Finalmente...
Il progetto Brave Dreams del chirurgo vascolare Paolo Zamboni partirà tra pochi giorni. Prima sarà la volta dell'azienda ospedaliera-universitaria di Ferrara, poi dell'Usl di Bologna, successivamente l'ospedale Cannizzaro di Catania e infine altre undici strutture sanitarie distribuite in tutta Italia
di Antonella Beccaria
Si parte con la sperimentazione clinica. Il progetto è quello che va sotto il nome di Brave Dreams (acronimo di Brain venous drainage exploited against multiple sclerosis) e, sotto il coordinamento del chirurgo vascolare Paolo Zamboni dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara, il suo scopo è quello di verificare gli effetti sulla sclerosi multipla intervenendo per rimuovere le ostruzioni sanguigne determinate dall’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (Ccsvi).
L’annuncio ufficiale è stato dato da Carlo Lusenti, assessore regionale alla salute, e con la selezione dei pazienti si partirà a metà della prossima settimana, iniziando nei centri dell’Emilia Romagna che hanno aderito alla sperimentazione, finanziata con 2 milioni e 900 mila dalla Regione stessa lo scorso febbraio. Tra i centri, oltre al presidio ferrarese dove opera il clinico che ha dato il nome alla tecnica di intervento, il “metodo Zamboni”, c’è l’Usl di Bologna. Dopodiché sarà la volta dell’azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania e delle 14 strutture su 20 che hanno già ricevuto il nulla osta dai comitati etici dopo l’esame del protocollo la cui stesura è stata coordinata dall’agenzia sanitaria e sociale dell’Emilia-Romagna.
Per quanto riguarda l’inizio della sperimentazione, che era attesa a settimane, l’ok definitivo è giunto dopo che il ministero della Salute si è pronunciato in senso positivo lo scorso 17 luglio. A dare il contributo finale affinché ciò avvenisse un precedente parere, quello della commissione unica dispositivi medici del dicastero, chiamata a esprimersi sull’uso dei palloncini da angioplastica previsti dal protocollo Brave Dreams. A questo punto, dunque, si passerà alla verifica dell’intuizione da cui era partito il professor Zamboni, quando aveva cominciato a studiare la malformazione che impedisce il deflusso del sangue dal cervello e che può portare a ristagni ematici all’interno del cranio con conseguente accumulo di tossine.
La patologia – è stato riscontrato poi anche in centri clinici diversi da quello di Ferrara (tra questi, la Fondazione Don Gnocchi di Milano, l’ospedale Sant’Antonio di Padova e il policlinico Vittorio Emanuele di Catania, oltre a ospedali stranieri) – può presentarsi indipendentemente dalla sclerosi multipla. Ma, sempre secondo i ricercatori che hanno seguito il metodo Zamboni fin dal training ad hoc a cui i medici vascolari vengono sottoposti, i pazienti affetti dalla malattia neurologica degenerativa avrebbero la Cssvi con una frequenza che va oltre il 90%.
Per il clinico ferrarese e per i colleghi che hanno adottato le sue tecniche sia diagnostiche (come l’ecocolor dopler e la flebografia) che terapeutiche (la rimozione delle ostruzioni), esisterebbe la possibilità di beneficiare di effetti positivi sulla sclerosi multipla adottando un approccio vascolare, oltre a quello tradizionale di tipo neurologico. In altre parole, correggendo i problemi di deflusso del sangue nelle vene che non inviano correttamente sangue a polmoni e cuore, si possono ottenere miglioramenti, tra cui miglior qualità di vita, recupero del tono muscolare e almeno parziale ripresa dell’attività fisica.
Una sessantina per centro medico il numero dei pazienti che entrerà nel programma di sperimentazione, che costerà circa 3.500 euro a paziente. La selezione verrà fatta in base alla storia clinica dei candidati, che non devono aver superato uno specifico livello di gravità nella progressione della sclerosi multipla. E ognuno di questi sarà trattato per un anno, al termine del quale si aprirà la fase – dai 18 ai 24 mesi – durante la quale i risultati saranno relazionati alla comunità scientifica.
Si tratta di un momento atteso anche da una onlus, la Ccsvi nella sclerosi multipla, che ha come presidente onorario Nicoletta Mantovani e che nel corso degli ultimi anni ha appoggiato le ricerche di Paolo Zamboni attivandosi sia presso le istituzioni che presso i privati per raccogliere pareri e finanziamenti. Ancora di recente Gisella Pandolfi, presidente nazionale dell’associazione, aveva chiesto che si partisse quanto prima con la sperimentazione per verificare le correlazioni tra le due malattie. E aveva aggiunto: “Noi questo affermiamo e vogliamo: che si prenda atto della ricerca internazionale fin qui compiuta e in continua evoluzione, in un confronto sereno e serio. Ricordiamo che i malati di sclerosi multipla sono oltre 60 mila in Italia e 2 milioni e mezzo nel mondo. Per la maggior parte giovani adulti, due su tre donne”.
Tratto da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/29/metodo-zamboni-al-via-sperimentazione/309802/
lunedì 30 luglio 2012
Sclerosi multipla, al via la sperimentazione clinica del “metodo Zamboni”
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sabato 28 luglio 2012
Cooperazione: un modello attuale e credibile
Due giorni per approfondire il modello cooperativo. E per riflettere sulla sua attualità. Riva del Garda ha ospitato il convegno sulla cooperazione nell’anno internazionale proclamato dall’Onu. Una visione del mondo che ha ancora molto da dire alla società in crisi economica e di valori.
di Walter Liber
La cooperazione come risposta ai fallimenti del mercato e alle crisi della società? Scordatevelo, non è di questo che si è parlato a Riva del Garda. No al modello che vorrebbe la cooperazione correre in aiuto alle società di capitale che licenziano ai primi segnali di crisi, no ad una cooperazione emarginata a fare da supplenza per i periodi critici, e magari tornare nell’oblio quando le cose vanno bene.
Sì invece ad una cooperazione che interpreta con lucidità, innovazione e responsabilità una società alla ricerca di nuovi valori ed orizzonti, che si interroga sul proprio modello e ridefinisce la propria missione.
In realtà anche la crisi di cui stiamo vivendo le fasi più drammatiche ci insegna che serve una visione nuova del vivere civile, del fare impresa, dell’essere in rapporto con gli altri. “L'impresa capitalistica da sola non ha futuro, serve la diversità”, ha detto lo storico dell’economia Giulio Sapelli, uno dei relatori di punta al convegno di Riva. “Le società non stanno insieme sui conflitti, serve l'amore gli uni per gli altri.
Il bene comune consente al mercato di funzionare, lo tempera. Le società funzionano bene se hanno una economia polifonica”.
Lo hanno spiegato bene illustri studiosi che si sono avvicendati sul palco. Mauro Magatti, preside di Sociologia alla Cattolica di Milano, non nasconde che “i livelli di diseguaglianza sono aumentati in tutti i paesi occidentali. È come se le economie mature avessero segato il ramo su cui erano sedute”. Veniamo fuori da un ventennio in cui i tecnicismi ci hanno abituato ad avere tutto. La finanza che correva dietro ai debitori ha provocato alla fine la bolla immobiliare negli Stati Uniti, quando i debitori non sono più riusciti a pagare i loro debiti. Con le conseguenze a tutti note.
E allora, come si fa a tenere su l'economia e ripagare il debito nello stesso tempo? Di nuovo Magatti: “la solidità della crescita economica passa attraverso lo sviluppo di una comunità. Occorre delineare un nuovo orizzonte di senso, sapendo che la crescita della società non può significare espansione. Essere competitivi è una condizione necessaria, ma non può essere la motivazione”.
Centrale sarà sempre di più il tema delle alleanze. Occorre individuare, oggi nuove categorie di beni da mettere accanto a quelli materiali: ad esempio l'ambiente, la qualità della vita, i beni relazionali. Tanto spazio che è ancora inesplorato, e sui cui la cooperazione ha molto da dire.
Un economista tra i più convinti della validità del modello cooperativo come Stefano Zamagni ha spiegato molto bene a quattrocento studenti trentini la specificità cooperativa rispetto all’impresa capitalistica.
“il capitalista massimizza il profitto, il cooperatore condivide i fini. Nell’azione comune ognuno mantiene la titolarità delle proprie azioni, di cui è responsabile”.
La (bio)diversità cooperativa, un valore
“La filosofia cooperativa è moderna e post moderna – ha ricordato il direttore della Federazione Carlo Dellasega introducendo la tavola rotonda internazionale sulla diversità cooperativa – gli individui vincono se stanno insieme”. “Stiamo passando da un modello economico interamente basato sul mercato – ha osservato Carlo Borzaga, presidente di Euricse – a un altro modello dove, probabilmente, consumeremo meno beni e dove la domanda di qualità sarà maggiore della quantità”.
Maria Mercedes Placencia, sottosegretario al ministero dello sviluppo sociale dell’Ecuador, ha portato l’esperienza del paese sudamericano in cui il modello cooperativo di economia solidale rappresenta l’ossatura di un grande progetto di sviluppo economico e sociale. In Ecuador, su quasi 22 mila società di economia popolare e solidale, il 31% è cooperativa pari a 6.979 realtà. Rappresentano il 40% dell’occupazione nazionale.
In Inghilterra, negli ultimi vent’anni, si è assistito a un autentico rinascimento delle cooperative. Tutto è partito dalla creazione di una banca cooperativa. “Quell’esperienza – ha affermato Linda Shaw, vicedirettrice di Co-operative College di Manchester – ha fatto da traino per un revival di questa forma di impresa che esprime numeri importanti in particolare nel settore del consumo”.
“Sostanzialmente i vantaggi della presenza cooperativa nel mercato – ha concluso Borzaga – sono riassumibili nella maggiore libertà data alle persone, nell’avvicinare la produzione ai bisogni reali, nel garantire livelli di concorrenza più elevata a beneficio del consumatore”. Borzaga ha anche dimostrato con i numeri che laddove, in Italia, c’è maggiore intensità di credito cooperativo, il tasso di interesse dei prestiti cala e l’interesse sui depositi cresce a tutto vantaggio del risparmiatore.
di Walter Liber
La cooperazione come risposta ai fallimenti del mercato e alle crisi della società? Scordatevelo, non è di questo che si è parlato a Riva del Garda. No al modello che vorrebbe la cooperazione correre in aiuto alle società di capitale che licenziano ai primi segnali di crisi, no ad una cooperazione emarginata a fare da supplenza per i periodi critici, e magari tornare nell’oblio quando le cose vanno bene.
Sì invece ad una cooperazione che interpreta con lucidità, innovazione e responsabilità una società alla ricerca di nuovi valori ed orizzonti, che si interroga sul proprio modello e ridefinisce la propria missione.
In realtà anche la crisi di cui stiamo vivendo le fasi più drammatiche ci insegna che serve una visione nuova del vivere civile, del fare impresa, dell’essere in rapporto con gli altri. “L'impresa capitalistica da sola non ha futuro, serve la diversità”, ha detto lo storico dell’economia Giulio Sapelli, uno dei relatori di punta al convegno di Riva. “Le società non stanno insieme sui conflitti, serve l'amore gli uni per gli altri.
Il bene comune consente al mercato di funzionare, lo tempera. Le società funzionano bene se hanno una economia polifonica”.
Lo hanno spiegato bene illustri studiosi che si sono avvicendati sul palco. Mauro Magatti, preside di Sociologia alla Cattolica di Milano, non nasconde che “i livelli di diseguaglianza sono aumentati in tutti i paesi occidentali. È come se le economie mature avessero segato il ramo su cui erano sedute”. Veniamo fuori da un ventennio in cui i tecnicismi ci hanno abituato ad avere tutto. La finanza che correva dietro ai debitori ha provocato alla fine la bolla immobiliare negli Stati Uniti, quando i debitori non sono più riusciti a pagare i loro debiti. Con le conseguenze a tutti note.
E allora, come si fa a tenere su l'economia e ripagare il debito nello stesso tempo? Di nuovo Magatti: “la solidità della crescita economica passa attraverso lo sviluppo di una comunità. Occorre delineare un nuovo orizzonte di senso, sapendo che la crescita della società non può significare espansione. Essere competitivi è una condizione necessaria, ma non può essere la motivazione”.
Centrale sarà sempre di più il tema delle alleanze. Occorre individuare, oggi nuove categorie di beni da mettere accanto a quelli materiali: ad esempio l'ambiente, la qualità della vita, i beni relazionali. Tanto spazio che è ancora inesplorato, e sui cui la cooperazione ha molto da dire.
Un economista tra i più convinti della validità del modello cooperativo come Stefano Zamagni ha spiegato molto bene a quattrocento studenti trentini la specificità cooperativa rispetto all’impresa capitalistica.
“il capitalista massimizza il profitto, il cooperatore condivide i fini. Nell’azione comune ognuno mantiene la titolarità delle proprie azioni, di cui è responsabile”.
La (bio)diversità cooperativa, un valore
“La filosofia cooperativa è moderna e post moderna – ha ricordato il direttore della Federazione Carlo Dellasega introducendo la tavola rotonda internazionale sulla diversità cooperativa – gli individui vincono se stanno insieme”. “Stiamo passando da un modello economico interamente basato sul mercato – ha osservato Carlo Borzaga, presidente di Euricse – a un altro modello dove, probabilmente, consumeremo meno beni e dove la domanda di qualità sarà maggiore della quantità”.
