martedì 9 luglio 2013

Giulio Sapelli - La crisi e la crescita

Ottimo intervento di Giulio Sapelli sulle caratteristiche della crisi e le possibili soluzioni.
 
"Non si esce dalla crisi economica se non ricostruendo il senso di giustizia". 
Un percorso tutt'altro che scontato quello delineato da Sapelli per uscire dall'attuale condizione di crisi, che non si limita a semplici formulette matematiche, ma comprende la necessità di maggiore cultura, specialmente all'interno della "classe dirigente".






lunedì 8 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (6^ parte)

3 Gli ostacoli allo sviluppo delle cooperative


Le cooperative devono spesso affrontare diversi ostacoli che ne frenano lo sviluppo. Essi sono in parte dovuti a strutture giuridiche deboli, a politiche e regole di mercato inadeguate e a pratiche manageriali scarsamente efficienti.


3.1 I limiti della legislazione cooperativa


Mentre la regolazione delle imprese di capitali è relativamente uniforme nei vari paesi, la legislazione sulle cooperative varia considerevolmente da un paese all’altro e in alcuni paesi non esiste affatto. Queste differenze sono difficili da capire, dato il notevole sforzo fatto a livello internazionale per promuovere una concezione condivisa dei valori e dei principi delle cooperative, come evidenziato nella Dichiarazione dell’ICA sull’Identità cooperativa del 1995 (un documento ufficialmente riconosciuto dall’ONU nel 2001 e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2002. Cfr Münkner, 2012). Questa mancanza di uniformità ha due implicazioni principali: essa limita la visibilità e l’uso della forma cooperativa e ostacola l’internazionalizzazione delle imprese cooperative, indebolendo le collaborazioni tra cooperative che hanno sede in paesi diversi.

Inoltre, la legislazione cooperativa tende spesso a essere restrittiva piuttosto che facilitante. In alcuni paesi la legislazione limita i settori nei quali le cooperative possono operare e le attività che esse possono svolgere. Ulteriori ostacoli sono causati dall’imposizione di soglie elevate per il numero minimo di soci o per la quantità di risorse finanziarie richieste per creare nuove imprese cooperative. Inoltre, specialmente in quei paesi dove le cooperative sono ancora classificate come entità non-imprenditoriali, esistono limitazioni agli obiettivi che esse possono perseguire e ai tipi di operazioni commerciali che possono effettuare.
La scarsa considerazione nella quale sono generalmente tenute le cooperative ha indotto alcuni legislatori nazionali a permettere, o addirittura favorire, la demutualizzazione delle cooperative. Questo è accaduto, per esempio, dove la legge ha permesso la trasformazione delle società di mutuo soccorso e delle cooperative in imprese for-profit, con il conseguente rischio che le scelte di trasformazione siano state determinate da comportamenti opportunistici di alcuni soci o da una dirigenza interessata principalmente a ottenere il controllo del patrimonio accumulato dalle cooperative stesse.


3.2 Una regolazione inadeguata dei mercati

Le cooperative possono essere ostacolate nella loro capacità di sfruttare appieno i propri vantaggi competitivi dalla regolazione dei mercati in cui operano. Mentre in alcuni casi questa è neutrale o addirittura favorevole alle cooperative, in altri essa può limitare lo sviluppo delle cooperative stesse. La Conferenza di Euricse ha evidenziato alcuni esempi di regolazione del mercato che hanno effetti negativi sullo sviluppo delle cooperative.

Quando è progettata senza tenere conto delle specificità delle diverse forme di impresa, la regolazione dei mercati finanziari può impedire lo sviluppo delle cooperative di credito. Gli standard internazionali di contabilità e le regole finanziarie internazionali, come nel caso degli Accordi di Basilea, limitano lo sviluppo e la crescita delle cooperative quando impongono regimi di capitalizzazione, sistemi di gestione della liquidità e meccanismi di governance che non tengono conto delle specificità del modello cooperativo (Grillo, 2012). L’incapacità di riconoscere la specifica natura delle cooperative può causare costi di regolazione sproporzionati e ridurre l’accesso al credito da parte delle piccole imprese e delle famiglie (Ferri, 2012).

Analogamente, nel settore dei servizi pubblici le autorità antitrust, nel cercare di difendere i consumatori dall’eccesso di potere del mercato, possono finire per imporre regole e vincoli che causano inutili costi aggiuntivi alle imprese cooperative. Questo accade perché le regole sono definite avendo come unico riferimento le imprese di capitali.
Quando le cooperative sono coinvolte, alcuni di questi vincoli di regolazione risultano ridondanti e generano costi non giustificati, in quanto i consumatori sono già tutelati dalla natura stessa della proprietà cooperativa.
Una situazione simile si verifica nel settore dei servizi d’interesse generale, nel quale le cooperative possono essere danneggiate da procedure basate su criteri che non considerano le differenze intrinseche tra imprese cooperative e imprese di proprietà degli investitori.

sabato 6 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (5^parte)


2.4 Il valore sociale delle cooperative


Fin dalla loro nascita, le cooperative sono state non solo istituzioni economiche, ma anche attori sociali, esplicitamente impegnati nell’affrontare i problemi delle comunità locali e di gruppi di soggetti che si trovavano in uno stato di bisogno.



Questo ruolo sociale delle cooperative è stato spesso evidenziato, ma raramente è stato analizzato in modo sistematico.
L’impatto sociale delle cooperative è più di una funzione aggiuntiva o di un’esternalità positiva: si tratta di un valore che viene generato volontariamente ed è parte integrante della loro attività.
Tuttavia, l’impatto sociale positivo generato dalle cooperative varia in base al tipo di cooperativa, al contesto e alla fase storica.

Accanto alle specificità regionali e settoriali, va innanzitutto ricordato che le cooperative hanno spesso costituito una risposta istituzionale a situazioni estreme di bisogno che minacciavano la vita delle persone, e dunque che le cooperative frequentemente si sono formate grazie all’azione congiunta di gruppi sociali che condividevano un’identità collettiva (Defourny e Nyssens, 2012). Il focus delle prime cooperative differiva in relazione alla natura del gruppo di riferimento coinvolto: nel Regno Unito erano i consumatori; in Francia gli artigiani; in Germania gli agricoltori, gli artigiani urbani e i commercianti (Münkner, 2012). Per Raiffeisen, la funzione sociale delle cooperative rimandava all’idea di un cristianesimo di azione, per Schulze-Delitzsch al principio di contare sulle proprie forze, per i Pionieri di Rochdale all’aspirazione all’emancipazione dei lavoratori e, infine, per Victor Huber al tema dell’autodidattica attiva.

