cui sentono di avere le mani libere nelle decisioni da prendere. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

martedì 19 marzo 2013

Co-housing, il nuovo modo di abitare

Decisamente più numerosi i casi oltre confine, soprattutto in USA, ma in aumento anche da noi

di Ilaria Lucchetti


Vivere meglio in condivisione. È questa la filosofia su cui si basa il co-housing, stile di vita in crescita all’estero e in Italia.

Chi opta per questa scelta va incontro a indubbi risparmi e semplificazioni logistiche: i living condominiali, il micronido, l’orto o la serra, la portineria che paga le bollette e riceve la spesa piuttosto che il servizio di car-sharing.

A Milano e dintorni, diversi i casi di best practices del settore. C’è, ad esempio, “TerraCielo” a Rodano, confinante con il capoluogo attraverso il parco Sud, che è inserito in un contesto ambientale verde e rigorosamente in classe energetica A+. “Cosicoh” invece è il primo esperimento in tutta Europa di co-housing in affitto: una soluzione perfettamente integrata in città, è in una via tranquilla alle spalle di via Ripamonti, al costo concorrenziale di dieci euro al metro quadro. Che, con la crisi in atto, non è un dettaglio da poco. In Bovisa, poi, c’è l’Urban Village, apripista italiano del settore, aperto da un paio d’anni e dotato di giardino, piscina e deposito GAS (Gruppo d’Acquisto Solidale).

Ma sono davvero tante le realtà che si stanno muovendo in questa direzione in tutta Italia. Dal Veneto alla Toscana, dall’Emilia alle Marche, passando per il Piemonte e per la Sicilia, non c’è regione che sia immune dalla “febbre” dell’abitare in condivisione.

Per chi volesse approfondire l’argomento www.cohousingitalia.it e www.cohousing.it



Tratto da: http://wisesociety.it/architettura-e-design/co-housing-il-nuovo-modo-di-abitare/