Maria Mercedes Placencia, sottosegretario al ministero dello sviluppo sociale dell’Ecuador, ha portato l’esperienza del paese sudamericano in cui il modello cooperativo di economia solidale rappresenta l’ossatura di un grande progetto di sviluppo economico e sociale. In Ecuador, su quasi 22 mila società di economia popolare e solidale, il 31% è cooperativa pari a 6.979 realtà. Rappresentano il 40% dell’occupazione nazionale.
In Inghilterra, negli ultimi vent’anni, si è assistito a un autentico rinascimento delle cooperative. Tutto è partito dalla creazione di una banca cooperativa. “Quell’esperienza – ha affermato Linda Shaw, vicedirettrice di Co-operative College di Manchester – ha fatto da traino per un revival di questa forma di impresa che esprime numeri importanti in particolare nel settore del consumo”.
“Sostanzialmente i vantaggi della presenza cooperativa nel mercato – ha concluso Borzaga – sono riassumibili nella maggiore libertà data alle persone, nell’avvicinare la produzione ai bisogni reali, nel garantire livelli di concorrenza più elevata a beneficio del consumatore”. Borzaga ha anche dimostrato con i numeri che laddove, in Italia, c’è maggiore intensità di credito cooperativo, il tasso di interesse dei prestiti cala e l’interesse sui depositi cresce a tutto vantaggio del risparmiatore.
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domenica 22 luglio 2012
Giustizia, libertà, felicità - Zamagni
Lavorare in una cooperativa è una scelta di giustizia, che esprime libertà e porta alla felicità.
Ha detto così il professor Stefano Zamagni ai 400 studenti trentini che si sono recati a Riva del Garda con i loro insegnanti per ascoltare la lezione dell’economista. Sul palco, prima di lui, i ragazzi avevano presentato i loro progetti di educazione cooperativa portati avanti nelle scuole dalla Federazione insieme alla Provincia.
Giustizia, libertà, felicità
“Un giovane che ama la giustizia farà fatica a lavorare nelle imprese di tipo capitalistico – ha detto l’economista –. Le diseguaglianze sono fortissime: chi vince diventa super-ricco, chi perde viene annientato. I giovani sono per natura avversi alle ingiustizie e non possono avere l’efficienza esasperata come unico obiettivo di vita”. E poi la libertà. “La vera libertà non è quella di scegliere ma di poter scegliere. Chi ama lalibertà ne accetta di rischi. Chi vuole la sicurezza vende quote di libertà e accetta il lavoro dipendente. Per questo il modo migliore per far avvicinare un giovane alla cooperazione è quello di fargli amare la libertà”. Lavorare in cooperativa, poi porta alla felicità, che è cosa diversa dall’utilità, che è collegata al possesso delle cose. “La felicità riguarda le relazioni tra persone: per essere felici bisogna essere almeno in due”. Secondo Zamagni all’interno degli ambienti di lavoro delle imprese capitalistiche le relazioni vengono limitate quando non addirittura evitate del tutto, perché considerate dannosi perditempo. “Così si uccide la felicità – ha detto –. La cooperazione ti consente (non garantisce) di tradurre in pratica giustizia libertà e felicità”.
L’origine della cooperazione
Alla base del capitalismo c’è l’idea di Thomas Hobbes secondo cui la natura umana è egoista. “In quel mondo – ha detto il professore – l’uomo è lupo contro gli altri. Questa concezione di impresa è risultata vincente fino a metà dell’Ottocento, quando come reazione a quest’approccio è nata la cooperazione”. Le prime cooperative sono state di consumo: spacci alimentari che vendevano ai soci a prezzi accessibili. Una risposta contro la miseria. “Questa origine – ha spiegato Zamagni – ha avuto un effetto di trascinamento che non ha giovato alla causa cooperativa. Ha fatto credere a intere generazioni di studiosi e di politici che la forma cooperativa fosse minore”. Lo stesso articolo 45 della Costituzione che parla di cooperazione ne cita la sua funzione sociale, perché la funzione economica è considerata appannaggio esclusivo delle imprese capitalistica: le imprese creano ricchezza, le cooperative redistribuiscono. “Allora questa differenziazione era giustificata oggi no – ha aggiunto –. Oggi dobbiamo recuperare il terreno perduto. Guai a dissociare l’economico dal sociale.
È un tentativo di delegittimare. La cooperazione è una forma superiore rispetto alla capitalistica: riesce a redistribuire ricchezza mentre la produce. Se esistessero solo imprese cooperative non ci sarebbe bisogno di welfare state, che è nato per il fallimento del mercato capitalistico”.
La differenza delle cooperative
In ogni impresa tutti sono consapevoli che ognuno ha bisogno dell’altro; ciascuno mantiene la responsabilità delle proprie azioni e tutti tendono al raggiungimento di un obiettivo comune. Nell’impresa capitalistica la comunione si ferma ai mezzi: il capitalista vuole massimizzare il profitto, il lavoratore massimizzare il salario. Uno ha bisogno dell’altro.
Nella cooperativa la comunanza si estende ai fini. Ne consegue che il modo di gestire e governare l’impresa sarà diverso: non la gerarchia ma l’autorevolezza.
“Il movimento cooperativo – ha suggerito il docente – deve mettere in atto delle strategie di protezione della propria identità. La tentazione di alzare le braccia e trasformarsi in imprese capitalistiche è forte.
L’antidoto è agire a livello culturale, anche rafforzando le reti, le forme di organizzazione orizzontale che fanno parlare di distretto cooperativo”.
di Dirce Pradella
Tratto da: Cooperazione Trentina n°4 Aprile 2012
Ha detto così il professor Stefano Zamagni ai 400 studenti trentini che si sono recati a Riva del Garda con i loro insegnanti per ascoltare la lezione dell’economista. Sul palco, prima di lui, i ragazzi avevano presentato i loro progetti di educazione cooperativa portati avanti nelle scuole dalla Federazione insieme alla Provincia.
Giustizia, libertà, felicità
“Un giovane che ama la giustizia farà fatica a lavorare nelle imprese di tipo capitalistico – ha detto l’economista –. Le diseguaglianze sono fortissime: chi vince diventa super-ricco, chi perde viene annientato. I giovani sono per natura avversi alle ingiustizie e non possono avere l’efficienza esasperata come unico obiettivo di vita”. E poi la libertà. “La vera libertà non è quella di scegliere ma di poter scegliere. Chi ama lalibertà ne accetta di rischi. Chi vuole la sicurezza vende quote di libertà e accetta il lavoro dipendente. Per questo il modo migliore per far avvicinare un giovane alla cooperazione è quello di fargli amare la libertà”. Lavorare in cooperativa, poi porta alla felicità, che è cosa diversa dall’utilità, che è collegata al possesso delle cose. “La felicità riguarda le relazioni tra persone: per essere felici bisogna essere almeno in due”. Secondo Zamagni all’interno degli ambienti di lavoro delle imprese capitalistiche le relazioni vengono limitate quando non addirittura evitate del tutto, perché considerate dannosi perditempo. “Così si uccide la felicità – ha detto –. La cooperazione ti consente (non garantisce) di tradurre in pratica giustizia libertà e felicità”.
L’origine della cooperazione
Alla base del capitalismo c’è l’idea di Thomas Hobbes secondo cui la natura umana è egoista. “In quel mondo – ha detto il professore – l’uomo è lupo contro gli altri. Questa concezione di impresa è risultata vincente fino a metà dell’Ottocento, quando come reazione a quest’approccio è nata la cooperazione”. Le prime cooperative sono state di consumo: spacci alimentari che vendevano ai soci a prezzi accessibili. Una risposta contro la miseria. “Questa origine – ha spiegato Zamagni – ha avuto un effetto di trascinamento che non ha giovato alla causa cooperativa. Ha fatto credere a intere generazioni di studiosi e di politici che la forma cooperativa fosse minore”. Lo stesso articolo 45 della Costituzione che parla di cooperazione ne cita la sua funzione sociale, perché la funzione economica è considerata appannaggio esclusivo delle imprese capitalistica: le imprese creano ricchezza, le cooperative redistribuiscono. “Allora questa differenziazione era giustificata oggi no – ha aggiunto –. Oggi dobbiamo recuperare il terreno perduto. Guai a dissociare l’economico dal sociale.
È un tentativo di delegittimare. La cooperazione è una forma superiore rispetto alla capitalistica: riesce a redistribuire ricchezza mentre la produce. Se esistessero solo imprese cooperative non ci sarebbe bisogno di welfare state, che è nato per il fallimento del mercato capitalistico”.
La differenza delle cooperative
In ogni impresa tutti sono consapevoli che ognuno ha bisogno dell’altro; ciascuno mantiene la responsabilità delle proprie azioni e tutti tendono al raggiungimento di un obiettivo comune. Nell’impresa capitalistica la comunione si ferma ai mezzi: il capitalista vuole massimizzare il profitto, il lavoratore massimizzare il salario. Uno ha bisogno dell’altro.
Nella cooperativa la comunanza si estende ai fini. Ne consegue che il modo di gestire e governare l’impresa sarà diverso: non la gerarchia ma l’autorevolezza.
“Il movimento cooperativo – ha suggerito il docente – deve mettere in atto delle strategie di protezione della propria identità. La tentazione di alzare le braccia e trasformarsi in imprese capitalistiche è forte.
L’antidoto è agire a livello culturale, anche rafforzando le reti, le forme di organizzazione orizzontale che fanno parlare di distretto cooperativo”.
di Dirce Pradella
Tratto da: Cooperazione Trentina n°4 Aprile 2012
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mercoledì 18 luglio 2012
Cosa portiamo a casa da Riva
Abbiamo fatto un azzardo e un po’ tremato ma, alla fine, possiamo dire che il Convegno di Riva del Garda dal titolo “La cooperazione per un mondo migliore”, è stato un successo.
Abbiamo voluto aprirlo con la mattinata dedicata ai ragazzi delle scuole superiori, ai loro docenti, ai loro dirigenti e ai loro genitori. E’ stato molto importante e speriamo di aver contribuito a “seminare”. La parte dove i giovani studenti sono stati i protagonisti è stata molto bella ed entusiasmante. La fatica di due giorni di relazioni e interventi è stata sopportata da moltissimi cooperatori attenti e la cosa ci riempie di soddisfazione perché la forte riflessione era diretta a noi soci. Si è scelto di valorizzare l’anno della cooperazione non attraverso una celebrazione ma puntando sull’analisi della situazione a livello macro e sui compiti nuovi o rinnovati che la proposta cooperativa ha di fronte.
Tutti gli autorevoli intervenuti nel convegno hanno sostanzialmente concordato sul punto che sempre di più viene riportato in evidenza da filoni di pensiero fra loro anche molto diversi ma che hanno al centro la preoccupazione intorno alla libertà degli uomini e delle donne, sull’attenzione da focalizzare circa i bisogni della persona, sull’impegno per la non marginalizzazione e la povertà di ampie fasce della popolazione mondiale. Oggi le grandi religioni e quelle minori, il pensiero sociale laico, l’economia e la politica alte, convergono sulla convinzione che o riusciamo ad apportare sostanziali riforme alla logica dell’accumulazione, alle modalità della crescita e cerchiamo di ragionare e concretizzare stili di sviluppo che effettivamente vadano a beneficio della maggioranza, oppure, se la strada è unicamente questa che conosciamo, la certezza è che, prima o poi, si va a sbattere e violentemente.
La “pratica cooperativa” deve prima affiancarsi e progressivamente sostituire la “pratica della competizione”. Abbiamo visto che anche con le più buone intenzioni il mercato è difficilmente regolabile. Tutta la discussione sulle norme da applicare al mercato è sostanzialmente falsa. Il mercato capitalistico è questo. La storia ha dimostrato che ci possono essere altri tipi di mercato e mi riferisco alla situazione precedente l’avvento dell’industrializzazione, ma sono per l’appunto “altri”. Quindi se pensiamo a qualche cosa di libero ma diverso, la forma che si evidenzia in prima istanza è la cooperativa.
Il contrario esatto della posizione residuale che si vorrebbe riservarle. Un’altra questione è uscita con forza e trova conferma anche nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI. Dice l’enciclica: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo. Il perseguimento, da parte del movimento cooperativo, del pensiero globale come “superiore” e necessario rispetto al pensiero tecnologico e specialistico, è anch’esso un modo per affrontare la realtà non solo dal punto di vista del desiderio dei mercati, che sono soggetti in carne ed ossa con precise ideologie e strategie di accumulazione, ma da quello delle persone comuni e delle loro legittime aspirazioni ed esigenze.
Per l’autunno abbiamo messo in cantiere ulteriori spazi di pensiero in occasione anche del 120esimo anniversario della Cooperazione di Credito Trentino. Crediamo sarà necessario che le considerazioni sulla concretezza cooperativa si trasformino in ragionamenti e comunicazione circa il peso economico effettivo della cooperazione nel contesto del nostro territorio e sulle strategie necessarie per consolidarla ulteriormente.
diego.schelfi@ftcoop.it
Tratto dalla rivista: Cooperazione Trentina. N°4 – Aprile 2012
Abbiamo voluto aprirlo con la mattinata dedicata ai ragazzi delle scuole superiori, ai loro docenti, ai loro dirigenti e ai loro genitori. E’ stato molto importante e speriamo di aver contribuito a “seminare”. La parte dove i giovani studenti sono stati i protagonisti è stata molto bella ed entusiasmante. La fatica di due giorni di relazioni e interventi è stata sopportata da moltissimi cooperatori attenti e la cosa ci riempie di soddisfazione perché la forte riflessione era diretta a noi soci. Si è scelto di valorizzare l’anno della cooperazione non attraverso una celebrazione ma puntando sull’analisi della situazione a livello macro e sui compiti nuovi o rinnovati che la proposta cooperativa ha di fronte.