Testimonianze storiche dimostrano che rispetto alle imprese di proprietà degli investitori le soluzioni cooperative sono più inclusive e più orientate a perseguire obiettivi d’interesse generale, con un impatto positivo sul benessere collettivo. Le cooperative di credito puntano spesso ad affrontare il problema dell’esclusione finanziaria; le cooperative di consumo garantiscono spesso l’approvvigionamento di beni di prima necessità, assicurando così la sopravvivenza di intere famiglie; le cooperative agricole sono il principale strumento istituzionale attraverso cui gli agricoltori rispondono al potere di mercato detenuto dalla grande distribuzione organizzata e cercano così di mantenere il loro ruolo di produttori indipendenti e di proteggere le economie locali. Se le prime iniziative cooperative erano fortemente radicate in una “coscienza collettiva” orientata a migliorare il benessere delle comunità (Defourny e Nyssens, 2012), nel corso degli anni esse si sono fortemente differenziate in base al paese e al settore nel quale operano. Nei paesi dove i mercati sono più sviluppati, le cooperative hanno attenuato il loro impegno sociale e in alcuni casi si sono evolute in forme imprenditoriali che differiscono dalle imprese di capitali solamente per il diverso modo in cui sono assegnati i diritti di proprietà, piuttosto che in virtù delle loro finalità sociali. In altre aree, al contrario, le cooperative si sono evolute in imprese più orientate verso la comunità, intesa del significato più ampio del termine.
Negli ultimi decenni sono stati creati nuovi tipi di cooperative con un obiettivo sociale esplicito, e molti di essi operano in nuovi settori di attività. Molte nuove cooperative, per esempio, rispondono al bisogno di promuovere la giustizia sociale, proteggere l’ambiente e favorire l’integrazione sociale e professionale di persone svantaggiate. In queste cooperative, i benefici collettivi non si riducono semplicemente al valore economico prodotto, ma rappresentano un modo fondamentale per motivare i soci a impegnarsi nell’attività (Defourny e Nyssens, 2012).

La “Dichiarazione dei principi e dell’identità cooperativa”, adottata dall’ICA nel 1995, ha introdotto un settimo principio, l’“interesse per la comunità”, che articola e dà nuova vita alla dimensione sociale dei vari tipi di cooperative (MacPherson, 2012).
L’inserimento di questo principio è stato deciso per contrastare la tendenza delle cooperative a enfatizzare esclusivamente i benefici economici per i propri soci, attraverso la distribuzione degli utili in proporzione alla loro partecipazione, più che l’impatto sociale. Confermando il collegamento tra la cooperativa e la sua comunità, questo principio ne mette in evidenza due caratteristiche distintive: l’attenzione delle cooperative alle conseguenze sociali delle loro azioni e la loro responsabilità nel prendersi cura delle comunità nelle quali operano. L’impegno
delle cooperative verso la comunità genera vantaggi competitivi, com’è dimostrato dall’esperienza delle cooperative di credito che devono la loro forza al radicamento locale e al coinvolgimento nella comunità. Inoltre, considerati gli obiettivi delle cooperative e le loro forme di governance partecipate, esse hanno una capacità intrinseca di rispondere alle nuove sfide delle comunità attraverso la creazione di nuove imprese in un’ampia gamma di settori (MacPherson, 2012).


L’orientamento sociale delle cooperative genera numerosi effetti benefici.
In primo luogo, grazie al loro radicamento nelle comunità – che è facilitato dalla partecipazione di una pluralità di soggetti, compresi i soci, i beneficiari e i lavoratori – le cooperative contribuiscono a far crescere il capitale sociale e a rafforzare le relazioni fiduciarie. Le cooperative, quindi, possono essere considerate strumenti efficaci per sviluppare comportamenti civici che, a loro volta, generano virtù sociali (Dasgupta, 2012). L’influenza positiva che le cooperative hanno sulla coesione sociale scaturisce dalla loro capacità di istituzionalizzare regole che garantiscono la realizzazione di transazioni reciprocamente vantaggiose. Le cooperative fondano la loro attività sul principio di reciprocità che scaturisce dall’interdipendenza delle utilità dei soci, così che essi tendono ad avere una disposizione pro-sociale poiché condividono un obiettivo comune (che spesso coincide con il bene comune). Inoltre, poiché le cooperative incentivano i propri soci a mantenere gli impegni presi, esse possono essere considerate delle istituzioni che traducono in uno specifico contratto l’accordo informale fra persone che mettono in comune le proprie risorse. Le cooperative, quindi, possono essere considerate un “tutore” esterno di comportamenti socialmente orientati (Dasgupta, 2012).

In secondo luogo, attraverso la tutela dei redditi e dei posti di lavoro, le cooperative aiutano a risolvere molti problemi che altrimenti ricadrebbero sotto la responsabilità delle politiche pubbliche. Le cooperative hanno dimostrato, meglio delle imprese di capitali, capacità di creare e garantire posti di lavoro anche in condizioni di mercato difficili. In alcuni paesi, le acquisizioni da parte dei lavoratori dell’impresa nella quale lavorano aumentano quando si presenta il rischio di perdere il lavoro. Come hanno dimostrato recenti esperienze in diversi paesi, le cooperative possono salvare posti di lavoro, quando si verifica una crisi profonda (Pérotin, 2012). Vi è una crescente e diffusa consapevolezza che la disoccupazione abbia effetti più estesi delle sole conseguenze economiche, in particolare sulla salute delle persone. Se le cooperative di lavoro creano o preservano i posti di lavoro, gli effetti positivi si registrano, quindi, anche sulla spesa pubblica e sulla salute dei lavoratori. Inoltre, quando le cooperative integrano l’offerta pubblica dei servizi di welfare fornendo nuovi servizi che ne colmano le lacune, esse creano al tempo stesso anche nuovi posti di lavoro.

In terzo luogo, le cooperative non si limitano a creare generiche opportunità di lavoro; esse spesso privilegiano i lavoratori svantaggiati, esclusi, o a rischio di esclusione dal mercato del lavoro. In alcuni paesi, le cooperative privilegiano esplicitamente i lavoratori discriminati dalle imprese di proprietà degli investitori e forniscono loro un’adeguata formazione on-the-job per aiutarli a superare gli svantaggi che li condizionano (Defourny e Nyssens, 2012).
I benefici sociali generati dalle cooperative sono raramente presi in considerazione dalle analisi d’impatto che mettono a confronto le performance dei diversi tipi di imprese, poiché queste analisi sono generalmente condotte in base a criteri di pura efficienza. La maggior parte di questi confronti sono quindi sbilanciati a favore delle imprese di capitali, poiché non considerano né gli scopi sociali, né i benefici intrinseci derivanti dalla natura dell’impresa cooperativa e neppure i benefici collettivi che essa genera. Questo approccio non solo è viziato da un punto di vista epistemologico, ma è anche incapace di sviluppare politiche adeguate (S. Zamagni, 2012).

venerdì 5 luglio 2013

TED - Ernesto Sirolli - Imprenditorialità e soluzioni

Interessante intervento di Ernesto Sirolli sul palco di TED. Oltre a raccontare la sua esperienza personale in Africa, all'interno di programmi internazionali di aiuto, Sirolli parla delle conoscenze acquisite sullo sviluppo e la nascita di imprese di successo. Imprese che oltre a realizzare le passioni di chi le fonda portano innovazione e sviluppo all'interno delle comunità d'appartenenza.

