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lunedì 25 novembre 2013

Il fallimento degli Stati-nazione

Personalmente ritengo ridicolo che, dopo millenni di storia e di progresso delle scienze e delle tecniche, gli esseri umani debbano ancora aver timore di non riuscire a sopravvivere.
Credo sia sotto gli occhi di tutti come la struttura delle nostre società non riesca ancora a soddisfare i bisogni primari dell’individuo. I principi di Libertà, Uguaglianza, e Giustizia, di cui le nostre società moderne dovrebbero essere espressione, sono ancora lungi dall’essere garantiti.
Senza riflettere sulle condizioni di vita di chi è inserito a vario titolo nella società, è data l’esistenza di ampie fasce della popolazione (disoccupati, sottopagati, ecc.) che devono preoccuparsi di sopravvivere. Non vivere, attenzione, sopravvivere. (Si prenda ad esempio il rapporto 2012 dell’Istat sulla povertà in Italia).
In questo senso io credo che gli Stati-nazione, come forma e struttura della società, abbiano fallito.

Se si prende in considerazione poi l’attuale Stato italiano, la situazione è sconcertante.
Si sa che uno Stato, per definizione, dovrebbe avere il monopolio della forza, della moneta e delle tasse. Nel nostro caso il monopolio della forza è lontana utopia se si pensa al diffondersi della criminalità organizzata nel paese, spesso con un vero e proprio controllo del territorio. Le decisioni sulla moneta vengono prese a livello europeo e non certo italiano. Per le tasse vale lo stesso ragionamento della forza, ossia è un monopolio ormai più formale che reale per i fenomeni dell’evasione e della criminalità organizzata.

In questa situazione non credo che ci si possa meravigliare dell’esistenza della criminalità organizzata, del clientelismo, delle lobby, delle parrocchie di vario genere, ecc. Lo scopo di questi fenomeni è quello di creare intorno a più individui quella sicurezza che lo Stato oggi non è ingrado di garantire.

...spunti di riflessione da cui partire per immaginare un’evoluzione delle società moderne.

domenica 22 luglio 2012

Giustizia, libertà, felicità - Zamagni

Lavorare in una cooperativa è una scelta di giustizia, che esprime libertà e porta alla felicità.
Ha detto così il professor Stefano Zamagni ai 400 studenti trentini che si sono recati a Riva del Garda con i loro insegnanti per ascoltare la lezione dell’economista. Sul palco, prima di lui, i ragazzi avevano presentato i loro progetti di educazione cooperativa portati avanti nelle scuole dalla Federazione insieme alla Provincia.

Giustizia, libertà, felicità
“Un giovane che ama la giustizia farà fatica a lavorare nelle imprese di tipo capitalistico – ha detto l’economista –. Le diseguaglianze sono fortissime: chi vince diventa super-ricco, chi perde viene annientato. I giovani sono per natura avversi alle ingiustizie e non possono avere l’efficienza esasperata come unico obiettivo di vita”. E poi la libertà. “La vera libertà non è quella di scegliere ma di poter scegliere. Chi ama lalibertà ne accetta di rischi. Chi vuole la sicurezza vende quote di libertà e accetta il lavoro dipendente. Per questo il modo migliore per far avvicinare un giovane alla cooperazione è quello di fargli amare la libertà”. Lavorare in cooperativa, poi porta alla felicità, che è cosa diversa dall’utilità, che è collegata al possesso delle cose. “La felicità riguarda le relazioni tra persone: per essere felici bisogna essere almeno in due”. Secondo Zamagni all’interno degli ambienti di lavoro delle imprese capitalistiche le relazioni vengono limitate quando non addirittura evitate del tutto, perché considerate dannosi perditempo. “Così si uccide la felicità – ha detto –. La cooperazione ti consente (non garantisce) di tradurre in pratica giustizia libertà e felicità”.