Tutti gli autorevoli intervenuti nel convegno hanno sostanzialmente concordato sul punto che sempre di più viene riportato in evidenza da filoni di pensiero fra loro anche molto diversi ma che hanno al centro la preoccupazione intorno alla libertà degli uomini e delle donne, sull’attenzione da focalizzare circa i bisogni della persona, sull’impegno per la non marginalizzazione e la povertà di ampie fasce della popolazione mondiale. Oggi le grandi religioni e quelle minori, il pensiero sociale laico, l’economia e la politica alte, convergono sulla convinzione che o riusciamo ad apportare sostanziali riforme alla logica dell’accumulazione, alle modalità della crescita e cerchiamo di ragionare e concretizzare stili di sviluppo che effettivamente vadano a beneficio della maggioranza, oppure, se la strada è unicamente questa che conosciamo, la certezza è che, prima o poi, si va a sbattere e violentemente.
La “pratica cooperativa” deve prima affiancarsi e progressivamente sostituire la “pratica della competizione”. Abbiamo visto che anche con le più buone intenzioni il mercato è difficilmente regolabile. Tutta la discussione sulle norme da applicare al mercato è sostanzialmente falsa. Il mercato capitalistico è questo. La storia ha dimostrato che ci possono essere altri tipi di mercato e mi riferisco alla situazione precedente l’avvento dell’industrializzazione, ma sono per l’appunto “altri”. Quindi se pensiamo a qualche cosa di libero ma diverso, la forma che si evidenzia in prima istanza è la cooperativa.
Il contrario esatto della posizione residuale che si vorrebbe riservarle. Un’altra questione è uscita con forza e trova conferma anche nella “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI. Dice l’enciclica: Va tuttavia sottolineato come non sia sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale. L’uscita dalla arretratezza economica, un dato in sé positivo, non risolve la complessa problematica della promozione dell’uomo. Il perseguimento, da parte del movimento cooperativo, del pensiero globale come “superiore” e necessario rispetto al pensiero tecnologico e specialistico, è anch’esso un modo per affrontare la realtà non solo dal punto di vista del desiderio dei mercati, che sono soggetti in carne ed ossa con precise ideologie e strategie di accumulazione, ma da quello delle persone comuni e delle loro legittime aspirazioni ed esigenze.
Per l’autunno abbiamo messo in cantiere ulteriori spazi di pensiero in occasione anche del 120esimo anniversario della Cooperazione di Credito Trentino. Crediamo sarà necessario che le considerazioni sulla concretezza cooperativa si trasformino in ragionamenti e comunicazione circa il peso economico effettivo della cooperazione nel contesto del nostro territorio e sulle strategie necessarie per consolidarla ulteriormente.
diego.schelfi@ftcoop.it
Tratto dalla rivista: Cooperazione Trentina. N°4 – Aprile 2012
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sabato 7 luglio 2012
Il consumo collaborativo e altri interessanti interventi - TED
Il consumo e la produzione non sono più separati come nella tradizione industriale. Qualunque asset che una persona ha comprato può essere messo in produzione come avviene quando le persone affittano una stanza della loro casa con Airbnb. Ne parla Rachel Botsman, coautrice di "What's mine is yours" sul consumo collaborativo, a TED Global. Che porta vari esempi di autoimpiego part-time per integrare le entrate mettendo a frutto le proprie capacità. Come montare i mobili dell'Ikea per gli altri, per esempio. «Tutto il processo dipende dalla capacità di costruire un sistema di fiducia». Airbnb è riuscita a sviluppare un sistema abbastanza accettato ed era necessario perché si doveva ospitare qualcuno nella casa. «La reputazione è essenzialmente contestuale. Non c'è un solo algoritmo che serva a costruire la reputazione. L'insieme di notizie che si raccolgono online la costruisce. La reputazione diventerà una sorta di nuova moneta, più potente della nostra storia di clienti della banca. È un capitale molto complesso. Ci sono siti che costruiscono reputazione sulle persone somministrando questionari alle persone che le conoscono». Citazione di Mark Pagel, Wired for culture: «A good reputation can be used to buy cooperation from others».
Robin Chase, fondatrice di Zipcar, ha portato il car sharing a un nuovo livello e ha portato il concetto dall'America a Parigi e sviluppa l'idea del capitalismo cooperativo. Il valore è condiviso: peers incorporated. L'organizzazione crea economie di scala le persone creano il valore. Le automobili condivise per esempio muovono ogni giorno più persone del Tgv. E nessuno ha dovuto comprare l'auto. È tutto fatto con la capacità in eccesso. Etsy serve a vendere cose fatte in casa. Ora Chase guida Buzzcar. «Ora sappiamo come fare. Devi creare siti nei quali entrambi i lati dello scambio trovano tutto quello che serve». Coinvolgendo i peer, si ottiene un'organizzazione nella quale un sacco di gente ci lavora cercando il proprio vantaggio e portando vantaggio all'insieme, influenza l'organizzazione, genera innovazione. «Tutto quello che serve è fare una piattaforma che funziona bene, chiara e trasparente, nella quale tutti possono facilmente partecipare».
Amy Cuddy psicologa sociale, si occupa di body language: comunicazione e gesti, non solo per i suoi studi sulla negoziazione ad Harvard. I messaggi non verbali influenzano si compiono e si interpretano coinvolgendo tutto il corpo. Ci sono gesti universali: ti senti forte, hai vinto, fai un gesto di grandezza alzando le braccia; ti senti debole, ti fai piccolo e chiudi le braccia intorno al corpo... Questo vale sia per gli umani che per i primati. «C'è purtroppo anche un gender gap in questo fenomeno. Le donne fanno più spesso gesti di debolezza che di potenza». Ma i messaggi non verbali generano anche qualcosa dentro di noi? «Fare un gesto forzato di gioia in effetti genera gioia. Fare un gesto di potere in effetti genera un senso di potere». Le menti dei potenti sono più fiduciose e ottimiste, prendono più rischi. Le menti dei deboli le portano a lanciare gesti e messaggi non verbali le le conducono a indebolirsi ulteriormente. La scienza dice che questo si può correggere.
Jason McCue, avvocato, fondatore di H2O che si occupa di management della reputazione. E parla di come fidarsi degli sconosciuti. Possono essere terroristi. La risposta della società è cercare di conoscere meglio le persone. Ma anche rispondere contro il terrorismo. E la prima mossa è coinvolgere le vittime. Smettere di essere reattivi e diventare proattivi.
Segue Marco Tempest, una star di TED. Prestigiatore a base tecnologica.
Il programma prevede poi Jane McGonigal, autrice di "Reality is broken", che ha alimentato il movimento per i giochi seri che hanno la capacità di motivare le persone a partecipare a impegni collettivi. Nell'ultimo talk a TED di McGonigal aveva sostenuto che si possono passare più ore a giocare. Molte reazioni negative, basate sull'idea che il gioco è perdere tempo. Ma McGonigal riporta i risultati scientifici che dicono che i rimpianti più grandi delle persone in punto di morte sono concentrati sull'idea che si sarebbe dovuto passare più tempo con gli amici o a esprimersi più liberamente o a cercare di essere felice; e meno a lavorare. Il gioco è uno dei modi più chiari per essere se stessi, coltivare la felicità e gli amici. McGonigal racconta una sua esperienza personale ai confini con la morte. E di come ne è uscita disegnando un gioco. (Interruzione del collegamento elettrico: il discorso di McGonigal salta a questo punto...).
di Luca De Biase
tratto da: http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2012/06/parla-con-gli-sconosciuti-ted-global.html
Robin Chase, fondatrice di Zipcar, ha portato il car sharing a un nuovo livello e ha portato il concetto dall'America a Parigi e sviluppa l'idea del capitalismo cooperativo. Il valore è condiviso: peers incorporated. L'organizzazione crea economie di scala le persone creano il valore. Le automobili condivise per esempio muovono ogni giorno più persone del Tgv. E nessuno ha dovuto comprare l'auto. È tutto fatto con la capacità in eccesso. Etsy serve a vendere cose fatte in casa. Ora Chase guida Buzzcar. «Ora sappiamo come fare. Devi creare siti nei quali entrambi i lati dello scambio trovano tutto quello che serve». Coinvolgendo i peer, si ottiene un'organizzazione nella quale un sacco di gente ci lavora cercando il proprio vantaggio e portando vantaggio all'insieme, influenza l'organizzazione, genera innovazione. «Tutto quello che serve è fare una piattaforma che funziona bene, chiara e trasparente, nella quale tutti possono facilmente partecipare».
Amy Cuddy psicologa sociale, si occupa di body language: comunicazione e gesti, non solo per i suoi studi sulla negoziazione ad Harvard. I messaggi non verbali influenzano si compiono e si interpretano coinvolgendo tutto il corpo. Ci sono gesti universali: ti senti forte, hai vinto, fai un gesto di grandezza alzando le braccia; ti senti debole, ti fai piccolo e chiudi le braccia intorno al corpo... Questo vale sia per gli umani che per i primati. «C'è purtroppo anche un gender gap in questo fenomeno. Le donne fanno più spesso gesti di debolezza che di potenza». Ma i messaggi non verbali generano anche qualcosa dentro di noi? «Fare un gesto forzato di gioia in effetti genera gioia. Fare un gesto di potere in effetti genera un senso di potere». Le menti dei potenti sono più fiduciose e ottimiste, prendono più rischi. Le menti dei deboli le portano a lanciare gesti e messaggi non verbali le le conducono a indebolirsi ulteriormente. La scienza dice che questo si può correggere.
Jason McCue, avvocato, fondatore di H2O che si occupa di management della reputazione. E parla di come fidarsi degli sconosciuti. Possono essere terroristi. La risposta della società è cercare di conoscere meglio le persone. Ma anche rispondere contro il terrorismo. E la prima mossa è coinvolgere le vittime. Smettere di essere reattivi e diventare proattivi.
Segue Marco Tempest, una star di TED. Prestigiatore a base tecnologica.
Il programma prevede poi Jane McGonigal, autrice di "Reality is broken", che ha alimentato il movimento per i giochi seri che hanno la capacità di motivare le persone a partecipare a impegni collettivi. Nell'ultimo talk a TED di McGonigal aveva sostenuto che si possono passare più ore a giocare. Molte reazioni negative, basate sull'idea che il gioco è perdere tempo. Ma McGonigal riporta i risultati scientifici che dicono che i rimpianti più grandi delle persone in punto di morte sono concentrati sull'idea che si sarebbe dovuto passare più tempo con gli amici o a esprimersi più liberamente o a cercare di essere felice; e meno a lavorare. Il gioco è uno dei modi più chiari per essere se stessi, coltivare la felicità e gli amici. McGonigal racconta una sua esperienza personale ai confini con la morte. E di come ne è uscita disegnando un gioco. (Interruzione del collegamento elettrico: il discorso di McGonigal salta a questo punto...).
di Luca De Biase
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venerdì 6 luglio 2012
Il Potere della Paura - Canale Youtube
L'ultimo video caricato sul canale youtube è l'ottimo documentario della BBC "Il potere della paura", riproposto in Italia da "La storia siamo noi" di Giovanni Minoli.
Costruire un mondo migliore. Da sempre la promessa di qualunque politico. Ognuno, naturalmente, seguendo una propria strada, tutti però con la certezza che questa promessa li avrebbe portati ad una certa autorevolezza ed autorità.
Nel tempo, tuttavia, quella promessa si è rilevata un'illusione. Oggi la gente, ha smarrito qualunque fede residua nelle ideologie ed i politici vengono considerati come dei semplici amministratori. Ma da qualche tempo a questa parte, la politica sembra aver scoperto un nuovo modo per instaurare di nuovo il potere e l'autorità. Ad aggregare il consenso, oggi, non è più una promessa di prosperità. Oggi ad essere venduta è una promessa dalla protezione dagli incubi moderni. I politici ci promettono che ci salveranno da pericoli terribili che nemmeno riusciamo a vedere,o a comprendere e tra questi ovviamente nessuno è temibile come il terrorismo. Una rete potente, quanto sinistra con cellule dormienti in molti paesi del mondo. Una minaccia che richiede una sola risposta: la guerra. In realtà questa minaccia è una pura fantasia, una realtà dilatata e distorta ad uso e consumo degli stessi politici, un abbaglio che si è subdolamente diffuso e fatto strada tra i governi, i servizi segreti ed i mezzi di comunicazione di gran parte del mondo. Questo documentario vuole spiegare come e perché tale abbaglio si è diffuso e chi ne trae vantaggio. A l centro di questa storia ci sono due gruppi: i neo-conservatori americani ed i fondamentalisti islamici.
Entrambi questi gruppi sono formati da idealisti delusi dal fallimento del sogno liberale di un mondo migliore. Entrambi inoltre danno una spiegazione molto simile del motivo che ha causato questo fallimento.Questi due gruppi hanno cambiato il mondo, ma in modo assai diverso da quello che essi pensavano. Eppure hanno contribuito alla creazione di un incubo, quello di un organizzazione segreta che minaccia il mondo intero, un mito che i politici hanno immediatamente sfruttato per ritrovare quell'autirità e quel potere che avevano perduto e peggiore è la paura e maggiore è il potere.
Costruire un mondo migliore. Da sempre la promessa di qualunque politico. Ognuno, naturalmente, seguendo una propria strada, tutti però con la certezza che questa promessa li avrebbe portati ad una certa autorevolezza ed autorità.