Buona visione



Seconda parte del video

giovedì 4 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (4^ parte)

2.3 L’impatto economico delle cooperative




Com'è stato evidenziato da diversi relatori nel corso della Conferenza, la stima dell’impatto economico delle cooperative deve essere estesa oltre i soli parametri strettamente quantitativi. Per comprendere meglio il ruolo delle cooperative, è necessario cioè prestare attenzione anche al contributo che queste istituzioni offrono al funzionamento generale dei sistemi economici.

Le cooperative contribuiscono infatti al funzionamento dei sistemi economici in almeno cinque modi. Innanzitutto, esse svolgono un ruolo tutt’altro che marginale nella riduzione dei fallimenti del mercato, migliorando così il funzionamento del sistema economico e il benessere di una grande quantità di persone (Hansmann, 1996).
Questo contributo deriva dal differente tipo di proprietà e di governance che caratterizza le cooperative. La coesistenza di una pluralità di forme di impresa, con strutture proprietarie e obiettivi diversi, contribuisce a migliorare la competitività dei mercati, che a sua volta aumenta la varietà delle scelte offerte ai consumatori, aiuta a prevenire la formazione di monopoli, abbassa i prezzi, offre opportunità di innovazione, e riduce le asimmetrie informative.

In secondo luogo, le cooperative svolgono un ruolo chiave nella stabilizzazione dell’economia, specialmente nei settori caratterizzati da elevata incertezza e volatilità dei prezzi, come il credito e l’agricoltura.
Banche cooperative e credit unions sono un fattore di stabilizzazione del sistema bancario (Birchall, 2012). Come dimostrano le testimonianze storiche, il ruolo stabilizzatore delle cooperative è fondamentale durante i periodi di crisi. Inoltre, la presenza delle cooperative migliora la capacità delle società di rispondere all’incertezza associata alle trasformazioni economiche.

In terzo luogo, le cooperative contribuiscono a mantenere la produzione di beni e servizi vicina ai bisogni delle persone che esse servono. Le cooperative forniscono beni e servizi, spesso innovativi, in grado di soddisfare specifici bisogni dei loro soci piuttosto che rispondere alla logica della massimizzazione del profitto. Le cooperative, inoltre, spesso producono beni e servizi a redditività bassa o incerta, se non addirittura negativa, che le imprese di proprietà degli investitori non hanno interesse a produrre e che le autorità pubbliche non sono in grado di fornire. Tra i servizi con una redditività bassa o negativa sono compresi quelli sociali, sanitari, educativi, nonché altri servizi alla persona e alla comunità. In caso di redditività negativa, le cooperative possono raggiungere il punto di pareggio grazie alla loro capacità di attrarre risorse da fonti diverse – come il lavoro volontario e le donazioni – o attraverso politiche di discriminazione del prezzo.
L’esperienza delle cooperative dimostra che il lavoro volontario e le donazioni sono particolarmente importanti specie nella fase di avvio dell’impresa. Questo vale per tutti i tipi di cooperative ed è indipendente dall’ambiente in cui operano.

In quarto luogo, le cooperative tendono a porsi in una prospettiva di lungo periodo, in quanto assumono il ruolo di strutture produttive per le comunità nelle quali operano e, in genere, si preoccupano anche del benessere delle generazioni future.
Coerentemente con il terzo principio dell’ICA riguardante la partecipazione economica dei soci, numerosi statuti di cooperative destinano una parte del surplus prodotto a un fondo di riserva collettivo e indivisibile, che non appartiene ai singoli soci ma deve essere utilizzato a vantaggio di tutti, comprese le future generazioni. In alcuni paesi, la prospettiva di lungo periodo delle cooperative è rafforzata da leggi che le obbligano a trasferire parte del loro surplus annuale a un fondo indivisibile; questo significa che parte dei loro profitti e l’intero patrimonio devono essere usati per promuovere gli interessi della comunità.

In quinto luogo, le cooperative contribuiscono a una più equa distribuzione del reddito. Dal momento che le cooperative sono nate per soddisfare i bisogni dei loro soci, e non per accumulare e distribuire profitti ai loro proprietari, esse tendono più delle altre imprese a ridistribuire le loro risorse a favore dei lavoratori, aumentando i salari o l’occupazione, o dei consumatori, facendo pagare loro prezzi più bassi.

martedì 2 luglio 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (3^parte)

2.2 Le dimensioni del settore cooperativo



Per comprendere il ruolo effettivo e le reali potenzialità delle imprese cooperative è quindi necessario innanzitutto quantificare in modo realistico la dimensione complessiva del settore. Dalle informazioni a disposizione, pur frammentate, risulta evidente che le cooperative giocano un ruolo economico significativo.

Le Nazioni Unite hanno stimato che la vita di quasi 3 miliardi di persone – ovvero, metà della popolazione mondiale – è resa più sicura grazie alle imprese cooperative (ICA , 2012).
Nel mondo il numero dei soci di cooperative è tre volte maggiore di quello degli azionisti di imprese di capitali, e nei BRIC – paesi in rapida crescita economica – i soci delle cooperative sono quattro volte più numerosi dei possessori di azioni (Mayo, 2012). L’appartenenza ad almeno una cooperativa coinvolge, a livello globale, tra gli 800 milioni (ICA , 2012) e il miliardo di persone (Worldwatch Institute, 2012). Secondo l’ICA , le cooperative sono attive in tutti i paesi del modo e la loro importanza è particolarmente significativa nelle comunità più povere.

Com’è stato evidenziato dai contributi presentati alla conferenza di Euricse, la presenza delle cooperative è oggi particolarmente rilevante in diversi settori.
In Europa, le cooperative agricole hanno una quota complessiva di mercato pari a circa il 60%, per quanto riguarda la trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, e a circa il 50% per quanto riguarda la fornitura di materie prime. Negli Stati Uniti, le cooperative agricole hanno una quota di mercato di circa il 28% nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli e di circa il 26% nella fornitura di materie prime (Valentinov et al., 2012).

Nel mondo, operano circa 53.000 cooperative di credito. In Europa, le banche di credito cooperativo sono circa 4.200, con 63.000 sportelli. Queste banche hanno 50 milioni di soci (circa il 10% della popolazione del continente), 181 milioni di clienti, un patrimonio di 5,65 miliardi di Euro, una quota di mercato media del 20% circa, e occupano 780.000 persone (V. Zamagni, 2012).

Nel settore della vendita al dettaglio, 3.200 cooperative di consumo danno lavoro, solo in Europa, a 400.000 persone e hanno 29 milioni di soci, 36.000 punti vendita e 73 miliardi di Euro di fatturato.
Per quanto riguarda i servizi di pubblica utilità, la presenza di cooperative è piuttosto importante negli Stati Uniti, dove circa 1.000 cooperative elettriche controllano il 40% della rete nazionale di distribuzione dell’elettricità, coprendo il 75% del territorio nazionale e servendo 37 milioni di soci e relative famiglie (V. Zamagni, 2012). Le cooperative svolgono inoltre un ruolo importante nella gestione delle risorse idriche in Argentina e in Bolivia, dove una sola grande cooperativa che gestisce i servizi idrici urbani serve circa 700.000 clienti (Mori, 2012).