L’origine della cooperazione
Alla base del capitalismo c’è l’idea di Thomas Hobbes secondo cui la natura umana è egoista. “In quel mondo – ha detto il professore – l’uomo è lupo contro gli altri. Questa concezione di impresa è risultata vincente fino a metà dell’Ottocento, quando come reazione a quest’approccio è nata la cooperazione”. Le prime cooperative sono state di consumo: spacci alimentari che vendevano ai soci a prezzi accessibili. Una risposta contro la miseria. “Questa origine – ha spiegato Zamagni – ha avuto un effetto di trascinamento che non ha giovato alla causa cooperativa. Ha fatto credere a intere generazioni di studiosi e di politici che la forma cooperativa fosse minore”. Lo stesso articolo 45 della Costituzione che parla di cooperazione ne cita la sua funzione sociale, perché la funzione economica è considerata appannaggio esclusivo delle imprese capitalistica: le imprese creano ricchezza, le cooperative redistribuiscono. “Allora questa differenziazione era giustificata oggi no – ha aggiunto –. Oggi dobbiamo recuperare il terreno perduto. Guai a dissociare l’economico dal sociale.
È un tentativo di delegittimare. La cooperazione è una forma superiore rispetto alla capitalistica: riesce a redistribuire ricchezza mentre la produce. Se esistessero solo imprese cooperative non ci sarebbe bisogno di welfare state, che è nato per il fallimento del mercato capitalistico”.

La differenza delle cooperative
In ogni impresa tutti sono consapevoli che ognuno ha bisogno dell’altro; ciascuno mantiene la responsabilità delle proprie azioni e tutti tendono al raggiungimento di un obiettivo comune. Nell’impresa capitalistica la comunione si ferma ai mezzi: il capitalista vuole massimizzare il profitto, il lavoratore massimizzare il salario. Uno ha bisogno dell’altro.
Nella cooperativa la comunanza si estende ai fini. Ne consegue che il modo di gestire e governare l’impresa sarà diverso: non la gerarchia ma l’autorevolezza.
“Il movimento cooperativo – ha suggerito il docente – deve mettere in atto delle strategie di protezione della propria identità. La tentazione di alzare le braccia e trasformarsi in imprese capitalistiche è forte.
L’antidoto è agire a livello culturale, anche rafforzando le reti, le forme di organizzazione orizzontale che fanno parlare di distretto cooperativo”.

di Dirce Pradella
Tratto da: Cooperazione Trentina n°4 Aprile 2012

lunedì 4 giugno 2012

Estratti da Apologia per John Brown - H.D.Thoreau

Riporto di seguito alcuni estratti da Antologia per John Brown di Thoreau, in quanto ritango che possano essere utili per stimolare la riflessione sul nostro ruolo nella società, soprattutto in "tempi duri" come questi.


Non andò ad Harvard – quella buona e vecchia Alma Mater; non fu nutrito con la pappa che vi si somministra. Confessò lui stesso: “Non so più grammatica d’uno dei vostri vitelli”. Ma andò alla grande università dell’Ovest, dove assiduamente perseguì lo studio di una materia per la quale aveva mostrato una spiccata inclinazione, lo studio della libertà, e laureatosi diverse volte in quella disciplina cominciò finalmente, nel Kansas come tutti sanno, la pubblica professione di umanità. Queste erano le sue humanae litterae, non lo studio della grammatica. Avrebbe pronunciato una parola greca sbagliandone gli accenti, ma avrebbe raddrizzato un uomo che stesse per cadere.

“Preferirei” disse “avere il vaiolo, la febbre gialla e il colera tutti insieme al mio campo, piuttosto che un uomo senza principi… E’ uno sbaglio, signore, pensare, come fa il nostro popolo, che i ribaldi siano i migliori combattenti e gli uomini più adatti da opporre ai sudisti. Datemi uomini di buoni principi – uomini timorati di dio – uomini che abbiano rispetto di se stessi, e con una dozzina di questi io mi opporrò a qualsiasi numero di nemici, come questi banditi di Buford (un colonnello schiavista contemporaneo di Thoreau NdR).

Non attribuì solamente il proprio successo alla “sua stella” o a qualche altra magia. Disse, giustamente, che la ragione per cui tali forze superiori di numero gli cedevano, era – come confessò uno dei suoi prigionieri – che non avevano una causa per cui combattere, una specie di armatura, questa, che né a lui né al suo partito mancò mai. Quando fu l’ora, risultarono ben pochi gli uomini disposti a dare la vita in difesa di ciò che sapevano sbagliato; non volevano che quello fosse il loro ultimo atto in questo mondo.