Nel tempo, tuttavia, quella promessa si è rilevata un'illusione. Oggi la gente, ha smarrito qualunque fede residua nelle ideologie ed i politici vengono considerati come dei semplici amministratori. Ma da qualche tempo a questa parte, la politica sembra aver scoperto un nuovo modo per instaurare di nuovo il potere e l'autorità. Ad aggregare il consenso, oggi, non è più una promessa di prosperità. Oggi ad essere venduta è una promessa dalla protezione dagli incubi moderni. I politici ci promettono che ci salveranno da pericoli terribili che nemmeno riusciamo a vedere,o a comprendere e tra questi ovviamente nessuno è temibile come il terrorismo. Una rete potente, quanto sinistra con cellule dormienti in molti paesi del mondo. Una minaccia che richiede una sola risposta: la guerra. In realtà questa minaccia è una pura fantasia, una realtà dilatata e distorta ad uso e consumo degli stessi politici, un abbaglio che si è subdolamente diffuso e fatto strada tra i governi, i servizi segreti ed i mezzi di comunicazione di gran parte del mondo. Questo documentario vuole spiegare come e perché tale abbaglio si è diffuso e chi ne trae vantaggio. A l centro di questa storia ci sono due gruppi: i neo-conservatori americani ed i fondamentalisti islamici.
Entrambi questi gruppi sono formati da idealisti delusi dal fallimento del sogno liberale di un mondo migliore. Entrambi inoltre danno una spiegazione molto simile del motivo che ha causato questo fallimento.Questi due gruppi hanno cambiato il mondo, ma in modo assai diverso da quello che essi pensavano. Eppure hanno contribuito alla creazione di un incubo, quello di un organizzazione segreta che minaccia il mondo intero, un mito che i politici hanno immediatamente sfruttato per ritrovare quell'autirità e quel potere che avevano perduto e peggiore è la paura e maggiore è il potere.
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mercoledì 4 luglio 2012
QUELLA MONETA CHIAMATA WIR
Ottimo articolo sulle potenzialità e il significato della banca "Wir" e della cooperazione.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"
di Massimo Amato
Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).
Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.
Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.
La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.
Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.
Cos’è una banca?
Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.
Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.
Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.
Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.
Arriva Zimmermann
Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.
I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.
Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).
La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.
La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.
I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.
Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.
Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.
Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…
D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.
Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.
Umanizzare l’economia
Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».
L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.
Tratto dall'interessante rivista "Libertaria"
di Massimo Amato
Uno dei percorsi per uscire dalla crisi? Dare alle relazioni finanziarie un’impronta cooperativistica. Cioè quel modo di relazionarsi che affonda le radici nella storia dei movimenti popolari. Un esempio? Una moneta locale molto in uso in Svizzera: il Wir. Ecco come funziona quella moneta ideata da Werner Zimmermann, fondatore della banca cooperativa Wir. Attiva da quasi settant’anni. L’analizza Massimo Amato che insegna storia economica all’università Bocconi di Milano ed è autore con Luca Fantacci di Fine della finanza (2009) e di Il bivio della moneta (1999), Le radici di una fede (2008).
Vale la pena dirlo ancora una volta con chiarezza, a costo di apparire ripetitivi: la crisi che non accenna minimamente a finire non ha a che fare né soltanto con una congiuntura particolarmente sfavorevole né soltanto con i comportamenti particolarmente antisociali di alcuni esponenti del «capitale». È la crisi di un modo di erogare il credito che si fonda sulla rescissione del rapporto, necessariamente locale e individuale, fra creditore e debitore, e sulla sua dissoluzione nel reticolo globale e anonimo dei mercati finanziari.
Uscire dalla crisi implica che si provi a ricostituire questo rapporto a partire da ciò che ne costituisce l’essenza. Potrebbe essere, infatti, che il credito rettamente inteso non sia affatto un’erogazione di denaro a condizioni più o meno onerose entro un mercato tanto più efficiente quanto più esteso, ma innanzitutto la messa in atto di un rapporto di cooperazione. La necessità sempre più impellente di uscire dalla crisi non implica affatto un ritorno al passato, né tanto meno una chiusura nel «localismo», ma la possibilità di dare alle relazioni finanziarie un’impronta schiettamente cooperativa.
La tradizione del credito cooperativo affonda le radici nella storia dei movimenti popolari, cristiani, socialisti e anarchici, ed è riuscita, anche se con difficoltà crescenti, a mantenere viva la propria differenza rispetto al credito bancario fondato sulla moneta-merce, ossia sull’idea che il credito sia una fattispecie particolare della compravendita di merci. In realtà, se si fa attenzione alle effettive poste in gioco della finanza nel suo rapporto con l’economia reale, una banca cooperativa è incomparabilmente più adeguata di una banca normale a svolgere il ruolo che volentieri si attribuisce a ogni operatore finanziario, ossia quello di intermediario.
Nel caso della compravendita, l’intermediario è colui che fa incontrare un compratore e un venditore, al fine di facilitare il perfezionamento degli scambi di beni, contro beni o contro moneta. Ma se, semplicemente, ci atteniamo al fatto che la relazione di debito-credito non è un rapporto di compravendita, allora il ruolo del mediatore diviene ancora di più decisivo. Non si tratta solo di far incontrare debitori e creditori, ma anche di farli incontrare in modo tale che essi possano collaborare fra di loro, e in modo tale che l’attività di mediazione non assuma il carattere autonomo e autoreferenziale di un’attività a scopo di lucro.
Cos’è una banca?
Contro ogni apparenza derivante dal modello dottrinario che si è imposto negli ultimi decenni, senza che peraltro attorno e contro tale operazione si accendesse un dibattito, anzi grazie al soffocamento del dibattito sul piano teorico e mediatico, una banca non è un’impresa come le altre, il cui valore i suoi azionisti avrebbero il diritto di vedere costantemente aumentato, sulla base di flussi scontati di profitti futuri. Una banca non è un capitale da far fruttare. E tanto meno lo è una banca cooperativa. Certo si tratta di un’attività economica, vincolata al raggiungimento e al mantenimento di un bilancio che non sia in perdita. Ma, proprio perché il suo scopo è l’intermediazione, la sua efficienza non si misura sui suoi profitti, ma sul raggiungimento del più alto livello possibile di cooperazione fra debitori e creditori.
Tale cooperazione non ha nulla di crocerossino: un debitore coopera facendo tutto ciò che è in suo potere per mantenersi solvibile e per non indebitarsi al di là delle sue possibilità. Ma un creditore, a sua volta, coopera facendo in modo che il debitore possa ogni volta realmente pagare.
Tale cooperazione non solo ha ragioni economiche profonde, che non sono certo sfuggite a John Maynard Keynes, ma tocca radici ben più profonde. Il credito cooperativo è uno dei pilastri di una società libertaria, nel senso non tanto di una società senza poteri, ma di una società che opera per la riduzione a zero di ogni forma di autorità di comando. La costituzione del rapporto di credito in termini cooperativi è la via più diretta per abolire quella forma di autorità di comando che è la rendita (il potere di chi non lavora su chi lavora) e ciò restando sul pia- no economico e senza dovere operare amputazioni violente di interessi costituiti o di supposti diritti.
Che il creditore debba collaborare con il debitore a rendere possibile il pagamento dei debiti, è un fatto sociale che toglie in via di principio ogni superbia al «risparmiatore» e ogni sua pretesa di vedersi remunerato per il solo fatto che concede in prestito una moneta precedentemente accumulata. Il risparmio è una virtù borghese. Non è mai stata una virtù cristiana e non sarà mai una virtù autenticamente socialista. La cooperazione sì.
Arriva Zimmermann
Questo è quanto sapeva Werner Zimmermann, il fondatore di una banca cooperativa che da quasi settant’anni opera con una moneta locale nella patria della banca borghese.
Si tratta della banca cooperativa svizzera Wir.
Wir sta per «Wirtschaftsring», ossia «circuito dell’economia», ma in tedesco significa anche, più semplicemente, «noi». Zimmermann sapeva che il «noi» di una società cooperativa si costruisce anche istituendo un circuito economico. Amico di Silvio Gesell, l’economista radicale che proponeva la moneta a scomparsa, ossia una moneta a cui il tratto della merce e della riserva di valore fosse tolto per istituzione attraverso un tasso di interesse negativo da applicarsi alla sua pura e semplice detenzione, Zimmermann non è un teorico particolarmente importante. Ma è un uomo che non si tira indietro di fronte a un compito politico fondamentale. E lo fa in un momento in cui la crisi economica indurisce la già dura vita degli uomini in un regime capitalista. Wir viene fondata nel 1934, in un momento in cui la Svizzera conosce tassi di disoccupazione del 40 per cento e in cui le banche, esattamente come ora, non erogano credito a nessuno, tanto meno alle piccole e medie imprese.
I soci fondatori sono inizialmente sedici. Ora, dopo settant’anni di attività, Wir è la banca cooperativa di riferimento di 70 mila piccole e medie imprese che operano soprattutto nella Svizzera tedesca.
Con il tempo Wir ha aggiunto nuove forme di attività bancaria, ma il cuore del suo sistema cooperativo è il credito in compensazione sulla base di una contabilità in una moneta di conto locale, il Wir.
Il meccanismo è semplice: ogni socio Wir ha un conto in Wir, e accetta di essere «pagato» in questa moneta, che gli viene accreditata sul suo conto. Metto le virgolette perché questo pagamento sui generi sè in effetti una concessione di credito alla controparte, posto che i Wir non circolano all’e- sterno della banca e non hanno un controvalore in franchi svizzeri, ma solo un’equivalenza contabile con la moneta ufficiale (un Wir equivale a un franco svizzero).
La transazione fra i due soci si configura dunque come una concessione di credito da parte di chi accetta i Wir e come un finanziamento per chi con essi paga. Dal punto di vista contabile il conto corrente del primo ha una posta attiva pari alla posta passiva del secondo. Ma dal momento che si tratta di un circuito, e che i soci sono molti, il socio con un credito potrà spenderlo con altri soci che accetteranno i Wir in pagamento; il socio con un debito potrà ragionevolmente sperare di entrare nella catena dei pagamenti fra soci, compensando il suo debito in Wir con un credito a fronte di una cessione di beni o servizi. In linea di principio, dunque, tutti i conti correnti dei soci tendono al pareggio fra poste attive e passive. Ma questa convergenza dei bilanci verso il pareggio rende possibile nel tempo lo sviluppo di transazioni reali, in beni e servizi, che senza quel credito e debito inizialmente reciprocamente concessi non sarebbero semplicemente state possibili.
La tendenza al pareggio è in effetti l’unico criterio di gestione prudenziale di un sistema che non ha bisogno di riserve per poter erogare credito. Operativamente ciò implica che ogni correntista deve accettare una quantità di Wir non superiore a quella che potrà spendere. Se tutti si attengono a tale principio, è verosimile che ogni debito possa essere pagato semplicemente attraverso il meccanismo della spesa dei Wir.
I Wir, in altri termini, non si possono accumulare, nel senso che non c’è nessuna tendenza nel sistema a lasciare inoperante il potere d’acquisto incarnato dai Wir. E non tanto perché ciò sia vietato, ma perché la detenzione indefinita di potere d’acquisto in Wir non è economicamente efficiente, dal momento che nessun interesse positivo è percepito sugli attivi. Ogni somma accumulata in Wir perde, in termini comparativi, interesse che potrebbe guadagnare al di fuori della banca se fosse possibile convertirla in franchi ufficiali. Posto che tale conversione è statutariamente impossibile, l’unico modo economicamente sensato di usare i crediti Wir è spenderli, alimentando così il circuito.
Ci si potrebbe chiedere che cosa induca un’impresa a entrare nel circuito, e ad accettare di guadagnare crediti in Wir, posto che questi ultimi non fruttano interessi e possono essere spesi soltanto all’interno del circuito stesso. La risposta è semplice: così come chi ottiene un prestito in Wir può acquistare ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a permettersi, simmetricamente chi accetta di guadagnare un credito in Wir può vendere ciò che altrimenti non sarebbe riuscito a smerciare. Il credito in compensazione, reso possibile dal circuito Wir, offre dunque vantaggi speculari a creditori e debitori.
Ecco l’elemento cooperativo: non solo il credito si forma come dilazione di pagamento, e quindi come «aiuto» al debitore, ma, nella misura in cui è necessariamente speso, esso stimola un circuito di scambi che rende assai probabile che il debitore possa rientrare dal suo debito. Assai probabile perché in un sistema economico locale sufficientemente articolato non esistono operatori che abbiano solo clienti o solo fornitori, e quindi non esistono operatori che rischino di essere solo creditori e solo debitori.