I lavoratori hanno organizzato cooperative in numerosi settori. In Italia, ci sono più di 25.000 cooperative di lavoro (Pérotin, 2012). In Spagna, delle circa 14.000 nuove cooperative create tra il 1998 e il 2008, il 75% sono cooperative di lavoro (Díaz-Foncea, 2012). La distribuzione settoriale di queste cooperative tende a variare da un paese all’altro: in Francia, le cooperative di lavoro sono numerose nella manifattura e nelle costruzioni, mentre nei servizi la loro numerosità è minore; in Uruguay, invece, è vero il contrario, poiché la quota più bassa si riscontra nella manifattura, e quella più alta nei trasporti e nei servizi (Pérotin, 2012).

Secondo l’International Cooperative and Mutual Insurance Federation, nel 2008 il 25% del mercato mondiale delle assicurazioni era di tipo cooperativo, con percentuali particolarmente alte in Germania (44%), in Francia (39%), in Giappone (38%), negli Stati Uniti e in Canada, entrambi con il 30% (V. Zamagni, 2012).

Le cooperative sociali, che sono diffuse soprattutto in alcuni paesi europei e in Canada, rappresentano una nuova forma di impresa cooperativa che punta in modo esplicito a migliorare il benessere collettivo. Per le sue caratteristiche, la cooperativa sociale si colloca tra la cooperativa tradizionale e l’organizzazione non-profit, e in generale combina il coinvolgimento di una pluralità di soggetti portatori di interessi (i soci della cooperativa) con il perseguimento di obiettivi di interesse generale. In Italia, dove questo tipo di cooperativa è più sviluppato, nel corso degli ultimi due decenni le cooperative sociali sono diventate i principali produttori di servizi di welfare. Da quando sono state istituite, le cooperative sociali italiane hanno registrato un tasso di crescita medio annuo compreso fra il 10% e il 20%. Nel 2008, erano registrate 13.938 cooperative sociali che occupavano circa 350.000 lavoratori, utilizzavano 5.000 volontari e servivano 4,5 milioni di utenti (Andreaus et al., 2012).

In contrasto con l’opinione comune, che le considera organizzazioni di nicchia, i dati dimostrano che le cooperative sono presenti in un’ampia gamma di settori. Inoltre, in alcuni paesi esse sono più grandi (per numero di occupati) delle imprese convenzionali e, talvolta, possono anche essere più capitalizzate. Recenti studi empirici mostrano, inoltre, che nelle cooperative i livelli di occupazione sono più stabili che nelle imprese di capitali: mentre le imprese di capitali tendono a variare i livelli di occupazione, le cooperative (soprattutto quelle di lavoro) fanno variare i salari, salvaguardando i posti di lavoro (Pérotin, 2012).

Riassumendo, il contributo delle cooperative al reddito e all’occupazione è, in generale, importante, anche se non omogeneo. Nonostante la crisi e il processo di demutualizzazione che ha spinto, negli ultimi due decenni, molte cooperative a trasformarsi in imprese di capitali, il numero complessivo delle cooperative non sembra essere diminuito.

domenica 30 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (2^parte)

Parte seconda

2. L'importanza delle cooperative

Con approcci diversi e da varie prospettive, i partecipanti alla conferenza hanno offerto una serie di informazioni di tipo sia storico che statistico, volte a evidenziare l’importanza delle cooperative.


2.1 Gli insegnamenti della storia

Le cooperative esistono da circa duecento anni. Operano in tutti i campi dell’attività economica e hanno dimostrato spesso una longevità maggiore delle imprese di capitali. Il modello cooperativo ha mostrato un’elevata capacità di adattamento alle mutevoli condizioni economiche e sociali e nel corso del tempo sono emerse nuove forme di cooperazione in grado di soddisfare bisogni economici e sociali emergenti.

Le cooperative si sono sviluppate in paesi caratterizzati da condizioni politiche, livello di sviluppo economico, contesti storici e culturali molto diversi. Quasi ovunque nel mondo sono presenti cooperative di consumo, cooperative agricole, società di mutuo soccorso, cooperative di credito e cooperative di lavoro. Alcuni tipi di cooperative hanno avuto una crescita straordinaria in determinati paesi: le cooperative di credito in Germania, le cooperative di abitazione nel Regno Unito e Svezia, e le cooperative di lavoro in Francia e Italia. Alla fine del XIX secolo, le cooperative svolgevano un ruolo importante anche nell’Europa centrale e orientale. Esempi interessanti di iniziative autonome erano presenti, prima della presa di potere da parte dei movimenti socialisti, in Repubblica Ceca, Bulgaria, Serbia e Polonia (Borzaga et al., 2008).
Le cooperative svolgono un ruolo chiave anche nei paesi in via di sviluppo, sebbene spesso non siano istituzionalizzate e neppure legalmente riconosciute (Münkner, 2012).

Quando hanno cominciato a diffondersi, le cooperative hanno rappresentato una reazione difensiva e spontanea alle difficili condizioni generate dalla rivoluzione industriale o alla povertà rurale. Successivamente, in molti paesi e regioni le cooperative hanno garantito una rilevante e spesso crescente quota di reddito e occupazione. Lo sviluppo cooperativo non si è mai del tutto interrotto, tanto che anche di recente sono emersi nuovi tipi di cooperative – per esempio, cooperative sociali e di comunità – per fornire alle comunità locali e alle persone svantaggiate servizi caratterizzati da un’offerta insoddisfacente, specie nell’area dei servizi sociali, educativi e di integrazione lavorativa. Inoltre, nuove cooperative sono nate per aiutare le comunità locali a sfruttare meglio le loro risorse (Hagedorn, 2012).

La storia mondiale delle cooperative offre, quindi, insegnamenti utili per comprenderne il fondamento logico. Essa dimostra che il motivo principale del successo e della longevità delle cooperative va ricercato nel fatto che il loro scopo non è la massimizzazione del profitto per gli investitori, ma il soddisfacimento dei bisogni delle comunità. Le cooperative sono cioè soggetti orientati a risolvere problemi collettivi. Esse si sono diffuse e hanno resistito ai cambiamenti economici perché godono di alcuni vantaggi specifici rispetto alle imprese di proprietà degli investitori, svolgendo ruoli che queste ultime non riescono o non sono disposte a svolgere. Le cooperative di utenza e di consumatori sono state create per minimizzare i costi di intermediazione, ridurre i prezzi di vendita al dettaglio e garantire la qualità dei prodotti; le cooperative di produttori, in particolare quelle agricole, sono nate per contrastare il debole potere di mercato dei produttori; le cooperative di lavoro sono sorte per offrire ai soci l’opportunità di autogestire le loro imprese.
Le società di mutuo soccorso sono state create dai lavoratori o dalle comunità locali per fornire un’assistenza e un’assicurazione comune. Con l’obiettivo di soddisfare i bisogni dei soci, le cooperative hanno contribuito a migliorare la qualità della vita di una grande – e spesso svantaggiata – parte della società.
Numerose politiche pubbliche in materia di welfare sono state realizzate attingendo alle innovazioni pionieristiche e alle relative sperimentazioni realizzate dalle cooperative e dalle società di mutuo soccorso.