Noi aspiriamo ad essere qualcosa di più che stupidi e timidi beni mobili che fingono di leggere la storia e la Bibbia, ma insozzano ogni casa e ogni giorno nei quali respirano.

(Riferito ai giornalisti dell’epoca che si fecero beffe del gesto di John Brown NdR) Certo tu puoi guadagnare di più con un quarto di latte che non con un quarto di sangue al tuo mercato, ma non è là che porta il suo sangue un eroe.
Tali persone non sanno che il frutto è come la semente e che nel mondo morale quando si pianta un buon seme un buon frutto è inevitabile, indipendentemente dal nostro annaffiarlo o coltivarlo; che quando si pianta, o seppellisce, un eroe sul campo, una messe d’eroi spunta su, senza fallo. Questa è una semente di tale forza e vitalità che non chiede il nostro permesso per germogliare.

Senza dubbio molti sono ben disposti ma sono pigri per costume e carattere e così non possono pensare che un uomo sia mosso da motivi più alti dei loro. Conseguentemente, decidono che quest’uomo è pazzo poiché sanno che essi non possono agire come lui, fintantoché resteranno se stessi.

L’uomo pensoso diviene eremita nelle strade del mercato.

Importanti e influenti direttori di giornali, usi a trattare con i politicanti, uomini d’un livello infinitamente inferiore, dicono nella loro ignoranza che Brown agì “per vendetta”. Non conoscono l’uomo. Non ho alcun dubbio che verrà il giorno in cui cominceranno a vederlo com’era. Devono concepire un uomo di fede e principi religiosi, non un politicante o un indiano; un uomo che per dare la vita alla causa degli oppressi non attese d’essere personalmente ostacolato o impedito a compiere qualche affare di scarsa importanza.
Era un uomo superiore. Non diede nessun valore alla sua vita fisica, di fronte agli ideali. Non sottoscrisse ingiuste leggi umane, ma gli resisté come sentiva dentro di sé. Una volta tanto siamo alzati sopra la trivialità e la polvere della politica, nella regione della verità e della virilità.


Nel suo caso non vi sono eloquenze oziose e preparate, discorsi da fanciulle, complimenti all’oppressore – la sua ispiratrice è la verità, e la sincerità forbisce le sue frasi. Poteva permettersi di perdere il suo fucile modello Sharp fintantoché conservava la sua capacità di far discorsi – un fucile infinitamente più sicuro e di più lunga portata.

Parliamo di un governo rappresentativo; ma che mostro di governo è quello nel quale le più nobili facoltà della mente e l’intero cuore non sono rappresentati?
Il solo governo che io riconosca è quel potere che stabilisce la giustizia sulla terra, mai quello che vi stabilisce l’ingiustizia.

Se dei privati sono costretti a compiere le funzioni del governo per proteggere i deboli e dispensare giustizia, allora il governo diventa solo un mercenario, un impiegato che compie solo uffici servili o di poca importanza.

Quando mai i buoni e i coraggiosi furono in maggioranza? Avreste voluto che aspettasse fino a quel momento?

Io parlo per gli schiavi quando dico che preferisco la filantropia del Capitano Brown a quella che se non mi uccide neppure però mi libera.

Questi uomini, insegnandoci a morire, al tempo stesso ci hanno insegnato a vivere.

E’ forse impossibile che un individuo abbia ragione e un governo abbia torto? Forse che le leggi devono essere imposte solo perché furono fatte? O devono essere dichiarate giuste da un quasiasi numero di uomini quando questi sanno che non sono giuste? E’ necessario che un uomo sia uno strumento per compiere un fatto che la sua natura migliore disapprova? E’ forse intenzione dei legislatori che gli uomini giusti siano sempre impiccati? E i giudici, devono forse interpretare la legge alla lettera senza interpretarne lo spirito? Che diritto avete, voi, a stringere un patto con voi stessi impegnandovi a fare questo o quello contro la luce che è in voi?
Che gli avvocati decidano solo su casi di poco conto. Gli affaristi possono deciderlo da sé. Se fossero gli interpreti delle leggi eterne che giustamente legano l’uomo (a giudicare), allora la cosa sarebbe diversa. Ma è una ben ingannevole fabbrica di leggi questa che per metà è in terra schiava e per metà in terra libera! Che razza di leggi per uomini liberi potete aspettarvi?