Nato come sistema di credito in compensazione fra imprese, il sistema si è arricchito di altri aspetti. Da una parte i crediti Wir possono essere ceduti dalle imprese ai loro dipendenti, per esempio come premi di produzione; dal momento che fra le imprese aderenti al circuito ve ne sono molte che offrono prodotti di consumo (e segnatamente servizi alberghieri e di ristorazione, ma in generale tutti i servizi artigianali per la persona e per la casa), ogni privato possessore di Wir trova sempre il modo di spenderli. La Banca Wir emette una carta di debito che serve per effettuare tali pagamenti in Wir, che possono variare da un minimo del 30 per cento a un massimo del 100 per cento della somma. Di fatto i privati vengono inseriti nel circuito di compensazione rendendolo ancora più fluido. Si può immaginare infatti la seguente semplice triangolazione: un ristoratore paga i suoi fornitori in Wir, questi ultimi pagano parte del lavoro dei loro dipendenti in Wir e i dipendenti li spendono presso il ristoratore. Ma si tratta solo di un esempio. La compensazione è multilaterale: tutti sono potenzialmente in rapporto con tutti, e mai una transazione per la quale vi sia da una parte qualcuno disposto a vendere e dall’altra qualcuno disposto ad acquistare è resa impossibile da una mancanza di denaro. Del resto è proprio così che il circuito Wir ha potuto allargarsi costantemente: di fronte all’alternativa di perdere un affare o di accettare in parte dei Wir in pagamento nessun operatore economico sano ha esitazioni. Sono i clienti Wir a far affluire altri clienti nel circuito…
D’altra parte la Banca Wir svolge anche un’attività di raccolta e prestito in franchi svizzeri. Nel 2009 il credito complessivamente erogato è stato pari a 3,719 miliardi di franchi, di cui 876,3 milioni in Wir. Il circuito in Wir rende possibile una copertura dei costi di gestione della banca, semplicemente tramite il pagamento di commissioni sulle operazioni, che rendono inutile la richiesta di interessi da parte della banca, la quale, per i prestiti in Wir non deve rifornirsi di liquidità sul mercato, e dunque, posto che si tratti di una banca cooperativa senza scopo di lucro, i crediti in franchi svizzeri sono erogati a tassi molto inferiori rispetto ai tassi normalmente praticati dalle banche. Il tasso sui mutui immobiliari oscilla presso Wir da un minimo dell’1 per cento a un massimo dell’1,75 per cento. Di fatto non si tratta nemmeno di un tasso di interesse, ma della copertura delle spese di istruzione della pratica di credito.
Ma non solo: si tratta di apprezzare con più precisione il fatto che questa forma di erogazione del credito è al riparo dalle fluttuazioni del ciclo economico. Nella fase bassa della congiuntura anche i tassi delle altre banche sono formalmente bassi… salvo che le banche esitano a concedere mutui. Nella fase alta della congiuntura (come per esempio fino alla fine del 2007, quando le banche con- cedono credito anche a chi non sarà mai in grado di ripagare i suoi debiti), invece, lo spread fra i tassi di mercato e i tassi Wir diviene consistente.
Umanizzare l’economia
Infine vale la pena approfondire quanto osservato fra parentesi. Il sistema della liquidità rende non solo possibile ma anche necessaria, in fasi di espansione, l’inclusione nei circuiti del credito anche di quelli che sono detti subprime borrowers. La liquidità è talmente elevata che si presta anche a chi non se lo merita. L’innegabile (anche se effimero) vantaggio goduto da costoro ha fatto elevare dagli apologeti del sistema della liquidità alti peana alla funzione sociale dei mercati finanziari, capaci di «prestare anche ai poveri». Ma questo modo di «prendersi cura» dei soggetti economicamente deboli non fa che indebolirli: prima togliendo loro ogni dignità, poi togliendo loro anche la casa. In effetti, l’unico modo per rendere «bancabili i poveri» è smettere di pretendere che essi paghino rendite ai possessori di moneta. L’abbassamento sistematico dei tassi di interesse da parte di Wir è una via sana, l’unica, in realtà, e proprio perché non soggetta alle oscillazioni capricciose del ciclo economico, alla «democratizzazione della finanza».
L’esperienza di Wir è radicata nel contesto svizzero, ma i suoi elementi costitutivi sono in tutto e per tutto replicabili in altri contesti, culturali, legali e politici. L’unica cosa che serve è prendere sul serio ciò che è racchiuso nella semplice parola «cooperazione». Non va dimenticato che l’intento che animava Zimmermann e i suoi amici era una riforma ben più complessiva della società, in vista della costituzione di forme di convivenza fondate sulla semplice idea che la cooperazione non è una nozione vagamente «economica», ma che solo essa può dare alla parola economia tutta la familiarità e tutta la legalità di cui ha bisogno per poter risuonare umanamente.
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lunedì 2 luglio 2012
International Year of Cooperatives 2012 - Join the Revolution
Gli “anni internazionali” sono dichiarati dalle Nazioni Unite per attirare l’attenzione su temi di primaria importanza e incoraggiare delle iniziative a riguardo.
L’anno internazionale delle cooperative (2012) ha l’intento di accrescere la consapevolezza degli immensi contributi che le imprese cooperative apportano alla società: riduzione della povertà, democratizzazione della società, creazione di posti di lavoro, salvaguardia e miglioramento del tessuto sociale ecc.
L’Anno servirà anche a sottolineare la solidità del modello d’impresa cooperativa, e il ruolo che esso potrà ricoprire in futuro per lo sviluppo socio-economico a livello internazionale.
International Year of Cooperatives 2012
The Co-operative Ethical Plan - Join the Revolution
L’anno internazionale delle cooperative (2012) ha l’intento di accrescere la consapevolezza degli immensi contributi che le imprese cooperative apportano alla società: riduzione della povertà, democratizzazione della società, creazione di posti di lavoro, salvaguardia e miglioramento del tessuto sociale ecc.
L’Anno servirà anche a sottolineare la solidità del modello d’impresa cooperativa, e il ruolo che esso potrà ricoprire in futuro per lo sviluppo socio-economico a livello internazionale.
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domenica 1 luglio 2012
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La cooperazione: scenari internazionali - Intervista a Charles Gould
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sabato 30 giugno 2012
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venerdì 29 giugno 2012
A Bruxelles l’ “altro” Consiglio Europeo - Another road for europe? may be
Centocinquanta persone provenienti da differenti Paesi di tutto il Continente hanno partecipato giovedì 28 giugno a Bruxelles, in un’aula del Parlamento Europeo, al Forum “Another Road for Europe” (in appendice l’elenco delle realtà presenti). Data e luogo scelti non a caso: il giorno d’avvio del decisivo vertice del Consiglio d’Europa, a meno di trecento metri dall’edificio dove sono in riunione i Capi di governo degli stati dell’Unione per discutere di crisi dell’Eurozona.
Il Forum, nato dall’omonimo appello e introdotto dagli interventi dei promotori Rossana Rossanda e Mario Pianta, ha visto un confronto a tutto campo tra economisti, sociologi e politologi insieme ad esponenti dei movimenti sociali, delle organizzazioni sindacali, della società civile, con partiti e parlamentari europei (Verdi e Sinistra, ma anche Socialisti e democratici, compreso qualche nostrano PD). E’ impossibile dare qui conto per intero della ricchezza della discussione, prolungatasi per quasi dieci ore, ma cercheremo di segnalarne gli spunti più significativi.
DOMARE LA FINANZA
Il Forum si è articolato in tre sessioni di lavoro. La prima, dedicata a moneta unica, mercati finanziari, debito e politiche fiscali, è stata introdotta da Trevor Evans (della rete di economisti che redigono periodicamente il rapporto Euromemorandum) con un intervento che ha denunciato la condizione di “democrazia sospesa” a fronte dello strapotere della finanza e sottolineato come il dibattito ufficiale sia condizionato a monte da un’ “analisi fuorviante del problema”, in cui viene rimosso come l’origine della crisi del debito sovrano europeo sia da collocare nella crisi dei mutui statunitensi del biennio 2007-2008. Le banche europee sono state “affogate dai sub-prime” che avevano cartolarizzato, gli Stati europei sono corsi in loro soccorso facendo lievitare il debito pubblico e le minori entrate fiscali, in conseguenza della recessione di produzione e consumi, hanno fatto il resto.
A partire da questa lettura, Evans ha presentato una serie di proposte, poi in parte riprese e sintetizzate nel comunicato finale, tra le quali l’introduzione della settimana lavorativa di trenta ore, strumenti di “controllo sociale delle multinazionali” (l’attenzione critica è stata soprattutto puntata sulle centrali finanziarie – ha sostenuto – ma gli attori principali, anche delle dinamiche speculative, sono prevalentemente le grandi corporation), la ridefinizione della “posizione dell’Unione Europea nel mondo”, in particolare nel rapporto con il suo Sud, e la riduzione del consumo delle materie prime, anche per tagliare le emissioni di gas serra.
Ne è seguito un dibattito ampio: per Antonio Tricarico (re:common) bisogna capire “come riappropriarsi a livello europeo della finanza pubblica e sganciarla dalla speculazione finanziaria privata”, ad esempio – ha suggerito – rilanciando il ruolo delle banche d’investimento pubbliche, oggi dipendenti dal mercato finanziario. Per Jorgos Vassilikos, con il controllo dell’Eurogruppo, cioè della riunione dei ministri economici, sui bilanci nazionali si avvera il “sogno antidemocratico” descritto dal rapporto della Trilateral del 1975. Mentre sono impressionanti le cifre fornite da Andrea Banares (Fondazione Responsabilità Etica): il debito pubblico italiano corrisponde a meno dell’un per cento delle migliaia di miliardi di dollari in prodotti derivati, controllati dalle quattro più importanti banche d’affari di Wall Street. E solo in Italia il peso dei derivati è cresciuto negli ultimi vent’anni del 642 %, venticinque volte più del Pil. E’ la temporalità dei mercati finanziari, e della loro crisi in rapporto a quella della politica a risultare drammaticamente asimmetrica: per Banares, con la risoluzione del Parlamento Europeo a favore dell’introduzione della Tobin Tax, ovvero della tassazione delle transazioni finanziarie (TTF), si apre “uno spiraglio”, ma ci sono voluti vent’anni di campagne (e la portata della crisi) per arrivare a questa decisione politica, peraltro non ancora esecutiva, mentre bastano pochi millesimi di secondo per una decisione finanziaria dagli “effetti nocivi” devastanti.
Problematico, a mio avviso, l’intervento di Klaus Suehl (Rosa Luxemburg Stiftung): la sua insistenza, al ritorno da un viaggio ad Atene, sulla “necessaria solidarietà” da portare ai “popoli vittime della crisi” non può essere considerato solo un retaggio da cultura terzomondista anni Sessanta, ma è molto più rilevatore di un atteggiamento diffuso nella sinistra tedesca, che rischia di inibire invece la ricerca di una pratica sociale e politica comune del comune spazio europeo.
Sono seguiti gli interventi dei parlamentari europei: il ritorno rispetto alle questioni poste, e riassumibili nell’urgenza di stabilire forme di controllo sociale e democratico sulle dinamiche dei mercati finanziari, è stato senza alcun dubbio positivo, ma è difficile nascondere la sorpresa per il fatto che pure gli eurodeputati del Partito Democratico italiano, con alcuni tratti di involontaria comicità, quando “giocano in trasferta” appaiano quasi “estremisti”, dimentichi del sostegno generosamente offerto al Governo Monti e alle sue politiche.
A chiudere la sessione poche, ficcanti parole di Rossana Rossanda: a ricordare, dopo gli interventi di esponenti della CES (la Confederazione europea dei sindacati), come di fronte al quadro descritto non solo nessuno immagini l’indizione di uno sciopero generale continentale, ma addirittura i sindacati in Europa non si facciano “neppure una telefonata fra di loro”. Certo, le organizzazioni sindacali – ha aggiunto – non hanno più “alcun effettivo potere, ma sono troppo tranquilli per questo”. Insomma, la sinistra che lei ha conosciuto è stata sconfitta, negli ultimi trent’anni in Europa, ma “almeno, cominciate a parlarvi tra di voi.”
EVITARE UNA GRANDE DEPRESSIONE
La seconda sessione, in mattinata, si è occupata di “green new deal”, occupazione, conversione ecologica e beni comuni. Introdotta da Danny Lang (rete degli Economistes atterrés) intorno all’interrogativo su come “migliorare lavoro e welfare, senza tornare all’impossibile riproposizione del vecchio modello industrialista”, la relazione di Pascal Petit (Université Paris XIII) ha preso le mosse dalla constatazione che la stessa agenda politica neoliberista è diventata “ostaggio della finanza, controproducente rispetto ai suoi stessi fini”, insomma è andata “troppo in là”, trovandosi incastrata nella sua stessa “trappola ideologica”. Tutti i suoi paesi modello, di diversi modelli comunque sotto il segno del neoliberismo trionfante, sono in crisi, anche quando la nascondono: vale per gli Stati Uniti, così come per Germania e Gran Bretagna. E servono certo strumenti giuridici più avanzati per mettere a nudo e contenere gli effetti delle “debolezze” del sistema finanziario, ma non guasta anche il ricorso al “caro vecchio sistema del boicottaggio” di banche e istituzioni finanziarie. Questo per arrivare a rivedere e rafforzare le basi fondamentali dei servizi pubblici, anche a livello locale, molto erose negli ultimi vent’anni.
Ricchi di proposte, anche pratiche, per un rilancio in chiave ecologica e sociale dell’economia, gli interventi di Etienne Lebeau (Joint Social Conference), Giulio Marcon (sbilanciamoci!), Thomas Coutrot (Attac France) e Michele De Palma (FIOM). Quest’ultimo, in particolare, ha ricordato come oggi l’esercizio stesso della contrattazione sia impossibile per milioni di lavoratrici e lavoratori in Europa e come manchi un autentico sindacato europeo, una “coalizione di lavoratori” in grado di imporre un contratto continentale unico, incardinato su minimi salariali, limiti all’orario, diritti e superamento della precarietà. Per De Palma non basta discutere che cosa fa la finanza, ma è necessario interrogarsi su “quale crescita”, ragionare sull’intero processo produttivo, impedendo che la responsabilità per produzioni inquinanti e nocive sia scaricata, col ricatto, sui lavoratori. Allo stesso modo è indispensabile introdurre un reddito garantito per le giovani generazioni, per evitare che su di esse possa esercitarsi il ricatto della disoccupazione: uno strumento per “ricostruire autonomia, da Marchionne come dalla Lehman Brothers”.