A partire dall’inizio del XX secolo, tuttavia, in Europa la maggior parte dei servizi di interesse generale sono passati sotto la competenza dello Stato come parte del processo di costruzione del welfare state.
Di conseguenza, questi servizi sono stati spesso sottratti al controllo cooperativo e mutualistico e sono stati finanziati e forniti pubblicamente, per legge, a tutti i cittadini.
Questa tendenza è stata peraltro introdotta in tempi recenti, dal momento che, dalla fine del XX secolo, in molti paesi le cooperative – anche di nuova istituzione – hanno ripreso a svolgere un ruolo importante nella fornitura di alcuni di questi servizi.

Le testimonianze storiche confermano inoltre che le cooperative sono in grado sia di sopravvivere alle crisi meglio degli altri tipi di imprese, che di affrontarne meglio gli effetti. La storia delle cooperative di consumo britanniche durante il XIX secolo è una storia di crescita prolungata, che è stata solo marginalmente rallentata dagli effetti delle periodiche recessioni (Birchall, 2012). Durante la Grande depressione degli anni Trenta, le cooperative di gestione dell’elettricità e delle telecomunicazioni hanno contribuito a trasformare l’economia rurale degli Stati Uniti. Durante gli anni Sessanta, a New York si è creato un movimento cooperativo che è stato in grado di alloggiare 27.000 famiglie (Birchall e Hammond Ketilson, 2009). In Europa, durante la ristrutturazione economica degli anni Settanta, le cooperative di lavoro hanno recuperato diverse imprese in crisi e hanno dimostrato un tasso di fallimento più basso delle imprese for-profit. Anche nel corso dell’attuale crisi le cooperative stanno dando un’ulteriore prova della loro capacità di resistenza e di ripresa.

venerdì 28 giugno 2013

Uscire dalla crisi: la soluzione cooperativa (1^parte)

Nei prossimi giorni pubblicherò a "puntate" il documento riassuntivo della conferenza "Promoting the understanding of cooperatives for a better world", tenutasi a Venezia lo scorso anno.
In quell'occasione la comunità scientifica ha discusso le caratteristiche, i limiti e le potenzialità dell'impresa cooperativa; uno strumento, ancora relativamente sconosciuto al grande pubblico, che potrà rappresentare - se ben utilizzato - la soluzione ai problemi posti dall'attuale crisi e la base per la costruzione di un nuovo modello socio-economico.


Indice: (data di pubblicazione)
1. Gli obiettivi della conferenza (28/6)

2. L’importanza delle cooperative
2.1. Gli insegnamenti della storia (30/6)
2.2. La dimensione del settore cooperativo (2/7)
2.3. L’impatto economico delle cooperative (4/7)
2.4. Il valore sociale delle cooperative (6/7)

3. Gli ostacoli allo sviluppo cooperativo
3.1. I limiti della legislazione cooperativa (8/7)
3.2. Una regolazione inadeguata dei mercati (8/7)
3.3. Le incertezze delle politiche di sostegno (10/7)
3.4. Le pratiche di gestione e di governance incoerenti (10/7)

4. Comprendere le cooperative
4.1. I limiti della teoria economica convenzionale (12/7)
4.2. I nuovi sviluppi teorici (14/7)

5. Le tendenze in atto e le sfide (16/7)

6. Conseguenze operative (18/7)
6.1. Introdurre regolamentazioni e politiche di sostegno adeguate
6.2. Sviluppare pratiche di governance e di gestione coerenti
6.3. Promuovere la visibilità delle cooperative