“Nessuno mi mandò qui: fui spinto da me stesso e dal mio Fattore. Non mi riconosco alcun padrone di forma umana.” John Brown

sabato 15 ottobre 2011

Il Golpe Borghese - La storia siamo noi

"Nella notte del 7 dicembre 1970, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.

Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.



L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.

Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.

Il “principe nero”

Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.

Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.

Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.

Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.

Un'inchiesta senza fine
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.

Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.

La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.

Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.

Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.

Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.

Apparati deviati
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.

Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.

Gli interrogativi ancora aperti

A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”."

Tratto da: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=424

martedì 3 maggio 2011

Direttiva europea contro natura - "It's always about profit"

Pubblichiamo questo appello da parte dell’organizzazione AVAAZ.


Cari amici,

Fra 2 giorni l'UE metterà al bando diverse erbe medicinali, costringendo molti di noi a sostituirle con farmaci che incrementano i profitti delle grandi aziende farmaceutiche.

La direttiva europea impone barriere altissime a qualunque rimedio a base di erbe che non sia presente sul mercato da almeno 30 anni, incluse in teoria tutte le medicine tradizionali cinesi, ayurvediche e africane. E' una misura draconiana che asseconda le aziende farmaceutiche e ignora migliaia di anni di conoscenza medica.

Ci vuole un appello enorme contro questo divieto. Insieme le nostre voci potranno fare pressione sulla Commissione europea per migliorare la direttiva, sui nostri governi nazionali perché non applichino questi standard, e dare legittimità a un'azione legale in tribunale. Firma sotto, inoltra questa e-mail a tutti e raggiungiamo 1 milione di voci per salvare le erbe medicinali:

http://www.avaaz.org/it/eu_herbal_medicine_ban

E' difficile da credersi, ma se un bambino si ammala ed esiste un rimedio sicuro …

… e fatto di erbe naturali contro quella malattia, potrebbe diventare impossibile trovare quel rimedio.

Il primo maggio la direttiva creerà barriere enormi per i rimedi a base di erbe, a causa di costi esorbitanti e processi infiniti con esperti perché ogni singolo prodotto sia approvato. Le aziende farmaceutiche hanno le risorse necessarie per superare tutti i passaggi, ma le centinaia di piccole e medie ditte di erbe medicinali, in Europa e nel mondo, saranno in seria difficoltà.

Possiamo fermare tutto questo. La direttiva 24/2004/EC è passata all'ombra della burocrazia, ma non potrà sopravvivere alla luce del controllo democratico. La Commissione europea può decidere di ritirarla o emendarla, e un'azione legale sta tentando di aprire la strada in tal senso. Se i cittadini europei si uniranno tutti insieme ora, potranno dare legittimità al caso legale e aumentare la pressione nei confronti della Commissione. Firma sotto e inoltra questa e-mail a tutti:

http://www.avaaz.org/it/eu_herbal_medicine_ban

Esistono delle ragioni per migliorare la regolamentazione delle erbe medicinali, ma questa direttiva draconiana mette in pericolo la possibilità dei cittadini europei di fare scelte sicure e salutari. Mettiamoci dalla parte della nostra salute e del nostro diritto di scegliere medicine sicure a base di erbe.

Con speranza e determinazione,

Ricken, Iain, Giulia, Benjamin, Alex, Alice, Pascal, Luis e il resto del team di Avaaz.