Per l’economista Mariana Mazzucato (Open University, GB), bisogna “provocare i sindacati”, la loro è una strategia tutta difensiva e l’offensiva è ancora debole. Eppure servirebbe per porre con forza una grande questione redistributiva della ricchezza, “non solo per costruire un nuovo welfare, ma per andare a prendersi le risorse là dove si produce effettivamente valore.” E più risorse pubbliche andrebbero indirizzare proprio per investire nella ricerca delle tecnologie verdi.
Sian Jones (European Anti-Poverty Network) ha sottolineato la paradossale scarsa attenzione che viene dedicata, nel tempo della crisi, alle politiche di welfare: “l’agenda sociale europea sembra essere sparita”. E invece nuovi servizi sociali di protezione dovrebbero essere coniugati con le campagne contro razzismo e discriminazione. Ed è il momento giusto per pretendere una Direttiva dell’Unione Europea che disciplini livelli comuni ed universali di “reddito minimo”.
Il contributo dell’attivista bulgara Mariya Ivancheva (European Alternatives) ha riportato l’attenzione sul tema dei beni comuni. Ci sono lotte di cui poco si sa a livello continentale: proprio in una Bulgaria apparentemente pacificata, migliaia di persone si sono negli ultimi mesi mobilitate contro la politica silvicola dell’Unione Europea, che serve ad avallare la sistematica distruzione di migliaia di ettari di foreste nei Balcani. Tommaso Fattori (Forum dei movimenti per l’acqua) ha insistito su come il conflitto intorno ai “commons” stia al centro in Europa della battaglia per il “recupero dal basso di sovranità da parte di cittadini”. Per Jason Nardi (Social Watch), infine, bisogna de-industrializzare la produzione agricola, cancellarne il sovvenzionamento per incentivare gli investimenti veri, contribuire alla riduzione dei consumi, con scelte da “imporre anche in modo proattivo”.
Il giro di tavolo dei rappresentanti istituzionali è stato aperto da uno Stefano Fassina (PD) molto più prudente e “governativo” di chi lo aveva preceduto, ma che di fronte alla crescita innegabile dei divari sociali ha sottolineato il bisogno di “alleggerire la pressione fiscale sui cittadini lavoratori”, altrimenti si rischia nel breve termine il “rifiuto dell’Europa”. Dopo Marisa Matias (parlamentare portoghese della GUE), ha preso la parola Nichi Vendola che, in un’ottica politica, ha segnalato come tra crisi della sinistra, cioè “crisi di un punto di vista autonomo” sul mondo, e crisi dell’Europa, cioè di un “modello di incivilimento che aveva stabilito un rapporto culturale e costituzionale tra lavoro e libertà”, vi sia uno strettissimo rapporto. Tanto che “rinnovamento della sinistra e costruzione europea” stanno sul medesimo terreno. In qualità di amministratore locale, ha denunciato i paradossi del Patto di stabilità, che impedisce di spendere “per reagire alla crisi” le risorse virtuosamente accumulate; quello della difficoltà a difendersi dalla speculazione finanziaria, per cui la Regione Puglia è stata forse l’unico ente locale a riuscire a rinegoziare il proprio debito in derivati con un colosso come Merrill Lynch, ma il comune cittadino cliente di una banca non viene mai informato dei rischi che corrono i suoi risparmi investiti; quello infine del potere e della decisione democratica: “quanto conto io in realtà?” si è chiesto, se sono eletto da un milione di cittadini ma mi viene imposta la privatizzazione forzata di beni comuni quali l’acqua e l’energia.
UN’EUROPA DEMOCRATICA
La sessione pomeridiana, e conclusiva, è stata dedicata alla partecipazione e ai processi reali di “decision making” a livello continentale. Monica Frassoni (copresidente dei Verdi europei) non si è limitata a denunciare lo storico deficit democratico delle istituzioni comunitarie e lo “squilibrio di poteri” nel rapporto di governance tra i loro stessi organismi con la triangolazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio, in rigoroso ordine crescente di peso effettivo. Ma ha segnalato anche i rischi connessi ad un “permanente andare avanti e indietro” nella costruzione europea.
Rossana Rossanda si è domandata perché i popoli europei non credano nell’Europa, e la vocazione europeista sia rimasta una cultura politica d’élite, proprio nel continente che aveva inventato la democrazia come “forma di distribuzione del potere in una società”. La risposta sta nel vizio d’origine degli accordi di Maastricht del 1992, quando la comunità è stata fondata su un elemento estraneo alla politica, cioè l’economia. E, all’interno di questa, sull’elemento più astratto, cioè la moneta. La rappresentatività di chi governa realmente in Europa è quella delle forze economiche dominanti, perché si è passati dal “rapporto tra sovrano e popolo a quello tra forze economiche e forze politiche”, con le seconde al diretto servizio delle prime. Perciò la sfida dovrebbe consistere nella costruzione di un potere politico che sia, in chiave contemporanea, almeno all’altezza della settecentesca “divisione dei poteri” e dell’ottocentesco riconoscimento dei “diritti del lavoro”.
Susan George ha puntato in particolare la sua attenzione sul documento Van Rompuy-Draghi-Barroso-Juncker, in queste ore in discussione al Consiglio: un “manifesto antidemocratico” che consegna poteri enormi ad autorità non elette da nessuno, che procede “rapidamente” su una strada che deve essere bloccata dall’ “unità di un fronte del rifiuto”. E di fronte al quale non abbiamo tanto tempo.
E’ seguito un nutritissimo dibattito tra i cui contributi “dal basso” segnalo qui, al volo per ragioni di spazio, quelli di Hilary Wainwright (rivista Red Pepper), Pier Virgilio Diastoli (European Movement e Permanent Forum Civil Society), Pierre Jonckheer (presidente della Green European Foundation), Fabienne Orsi (Attac France), gli indignados di Barcellona Daniel Seco e Sergi Diaz, Raffaella Bolini (Arci), Walter Meier (Transform) e Roberto Musacchio (Altramente), tutti con accenti diversi orientati all’importanza di un processo costituente di uno spazio democratico europeo, a partire da un’idea non formale ma conflittuale di democrazia. Tra di essi particolare forza ha avuto il contributo di Lorenzo Marsili (European Alternatives) nel richiamare alla necessità di “fare politica a livello europeo”. Dopo aver citato i casi in cui ciò non è avvenuto, dallo sciopero generale continentale contro le politiche di austerity, alla difesa della Grecia dall’attacco subito e in corso, fino al rifiuto del fiscal compact – e non a caso il cruciale vertice del Consiglio europeo non ha visto contrapporsi alcuna visibile forma di protesta – Marsili ha indicato nell’esigenza che i partiti “cedano sovranità”, verticale e orizzontale; nell’elaborazione di una vera e propria “strategia politica” comune a livello continentale; nella costruzione di un programma di movimenti e società civile in vista del voto europeo del 2014, gli obiettivi minimi di questa fase.
La stessa Rossanda, in chiusura, è tornata sulla preferenza per un’ “ipotesi costituente transnazionale”, perché è la portata del cambiamento in atto a richiederla; mentre Mario Pianta ha indicato le tappe successive di un “lavoro congiunto” che qui ha avuto inizio.
MA … CONCLUSIONI PROVVISORIE
Credo che la discussione di Bruxelles abbia fatto compiere a tutti i suoi partecipanti un significativo passo in avanti. Le molto ragionevoli misure keynesiane di governo della finanza e di stimolo ad uno sviluppo non distruttivo e sostenibile, che qui sono state illustrate e che in parte sono recepite dal comunicato finale (riprodotto qui sotto), iniziano infatti a descrivere i contorni di una proposta di alternativa larga, immediatamente collocata sul terreno sociale ed ecologico. Questa proposta può davvero essere considerata patrimonio comune e condiviso delle differenti esperienze che qui si sono ritrovate.
Ma non si può fare a meno di sentirsi in sintonia con le realistiche “sgradevoli” considerazioni di Rossanda. Bisogna imparare tutti a dirsi la verità. E soprattutto le verità scomode. Realizzare anche solo un decimo dei ragionevoli obiettivi indicati dal Forum implicherebbe ed implica un drastico rovesciamento dei rapporti di forza, sociali e politici, dati. Insomma, per dirla con una formula: l’alternativa si presenta finalmente “ricca di contenuti”, ma drammaticamente “povera di forza”.
La discussione intorno alla questione democratica in Europa impone allora il tentativo di rispondere alla domanda: da dove partire affinché l’alternativa non risulti velleitaria?
La sensazione, più che una previsione che, di questi tempi, nessuno dovrebbe azzardarsi a fare, è che “Loro” cioè i signori riuniti a trecento metri di distanza nel palazzo del Consiglio stiano accelerando il processo di unificazione politica, certo sotto il segno delle politiche economiche neoliberiste e del deficit democratico, che fino a questo punto ci hanno portato. Quando si affrontano i temi dell’Unione fiscale e di quella bancaria è di questo processo che stiamo assistendo al consolidarsi.
E, allora mai come oggi, vi è la necessità che faccia irruzione sulla scena, su questa scena, un potere costituente radicalmente democratico, che sia nutrito da una nuova stagione di conflitto sociale in Europa. Perciò questa necessità marcia di pari passo con l’affermarsi di una capacità di pensare ed agire con modalità costituenti innovative, anche nelle relazioni tra di noi, nel campo di chi vuole costruire l’alternativa. E’ il tema delle “coalizioni” e riguarda tutti perché nessuno può più dirsi né esercitarsi da autosufficiente. Nel nostro piccolo, con le giornate di Francoforte, ci abbiamo provato. Ma l’idea delle coalizioni in Europa, da verificare nel vivo dei conflitti del presente, deve interessare ogni piano, quello dei movimenti sociali così come quello sindacale, tra le autonomie locali così come sul piano direttamente politico. E, allo stesso tempo, tra questi differenti livelli dev’essere instaurata una nuova dialettica intessuta di relazioni reali.
Ecco dunque il limite, ma anche la sfida stimolante che la discussione di Bruxelles ci consegna. Perché, come ha detto un certo Cesare Prandelli, “abbiamo capito che oltre alla tecnica, ci vuole la qualità e il cuore.” E se si mettono in campo tutti e tre questi elementi, si può provare sul serio a mandare a casa i custodi del “rigore” (così come si è fatto con quelli “dei rigori”) che schiacciano la democrazia, la vita e i diritti di milioni di donne e uomini d’Europa.
di Beppe Caccia
Bruxelles, 28 giugno 2012
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Il comunicato finale (versione italiana a cura di Gloria Bertasi)
Cinque proposte chiave
del Forum «Un'altra strada per l'Europa»
Bruxelles, 28 giugno 2012
Un'alternativa all'inerzia del Consiglio Europeo.
I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un'altra strada per l'Europa» del 28 giugno 2012 presso il Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.
Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:
Confrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea - segnata dall'interazione tra la crisi bancaria e la crisi del debito pubblico - la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di credito di ultima istanza nei fondi obbligazionari di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con comune senso di responsabilità dell'Eurozona, usando accordi istituzionali che potrebbero essere attuati senza dilazione; il debito deve essere valutato da un audit pubblico.
E' necessario un radicale ridimensionato del settore finanziario con una tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un'estensione del controllo sociale, nello specifico sulle banche che ricevono fondi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da supportare investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.
Le politiche di austerità dovrebbero essere rovesciate e il pesante condizionamento imposto ai Paesi che ricevono fondi emergenziali europei andrebbe rivisitato; la pericolosa costrizione del Patto di stabilità va rimossa cosicché i paesi possano difendere le spese pubbliche, sociali e i salari mentre l'UE assume un ruolo più ampio nello stimolare la domanda, promuovere la massima occupazione e imboccare un nuovo corso di crescita sostenibile. Inoltre, le politiche europee dovrebbero investire nell'armonizzazione fiscale, mettere la parola fine alla competizione fiscale e spostare il peso fiscale dal lavoro a una più elevata tassazione di profitti e ricchezza.
L'azione dovrebbe partire ora per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:
Un «new deal» verde può fornire una via d'uscita alla recessione in Europa con importanti investimenti a sostegno di una transizione ecologica verso la sostenibilità, aprendo così a posti di lavoro d'alta qualità, ampliando le conoscenze in nuovi ambiti d'innovazione e allargando le possibilità d'azione a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.
La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l'Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti, così come si è sviluppata con la crisi, dev’essere rovesciata. L'obiettivo è raggiungere una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più significativo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un'opportunità per compiere scelte tra le proposte alternative per l'Europa all'interno e trasversalmente negli Stati membri dell'Unione.
Nel rischio di un collasso, le politiche europee devono cambiare strada e un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste - specialmente nel Parlamento europeo - è imprescindibile per portare l'Europa fuori dalla crisi generata da neoliberalismo e finanza e verso una democrazia effettiva.
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Il comunicato finale (testo originale inglese)
Five Key Proposals for Another Road for Europe
Brussels, 28 June 2012
An alternative to European Council inaction
from the Forum “Another Road for Europe”
150 participants to the International Forum “Another Road for Europe” held on June 28, 2012 at the European Parliament in Brussels have discussed viable alternatives to the lack of remedial action on Europe’s crisis that is expected from the European Council in Brussels.