7. Riferimenti bibliografici (18/7)


Prima parte:
1. Gli obiettivi della conferenza

Le imprese cooperative sono organizzazioni importanti. In tutti i paesi, le cooperative
contribuiscono allo sviluppo economico, sostengono la crescita occupazionale e favoriscono una più equilibrata redistribuzione della ricchezza. Inoltre, grazie all’impegno materiale e intellettuale dei cooperatori esse realizzano diverse attività innovative, in particolare con riguardo all’offerta di nuovi servizi di interesse generale e di prodotti che migliorano la qualità della vita di intere comunità, anche in settori tecnologici di punta.
Il ruolo e l’importanza delle cooperative sono diventati più evidenti in seguito alla crisi finanziaria ed economica globale. Nella maggior parte dei paesi, le cooperative hanno risposto alla crisi meglio delle imprese di capitali. La capacità di ripresa delle cooperative comincia a essere riconosciuta, e sia gli opinion maker che i policy maker appaiono oggi più interessati che in passato a capire il ruolo che le cooperative possono svolgere per affrontare le drammatiche conseguenze della crisi globale e per riformare il sistema che ha contribuito a generarla. Questa crescente consapevolezza è confermata anche dall’attenzione che le cooperative e le loro organizzazioni stanno ricevendo da parte dei media, delle istituzioni internazionali e dei social networks.
Ciò nonostante, le cooperative non hanno ancora ottenuto tutta l’attenzione che meritano, soprattutto a seguito del diffuso conformismo nell’interpretare il funzionamento dell’economia, malgrado la crescente incapacità della teoria economica convenzionale di spiegare i principali fenomeni che caratterizzano le società contemporanee.
Fin dalla metà degli anni Settanta, infatti, e in particolare a seguito del crollo dei regimi socialisti, un forte e crescente “fondamentalismo di mercato”, proveniente da New York e Washington, ha influenzato profondamente la politica economica in tutto il mondo (Ferri, 2012). Questo “fondamentalismo” propone una visione secondo cui il miglior modo di promuovere il progresso umano è tramite meccanismi di allocazione delle risorse fondati su mercati auto-regolati e popolati da agenti razionali.
Inoltre, esso considera l’impresa di capitali la forma ideale di organizzazione della produzione di beni e servizi e misura l’efficienza esclusivamente attraverso la capacità delle imprese di creare valore per i loro azionisti, cioè massimizzando i profitti (Ferri, 2012).
Le principali implicazioni di questo approccio sono state l’adozione di politiche di liberalizzazione e di privatizzazione orientate a dare più spazio al mercato, e la sottovalutazione di tutte le forme imprenditoriali diverse dall’idealtipo dell’impresa for-profit. Di conseguenza, le cooperative sono state considerate degli “incidenti”, o delle eccezioni o, al più, delle organizzazioni transitorie destinate a scomparire a seguito della piena affermazione del mercato. Sono pochi gli osservatori che, al contrario, vedono nelle cooperative un tipo specifico di organizzazione produttiva che popola il sistema economico allo stesso titolo delle imprese di proprietà di capitali (Grillo, 2012).
Il predominio di questa interpretazione riduttiva ha affievolito l’interesse dei policy maker e dei ricercatori per le cooperative.
L’attenzione ad esse dedicata non è stata proporzionale alla loro importanza e gli studi finora realizzati risultano piuttosto limitati se confrontati con la vastità delle ricerche che si occupano invece del funzionamento delle imprese for-profit e dei mercati.
Inoltre, la maggior parte degli studi sulla cooperazione sono basati su ipotesi molto discutibili. Le specificità delle cooperative, che le distinguono dalle imprese familiari e da quelle di capitali, non sono state sufficientemente analizzate né tantomeno spiegate. Non è ancora disponibile una teoria
generale in grado di spiegare la sopravvivenza e la crescita delle cooperative. Questa mancanza di un’interpretazione convincente ha impedito lo sviluppo di indicatori adatti a misurare l’impatto economico e sociale delle imprese cooperative. Inoltre, un’applicazione acritica di indicatori progettati per stimare l’efficienza di imprese for-profit ha consolidato un’immagine delle cooperative come forme imprenditoriali arcaiche o eccentriche, che sopravvivono grazie a tradizioni ormai superate, a speciali protezioni legislative, o all’intervento statale (Ferri, 2012).
Lo scarso interesse per le cooperative e per le imprese de facto gestite in modo cooperativo hanno impedito un’accurata valutazione della diffusione e dell’impatto di queste organizzazioni. A seconda dei contesti le cooperative sono definite e riconosciute in modi molto diversi o non lo sono affatto.
Nei paesi dove le cooperative non sono legalmente riconosciute, le persone spesso costituiscono comunque imprese collettive, ma non le chiamano “cooperative”, come accade quando gli agricoltori si associano per trasformare o vendere i loro prodotti o quando le comunità servite in modo inadeguato dalle banche commerciali creano cooperative di credito informali. Inoltre, gli standard statistici
internazionali adottati dalla maggior parte dagli istituti nazionali di statistica non sono costruiti
in modo da fornire indicazioni sulle forme di proprietà delle imprese. Di conseguenza, le statistiche disponibili sulle cooperative sono generalmente insoddisfacenti: dati completi esistono soltanto per alcuni paesi, ma sono anch’essi spesso poco affidabili.
Queste carenze, considerate nel loro insieme, riducono la visibilità delle imprese cooperative e ne limitano sia l’utilizzo che lo sviluppo. La mancanza d’interesse per la comprensione del ruolo e delle ricadute delle cooperative sul benessere economico e sociale fa sì che le cooperative non
siano comunemente riconosciute come un importante modo di gestire attività imprenditoriali. Inoltre, la trasmissione di conoscenze e di informazioni sulle cooperative è limitata o del tutto assente nella maggior parte dei programmi d’istruzione, sia pubblici che privati. Di conseguenza, le cooperative si trovano spesso in difficoltà a reclutare personale qualificato e finiscono per replicare le pratiche di gestione, le strategie organizzative e le metodologie di valutazione d’impatto delle imprese di capitali.
È necessario superare la contraddizione che oppone realtà e riconoscimento delle cooperative. Questa necessità è accentuata dall’attuale crisi, che può essere in larga parte ricondotta al prevalere della convinzione che i comportamenti competitivi sono più importanti di quelli cooperativi e che il mercato, da solo, è in grado di assicurare crescita e benessere. Queste convinzioni hanno favorito una regolamentazione inadeguata dei mercati finanziari e generato profonde e crescenti disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza, un cattivo uso delle risorse non-rinnovabili e la diffusione di modelli di consumo che minacciano irresponsabilmente l’ambiente.
La maggior parte degli osservatori concorda nel ritenere che questa crisi non può essere affrontata solo con politiche convenzionali che, nella migliore delle ipotesi, possono solo attenuare alcune delle sue conseguenze più drammatiche. È di fondamentale importanza elaborare nuovi paradigmi e individuare nuovi assetti istituzionali. Grazie alla loro capacità di coniugare efficacemente obiettivi economici, sociali ed ecologici, le cooperative hanno il potenziale per contribuire ad
alleviare e superare la crisi, indicando vie d’uscita alternative a quelle attualmente proposte.
C’è, quindi, bisogno di costruire modelli interpretativi in grado di spiegare il funzionamento delle imprese cooperative, e al tempo stesso di proporre interpretazioni innovative del funzionamento dei sistemi economici e delle istituzioni che li governano.
In questo contesto, la conferenza organizzata da Euricse ha offerto una riflessione multidisciplinare sul modo in cui forme diverse di cooperazione e di imprese cooperative possono contribuire a realizzare un’economia sostenibile e una società più giusta. La conferenza ha permesso un’ampia discussione sui fondamenti logici, sul ruolo e sulla dimensione delle cooperative nei vari settori economici. Le teorie esistenti sono state analizzate criticamente e confrontate con l’evidenza empirica. Si sono così create le condizioni per la produzione di una nuova conoscenza empirica e per l’elaborazione di interpretazioni teoriche in grado di migliorare la comprensione delle potenzialità e dei limiti delle imprese cooperative. I principali risultati sono riassunti qui di seguito.
Nella seconda sezione sono riassunti gli insegnamenti della storia e alcuni dati che dimostrano l’importanza delle cooperative con riguardo al loro contributo allo sviluppo economico e sociale. La terza sezione individua i principali ostacoli che impediscono il pieno sfruttamento dei vantaggi competitivi delle cooperative, fra i quali vanno annoverati una legislazione inadeguata, una regolazione spesso poco coerente dei mercati e pratiche manageriali poco coerenti. La quarta sezione
passa brevemente in rassegna gli sviluppi teoretici che possono aiutare a spiegare meglio la natura e il fondamento logico delle imprese cooperative, analizzando sia i limiti delle interpretazioni convenzionali sia le potenzialità offerte dalle più recenti innovazioni teoriche. La quinta sezione analizza le tendenze in atto e le sfide che le cooperative devono affrontare, mentre la sesta sezione
riassume alcune raccomandazioni rivolte alla comunità scientifica, alle autorità pubbliche e ai movimenti cooperativi.