Le tisane e gli infusi come i farmaci. La stretta dell'Europa sulle erbe:
http://www.corriere.it/salute/10_ottobre_08/erbe-infusi-farmaci-stretta-ue_d394afba-d292-11df-8b7c-00144f02aabc.shtml


La direttiva europea sulle erbe medicinali messa in discussione da un'azione legale (in inglese):
http://www.euractiv.com/en/health/eu-herbal-medicines-law-set-legal-challenge-news-503563


L'UE vieta i rimedi naturali per favorire i farmaci (in inglese):
http://www.allvoices.com/contributed-news/8826364-european-union-directive-to-ban-natural-remedies-in-favor-of-pharmaceuticals

Le ditte di medicina trazionale cinese potrebbero essere fatte fuori dal mercato europeo (in inglese):
http://english.peopledaily.com.cn/90001/90776/90883/7343301.html

L'azione repressiva dell'UE contro i rimedi naturali (in inglese):
http://www.independent.ie/national-news/eu-crackdown-on-herbal-remedies-2628345.html

CHI SIAMO
Avaaz.org è un'organizzazione no-profit e indipendente con 8 milioni di membri da tutto il mondo, che lavora perché le opinioni e i valori dei cittadini di ogni parte del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali (Avaaz significa "voce" in molte lingue). I membri di Avaaz vivono in ogni nazione del mondo; il nostro team è sparso in 13 paesi distribuiti in 4 continenti e opera in 14 lingue.

giovedì 3 febbraio 2011

I popoli possono autodeterminarsi solo nella misura in cui gli eserciti lo consentono. - D.B.

In un mondo dove la “flessibilità” sembra essere diventata un valore, noi dovremmo veramente diventare “flessibili”: dovremmo imparare ad essere affettuosi e disponibili con chi lo è con noi e con chi non conosciamo; dare fiducia all’altro, e dargli più possibilità nonostante i suoi errori di provarci la sua bontà d’animo e il rispetto nei nostri confronti. Ma se la nostra fiducia è tradita, se il nostro affetto è disprezzato, o peggio, se l’altro a priori agisce mosso da sentimenti di odio e disuguaglianza, da disprezzo o cieco egoismo, allora noi dovremmo diventare duri come la roccia, reagire con forza e assoluta determinazione. Perché la storia ci insegna che quei principi, quei valori, da noi riconosciuti e praticati, non si diffondono autonomamente come un dolce aroma, ma al contrario devono essere coltivati con fatica affinché il loro seme possa germogliare dalla dura terra di questa realtà materiale.

Troppo spesso – a mio avviso – confondiamo il mondo spirituale con quello materiale.
Questa confusione ci porta a predicare il “porgi l’altra guancia”*, o che “gli ultimi saranno i primi”** o ancora, a credere che l’Amore prevarrà su qualunque cosa. Tanti e tanto grandi furono gli insegnamenti delle varie figure mitologiche e degli esempi recenti quali Martin Luther King o Gandhi, di grande ispirazione per i cuori gentili; ma quanto rimane oggi del loro lavoro? Quanto i semi che hanno gettato sono stati in grado di difendersi dalle intemperie? Purtroppo quei semi d’Amore non cadono solo sul terreno fertile, ma anche su quello pieno di spine, su quello roccioso e sulla strada.
Il mondo non sarebbe quello che è oggi se quei valori e principi spirituali bastassero a modificare la realtà materiale (e mi permetto di dire che chi crede diversamente è vittima dell’ignoranza).
Sun Tzu ci insegna che per vincere una battaglia o la guerra stessa dobbiamo conoscere il nostro nemico e noi stessi.
Credo che sia proprio il nostro nemico ad essere stato trascurato nel corso della storia, e, a quanto pare, ad esserlo ancora oggi. Un nemico che si afferma nella realtà materiale con la violenza, e in quella spirituale con la paura.
Il Giusto che non sa, o non vuole, difendersi dalla violenza viene massacrato, punto.
Sicuramente quel giusto diventerà fonte di ispirazione (spirituale) per i cuori gentili e per gli animi nobili, ma gli esempi non forniscono certo gli strumenti per poter modificare una realtà dominata e plasmata dalla volontà di potenza; gli esempi entrano nella storia.
Se continueremo, quindi, a mischiare spirituale e materiale credo che non saremo mai in grado di cambiare la realtà. Sarà solo con azioni estremamente pianificate e calcolate, e quindi efficaci, che si potrà creare una società in cui i valori e i principi che tanto amiamo vengano rispettati e garantiti, e non, come invece avviene oggi, desiderati o rivendicati.