The practical actions that have been demanded include the following. As a matter of urgency:
1. Facing the dramatic acceleration of Europe’s financial crisis – marked by the interaction between a banking crisis and the public debt crisis – the European Central Bank must immediately act as a lender of last resort in the government bond market. The public debt problem has to be solved with a common responsibility of the eurozone, using institutional arrangements that could be put in place without delay; debt has to be evaluated by a public audit.
2. A radical downsizing of the financial sector is needed, with a financial transaction tax, limitations on speculative finance and capital movements, and an extension of social control in particular over banks receiving public funds. The financial system should be transformed, so that it supports socially and environmentally sustainable productive investment.
3. Austerity policies should be reversed and the heavy conditionality imposed on countries receiving EU emergency funds should be revised; the dangerous constraints of the “fiscal compact” need be removed, so that countries can defend public expenditure, welfare and wages, while the EU assumes a greater role in stimulating demand, promoting full employment and taking a new course of sustainable and equitable growth. Moreover, European policies should move towards fiscal harmonization, putting an end to tax competition, and shifting the tax burden away from labour and to a higher taxation of profits and wealth.
Action should start now for longer term changes in the following directions:
4. A green new deal can provide a way out of Europe’s recession, with large investments supporting an ecological transition toward sustainability, providing high quality jobs, expanding capabilities in new innovative fields and enlarging possibilities for action at the local level, especially on public goods.
5. Democracy has to be expanded at all levels in Europe; the European Union has to be reformed and the concentration of power in the hands of more powerful states that has taken place with the crisis has to be reversed. The aim is to achieve greater citizens’ participation, a major role for the European Parliament, and a much more significant democratic control over key decisions. The next European Parliament elections in 2014 must represent an opportunity for making choices amongst alternative proposals for Europe within and across European Member States.
Facing a risk of collapse, Europe’s policies need to change course, and an alliance between civil society, trade unions, social movements and progressive political forces - notably in the European Parliament - is required to lead Europe out of the crisis created by neoliberalism and finance and towards a fully fledged democracy.
Information in five languages and the original appeal “Another road for Europe” can be found at www.anotherroadforeurope.org.
For information and contacts:
anotherroadforeurope@gmail.com
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Le organizzazioni partecipanti al Forum: Active Citizenship Network, Altramente, Arci, Attac France, Attac Germany, Attac Finland, Centro studi Alternativa Comune, Corporate Europe Observatory, Economistes Atterrés, Euromemorandum, European Alternatives, European Anti-Poverty Network, European Federalist Movement, Fiom-Cgil, Green European Foundation, il Manifesto, Joint Social Conference, New Economics Foundation, OpenDemocracy.net, Red Pepper, Rete@sinistra, Rosa Luxemburg Stiftung, Sbilanciamoci!, Social Watch Italian coalition, Soundings, Transform! Europe, Transnational Institute, in collaborazione con i gruppi al Parlamento Europeo “The Greens EFA” e “GUE / NGL”.
tratto da: http://www.globalproject.info
Il Forum, nato dall’omonimo appello e introdotto dagli interventi dei promotori Rossana Rossanda e Mario Pianta, ha visto un confronto a tutto campo tra economisti, sociologi e politologi insieme ad esponenti dei movimenti sociali, delle organizzazioni sindacali, della società civile, con partiti e parlamentari europei (Verdi e Sinistra, ma anche Socialisti e democratici, compreso qualche nostrano PD). E’ impossibile dare qui conto per intero della ricchezza della discussione, prolungatasi per quasi dieci ore, ma cercheremo di segnalarne gli spunti più significativi.
DOMARE LA FINANZA
Il Forum si è articolato in tre sessioni di lavoro. La prima, dedicata a moneta unica, mercati finanziari, debito e politiche fiscali, è stata introdotta da Trevor Evans (della rete di economisti che redigono periodicamente il rapporto Euromemorandum) con un intervento che ha denunciato la condizione di “democrazia sospesa” a fronte dello strapotere della finanza e sottolineato come il dibattito ufficiale sia condizionato a monte da un’ “analisi fuorviante del problema”, in cui viene rimosso come l’origine della crisi del debito sovrano europeo sia da collocare nella crisi dei mutui statunitensi del biennio 2007-2008. Le banche europee sono state “affogate dai sub-prime” che avevano cartolarizzato, gli Stati europei sono corsi in loro soccorso facendo lievitare il debito pubblico e le minori entrate fiscali, in conseguenza della recessione di produzione e consumi, hanno fatto il resto.
A partire da questa lettura, Evans ha presentato una serie di proposte, poi in parte riprese e sintetizzate nel comunicato finale, tra le quali l’introduzione della settimana lavorativa di trenta ore, strumenti di “controllo sociale delle multinazionali” (l’attenzione critica è stata soprattutto puntata sulle centrali finanziarie – ha sostenuto – ma gli attori principali, anche delle dinamiche speculative, sono prevalentemente le grandi corporation), la ridefinizione della “posizione dell’Unione Europea nel mondo”, in particolare nel rapporto con il suo Sud, e la riduzione del consumo delle materie prime, anche per tagliare le emissioni di gas serra.
Ne è seguito un dibattito ampio: per Antonio Tricarico (re:common) bisogna capire “come riappropriarsi a livello europeo della finanza pubblica e sganciarla dalla speculazione finanziaria privata”, ad esempio – ha suggerito – rilanciando il ruolo delle banche d’investimento pubbliche, oggi dipendenti dal mercato finanziario. Per Jorgos Vassilikos, con il controllo dell’Eurogruppo, cioè della riunione dei ministri economici, sui bilanci nazionali si avvera il “sogno antidemocratico” descritto dal rapporto della Trilateral del 1975. Mentre sono impressionanti le cifre fornite da Andrea Banares (Fondazione Responsabilità Etica): il debito pubblico italiano corrisponde a meno dell’un per cento delle migliaia di miliardi di dollari in prodotti derivati, controllati dalle quattro più importanti banche d’affari di Wall Street. E solo in Italia il peso dei derivati è cresciuto negli ultimi vent’anni del 642 %, venticinque volte più del Pil. E’ la temporalità dei mercati finanziari, e della loro crisi in rapporto a quella della politica a risultare drammaticamente asimmetrica: per Banares, con la risoluzione del Parlamento Europeo a favore dell’introduzione della Tobin Tax, ovvero della tassazione delle transazioni finanziarie (TTF), si apre “uno spiraglio”, ma ci sono voluti vent’anni di campagne (e la portata della crisi) per arrivare a questa decisione politica, peraltro non ancora esecutiva, mentre bastano pochi millesimi di secondo per una decisione finanziaria dagli “effetti nocivi” devastanti.
Problematico, a mio avviso, l’intervento di Klaus Suehl (Rosa Luxemburg Stiftung): la sua insistenza, al ritorno da un viaggio ad Atene, sulla “necessaria solidarietà” da portare ai “popoli vittime della crisi” non può essere considerato solo un retaggio da cultura terzomondista anni Sessanta, ma è molto più rilevatore di un atteggiamento diffuso nella sinistra tedesca, che rischia di inibire invece la ricerca di una pratica sociale e politica comune del comune spazio europeo.
Sono seguiti gli interventi dei parlamentari europei: il ritorno rispetto alle questioni poste, e riassumibili nell’urgenza di stabilire forme di controllo sociale e democratico sulle dinamiche dei mercati finanziari, è stato senza alcun dubbio positivo, ma è difficile nascondere la sorpresa per il fatto che pure gli eurodeputati del Partito Democratico italiano, con alcuni tratti di involontaria comicità, quando “giocano in trasferta” appaiano quasi “estremisti”, dimentichi del sostegno generosamente offerto al Governo Monti e alle sue politiche.
A chiudere la sessione poche, ficcanti parole di Rossana Rossanda: a ricordare, dopo gli interventi di esponenti della CES (la Confederazione europea dei sindacati), come di fronte al quadro descritto non solo nessuno immagini l’indizione di uno sciopero generale continentale, ma addirittura i sindacati in Europa non si facciano “neppure una telefonata fra di loro”. Certo, le organizzazioni sindacali – ha aggiunto – non hanno più “alcun effettivo potere, ma sono troppo tranquilli per questo”. Insomma, la sinistra che lei ha conosciuto è stata sconfitta, negli ultimi trent’anni in Europa, ma “almeno, cominciate a parlarvi tra di voi.”
EVITARE UNA GRANDE DEPRESSIONE
La seconda sessione, in mattinata, si è occupata di “green new deal”, occupazione, conversione ecologica e beni comuni. Introdotta da Danny Lang (rete degli Economistes atterrés) intorno all’interrogativo su come “migliorare lavoro e welfare, senza tornare all’impossibile riproposizione del vecchio modello industrialista”, la relazione di Pascal Petit (Université Paris XIII) ha preso le mosse dalla constatazione che la stessa agenda politica neoliberista è diventata “ostaggio della finanza, controproducente rispetto ai suoi stessi fini”, insomma è andata “troppo in là”, trovandosi incastrata nella sua stessa “trappola ideologica”. Tutti i suoi paesi modello, di diversi modelli comunque sotto il segno del neoliberismo trionfante, sono in crisi, anche quando la nascondono: vale per gli Stati Uniti, così come per Germania e Gran Bretagna. E servono certo strumenti giuridici più avanzati per mettere a nudo e contenere gli effetti delle “debolezze” del sistema finanziario, ma non guasta anche il ricorso al “caro vecchio sistema del boicottaggio” di banche e istituzioni finanziarie. Questo per arrivare a rivedere e rafforzare le basi fondamentali dei servizi pubblici, anche a livello locale, molto erose negli ultimi vent’anni.
Ricchi di proposte, anche pratiche, per un rilancio in chiave ecologica e sociale dell’economia, gli interventi di Etienne Lebeau (Joint Social Conference), Giulio Marcon (sbilanciamoci!), Thomas Coutrot (Attac France) e Michele De Palma (FIOM). Quest’ultimo, in particolare, ha ricordato come oggi l’esercizio stesso della contrattazione sia impossibile per milioni di lavoratrici e lavoratori in Europa e come manchi un autentico sindacato europeo, una “coalizione di lavoratori” in grado di imporre un contratto continentale unico, incardinato su minimi salariali, limiti all’orario, diritti e superamento della precarietà. Per De Palma non basta discutere che cosa fa la finanza, ma è necessario interrogarsi su “quale crescita”, ragionare sull’intero processo produttivo, impedendo che la responsabilità per produzioni inquinanti e nocive sia scaricata, col ricatto, sui lavoratori. Allo stesso modo è indispensabile introdurre un reddito garantito per le giovani generazioni, per evitare che su di esse possa esercitarsi il ricatto della disoccupazione: uno strumento per “ricostruire autonomia, da Marchionne come dalla Lehman Brothers”.
Per l’economista Mariana Mazzucato (Open University, GB), bisogna “provocare i sindacati”, la loro è una strategia tutta difensiva e l’offensiva è ancora debole. Eppure servirebbe per porre con forza una grande questione redistributiva della ricchezza, “non solo per costruire un nuovo welfare, ma per andare a prendersi le risorse là dove si produce effettivamente valore.” E più risorse pubbliche andrebbero indirizzare proprio per investire nella ricerca delle tecnologie verdi.
Sian Jones (European Anti-Poverty Network) ha sottolineato la paradossale scarsa attenzione che viene dedicata, nel tempo della crisi, alle politiche di welfare: “l’agenda sociale europea sembra essere sparita”. E invece nuovi servizi sociali di protezione dovrebbero essere coniugati con le campagne contro razzismo e discriminazione. Ed è il momento giusto per pretendere una Direttiva dell’Unione Europea che disciplini livelli comuni ed universali di “reddito minimo”.
Il contributo dell’attivista bulgara Mariya Ivancheva (European Alternatives) ha riportato l’attenzione sul tema dei beni comuni. Ci sono lotte di cui poco si sa a livello continentale: proprio in una Bulgaria apparentemente pacificata, migliaia di persone si sono negli ultimi mesi mobilitate contro la politica silvicola dell’Unione Europea, che serve ad avallare la sistematica distruzione di migliaia di ettari di foreste nei Balcani. Tommaso Fattori (Forum dei movimenti per l’acqua) ha insistito su come il conflitto intorno ai “commons” stia al centro in Europa della battaglia per il “recupero dal basso di sovranità da parte di cittadini”. Per Jason Nardi (Social Watch), infine, bisogna de-industrializzare la produzione agricola, cancellarne il sovvenzionamento per incentivare gli investimenti veri, contribuire alla riduzione dei consumi, con scelte da “imporre anche in modo proattivo”.
Il giro di tavolo dei rappresentanti istituzionali è stato aperto da uno Stefano Fassina (PD) molto più prudente e “governativo” di chi lo aveva preceduto, ma che di fronte alla crescita innegabile dei divari sociali ha sottolineato il bisogno di “alleggerire la pressione fiscale sui cittadini lavoratori”, altrimenti si rischia nel breve termine il “rifiuto dell’Europa”. Dopo Marisa Matias (parlamentare portoghese della GUE), ha preso la parola Nichi Vendola che, in un’ottica politica, ha segnalato come tra crisi della sinistra, cioè “crisi di un punto di vista autonomo” sul mondo, e crisi dell’Europa, cioè di un “modello di incivilimento che aveva stabilito un rapporto culturale e costituzionale tra lavoro e libertà”, vi sia uno strettissimo rapporto. Tanto che “rinnovamento della sinistra e costruzione europea” stanno sul medesimo terreno. In qualità di amministratore locale, ha denunciato i paradossi del Patto di stabilità, che impedisce di spendere “per reagire alla crisi” le risorse virtuosamente accumulate; quello della difficoltà a difendersi dalla speculazione finanziaria, per cui la Regione Puglia è stata forse l’unico ente locale a riuscire a rinegoziare il proprio debito in derivati con un colosso come Merrill Lynch, ma il comune cittadino cliente di una banca non viene mai informato dei rischi che corrono i suoi risparmi investiti; quello infine del potere e della decisione democratica: “quanto conto io in realtà?” si è chiesto, se sono eletto da un milione di cittadini ma mi viene imposta la privatizzazione forzata di beni comuni quali l’acqua e l’energia.