giovedì 30 maggio 2013

Letta-Alfano, "scacco matto" alla Germania in tre mosse - Giulio Sapelli

La borsa di Tokyo manda segnali negativi. Non premia il keynesismo da riarmo del primo ministro Abe e la politica inflattiva che ne consegue, anche se si tratterà di un’inflazione a tassi inimmaginabilmente bassi rispetto a quella degli anni ‘80, gli anni della cosiddetta stagflation. E poi non bisogna dimenticare che, a parer mio, la ragione profonda del crollo della borsa giapponese risiede nel fatto che è emersa in tutta evidenza l’inizio della fine della crescita prorompente della Cina. Lo sanno anche i dirigenti cinesi che tentano di sfuggire dal modello sostanzialmente sovietico dell’economia cinese caratterizzata da eccessi di investimenti indebitati e da carenza di consumi interni e quindi da scarsità di domanda aggregata. A fronte di questa scarsità, la svalutazione dello yen può fare ben poco e il Giappone dovrà quindi destinare le sue esportazioni verso i paesi ricchi. Ma qui la crisi non è finita. Gli Usa, nonostante lo shale gas e il new oil, fanno riscontrare una crescita degli incagli e delle sofferenze bancarie e quindi vuol dire che la vera ripresa nordamericana è ancora ben lontana. L’Europa è una tundra di ghiaccio che sta cominciando ad avanzare anche nella Foresta Nera e sui laghi bavaresi, come dimostrano i dati da incubo sulla stentatissima crescita futura della Germania.
Stiamo sicuramente assistendo alla trasformazione di un sistema economico-sociale e ci vorrebbe l’intelligenza dello Schumpeter di “Capitalismo, socialismo e democrazia” per capire che cosa sta succedendo. Di certo, il capitalismo non sta morendo, come diceva il grande economista austriaco, per eccesso di burocratica statizzazione, ma al contrario, per eccesso di economica liberalizzazione ad alto gradiente di burocratizzazione statualistica. Una cosa è certa: è il capitalismo a essere in crisi. Non siamo davanti a una crisi, ma alla crisi del capitalismo.
Tra questa spettrale scenografia si muove il governo Letta. Le quinte siderurgiche crollano e gli altiforni si spengono, le micro e piccole imprese affondano nelle paludi della tassazione, le medie imprese, alias multinazionali tascabili, si scontrano con la caduta del commercio mondiale, le poche grandi imprese rimaste o cambiano nazionalità o vengono smantellate dalla magistratura.
Nell’ombra delle quinte si assiste a varie scene che si susseguono sul palco: suicidi di gente operosa e disperata, omicidi efferati da fine del mondo, pazzie collettive da intellettuali di classi medie che hanno perso il lume della ragione. Come nei disegni di Henry Moore che rappresentavano coloro che dormivano nelle metropolitane londinesi durante la Seconda guerra mondiale, immense file di disoccupati sostano negli uffici di collocamento e davanti alle mense cattoliche, e alcuni di loro sono degli adolescenti, mentre altri sono persone che vent’anni fa sarebbero già andate in pensione.

Ciò nonostante il governo Letta-Alfano sta dando una gran buona prova di sé. Fa tutto il possibile. Ha vinto la partita di fuoriuscita dalla procedura d’infrazione europea e dispone di un po’ di quattrini e di altri ne disporrà se la già da me ricordata golden rule richiesta da Letta avrà i suoi effetti togliendo dal deficit di Maastricht tanto le spese per le infrastrutture quanto quelle per la coesione sociale. Forte di questo atteggiamento, più che dei risultati, il governo deve continuare a sfidare l’austerità europea. A porsi come la punta di lancia di tutti coloro che vogliono spezzar il ghiaccio della tundra. Come fare? Da un lato rassicurare l’oligopolio finanziario e pseudo-tecnocratico-europeo-teutonico che si vogliono ridurre gli sprechi pubblici, cartolarizzando finalmente il patrimonio immobiliare pubblico dello Stato e degli enti locali, rapidamente, con decisione. Lanciare un prestito forzoso, attraverso l’offerta di titoli di Stato, obbligando i percettori di reddito superiori ai 200.000 euro ad acquistarne per lo 0,5% del loro patrimonio, così da travestire da prestito per la patria una pseudo-patrimoniale occulta che non spaventerebbe nessuno. Così potremmo ridurre le tasse sull’impresa e sul lavoro. In questo contesto, giocando sugli avanzi di cassa e con tutti gli artifici finanziari che si possono fare con la finanza pubblica, finanziare un piano del lavoro che si fondi sul principio che non è liberalizzando il mercato del lavoro che si crea occupazione, ma investendo in settori essenziali per la crescita, quali le infrastrutture, le nuove tecnologie 3D e i cluster meccatronici che sono essenziali per la vita delle nostre piccole e medie imprese più evolute.
Penso a una nuova Iri? No. Non voglio creare ospedali di salvataggio per imprese decotte. E’ l’investimento che crea profitto e lavoro, non viceversa. E quindi lo Stato deve tornare a diventare imprenditore secondo lo storico modello dell’Eni, ma con la forma giuridica del trust anglosassone e non dell’ente di gestione. E quindi nessun consiglio di amministrazione, ma tutti gli amministratori unici che servono. Solo così si potrà recitare su un palco meno spettrale.



Tratto da: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/5/28/FINANZA-1-Sapelli-Letta-Alfano-scacco-matto-alla-Germania-in-tre-mosse/2/397324/

mercoledì 8 maggio 2013

Prima le persone poi il rigore Zamagni, "ripensare l'economia"

“Se continuiamo ad anteporre il rigore a tutto rischiamo di andare verso la bancarotta sociale”. L’allarme è stato lanciato da Antonio Marzano, presidente del Cnel nel corso del convegno “Un modello italiano per il Welfare, l’orizzonte dei beni di comunità” organizzato oggi a Roma. Durante l’incontro diversi esperti del settore hanno analizzato le radice della crisi dello Stato sociale nel nostro paese, cercando di trovare anche possibili soluzioni. Secondo Marzano bisognerebbe rimettere al centro innanzitutto l’idea di “politica come servizio”, in un paese dove tutto sta entrando in crisi, anche la produzione di massa e non c’è meritocrazia.

Guardare alle esperienze di comunità è centrale per Jhonny Dotti, presidente di Welfare Italia, “non bisogna aspettare ma agire: mi aspetto una grande stagione non di riforme legislative – ha detto - ma di esperienze istituenti”. Nel nostro paese c’è un’incapacità ad analizzare il presente, esempio di questa miopia la “legge sul badantato, che è stata veramente suicida, perché ha permesso il trasferimento di 10 miliardi l’anno ai paesi dell’Est- afferma Dotti - nessun politico e nessuna associazione, ha saputo cogliere il treno dell’assistenza familiare”. Anche per il presidente del Censis Giuseppe De Rita, bisogna guardare al territorio e alle “esperienze istituenti”, che in esso si generano. “Non ci sono interventi dello Stato che possono cambiare il mondo, anche il welfare è cambiato e oggi è totalmente monco – afferma – Una vera politica di Welare non c'è, ma nel frattempo sono nate alcune esperienze sul territorio, che ci fanno parlare di welfare comunitario”.

Per Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’università di Bologna bisogna passare da un’idea di Welfare legato alla fragilità, a un modello pensato per la vulnerabilità, cioè per quei soggetto che hanno il 50 per cento di probabilità di cadere una situazione di disagio. “Occorre anche pensare a un nuovo modo di strutturare i servizi del welfare – aggiunge - cioè a una sussidiarietà circolare, in cui enti pubblici, soggetti economici e del Terzo settore, interagiscono sia per la progettazione degli interventi sia per la loro erogazione, sulla base di schemi che prevedono limiti e compitenze”. Secondo Zamagni in alcune aree questo sta avvenendo e i risultati già si vedono ma è “il mondo terzo settore deve passare dall’essere un operatore sociale a diventare un imprenditore sociale –aggiunge – questo balzo è necessario”. Anche Flavio Felice, professore di economia all’università Lateranense ha ricordato che il “ciclo di sussidiarietà richiama un'esigenza di raccordo degli ordini civili”. “Spesso facciamo riferimento alla società civile, alla cultura civile, ma dovremmo iniziare a ragionare su ciò che è realmente civile – afferma - . E iniziare a pensare alla società civile come argine critico, come limite, e a un ordine politico necessario”. (ec)


Tratto da: http://www.affaritaliani.it/emilia-romagna/prima-le-persone-poi-il-rigore-zamagni-ripensare-l-economia060513.html?refresh_ce

giovedì 2 maggio 2013

Chi comanda in Italia?

Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

a cura di Gianpiero Magnani


Chi comanda in Italia? E’ la domanda che si pone Giulio Sapelli nel suo ultimo libro che analizza i motivi della disgregazione politica nel nostro Paese, con conseguenze economiche e sociali negative che sono sempre più evidenti agli occhi di tutti.

Il sistema politico italiano, osserva Sapelli, è invertebrato, è ”un insieme gassoso di forze” caratterizzato da contrapposizioni puramente personalistiche, dove tutti vogliono comandare anzitutto per impedire agli altri di comandare: “l’importante non è vincere, ma impedire agli altri di vincere”. Il risultato finale è che, se nessuno comanda, alla fine una forza che comanda comunque c’è, ed è il denaro.

La disarticolazione dei poteri in Italia non è recente, ma risale almeno agli anni Novanta, con le privatizzazioni prive di liberalizzazioni e con l’accresciuto potere autonomo degli ordini dello Stato, a partire dalla magistratura; una disarticolazione accresciuta dalla sostanziale mancanza di classi dirigenti, sia in politica che in economia, che in passato si erano invece prodotte nel nostro Paese grazie soprattutto ad influenze estere, prima con la Resistenza (che riuniva persone formatesi nel cattolicesimo internazionale, nel socialismo internazionale, nel comunismo internazionale) e poi col managerialismo americano, a partire dal Piano Marshall. Queste persone avevano una formazione che le portava ad interpretare una “missione storica” che era ben lontana dal perseguimento di interessi particolari; ed erano attive sia in politica che in economia, in particolare esistevano in Italia importanti classi dirigenti nell’industria pubblica e, in alcuni casi, in quella privata (Adriano Olivetti, Alberto Pirelli). Ma dagli anni Settanta è iniziato il ripiegamento verso l’interno, culminato nella “distruzione dei partiti di massa, con l’emersione dei partiti arcipelago a forma neo-caciquista. Ossia personalistica” (L’inverno di Monti). Solo i sindacati, le Camere di Commercio e le rappresentanze degli imprenditori sono rimaste ancora salde, mentre oggi sempre di più si impone un nuovo patto per la legalità e per la crescita, con l’abbandono delle politiche dell’austerità e l’avvio di un keynesismo europeo.

Invece si è voluto realizzare un grande progetto come quello dell’Unione Europea solo per via monetaria, senza introdurre tutti gli altri strumenti necessari, a partire da una Banca Centrale che funzioni come la Federal Reserve americana fino a strumenti politici che sono indispensabili per un’unione di questo tipo, “un parlamento che decide anziché una commissione che decide”; ma l’unificazione europea è stata costruita per via amministrativa e monetaria, non politica: “di qui l’Europa come Leviatano burocratico; bersaglio ideale per il neo-populismo di sinistra e di destra” (L’inverno di Monti). La creazione di una moneta unica senza stato unitario ha creato infine le condizioni per la speculazione internazionale contro l’euro, da parte di quell’ “oligopolio finanziario mondiale, che comunemente si chiama mercato” (L’inverno di Monti).

Una urgente inversione di rotta perciò si impone, se vogliamo impedire la disgregazione dell’Europa: “riformare lo statuto della BCE sulla scorta di quello della FED, abbandonare le politiche d’austerità e, distinguendo lo spreco pubblico dalla spesa pubblica, dar vita a un keynesismo europeo, non nazionale”.

E’ altresì necessaria una profonda riforma che difenda il lavoro, evitando le sofferenze personali che derivano da una flessibilità che in tempi di crisi è distruttiva perché, osserva Sapelli, la precarietà “un conto è viverla in tempi di crescita economica e un conto è viverla quando c’è la crisi”; si impone allora come necessaria “la creazione di nuove forme comunitarie di welfare che assumeranno anche forme di nuove unità economiche non capitalistiche”.

Assistiamo invece sempre di più allo spostamento del reddito dal lavoro al capitale, un fenomeno che ha creato le condizioni materiali di quel totalitarismo liberistico, un pensiero unico che è alla base delle crisi economiche degli ultimi anni; da questo punto di vista, le sinistre politiche dei paesi occidentali non solo non hanno saputo interpretare le esigenze delle forze produttive e del lavoro, e la loro stessa tradizione storica, ma hanno inseguito la modernità, il “nuovo” troppo spesso identificato col mondo della finanza e con le liberalizzazioni in quanto tali: “L’aver posto al centro dell’organizzazione sociale il denaro, anziché il lavoro, ha avuto conseguenze devastanti. E questo per l’impossibilità del denaro (…) di riaggregare il sociale e di dare ad esso un significato di comunità riproducibile”.

A questo proposito, nel libro La Crisi Economica Mondiale Sapelli suggerisce di considerare la dialettica rendita-profitto come elemento indispensabile per misurare la salute di un sistema economico e sociale: “Se la rendita prevale sul profitto la società si ammala, le forze vive dello sviluppo declinano a vantaggio dell’interesse parassitario, che spinge all’oligopolio e alla collusione tra pubblico e privato, con conseguenze che possono introdurre tossine pericolosissime per l’equilibrio sociale”.

Oltre alla stabilità dei prezzi, occorre quindi considerare la piena occupazione come obiettivo prioritario da perseguire con politiche pubbliche adeguate.

A livello mondiale però, a dispetto delle privatizzazioni, si sta profilando un nuovo capitalismo politico, diverso dalla proprietà collettiva, e ben rappresentato dai fondi sovrani: questo neopatrimonialismo partitocratico potrebbe avere conseguenze rilevanti sull’economia futura e screditare ulteriormente la politica, il cui campo d’azione nel nostro Paese si va peraltro restringendo, a favore di altri poteri; andrebbero perciò recuperati gli studi e le lezioni dei grandi teorici delle élite, Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, per far capire anzitutto come le classi politiche possano vivere “non di politica, ma per la politica”. Perché ciò di cui abbiamo bisogno sono forti poteri aggregativi, democratici, e “forti culture umanistiche che diano visione e speranza a ciò che rimane di un popolo sempre più solo” (Chi comanda in Italia).


Riferimenti bibliografici:
- Giulio Sapelli, CHI COMANDA IN ITALIA, ed. Guerini e Associati, Milano 2013
- Giulio Sapelli, L’INVERNO DI MONTI. Il bisogno della politica, ed. Guerini e Associati, Milano 2012
- Giulio Sapelli, LA CRISI ECONOMICA MONDIALE, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2008

2 Maggio 2013
Gianpiero Magnani @ gianpiero.magnani@libero.it



Tratto da: http://valori.it/speciali/chi-comanda-italia-6353.html