D.B.



* Luca 6,29
** Matteo 19,16-29

lunedì 24 gennaio 2011

LA PRIGIONE INVISIBILE

UN’ ECONOMIA A MISURA DI RIBELLE
DI FEDERICO ZAMBONI

Il libero mercato è il grande alibi del Potere.
Il denaro è il suo strumento fondamentale.
Il lavoro la sua arma di ricatto. La risposta è dare vita a circuiti alternativi e autogestiti

Siamo sotto assedio: assai più che negli scorsi decenni ciascuno di noi, privati cittadini estranei all’establishment economico e politico, è sottoposto a un attacco sistematico che mina i fondamenti stessi della sua vita nella società contemporanea. La si potrebbe definire sinteticamente “la strategia Marchionne”, se non fosse che in questo modo si rischia di scaricare su un singolo soggetto, e su una singola impresa, la responsabilità di un fenomeno assai più ampio e coerente. A rigore, anzi, è persino sbagliato parlare di fenomeno, nel senso di qualcosa che si manifesta nella realtà ma le cui ragioni sono ancora tutte da indagare.

In questo caso, infatti, ci troviamo di fronte alle prime manifestazioni concrete, e inequivocabili, di un disegno che non solo ha dimensioni molto più vaste ma che soprattutto poggia su una logica tanto precisa quanto incrollabile: l’uso del lavoro dipendente come suprema arma di ricatto, e quindi di asservimento, nei confronti della popolazione.



Il ragionamento è elementare. Eppure merita di essere esplicitato, in modo da essere certi di condividerlo. L’unica cosa alla quale è impossibile rinunciare, oggi, è una fonte di reddito che assicuri almeno la copertura dei bisogni fondamentali; e quella fonte di reddito non può che essere, nella stragrande maggioranza dei casi, il proprio lavoro, solitamente al servizio di altri. Quello che dovrebbe essere un diritto, connaturato al proprio status di cittadini e all’aspirazione naturale a diventare parte attiva della comunità cui si appartiene, si tramuta in una sorta di privilegio, che verrà concesso solo a chi darà prova di meritarselo.

Non solo e non tanto per il suo apporto professionale, quanto per la sua totale sottomissione al datore di lavoro. E, per estensione, agli interessi e ai diktat dei potentati che stanno ancora più in alto.

Apparentemente si sottoscrive un contratto di lavoro. Nei fatti si formula una promessa di fedeltà. Il suddito si inchina al suo Signore. Il Signore, bontà sua, gli consente di servirlo.

Oltre che elementare il ragionamento è spietato, ma questo può sorprendere solo gli ingenui: secondo i tipici dettami dell’iperliberismo, che non esita a sacrificare qualsiasi principio etico al conseguimento del massimo profitto, le condizioni di vita delle persone vengono prese in esame soltanto per le ripercussioni che provocano sui processi economici. Gli individui, per così dire, sono un male necessario.

La cui esistenza si giustifica esclusivamente in base a certe necessità di funzionamento del ciclo di produzione e consumo. Un ciclo che in qualche misura li presuppone, ma che al tempo stesso li trascende.

Il loro, per dirla in termini tecnici, è un “valore d’uso”. Ed essendo visti come parti di un meccanismo, anziché come esseri umani da rispettare in quanto tali, e da aiutare nello sviluppo delle proprie attitudini migliori, l’ulteriore conseguenza è la loro sostanziale intercambiabilità.

Da cui discende, tra l’altro, l’assoluta disinvoltura con cui si procede alle delocalizzazioni: all’imprenditore che sposta gli impianti all’estero non interessa affatto il danno che subiranno i suoi concittadini, ma solo il vantaggio aziendale che gliene può derivare. In una nazione degna di tal nome verrebbe perseguito penalmente per condotta antisociale o, quanto meno, privato della cittadinanza; nelle finte nazioni di oggi lo si considera del tutto normale: e anzi, come dimostrano proprio le recenti vicende della Fiat, ci si interroga su come fare per convincerlo a riservare un po’ di lavoro ai suoi connazionali.