UN’EUROPA DEMOCRATICA
La sessione pomeridiana, e conclusiva, è stata dedicata alla partecipazione e ai processi reali di “decision making” a livello continentale. Monica Frassoni (copresidente dei Verdi europei) non si è limitata a denunciare lo storico deficit democratico delle istituzioni comunitarie e lo “squilibrio di poteri” nel rapporto di governance tra i loro stessi organismi con la triangolazione tra Parlamento, Commissione e Consiglio, in rigoroso ordine crescente di peso effettivo. Ma ha segnalato anche i rischi connessi ad un “permanente andare avanti e indietro” nella costruzione europea.
Rossana Rossanda si è domandata perché i popoli europei non credano nell’Europa, e la vocazione europeista sia rimasta una cultura politica d’élite, proprio nel continente che aveva inventato la democrazia come “forma di distribuzione del potere in una società”. La risposta sta nel vizio d’origine degli accordi di Maastricht del 1992, quando la comunità è stata fondata su un elemento estraneo alla politica, cioè l’economia. E, all’interno di questa, sull’elemento più astratto, cioè la moneta. La rappresentatività di chi governa realmente in Europa è quella delle forze economiche dominanti, perché si è passati dal “rapporto tra sovrano e popolo a quello tra forze economiche e forze politiche”, con le seconde al diretto servizio delle prime. Perciò la sfida dovrebbe consistere nella costruzione di un potere politico che sia, in chiave contemporanea, almeno all’altezza della settecentesca “divisione dei poteri” e dell’ottocentesco riconoscimento dei “diritti del lavoro”.
Susan George ha puntato in particolare la sua attenzione sul documento Van Rompuy-Draghi-Barroso-Juncker, in queste ore in discussione al Consiglio: un “manifesto antidemocratico” che consegna poteri enormi ad autorità non elette da nessuno, che procede “rapidamente” su una strada che deve essere bloccata dall’ “unità di un fronte del rifiuto”. E di fronte al quale non abbiamo tanto tempo.
E’ seguito un nutritissimo dibattito tra i cui contributi “dal basso” segnalo qui, al volo per ragioni di spazio, quelli di Hilary Wainwright (rivista Red Pepper), Pier Virgilio Diastoli (European Movement e Permanent Forum Civil Society), Pierre Jonckheer (presidente della Green European Foundation), Fabienne Orsi (Attac France), gli indignados di Barcellona Daniel Seco e Sergi Diaz, Raffaella Bolini (Arci), Walter Meier (Transform) e Roberto Musacchio (Altramente), tutti con accenti diversi orientati all’importanza di un processo costituente di uno spazio democratico europeo, a partire da un’idea non formale ma conflittuale di democrazia. Tra di essi particolare forza ha avuto il contributo di Lorenzo Marsili (European Alternatives) nel richiamare alla necessità di “fare politica a livello europeo”. Dopo aver citato i casi in cui ciò non è avvenuto, dallo sciopero generale continentale contro le politiche di austerity, alla difesa della Grecia dall’attacco subito e in corso, fino al rifiuto del fiscal compact – e non a caso il cruciale vertice del Consiglio europeo non ha visto contrapporsi alcuna visibile forma di protesta – Marsili ha indicato nell’esigenza che i partiti “cedano sovranità”, verticale e orizzontale; nell’elaborazione di una vera e propria “strategia politica” comune a livello continentale; nella costruzione di un programma di movimenti e società civile in vista del voto europeo del 2014, gli obiettivi minimi di questa fase.
La stessa Rossanda, in chiusura, è tornata sulla preferenza per un’ “ipotesi costituente transnazionale”, perché è la portata del cambiamento in atto a richiederla; mentre Mario Pianta ha indicato le tappe successive di un “lavoro congiunto” che qui ha avuto inizio.
MA … CONCLUSIONI PROVVISORIE
Credo che la discussione di Bruxelles abbia fatto compiere a tutti i suoi partecipanti un significativo passo in avanti. Le molto ragionevoli misure keynesiane di governo della finanza e di stimolo ad uno sviluppo non distruttivo e sostenibile, che qui sono state illustrate e che in parte sono recepite dal comunicato finale (riprodotto qui sotto), iniziano infatti a descrivere i contorni di una proposta di alternativa larga, immediatamente collocata sul terreno sociale ed ecologico. Questa proposta può davvero essere considerata patrimonio comune e condiviso delle differenti esperienze che qui si sono ritrovate.
Ma non si può fare a meno di sentirsi in sintonia con le realistiche “sgradevoli” considerazioni di Rossanda. Bisogna imparare tutti a dirsi la verità. E soprattutto le verità scomode. Realizzare anche solo un decimo dei ragionevoli obiettivi indicati dal Forum implicherebbe ed implica un drastico rovesciamento dei rapporti di forza, sociali e politici, dati. Insomma, per dirla con una formula: l’alternativa si presenta finalmente “ricca di contenuti”, ma drammaticamente “povera di forza”.
La discussione intorno alla questione democratica in Europa impone allora il tentativo di rispondere alla domanda: da dove partire affinché l’alternativa non risulti velleitaria?
La sensazione, più che una previsione che, di questi tempi, nessuno dovrebbe azzardarsi a fare, è che “Loro” cioè i signori riuniti a trecento metri di distanza nel palazzo del Consiglio stiano accelerando il processo di unificazione politica, certo sotto il segno delle politiche economiche neoliberiste e del deficit democratico, che fino a questo punto ci hanno portato. Quando si affrontano i temi dell’Unione fiscale e di quella bancaria è di questo processo che stiamo assistendo al consolidarsi.
E, allora mai come oggi, vi è la necessità che faccia irruzione sulla scena, su questa scena, un potere costituente radicalmente democratico, che sia nutrito da una nuova stagione di conflitto sociale in Europa. Perciò questa necessità marcia di pari passo con l’affermarsi di una capacità di pensare ed agire con modalità costituenti innovative, anche nelle relazioni tra di noi, nel campo di chi vuole costruire l’alternativa. E’ il tema delle “coalizioni” e riguarda tutti perché nessuno può più dirsi né esercitarsi da autosufficiente. Nel nostro piccolo, con le giornate di Francoforte, ci abbiamo provato. Ma l’idea delle coalizioni in Europa, da verificare nel vivo dei conflitti del presente, deve interessare ogni piano, quello dei movimenti sociali così come quello sindacale, tra le autonomie locali così come sul piano direttamente politico. E, allo stesso tempo, tra questi differenti livelli dev’essere instaurata una nuova dialettica intessuta di relazioni reali.
Ecco dunque il limite, ma anche la sfida stimolante che la discussione di Bruxelles ci consegna. Perché, come ha detto un certo Cesare Prandelli, “abbiamo capito che oltre alla tecnica, ci vuole la qualità e il cuore.” E se si mettono in campo tutti e tre questi elementi, si può provare sul serio a mandare a casa i custodi del “rigore” (così come si è fatto con quelli “dei rigori”) che schiacciano la democrazia, la vita e i diritti di milioni di donne e uomini d’Europa.
di Beppe Caccia
Bruxelles, 28 giugno 2012
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Il comunicato finale (versione italiana a cura di Gloria Bertasi)
Cinque proposte chiave
del Forum «Un'altra strada per l'Europa»
Bruxelles, 28 giugno 2012
Un'alternativa all'inerzia del Consiglio Europeo.
I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un'altra strada per l'Europa» del 28 giugno 2012 presso il Parlamento europeo a Bruxelles hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles.
Tra le azioni concrete richieste, le seguenti assumono il carattere di estrema urgenza:
Confrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea - segnata dall'interazione tra la crisi bancaria e la crisi del debito pubblico - la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di credito di ultima istanza nei fondi obbligazionari di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con comune senso di responsabilità dell'Eurozona, usando accordi istituzionali che potrebbero essere attuati senza dilazione; il debito deve essere valutato da un audit pubblico.
E' necessario un radicale ridimensionato del settore finanziario con una tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un'estensione del controllo sociale, nello specifico sulle banche che ricevono fondi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da supportare investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.
Le politiche di austerità dovrebbero essere rovesciate e il pesante condizionamento imposto ai Paesi che ricevono fondi emergenziali europei andrebbe rivisitato; la pericolosa costrizione del Patto di stabilità va rimossa cosicché i paesi possano difendere le spese pubbliche, sociali e i salari mentre l'UE assume un ruolo più ampio nello stimolare la domanda, promuovere la massima occupazione e imboccare un nuovo corso di crescita sostenibile. Inoltre, le politiche europee dovrebbero investire nell'armonizzazione fiscale, mettere la parola fine alla competizione fiscale e spostare il peso fiscale dal lavoro a una più elevata tassazione di profitti e ricchezza.
L'azione dovrebbe partire ora per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:
Un «new deal» verde può fornire una via d'uscita alla recessione in Europa con importanti investimenti a sostegno di una transizione ecologica verso la sostenibilità, aprendo così a posti di lavoro d'alta qualità, ampliando le conoscenze in nuovi ambiti d'innovazione e allargando le possibilità d'azione a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.
La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l'Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti, così come si è sviluppata con la crisi, dev’essere rovesciata. L'obiettivo è raggiungere una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più significativo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un'opportunità per compiere scelte tra le proposte alternative per l'Europa all'interno e trasversalmente negli Stati membri dell'Unione.
Nel rischio di un collasso, le politiche europee devono cambiare strada e un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste - specialmente nel Parlamento europeo - è imprescindibile per portare l'Europa fuori dalla crisi generata da neoliberalismo e finanza e verso una democrazia effettiva.
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Il comunicato finale (testo originale inglese)
Five Key Proposals for Another Road for Europe
Brussels, 28 June 2012
An alternative to European Council inaction
from the Forum “Another Road for Europe”
150 participants to the International Forum “Another Road for Europe” held on June 28, 2012 at the European Parliament in Brussels have discussed viable alternatives to the lack of remedial action on Europe’s crisis that is expected from the European Council in Brussels.
The practical actions that have been demanded include the following. As a matter of urgency:
1. Facing the dramatic acceleration of Europe’s financial crisis – marked by the interaction between a banking crisis and the public debt crisis – the European Central Bank must immediately act as a lender of last resort in the government bond market. The public debt problem has to be solved with a common responsibility of the eurozone, using institutional arrangements that could be put in place without delay; debt has to be evaluated by a public audit.
2. A radical downsizing of the financial sector is needed, with a financial transaction tax, limitations on speculative finance and capital movements, and an extension of social control in particular over banks receiving public funds. The financial system should be transformed, so that it supports socially and environmentally sustainable productive investment.
3. Austerity policies should be reversed and the heavy conditionality imposed on countries receiving EU emergency funds should be revised; the dangerous constraints of the “fiscal compact” need be removed, so that countries can defend public expenditure, welfare and wages, while the EU assumes a greater role in stimulating demand, promoting full employment and taking a new course of sustainable and equitable growth. Moreover, European policies should move towards fiscal harmonization, putting an end to tax competition, and shifting the tax burden away from labour and to a higher taxation of profits and wealth.
Action should start now for longer term changes in the following directions:
4. A green new deal can provide a way out of Europe’s recession, with large investments supporting an ecological transition toward sustainability, providing high quality jobs, expanding capabilities in new innovative fields and enlarging possibilities for action at the local level, especially on public goods.
5. Democracy has to be expanded at all levels in Europe; the European Union has to be reformed and the concentration of power in the hands of more powerful states that has taken place with the crisis has to be reversed. The aim is to achieve greater citizens’ participation, a major role for the European Parliament, and a much more significant democratic control over key decisions. The next European Parliament elections in 2014 must represent an opportunity for making choices amongst alternative proposals for Europe within and across European Member States.
Facing a risk of collapse, Europe’s policies need to change course, and an alliance between civil society, trade unions, social movements and progressive political forces - notably in the European Parliament - is required to lead Europe out of the crisis created by neoliberalism and finance and towards a fully fledged democracy.
Information in five languages and the original appeal “Another road for Europe” can be found at www.anotherroadforeurope.org.
For information and contacts:
anotherroadforeurope@gmail.com
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Le organizzazioni partecipanti al Forum: Active Citizenship Network, Altramente, Arci, Attac France, Attac Germany, Attac Finland, Centro studi Alternativa Comune, Corporate Europe Observatory, Economistes Atterrés, Euromemorandum, European Alternatives, European Anti-Poverty Network, European Federalist Movement, Fiom-Cgil, Green European Foundation, il Manifesto, Joint Social Conference, New Economics Foundation, OpenDemocracy.net, Red Pepper, Rete@sinistra, Rosa Luxemburg Stiftung, Sbilanciamoci!, Social Watch Italian coalition, Soundings, Transform! Europe, Transnational Institute, in collaborazione con i gruppi al Parlamento Europeo “The Greens EFA” e “GUE / NGL”.
tratto da: http://www.globalproject.info
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