Un autentico paradosso: nello stesso momento in cui i rapporti si irrigidiscono a senso unico, smantellando i contratti collettivi e riducendo al minimo le tutele normative (fino a mettere in discussione il delicatissimo e irrinunciabile settore della sicurezza1), la sopraffazione indossa la maschera della generosità. Non solo si rimuove l’idea di sfruttamento, ma la si rovescia nel suo esatto opposto. Il padrone è un benefattore. Il lavoratore è il suo beneficato. Lo stipendio è una via di mezzo tra il compenso dovuto e una regalia, dispensata da qualcuno che in fondo, e in qualsiasi momento, potrebbe decidere di sbaraccare tutto e andarsene chissà dove. A “beneficare” qualcun altro.

Chi vende e chi compra

Nelle società occidentali è più difficile rendersene conto, visto che le dinamiche sono spezzettate a tal punto che non tutti riescono a coglierne l’intima interconnessione, ma a ben vedere succede qualcosa di molto simile a ciò che raccontava John Steinbeck in Furore. Costretta a lasciare l’Oklahoma negli anni della Grande Depressione, la famiglia Joad finisce in California e si mette a lavorare per dei latifondisti locali. I quali, non contenti di pagare dei salari da fame e di speculare così sull’enorme offerta di manodopera, pensano bene di completare l’opera inducendo i braccianti ad alloggiare sulle loro terre, ovviamente in baracche da quattro soldi, e a rifornirsi presso un emporio ubicato anch’esso in prossimità dei campi coltivati e, guarda un po’, di proprietà degli stessi possidenti terrieri.

Un circolo vizioso, a suo modo perfetto. Il lavoro è sottopagato, il cibo e tutto il resto sono costosi. Le occasioni di profitto raddoppiano. Prima si lucra sulla retribuzione, ovvero su ciò che si acquista, poi sui prezzi delle merci, ovvero su ciò che si vende. Il povero resta povero sia perché guadagna poco, sia perché spende troppo. Il povero è in trappola. Se non soggiace alla schiavitù perde i mezzi di sussistenza. Se china la testa riesce a sopravvivere, sempre che le privazioni non lo schiantino, ma non ha più nessuna scelta. E quindi nessuna autonomia.

Cambiato quel che va cambiato, la situazione attuale è analoga. Il cittadino medio viene spremuto una prima volta sul posto di lavoro, e una seconda nel momento in cui deve procurarsi i beni e i servizi, ivi inclusi gli eventuali finanziamenti bancari, di cui ha bisogno. O di cui crede di avere bisogno, per effetto di quell’ulteriore forma di manipolazione e di asservimento che è costituita dai bisogni indotti. In altre parole, egli è vittima di una sorta di intermediazione coatta. È come portare la farina al proprietario del mulino e poi comprare il pane da lui. Peccato che la farina si sia costretti a cederla a basso prezzo, mentre il pane lo si paga a peso d’oro.

Questa intermediazione obbligata, di cui non si parla mai e che comunque verrebbe spiegata come l’esito naturale della libera iniziativa e della conseguente divisione dei ruoli, implica la perdita di qualunque controllo sull’organizzazione complessiva. E, dunque, il venir meno di ogni possibilità di sottrarsi alle iniquità che ne scaturiscono. Non solo ci si indebolisce, nello sforzo interminabile di cavarsela e, tutt’al più, di salire qualche gradino sulla scala del benessere. Quel che è peggio, si contribuisce a rendere sempre più forti le oligarchie che tirano i fili, diventandone di fatto i fiancheggiatori, i solerti esecutori, i complici magari involontari ma ugualmente affidabili.

La via d’uscita

Non è ancora un progetto operativo, se non in minima parte. Non lo è perché, per essere messo in pratica e cominciare a produrre i suoi effetti, richiede un numero di persone molto più alto di quelle che leggono abitualmente il Ribelle e ne condividono le istanze. Inoltre, ognuno dei diversi gruppi dovrebbe essere concentrato in una stessa zona, in modo che gli aderenti possano interagire tra loro in modo assiduo e sistematico. Dando vita, così, a una rete di relazioni economiche – anche economiche – che tendano all’autosufficienza.

Se questo è l’obiettivo finale, che è bene fissare più per sapere dove si sta andando che non per illudersi di poter completare il percorso, alcuni passi si possono muovere immediatamente. O almeno tenersi pronti a farlo, come se ci si stesse preparando a un viaggio (una migrazione) che avrà inizio non appena le condizioni generali lo permetteranno.

Proprio come in un viaggio, quindi, i primi atti da compiere riguardano i preliminari. Uno, studiare attentamente le mappe. Due, pianificare la parte logistica. Tre, last but not least, predisporsi mentalmente ad affrontare quello che ci aspetta, immaginando le difficoltà che si incontreranno e le possibili soluzioni.

Fuor di metafora, le mappe sono quelle della realtà economica circostante, a livello sia macro che micro. La logistica riguarda i mezzi materiali e le persone su cui possiamo contare. Lo scopo del viaggio è uscire dal circolo vizioso di cui si è detto: invece di immettere tutti i nostri atti economici nei circuiti già esistenti, pagando pegno alle loro sperequazioni strutturali, vanno creati dei circuiti alternativi che si basino su altri principi e che mirino ad altri risultati, in antitesi alle speculazioni di grande e di piccolo cabotaggio che ormai sono la regola in qualsiasi attività. Una prima ipotesi, per iniziare da qualcosa che dipende solo da noi, è quella di supplire alla carenza di denaro con prestazioni gratuite reciproche. v Beninteso: non in una logica di scambio “uno a uno”, che altrimenti non farebbe che riprodurre lo stesso approccio utilitaristico delle normali transazioni economiche, ma in una prospettiva di supporto disinteressato e amichevole in cui il vero motore è la solidarietà. O, piuttosto, il piacere, tipico della gratuità, di fare delle cose insieme per il gusto di farle. Ti serve una mano? Se posso te la do. Se e quando le posizioni si dovessero rovesciare spero che tu possa fare altrettanto. Non per risparmiare sulla spesa che dovrei sostenere per acquisire la collaborazione di uno sconosciuto, ma per continuare a trasformare l’esistenza occhiuta dell’ometto liberale nella vita generosa dell’uomo libero.

A molti può sembrare pura utopia, ma è solo perché sono talmente impregnati di una visione economicistica da trovare impensabile ciò che dovrebbe essere del tutto normale. E che in fondo sopravvive, anche se confinato nella dimensione sempre più ristretta dei rapporti amicali. O famigliari, se la famiglia ha conservato qualcosa di sano.

Viceversa, questo tipo di slancio andrebbe recuperato non solo nella sfera del tempo libero ma anche in quella lavorativa. La verità, semmai la si fosse dimenticata, è semplice e gratificante: tra persone leali, e non obnubilate dalla smania di guadagnare di più e di fare carriera a ogni costo, si collabora meglio. Ci si parla con franchezza. Ci si libera di quel sottofondo di competizione, e di antagonismo, che avvelena tanti ambienti di lavoro, inducendo tutti a stare in guardia e a condividere solo lo stretto indispensabile, nel timore che i “colleghi” se ne possano servire in modo scorretto.

È un po’ come con la decrescita: sta diventando una necessità, ma dovrebbe essere innanzitutto una scelta. Recuperare forme di organizzazione economica differenti, come le vere cooperative e le vere Casse di risparmio, è sempre di più una risposta obbligata, in tempi di crescente disoccupazione e di finanza speculativa. Ma dovrebbe essere un’affermazione totalmente libera, degna di chi non si ribella al sistema attuale perché è escluso da certi privilegi ma perché quei privilegi li rifiuta. Non è solo che li trova iniqui e quindi sbagliati. È che non sa cosa farsene.

Federico Zamboni
www.ilribelle.com
10.01.2011

Note:
1) Il 25 agosto 2010 il ministro Tremonti ha dichiarato che «robe come la 626 (la legge sulla sicurezza sul lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». In seguito si è corretto sostenendo che il suo vero bersaglio erano i controlli eccessivi e di stampo burocratico, mentre la sicurezza sul lavoro rimane «una conquista irrinunciabile della civiltà occidentale».

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